True
2022-08-10
La crisi dei Bitcoin, dai mancati pagamenti all'Inter ai casi di riciclaggio
True
Dovevano essere la novità per risollevare le sorti del calcio italiano, a caccia di sponsor e soldi data la difficoltà a reperire fondi come la Premie League dove l’ultima squadra in classifica guadagna di diritti televisivi quanto l’Inter: lo Sheffield United incassa ogni anno 105,6 milioni rispetto ai 100 dei nerazzurri. Eppure i bitcoin si stanno rivelando un grosso rischio. Dopo il botto del 2021, con il record di ottobre, il 2022 si sta rivelando l’annus orribilis per le criptovalute con un calo del 40%. Bitcoin è scambiato a un prezzo intorno ai 20.000, mentre il 15 ottobre dello scorso anno arrivò a 61.000. La crisi continua. Anche se negli ultimi giorni Bank of America dato rassicurazioni ai suoi investitori.
I buoni risultati del 2021 avevano convinto Inter e Roma a stingere accordi con Digitalbits una delle principali criptovalute a livello globale. Ma nelle ultime settimane la situazione ha iniziato a diventare difficile. Così a luglio è sparito il logo DigitalBits dal sito dei nerazzurri mettendo così a repentaglio l’accordo appena un anno fa, della durata di 4 stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari. A quanto pare i soldi non sono arrivati. DigitalBits non avrebbe corrisposto all’Inter parte dei pagamenti relativi agli accordi del 2021. La situazione è critica. L’inter ha rinviato la presentazione della seconda maglia, in attesa di capire come andrà avanti il braccio di ferro con l'azienda di criptovalute. E pensare che a gennaio qualche investitore aveva lanciato l’allarme su New York Times presentando una causa a New York contro la società accusando alcuni manager di avere dirottato i soldi necessari allo sviluppo dell’azienda in operazioni come le sponsorizzazioni delle squadre sportive o persino viaggi di lusso.
Gli avvocati dello studio legale Ford O’Brien, che seguono l’investitore che ha sporto sostengono che dietro Digitalbit non ci sia nulla. E hanno spiegato che queste aziende «non hanno una blockchain pubblicamente accessibile o qualcos’altro da mostrare, se non accordi di sponsorizzazione da milioni di dollari e continui annunci sul fatto che “la cosa vera” è in arrivo». DigitalBits è anche lo sponsor di maglia della Roma, in base a un accordo dello scorso luglio che vale 36 milioni di euro su tre anni. Anche in questo caso oltre alla sponsorizzazione c’è il progetto di sviluppo di criptovalute e non fungible tokens per i tifosi. DigitalBits, basata alle Isole Cayman, non è l’unica realtà legata al mondo delle criptovalute che si è conquistata uno spazio nel calcio in Italia. Tra gli altri, la piattaforma di trading Binance ha fatto un accordo da 30 milioni per la sponsorizzazione della Lazio, BitMex è sponsor di manica del Milan mentre Crypto.com (anche questa una piattaforma di trading di criptovalute) è sponsor della Lega Serie A. Anche in Europa qualche squadra si è affidata alle criptovalute. Socios, società maltese, realizza fan token per oltre quaranta club, tra cui Juventus, il Milan, il Barcellona, il Paris Saint Germain. Non è la prima volta che si parla di truffe intorno ai bitcoin.
A inizio luglio l'Fbi, agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, ha messo una taglia di 100mila dollari per chi offre informazioni che possano portare all'arresto dell'imprenditrice bulgara Ruja Ignatova. La regina delle crypto (come si è autodefinita), scomparsa nel 2017 dopo essere stata accusata di aver truffato 3 milioni di investitori con la sua criptovaluta per 4 miliardi di dollari. E’ è l'unica donna nella lista dei 10 criminali più ricercati al mondo. Nel 2019 è stata accusata di otto capi di imputazione, tra cui frode telematica e frode sui titoli. Cittadina tedesca che viveva in Bulgaria, Ignatova lanciò OneCoin nel 2014, con l'obiettivo di sostituire bitcoin come valuta virtuale leader nel mondo . Ha operato in tutto il mondo e 8 anni fa sosteneva di avere oltre 3 milioni di clienti. Ma a differenza di bitcoin o di altre criptovalute, OneCoin non era supportato da alcuna tecnologia di tipo blockchain pubblica, sicura e decentralizzata.
