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2022-08-10
La crisi dei Bitcoin, dai mancati pagamenti all'Inter ai casi di riciclaggio
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Dovevano essere la novità per risollevare le sorti del calcio italiano, a caccia di sponsor e soldi data la difficoltà a reperire fondi come la Premie League dove l’ultima squadra in classifica guadagna di diritti televisivi quanto l’Inter: lo Sheffield United incassa ogni anno 105,6 milioni rispetto ai 100 dei nerazzurri. Eppure i bitcoin si stanno rivelando un grosso rischio. Dopo il botto del 2021, con il record di ottobre, il 2022 si sta rivelando l’annus orribilis per le criptovalute con un calo del 40%. Bitcoin è scambiato a un prezzo intorno ai 20.000, mentre il 15 ottobre dello scorso anno arrivò a 61.000. La crisi continua. Anche se negli ultimi giorni Bank of America dato rassicurazioni ai suoi investitori.
I buoni risultati del 2021 avevano convinto Inter e Roma a stingere accordi con Digitalbits una delle principali criptovalute a livello globale. Ma nelle ultime settimane la situazione ha iniziato a diventare difficile. Così a luglio è sparito il logo DigitalBits dal sito dei nerazzurri mettendo così a repentaglio l’accordo appena un anno fa, della durata di 4 stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari. A quanto pare i soldi non sono arrivati. DigitalBits non avrebbe corrisposto all’Inter parte dei pagamenti relativi agli accordi del 2021. La situazione è critica. L’inter ha rinviato la presentazione della seconda maglia, in attesa di capire come andrà avanti il braccio di ferro con l'azienda di criptovalute. E pensare che a gennaio qualche investitore aveva lanciato l’allarme su New York Times presentando una causa a New York contro la società accusando alcuni manager di avere dirottato i soldi necessari allo sviluppo dell’azienda in operazioni come le sponsorizzazioni delle squadre sportive o persino viaggi di lusso.
Gli avvocati dello studio legale Ford O’Brien, che seguono l’investitore che ha sporto sostengono che dietro Digitalbit non ci sia nulla. E hanno spiegato che queste aziende «non hanno una blockchain pubblicamente accessibile o qualcos’altro da mostrare, se non accordi di sponsorizzazione da milioni di dollari e continui annunci sul fatto che “la cosa vera” è in arrivo». DigitalBits è anche lo sponsor di maglia della Roma, in base a un accordo dello scorso luglio che vale 36 milioni di euro su tre anni. Anche in questo caso oltre alla sponsorizzazione c’è il progetto di sviluppo di criptovalute e non fungible tokens per i tifosi. DigitalBits, basata alle Isole Cayman, non è l’unica realtà legata al mondo delle criptovalute che si è conquistata uno spazio nel calcio in Italia. Tra gli altri, la piattaforma di trading Binance ha fatto un accordo da 30 milioni per la sponsorizzazione della Lazio, BitMex è sponsor di manica del Milan mentre Crypto.com (anche questa una piattaforma di trading di criptovalute) è sponsor della Lega Serie A. Anche in Europa qualche squadra si è affidata alle criptovalute. Socios, società maltese, realizza fan token per oltre quaranta club, tra cui Juventus, il Milan, il Barcellona, il Paris Saint Germain. Non è la prima volta che si parla di truffe intorno ai bitcoin.
A inizio luglio l'Fbi, agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, ha messo una taglia di 100mila dollari per chi offre informazioni che possano portare all'arresto dell'imprenditrice bulgara Ruja Ignatova. La regina delle crypto (come si è autodefinita), scomparsa nel 2017 dopo essere stata accusata di aver truffato 3 milioni di investitori con la sua criptovaluta per 4 miliardi di dollari. E’ è l'unica donna nella lista dei 10 criminali più ricercati al mondo. Nel 2019 è stata accusata di otto capi di imputazione, tra cui frode telematica e frode sui titoli. Cittadina tedesca che viveva in Bulgaria, Ignatova lanciò OneCoin nel 2014, con l'obiettivo di sostituire bitcoin come valuta virtuale leader nel mondo . Ha operato in tutto il mondo e 8 anni fa sosteneva di avere oltre 3 milioni di clienti. Ma a differenza di bitcoin o di altre criptovalute, OneCoin non era supportato da alcuna tecnologia di tipo blockchain pubblica, sicura e decentralizzata.
