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2022-12-23
Covid e farmaci, la Cina è il tappo del mondo
Ansa
In Germania scarseggiano antidolorifici, antibiotici, supposte, spray nasali, ma anche medicinali per la cura del cancro e immunosoppressori. Tanto, per un Paese che fino a una decina di anni fa era considerato la farmacia d’Europa. Berlino, infatti, negli anni immediatamente dopo la riunificazione, aveva sommato alla tecnologia dell’Ovest la tradizione dell’Est, conquistando in poco tempo gli scaffali del Vecchio Continente. Il modello merkeliano hai, poi, spinto l’industria alla delocalizzazione, rinunciando alla sovranità nazionale. Così come ha optato per lo spegnimento delle centrali nucleari a favore di una quasi totale dipendenza dal gas russo, così ha scelto di affidarsi in gran parte alla filiera cinese con una spruzzata di rapporti con la struttura produttiva indiana.
Di conseguenza, oggi, il motivo principale della carenza di farmaci in Germania - spiega un interessante articolo della Bild - è da ricondurre al fatto che l’80% (ma quando si tratta di antibiotici la percentuale arriva addirittura a toccare il 100%) dei medicinali venduti nel Paese sono generici che, per motivi di costo, sono prodotti per la maggior parte in Cina, dove le fabbriche spesso sono chiuse a causa del Covid oppure dove le navi non sono più autorizzate a fare scalo. «È per questo motivo», prosegue il giornale tedesco, «che la fornitura si ferma.
L’alternativa per avere i medicinali è fare ricorso a quelli prodotti in Europa dove, però, la produzione degli equivalenti è troppo costosa e si assiste al fenomeno di un numero sempre più rilevante di aziende che si ritirano dal mercato, con inevitabili conseguenze a livello internazionale, prima tra tutte la rarefazione dei prodotti sul mercato. E il timore, secondo gli esperti, è che la situazione possa peggiorare. Esattamente come sta avvenendo in Italia. La prima volta che Flaminia Camilletti si è occupata del tema su queste colonne (novembre 2021), la lista dei prodotti carenti contava 700 nomi. Dopo un anno, l’elenco è più che triplicato.
Nella lista dei 2.500 blister fantasma oggi troviamo gli antibiotici (principalmente Augmentin a base di amoxicillina e Zitromax, a base di azitromicina), il paracetamolo, l’ibuprofene e altri. Ciclicamente, ma costantemente irreperibili dalle nostre farmacie. L’allarme è stato riportato da quasi tutte le testate, ma sulle ragioni di questo shortage poco o nulla è stato detto. Nelle ultime settimane si è fatto riferimento ai rincari energetici che hanno messo in difficoltà i trasporti e, quindi, l’approvvigionamento.
Senza dubbio la crisi dei prezzi dell’energia fa salire i costi operativi e molti produttori non riescono ad assorbire i rincari. Secondo Nomisma, il costo di principi attivi ed eccipienti risulta in crescita del 26,5%, quello dei trasporti del 100% (il prezzo di noleggio di un container ha subito un incremento del 131% tra il primo semestre 2020 e il primo semestre 2022), quello dell’energia del 300%. Questo dopo un triennio nel corso del quale le aziende hanno dovuto assorbire importanti pressioni di prezzo lungo la catena di approvvigionamento.
Ma l’offshoring dei principi attivi è iniziato già da anni e, per quanto riguarda il paracetamolo, per esempio, l’ultimo stabilimento europeo che lo produceva ha chiuso nel 2008. Ne segue che, alla data odierna, l’Europa dipende al 74% dalle forniture provenienti dall’Asia. L’India a sua volta, maggior produttore mondiale di farmaci generici, dipende dalla Cina per l’80% dei suoi principi attivi farmaceutici. Durante i picchi di epidemia è emerso chiaramente che questa condizione mette a rischio i sistemi sanitari europei. Li mette a rischio in modo strutturale, perché, quando il dentifricio è uscito dal tubetto, è molto difficile rimetterlo dentro.
O, meglio, dovremmo ricostruire tutta la filiera. Ipotesi che vale la pena prendere in considerazione, ma che in ogni caso non risolve la carenza nel breve termine.