La falsa criptovaluta non aveva valore reale e non poteva essere utilizzata per acquistare nulla. Le autorità statunitensi hanno definito uno dei più grandi schemi piramidali della storia e hanno affermato che Ignatova era la mente dietro la truffa. Secondo loro, ha operato come una rete di marketing multilivello e uno schema Ponzi, dove i primi investitori vengono incoraggiati a reclutare altri e quindi pagati dalle entrate degli investitori successivi. La maggior parte dei presunti collaboratori di Ignatova, incluso il co-fondatore di OneCoin Sebastian Greenwood, è stata arrestata. Greenwood è stato detenuto in Thailandia nel 2018. Poi è stato estradato negli Stati Uniti, dove è in attesa del processo. Il fratello minore di Ignatova, Konstantin Ignatov, è stato arrestato nel marzo 2019 a Los Angeles in relazione alla truffa. Si è dichiarato colpevole di frode e riciclaggio di denaro.
Il riciclaggio di denaro
Nel settembre del 2021 fu arrestato a Bologna un cittadino polacco di 22 anni accusato di aver commesso reati finanziari con il computer. All’apparenza era un normale fatto di cronaca. Giovanissimo, fu subito estradato nel Regno unito, dove su di lui pendeva un mandato internazionale di cattura disposto dal tribunale di Canterbury per reati finanziari connessi all'uso di criptovaluta. Il ragazzo avrebbe sfruttato la rete di sportelli automatici di Bitcoin diffusi nel Paese d'oltremanica per riciclare denaro di provenienza illecita, per poi portare le somme fuori dal paese, su conti di terzi. A ottobre dello stesso anno ecco che arriva un altro arresto, questa volta a Genova. Nella vita di tutti i giorni sembrava una tranquilla madre di famiglia, ma in realtà era un'esperta hacker appassionata anche lei di criptovalute. La donnaè stata arrestata dalla polizia Postale dopo un'attenta e complessa indagine perchè ritenuta appartenente ad un'organizzazione transnazionale dedita alle frodi informatiche, alla ricettazione e al riciclaggio. Essendo ingegnere informatico era particolarmente esperta nel creare nuove identità. Era solita ritirare in punti di recapito sempre diversi della provincia di Genova gli oggetti che acquistava sui portali di e-commerce, utilizzando fondi, carte di credito e conti bancari di ignari malcapitati.
Per eludere eventuali controlli, la donna andava nei punti di ritiro munita di documenti falsi oppure reclutava terze persone che, dietro compenso, ritiravano i pacchi al suo posto. Sono ormai casi più che normali di cronaca. Del resto la possibilità di rimanere anonimi con bitcoin ha reso la criptovaluta sempre più attraente per i criminali, in particolare per gli hacker, che chiedono spesso riscatti dopo aver rubato dati a istituzioni o organizzazioni. Il protocollo della Blockchain, infatti, su cui si basa la criptovaluta Bitcoin, ad esempio, non richiede alcuna identificazione e verifica dei partecipanti, né fornisce uno storico dei movimenti avvenuti collegati a soggetti necessariamente esistenti nel mondo reale. Secondo Chainalysis, think tank specializzato nello studio delle transazioni su blockchain, nel 2021 le attività cripto-criminali hanno raggiunto un giro d’affari che si aggira intorno ai 14 miliardi di dollari in tutto il mondo. Una cifra quasi doppia rispetto ai 7,8 miliardi dell’anno prima. sono le frodi legate all’emissione di token fasulli, i cosiddetti rug-pulls. E' un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni, ha evidenziato in un webinar dello scorso anno la società Swascan, la prima it Security Platform italiana interamente in cloud. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli 'non dichiarati'. Non dovrebbe quindi stupirci come un utente di criptovalute sia stato in grado di guadagnare circa 80.000 in meno di un giorno dopo aver acquistato un CryptoPunk per meno di un centesimo.