La falsa criptovaluta non aveva valore reale e non poteva essere utilizzata per acquistare nulla. Le autorità statunitensi hanno definito uno dei più grandi schemi piramidali della storia e hanno affermato che Ignatova era la mente dietro la truffa. Secondo loro, ha operato come una rete di marketing multilivello e uno schema Ponzi, dove i primi investitori vengono incoraggiati a reclutare altri e quindi pagati dalle entrate degli investitori successivi. La maggior parte dei presunti collaboratori di Ignatova, incluso il co-fondatore di OneCoin Sebastian Greenwood, è stata arrestata. Greenwood è stato detenuto in Thailandia nel 2018. Poi è stato estradato negli Stati Uniti, dove è in attesa del processo. Il fratello minore di Ignatova, Konstantin Ignatov, è stato arrestato nel marzo 2019 a Los Angeles in relazione alla truffa. Si è dichiarato colpevole di frode e riciclaggio di denaro.
Il riciclaggio di denaro
Nel settembre del 2021 fu arrestato a Bologna un cittadino polacco di 22 anni accusato di aver commesso reati finanziari con il computer. All’apparenza era un normale fatto di cronaca. Giovanissimo, fu subito estradato nel Regno unito, dove su di lui pendeva un mandato internazionale di cattura disposto dal tribunale di Canterbury per reati finanziari connessi all'uso di criptovaluta. Il ragazzo avrebbe sfruttato la rete di sportelli automatici di Bitcoin diffusi nel Paese d'oltremanica per riciclare denaro di provenienza illecita, per poi portare le somme fuori dal paese, su conti di terzi. A ottobre dello stesso anno ecco che arriva un altro arresto, questa volta a Genova. Nella vita di tutti i giorni sembrava una tranquilla madre di famiglia, ma in realtà era un'esperta hacker appassionata anche lei di criptovalute. La donnaè stata arrestata dalla polizia Postale dopo un'attenta e complessa indagine perchè ritenuta appartenente ad un'organizzazione transnazionale dedita alle frodi informatiche, alla ricettazione e al riciclaggio. Essendo ingegnere informatico era particolarmente esperta nel creare nuove identità. Era solita ritirare in punti di recapito sempre diversi della provincia di Genova gli oggetti che acquistava sui portali di e-commerce, utilizzando fondi, carte di credito e conti bancari di ignari malcapitati.
Per eludere eventuali controlli, la donna andava nei punti di ritiro munita di documenti falsi oppure reclutava terze persone che, dietro compenso, ritiravano i pacchi al suo posto. Sono ormai casi più che normali di cronaca. Del resto la possibilità di rimanere anonimi con bitcoin ha reso la criptovaluta sempre più attraente per i criminali, in particolare per gli hacker, che chiedono spesso riscatti dopo aver rubato dati a istituzioni o organizzazioni. Il protocollo della Blockchain, infatti, su cui si basa la criptovaluta Bitcoin, ad esempio, non richiede alcuna identificazione e verifica dei partecipanti, né fornisce uno storico dei movimenti avvenuti collegati a soggetti necessariamente esistenti nel mondo reale. Secondo Chainalysis, think tank specializzato nello studio delle transazioni su blockchain, nel 2021 le attività cripto-criminali hanno raggiunto un giro d’affari che si aggira intorno ai 14 miliardi di dollari in tutto il mondo. Una cifra quasi doppia rispetto ai 7,8 miliardi dell’anno prima. sono le frodi legate all’emissione di token fasulli, i cosiddetti rug-pulls. E' un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni, ha evidenziato in un webinar dello scorso anno la società Swascan, la prima it Security Platform italiana interamente in cloud. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli 'non dichiarati'. Non dovrebbe quindi stupirci come un utente di criptovalute sia stato in grado di guadagnare circa 80.000 in meno di un giorno dopo aver acquistato un CryptoPunk per meno di un centesimo.
Nel gennaio di quest’anno la Cassazione si è espressa sulla materia, dopo l’impugnazione di una pronuncia del Tribunale di La Spezia, che aveva disposto il sequestro preventivo nei confronti del ricorrente, del profitto dei reati di autoriciclaggio contestategli; l’indagato, secondo il tribunale, aveva infatti traferito i proventi della sua attività di sfruttamento della prostituzione a società estere operanti nel settore della criptovalute, tramite bonifici in euro effettuati mediante carte intestate sia a sé, sia a dei prestanome. Le società in questione avrebbero poi provveduto ad acquistare criptovaluta (nello specifico, Bitcoin) con tali proventi, convertendo gli euro in “valuta virtuale”.
Nel caso in esame, dunque, come rilevato dalle Corte, la perdita di tracciabilità del denaro proveniente da attività criminose che caratterizza tale fattispecie è stata realizzata mediante l’acquisto di criptovaluta tramite altri soggetti, che operavano nel ruolo di exchanger. La Cassazione ha affermato che, come già stabilito in precedenti pronunce, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio «non occorre infatti che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento di denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento all’identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, ma che è sufficiente una qualsiasi attività concretamente idonea anche solo ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza». Quindi, stando alla sentenza, «il reato di autoriciclaggio risultava dunque già integrato con la preliminare operazione di cambio della valuta attuata dal ricorrente servendosi di società estere, poiché tale condotta era concretamente idonea a ostacolare l’identificazione delittuosa dei proventi utilizzati per l’acquisto dei Bitcoin».
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L’accordo di appena un anno fa, della durata di quattro stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari, è già saltato. I nerazzurri hanno dovuto rinviare la presentazione della seconda maglia. A gennaio a New York c'era chi metteva in dubbio Digitalbits.È un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli «non dichiarati». Lo speciale contiene due articoli.Dovevano essere la novità per risollevare le sorti del calcio italiano, a caccia di sponsor e soldi data la difficoltà a reperire fondi come la Premie League dove l’ultima squadra in classifica guadagna di diritti televisivi quanto l’Inter: lo Sheffield United incassa ogni anno 105,6 milioni rispetto ai 100 dei nerazzurri. Eppure i bitcoin si stanno rivelando un grosso rischio. Dopo il botto del 2021, con il record di ottobre, il 2022 si sta rivelando l’annus orribilis per le criptovalute con un calo del 40%. Bitcoin è scambiato a un prezzo intorno ai 20.000, mentre il 15 ottobre dello scorso anno arrivò a 61.000. La crisi continua. Anche se negli ultimi giorni Bank of America dato rassicurazioni ai suoi investitori. I buoni risultati del 2021 avevano convinto Inter e Roma a stingere accordi con Digitalbits una delle principali criptovalute a livello globale. Ma nelle ultime settimane la situazione ha iniziato a diventare difficile. Così a luglio è sparito il logo DigitalBits dal sito dei nerazzurri mettendo così a repentaglio l’accordo appena un anno fa, della durata di 4 stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari. A quanto pare i soldi non sono arrivati. DigitalBits non avrebbe corrisposto all’Inter parte dei pagamenti relativi agli accordi del 2021. La situazione è critica. L’inter ha rinviato la presentazione della seconda maglia, in attesa di capire come andrà avanti il braccio di ferro con l'azienda di criptovalute. E pensare che a gennaio qualche investitore aveva lanciato l’allarme su New York Times presentando una causa a New York contro la società accusando alcuni manager di avere dirottato i soldi necessari allo sviluppo dell’azienda in operazioni come le sponsorizzazioni delle squadre sportive o persino viaggi di lusso.Gli avvocati dello studio legale Ford O’Brien, che