Nel gennaio di quest’anno la Cassazione si è espressa sulla materia, dopo l’impugnazione di una pronuncia del Tribunale di La Spezia, che aveva disposto il sequestro preventivo nei confronti del ricorrente, del profitto dei reati di autoriciclaggio contestategli; l’indagato, secondo il tribunale, aveva infatti traferito i proventi della sua attività di sfruttamento della prostituzione a società estere operanti nel settore della criptovalute, tramite bonifici in euro effettuati mediante carte intestate sia a sé, sia a dei prestanome. Le società in questione avrebbero poi provveduto ad acquistare criptovaluta (nello specifico, Bitcoin) con tali proventi, convertendo gli euro in “valuta virtuale”.
Nel caso in esame, dunque, come rilevato dalle Corte, la perdita di tracciabilità del denaro proveniente da attività criminose che caratterizza tale fattispecie è stata realizzata mediante l’acquisto di criptovaluta tramite altri soggetti, che operavano nel ruolo di exchanger. La Cassazione ha affermato che, come già stabilito in precedenti pronunce, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio «non occorre infatti che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento di denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento all’identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, ma che è sufficiente una qualsiasi attività concretamente idonea anche solo ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza». Quindi, stando alla sentenza, «il reato di autoriciclaggio risultava dunque già integrato con la preliminare operazione di cambio della valuta attuata dal ricorrente servendosi di società estere, poiché tale condotta era concretamente idonea a ostacolare l’identificazione delittuosa dei proventi utilizzati per l’acquisto dei Bitcoin».
Continua a leggereRiduci
L’accordo di appena un anno fa, della durata di quattro stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari, è già saltato. I nerazzurri hanno dovuto rinviare la presentazione della seconda maglia. A gennaio a New York c'era chi metteva in dubbio Digitalbits.È un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli «non dichiarati». Lo speciale contiene due articoli.Dovevano essere la novità per risollevare le sorti del calcio italiano, a caccia di sponsor e soldi data la difficoltà a reperire fondi come la Premie League dove l’ultima squadra in classifica guadagna di diritti televisivi quanto l’Inter: lo Sheffield United incassa ogni anno 105,6 milioni rispetto ai 100 dei nerazzurri. Eppure i bitcoin si stanno rivelando un grosso rischio. Dopo il botto del 2021, con il record di ottobre, il 2022 si sta rivelando l’annus orribilis per le criptovalute con un calo del 40%. Bitcoin è scambiato a un prezzo intorno ai 20.000, mentre il 15 ottobre dello scorso anno arrivò a 61.000. La crisi continua. Anche se negli ultimi giorni Bank of America dato rassicurazioni ai suoi investitori. I buoni risultati del 2021 avevano convinto Inter e Roma a stingere accordi con Digitalbits una delle principali criptovalute a livello globale. Ma nelle ultime settimane la situazione ha iniziato a diventare difficile. Così a luglio è sparito il logo DigitalBits dal sito dei nerazzurri mettendo così a repentaglio l’accordo appena un anno fa, della durata di 4 stagioni e per un totale di 85 milioni di dollari. A quanto pare i soldi non sono arrivati. DigitalBits non avrebbe corrisposto all’Inter parte dei pagamenti relativi agli accordi del 2021. La situazione è critica. L’inter ha rinviato la presentazione della seconda maglia, in attesa di capire come andrà avanti il braccio di ferro con l'azienda di criptovalute. E pensare che a gennaio qualche investitore aveva lanciato l’allarme su New York Times presentando una causa a New York contro la società accusando alcuni manager di avere dirottato i soldi necessari allo sviluppo dell’azienda in operazioni come le sponsorizzazioni delle squadre sportive o persino viaggi di lusso.Gli avvocati dello studio legale Ford O’Brien, che seguono l’investitore che ha sporto sostengono che dietro Digitalbit non ci sia nulla. E hanno spiegato