seguono l’investitore che ha sporto sostengono che dietro Digitalbit non ci sia nulla. E hanno spiegato che queste aziende «non hanno una blockchain pubblicamente accessibile o qualcos’altro da mostrare, se non accordi di sponsorizzazione da milioni di dollari e continui annunci sul fatto che “la cosa vera” è in arrivo». DigitalBits è anche lo sponsor di maglia della Roma, in base a un accordo dello scorso luglio che vale 36 milioni di euro su tre anni. Anche in questo caso oltre alla sponsorizzazione c’è il progetto di sviluppo di criptovalute e non fungible tokens per i tifosi. DigitalBits, basata alle Isole Cayman, non è l’unica realtà legata al mondo delle criptovalute che si è conquistata uno spazio nel calcio in Italia. Tra gli altri, la piattaforma di trading Binance ha fatto un accordo da 30 milioni per la sponsorizzazione della Lazio, BitMex è sponsor di manica del Milan mentre Crypto.com (anche questa una piattaforma di trading di criptovalute) è sponsor della Lega Serie A. Anche in Europa qualche squadra si è affidata alle criptovalute. Socios, società maltese, realizza fan token per oltre quaranta club, tra cui Juventus, il Milan, il Barcellona, il Paris Saint Germain. Non è la prima volta che si parla di truffe intorno ai bitcoin. A inizio luglio l'Fbi, agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, ha messo una taglia di 100mila dollari per chi offre informazioni che possano portare all'arresto dell'imprenditrice bulgara Ruja Ignatova. La regina delle crypto (come si è autodefinita), scomparsa nel 2017 dopo essere stata accusata di aver truffato 3 milioni di investitori con la sua criptovaluta per 4 miliardi di dollari. E’ è l'unica donna nella lista dei 10 criminali più ricercati al mondo. Nel 2019 è stata accusata di otto capi di imputazione, tra cui frode telematica e frode sui titoli. Cittadina tedesca che viveva in Bulgaria, Ignatova lanciò OneCoin nel 2014, con l'obiettivo di sostituire bitcoin come valuta virtuale leader nel mondo . Ha operato in tutto il mondo e 8 anni fa sosteneva di avere oltre 3 milioni di clienti. Ma a differenza di bitcoin o di altre criptovalute, OneCoin non era supportato da alcuna tecnologia di tipo blockchain pubblica, sicura e decentralizzata.La falsa criptovaluta non aveva valore reale e non poteva essere utilizzata per acquistare nulla. Le autorità statunitensi hanno definito uno dei più grandi schemi piramidali della storia e hanno affermato che Ignatova era la mente dietro la truffa. Secondo loro, ha operato come una rete di marketing multilivello e uno schema Ponzi, dove i primi investitori vengono incoraggiati a reclutare altri e quindi pagati dalle entrate degli investitori successivi. La maggior parte dei presunti collaboratori di Ignatova, incluso il co-fondatore di OneCoin Sebastian Greenwood, è stata arrestata. Greenwood è stato detenuto in Thailandia nel 2018. Poi è stato estradato negli Stati Uniti, dove è in attesa del processo. Il fratello minore di Ignatova, Konstantin Ignatov, è stato arrestato nel marzo 2019 a Los Angeles in relazione alla truffa. Si è dichiarato colpevole di frode e riciclaggio di denaro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-bitcoin-casi-riciclaggio-2657799324.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-riciclaggio-di-denaro" data-post-id="2657799324" data-published-at="1659520859" data-use-pagination="False"> Il riciclaggio di denaro Nel settembre del 2021 fu arrestato a Bologna un cittadino polacco di 22 anni accusato di aver commesso reati finanziari con il computer. All’apparenza era un normale fatto di cronaca. Giovanissimo, fu subito estradato nel Regno unito, dove su di lui pendeva un mandato internazionale di cattura disposto dal tribunale di Canterbury per reati finanziari connessi all'uso di criptovaluta. Il ragazzo avrebbe sfruttato la rete di sportelli automatici di Bitcoin diffusi nel Paese d'oltremanica per riciclare denaro di provenienza illecita, per poi portare le somme fuori dal paese, su conti di terzi. A ottobre dello stesso anno ecco che