che queste aziende «non hanno una blockchain pubblicamente accessibile o qualcos’altro da mostrare, se non accordi di sponsorizzazione da milioni di dollari e continui annunci sul fatto che “la cosa vera” è in arrivo». DigitalBits è anche lo sponsor di maglia della Roma, in base a un accordo dello scorso luglio che vale 36 milioni di euro su tre anni. Anche in questo caso oltre alla sponsorizzazione c’è il progetto di sviluppo di criptovalute e non fungible tokens per i tifosi. DigitalBits, basata alle Isole Cayman, non è l’unica realtà legata al mondo delle criptovalute che si è conquistata uno spazio nel calcio in Italia. Tra gli altri, la piattaforma di trading Binance ha fatto un accordo da 30 milioni per la sponsorizzazione della Lazio, BitMex è sponsor di manica del Milan mentre Crypto.com (anche questa una piattaforma di trading di criptovalute) è sponsor della Lega Serie A. Anche in Europa qualche squadra si è affidata alle criptovalute. Socios, società maltese, realizza fan token per oltre quaranta club, tra cui Juventus, il Milan, il Barcellona, il Paris Saint Germain. Non è la prima volta che si parla di truffe intorno ai bitcoin. A inizio luglio l'Fbi, agenzia governativa di polizia federale degli Stati Uniti, ha messo una taglia di 100mila dollari per chi offre informazioni che possano portare all'arresto dell'imprenditrice bulgara Ruja Ignatova. La regina delle crypto (come si è autodefinita), scomparsa nel 2017 dopo essere stata accusata di aver truffato 3 milioni di investitori con la sua criptovaluta per 4 miliardi di dollari. E’ è l'unica donna nella lista dei 10 criminali più ricercati al mondo. Nel 2019 è stata accusata di otto capi di imputazione, tra cui frode telematica e frode sui titoli. Cittadina tedesca che viveva in Bulgaria, Ignatova lanciò OneCoin nel 2014, con l'obiettivo di sostituire bitcoin come valuta virtuale leader nel mondo . Ha operato in tutto il mondo e 8 anni fa sosteneva di avere oltre 3 milioni di clienti. Ma a differenza di bitcoin o di altre criptovalute, OneCoin non era supportato da alcuna tecnologia di tipo blockchain pubblica, sicura e decentralizzata.La falsa criptovaluta non aveva valore reale e non poteva essere utilizzata per acquistare nulla. Le autorità statunitensi hanno definito uno dei più grandi schemi piramidali della storia e hanno affermato che Ignatova era la mente dietro la truffa. Secondo loro, ha operato come una rete di marketing multilivello e uno schema Ponzi, dove i primi investitori vengono incoraggiati a reclutare altri e quindi pagati dalle entrate degli investitori successivi. La maggior parte dei presunti collaboratori di Ignatova, incluso il co-fondatore di OneCoin Sebastian Greenwood, è stata arrestata. Greenwood è stato detenuto in Thailandia nel 2018. Poi è stato estradato negli Stati Uniti, dove è in attesa del processo. Il fratello minore di Ignatova, Konstantin Ignatov, è stato arrestato nel marzo 2019 a Los Angeles in relazione alla truffa. Si è dichiarato colpevole di frode e riciclaggio di denaro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-bitcoin-casi-riciclaggio-2657799324.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-riciclaggio-di-denaro" data-post-id="2657799324" data-published-at="1659520859" data-use-pagination="False"> Il riciclaggio di denaro Nel settembre del 2021 fu arrestato a Bologna un cittadino polacco di 22 anni accusato di aver commesso reati finanziari con il computer. All’apparenza era un normale fatto di cronaca. Giovanissimo, fu subito estradato nel Regno unito, dove su di lui pendeva un mandato internazionale di cattura disposto dal tribunale di Canterbury per reati finanziari connessi all'uso di criptovaluta. Il ragazzo avrebbe sfruttato la rete di sportelli automatici di Bitcoin diffusi nel Paese d'oltremanica per riciclare denaro di provenienza illecita, per poi portare le somme fuori dal paese, su conti di terzi. A ottobre dello stesso anno ecco che arriva un altro arresto, questa volta a Genova. Nella vita di tutti i giorni sembrava una tranquilla madre di famiglia, ma in realtà era un'esperta hacker appassionata anche