arriva un altro arresto, questa volta a Genova. Nella vita di tutti i giorni sembrava una tranquilla madre di famiglia, ma in realtà era un'esperta hacker appassionata anche lei di criptovalute. La donnaè stata arrestata dalla polizia Postale dopo un'attenta e complessa indagine perchè ritenuta appartenente ad un'organizzazione transnazionale dedita alle frodi informatiche, alla ricettazione e al riciclaggio. Essendo ingegnere informatico era particolarmente esperta nel creare nuove identità. Era solita ritirare in punti di recapito sempre diversi della provincia di Genova gli oggetti che acquistava sui portali di e-commerce, utilizzando fondi, carte di credito e conti bancari di ignari malcapitati. Per eludere eventuali controlli, la donna andava nei punti di ritiro munita di documenti falsi oppure reclutava terze persone che, dietro compenso, ritiravano i pacchi al suo posto. Sono ormai casi più che normali di cronaca. Del resto la possibilità di rimanere anonimi con bitcoin ha reso la criptovaluta sempre più attraente per i criminali, in particolare per gli hacker, che chiedono spesso riscatti dopo aver rubato dati a istituzioni o organizzazioni. Il protocollo della Blockchain, infatti, su cui si basa la criptovaluta Bitcoin, ad esempio, non richiede alcuna identificazione e verifica dei partecipanti, né fornisce uno storico dei movimenti avvenuti collegati a soggetti necessariamente esistenti nel mondo reale. Secondo Chainalysis, think tank specializzato nello studio delle transazioni su blockchain, nel 2021 le attività cripto-criminali hanno raggiunto un giro d’affari che si aggira intorno ai 14 miliardi di dollari in tutto il mondo. Una cifra quasi doppia rispetto ai 7,8 miliardi dell’anno prima. sono le frodi legate all’emissione di token fasulli, i cosiddetti rug-pulls. E' un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni, ha evidenziato in un webinar dello scorso anno la società Swascan, la prima it Security Platform italiana interamente in cloud. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli 'non dichiarati'. Non dovrebbe quindi stupirci come un utente di criptovalute sia stato in grado di guadagnare circa 80.000 in meno di un giorno dopo aver acquistato un CryptoPunk per meno di un centesimo.Nel gennaio di quest’anno la Cassazione si è espressa sulla materia, dopo l’impugnazione di una pronuncia del Tribunale di La Spezia, che aveva disposto il sequestro preventivo nei confronti del ricorrente, del profitto dei reati di autoriciclaggio contestategli; l’indagato, secondo il tribunale, aveva infatti traferito i proventi della sua attività di sfruttamento della prostituzione a società estere operanti nel settore della criptovalute, tramite bonifici in euro effettuati mediante carte intestate sia a sé, sia a dei prestanome. Le società in questione avrebbero poi provveduto ad acquistare criptovaluta (nello specifico, Bitcoin) con tali proventi, convertendo gli euro in “valuta virtuale”.Nel caso in esame, dunque, come rilevato dalle Corte, la perdita di tracciabilità del denaro proveniente da attività criminose che caratterizza tale fattispecie è stata realizzata mediante l’acquisto di criptovaluta tramite altri soggetti, che operavano nel ruolo di exchanger. La Cassazione ha affermato che, come già stabilito in precedenti pronunce, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio «non occorre infatti che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento di denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento all’identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, ma che è sufficiente una qualsiasi attività concretamente idonea anche solo ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza». Quindi, stando alla sentenza, «il reato di autoriciclaggio risultava dunque già integrato con la preliminare operazione di cambio della valuta attuata dal ricorrente servendosi di società estere, poiché tale condotta era concretamente idonea a ostacolare l’identificazione delittuosa dei proventi utilizzati per l’acquisto dei Bitcoin».
Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.
Elon Musk (Ansa)
L’estensione del «villaggio globale» teorizzata negli anni Sessanta si compie oggi, a maggior ragione se pensiamo che grazie all’Intelligenza artificiale saranno possibili fra poco anche le traduzioni di audio e video in tempo reale e in alta qualità. Stiamo così assistendo al superamento della vecchia idea di esperanto e all’approdo ad una sorta di lingua unica universale basata sulla trasformazione a posteriori del discorso realizzata da un agente terzo robotico, con conseguente perdita di rilievo della conoscenza umana delle lingue straniere.
Ciò comporta a tutti gli effetti la nascita di un vero ambiente globale condiviso non basato sulle cose ma sulle idee, una vera e propria nuova fase di quella «Galassia Gutenberg» nata mezzo millennio fa. Le implicazioni pratiche e teoriche sono enormi: la creazione di un ambiente unico delle idee modificherà la natura delle idee stesse rendendole necessariamente più astratte ma, allo stesso tempo, più sottoposte a vaglio critico. La comunicazione cessa di essere veicolo di contenuti stabiliti altrove sulla base di precise linee ideologiche o narrative e diventa essa stessa il nuovo spazio pubblico basato sull’astrazione e sulla contaminazione. In questo modo media, accademia, ambito ristretto degli «esperti», agenzie di validazione e loro ripetitori, perdono il monopolio del riconoscimento a priori a scapito di una riscrittura delle gerarchie narrative in base alla quale ogni contenuto teorico è esposto a un approccio critico esteso da parte di una platea globale. L’attendibilità non cesserà affatto di essere un valore, ma sarà costantemente messa alla prova e vedrà svanire ogni struttura formale di attribuzione di autorevolezza a priori. Certo, tutto ciò non comporterà la fine immediata dei festival culturali pagati con soldi pubblici e riservati a esponenti appartenenti a quel mondo culturale costruito dai centri di validazione gramsciana, ma ne provocherà la rapida deriva verso la giusta irrilevanza che, si spera, possa costituire il presupposto necessario per la loro graduale scomparsa. Il tramonto, o almeno la riscrittura essenziale, dell’argumentum ab auctoritate rappresenta, per converso, una ricentralizzazione della pura forza dell’argomento ed un superamento delle rendite di posizione culturale: titoli, appartenenze istituzionali e «prestigio culturale», costruito molto spesso in base a mere dinamiche economico-editoriali, diventano così irrilevanti di fronte alla forza intrinseca dell’argomentazione calata in una reale arena aperta.
Quando coerenza interna degli argomenti e capacità persuasiva delle fonti non subiscono più i filtri verticistici dell’ambiente intellettuale, le teorie della comunicazione prosperate durante il Novecento e plasmate sull’idea di «propaganda» cessano di esercitare il proprio ruolo. In pratica è ciò che sta accadendo quando i manifestanti pro-Maduro incontrano dei venezuelani veri o quando i radical chic, sulle loro barche a vela, corrono a Cuba a sostenere un popolo alla fame stando nelle piscine degli hotel a cinque stelle: il senso narrativo e la «presa di coscienza» politica, figlie del marxismo, lasciano il posto al dato del reale, non più ignorato dal singolo inviato speciale amico o parente dei manifestanti, ma ripreso in diretta dagli smartphone e rilanciato in tempo reale sui social.