lei di criptovalute. La donnaè stata arrestata dalla polizia Postale dopo un'attenta e complessa indagine perchè ritenuta appartenente ad un'organizzazione transnazionale dedita alle frodi informatiche, alla ricettazione e al riciclaggio. Essendo ingegnere informatico era particolarmente esperta nel creare nuove identità. Era solita ritirare in punti di recapito sempre diversi della provincia di Genova gli oggetti che acquistava sui portali di e-commerce, utilizzando fondi, carte di credito e conti bancari di ignari malcapitati. Per eludere eventuali controlli, la donna andava nei punti di ritiro munita di documenti falsi oppure reclutava terze persone che, dietro compenso, ritiravano i pacchi al suo posto. Sono ormai casi più che normali di cronaca. Del resto la possibilità di rimanere anonimi con bitcoin ha reso la criptovaluta sempre più attraente per i criminali, in particolare per gli hacker, che chiedono spesso riscatti dopo aver rubato dati a istituzioni o organizzazioni. Il protocollo della Blockchain, infatti, su cui si basa la criptovaluta Bitcoin, ad esempio, non richiede alcuna identificazione e verifica dei partecipanti, né fornisce uno storico dei movimenti avvenuti collegati a soggetti necessariamente esistenti nel mondo reale. Secondo Chainalysis, think tank specializzato nello studio delle transazioni su blockchain, nel 2021 le attività cripto-criminali hanno raggiunto un giro d’affari che si aggira intorno ai 14 miliardi di dollari in tutto il mondo. Una cifra quasi doppia rispetto ai 7,8 miliardi dell’anno prima. sono le frodi legate all’emissione di token fasulli, i cosiddetti rug-pulls. E' un mercato senza controlli e senza restrizioni sugli importi delle transazioni, ha evidenziato in un webinar dello scorso anno la società Swascan, la prima it Security Platform italiana interamente in cloud. Quindi per i criminali diventa facilissimo acquistare, rivendere e spostare la crittografia anche in altri portafogli 'non dichiarati'. Non dovrebbe quindi stupirci come un utente di criptovalute sia stato in grado di guadagnare circa 80.000 in meno di un giorno dopo aver acquistato un CryptoPunk per meno di un centesimo.Nel gennaio di quest’anno la Cassazione si è espressa sulla materia, dopo l’impugnazione di una pronuncia del Tribunale di La Spezia, che aveva disposto il sequestro preventivo nei confronti del ricorrente, del profitto dei reati di autoriciclaggio contestategli; l’indagato, secondo il tribunale, aveva infatti traferito i proventi della sua attività di sfruttamento della prostituzione a società estere operanti nel settore della criptovalute, tramite bonifici in euro effettuati mediante carte intestate sia a sé, sia a dei prestanome. Le società in questione avrebbero poi provveduto ad acquistare criptovaluta (nello specifico, Bitcoin) con tali proventi, convertendo gli euro in “valuta virtuale”.Nel caso in esame, dunque, come rilevato dalle Corte, la perdita di tracciabilità del denaro proveniente da attività criminose che caratterizza tale fattispecie è stata realizzata mediante l’acquisto di criptovaluta tramite altri soggetti, che operavano nel ruolo di exchanger. La Cassazione ha affermato che, come già stabilito in precedenti pronunce, ai fini dell’integrazione del reato di autoriciclaggio «non occorre infatti che l’agente ponga in essere una condotta di impiego, sostituzione o trasferimento di denaro, beni o altre utilità che comporti un assoluto impedimento all’identificazione della provenienza delittuosa degli stessi, ma che è sufficiente una qualsiasi attività concretamente idonea anche solo ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza». Quindi, stando alla sentenza, «il reato di autoriciclaggio risultava dunque già integrato con la preliminare operazione di cambio della valuta attuata dal ricorrente servendosi di società estere, poiché tale condotta era concretamente idonea a ostacolare l’identificazione delittuosa dei proventi utilizzati per l’acquisto dei Bitcoin».
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
Continua a leggereRiduci
«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.