Attenzione però, sarebbe un errore indulgere in ingenui ottimismi e non scorgere i rischi intrinseci di questo nuovo assetto il quale ci porta direttamente a un bivio: da una parte il trionfo della forza argomentativa in un ambiente equo e privo di condizionamenti, dall’altra il dominio delle tecniche narrative sofisticate basate su appeal emotivo, contaminazioni multimediali, strategie di viralità e manipolazione algoritmica. Di fronte a questi rischi sarebbe tuttavia un errore cercare i rimedi nella vecchia «etica della comunicazione» del recentemente scomparso Jürgen Habermas. Resi obsoleti sia il «modello lineare» sia l’«agire comunicativo» ogni tentativo di filtrare la comunicazione a monte assume un semplice e preciso significato: quello della censura. Sfera pubblica e sovranità devono dunque essere ripensati alla luce di un’arena discorsiva che non conosce più né confini, né gatekeeper, né tantomeno fact-checker, un’arena discorsiva che non può essere tecnicamente arginata né algoreticamente condizionata. L’unica risposta possibile consiste dunque nell’insegnamento esteso degli strumenti logici, filosofici, informatici e culturali atti a mettere l’utente umano nelle condizioni di conoscere questo nuovo ambiente, e ciò a partire dai bambini. Solo così si può pensare di piegare la tecnologia verso un esito umano e non l’uomo verso un esito tecnologico, lasciando i provvedimenti basati su limiti di età e censure di Stato al Novecento al quale appartengono.
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Le storie del tredicenne di Bergamo che accoltella la professoressa di francese tentando di ucciderla e del diciassettenne di Pescara trasferitosi a Perugia che progettava una strage in stile Columbine High School, se analizzate con lucidità, demoliscono abbastanza velocemente tutte le banalità e gli stereotipi che vengono ribaditi in queste ore a proposito della fragilità e della sofferenza dei minorenni. I due ragazzini in questione, soprattutto il secondo, hanno affrontato un percorso abbastanza simile a quello percorso anni fa da europei di origine mediorientale che si sono arruolati nelle file dello Stato islamico e sono andati a morire in Siria come se si trattasse di partecipare a un gigantesco videogioco. Si sono isolati e distaccati completamente dalla realtà, immergendosi in un mondo digitale pieno di manipolatori feroci e di coetanei rabbiosi con cui fomentarsi a vicenda. L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.
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I lavori in corso in numerosi cantieri, tutti attivi nel Burgraviato, procedevano a pieno ritmo nonostante una forza lavoro che, almeno stando ai libri contabili, poteva contare su un esiguo numero di operai.
La circostanza ha insospettivo i finanzieri del Comando Provinciale di Bolzano che, con gli ispettori dell’Inps, hanno deciso di approfondire la posizione di due aziende edili, una società e una ditta individuale, riconducibili alla medesima compagine gestionale.
L’attività di controllo, condotta dalla Compagnia di Merano, ha consentito l’identificazione delle maestranze effettivamente impiegate e l’acquisizione di documentazione utile a riscontrare la regolarità della loro assunzione e le modalità di corresponsione delle retribuzioni.
Gli approfondimenti hanno fatto emergere come, accanto a un esiguo numero di personale regolarmente assunto, vi fossero ben 62 lavoratori che venivano impiegati per alcuni periodi totalmente in nero e, per altri, in modo irregolare.
Per 14 di loro, le Fiamme gialle hanno accertato l’impiego lavorativo pur risultando formalmente inoccupati e per questa ragione destinatari della Naspi, l’indennità di disoccupazione. In un caso è stato identificato un operaio regolarmente al lavoro, nonostante risultasse in malattia.
Il sistema si reggeva su un vorticoso giro di contanti, utilizzati per corrispondere le paghe ai lavoratori non regolarmente assunti, in violazione dell’obbligo di tracciabilità dei pagamenti, oltre che sul sistematico aggiramento degli obblighi di versamento degli oneri previdenziali e contributivi: la Guardia di finanza ha accertato l’omesso versamento di contributi per oltre 270 mila euro.
A conclusione dell’attività ispettiva, sono state comminate sanzioni amministrative per un importo di oltre 130 mila euro ed è stato adottato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, come previsto dal Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.
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