Ne segue che tramite Covid, la Cina si sta dimostrando il tappo della globalizzazione. Da un lato, riesce a tenere in pugno una lunga lista di materie prime, compresi i metalli industriali, e dall’altra è ancora in grado di stupire gli altri mercati. Se di colpo dovesse abbandonare la strategia del Covid zero, la Federal Reserve americana non potrà interrompere la restrizione monetaria.
Dunque, o Pechino blocca la produzione degli altri Paesi a monte oppure li spingerà a cercare artificialmente la strada della recessione. Certo, restano due domande da porsi. Per quanto tempo Xi Jinping riuscirà a gestire i lockdown generalizzati e a maglie iper strette? L’inflazione sta colpendo i Paesi del Nord Africa e della fascia alta sub sahariana: in caso di rivolte e cambi di governo, la Cina saprà gestire i cambi di regime o rischierà di perdere la finestra sulle riserve mondiali di materie prime?
Gli Usa approfittano del disastro di Xi per dargli i vaccini «buoni». Cioè i loro
Ospedali in emergenza, terapie intensive al collasso, forni crematori stracolmi, pericolo di nuove varianti letali. Nel frattempo, i bollettini ufficiali della Cina, per due giorni consecutivi, hanno dichiarato zero morti di Covid. Il cambio di strategia del Dragone non è rilevante solo sul piano sanitario. Certo, tutti sono curiosi di capire quale impatto avrà l’inarrestabile variante Omicron sul Paese che, con i suoi lockdown, doveva aver azzerato la circolazione del virus - ma altresì le possibilità d’immunizzazione naturale, a fronte della cilecca del suo vaccino.
La faccenda ha acquisito soprattutto un risvolto geopolitico: le difficoltà del regime di Xi Jinping, che ha dovuto precipitosamente abbandonare la politica del Covid zero, forse senza possedere gli strumenti per arrivare a una pacifica coesistenza con il Sars-Cov-2, potrebbero determinare un inatteso capovolgimento storico.
All’inizio, in modo tanto clamoroso quanto sospetto, la Cina aveva suscitato l’ammirazione delle autorità sanitarie globali. Il gruppo di delegati Oms, recatisi in viaggio nei luoghi dei primi focolai, a febbraio 2020, la elogiarono per aver attuato «il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia». Essa, anziché lasciarsi travolgere dalla crisi, l’aveva sfruttata per intralciare la corsa della locomotiva americana. Così, mentre gli indicatori di benessere dell’Occidente precipitavano, il Dragone, vantandosi di aver arrestato la circolazione del virus con capillari e inflessibili chiusure, in pochi mesi era tornato a galoppare. Quasi tre anni dopo, i rapporti di forza si sono ribaltati. E a Washington ne sono consapevoli. L’Institute for health metrics and evaluation, centro studi della capitale Usa, pronostica fino a mezzo milione di decessi causati dal Covid. Intanto, ieri, il South China Morning Post, giornale di Hong Kong, ha pubblicato un articolo che riportava le dichiarazioni di alcuni esperti statunitensi. Dai quali è partito un appello: Pechino dovrebbe procurarsi i vaccini a mRna. Cioè, quelli occidentali. Prodotti dagli stessi Usa (nel caso di Comirnaty, in collaborazione con i tedeschi di Biontech).
Ora, le osservazioni degli scienziati, rilanciate dal foglio dell’ex colonia inglese, contengono indubbiamente un fondo di verità: i farmaci che abbiamo usato in Europa e Nord America hanno contribuito a limitare le conseguenze del Covid sulle fasce più fragili della popolazione, a differenza dei deludenti sieri cinesi. Ma quelle affermazioni cadono «a cecio», nel contesto di una guerra ibrida in cui ciascun contendente, come nota Lucio Caracciolo nel suo ultimo libro, si è posto l’obiettivo di scardinare dall’interno il sistema rivale. Al di là dell’interesse commerciale che può aver maturato la Casa Bianca - istruita all’uopo da Big pharma, in cerca di nuovi sbocchi per fiale via via meno desiderate - nei confronti dell’enorme mercato del Dragone, l’amministrazione Biden starà intravedendo l’opportunità di assestare un colpo mortale alla narrativa autocelebrativa di Xi. Se, dopo aver investito un tale capitale politico sulla chimera del Covid zero, il presidente dovesse persino risolversi a comprare i vaccini a stelle e strisce, lo smacco strategico sarebbe integrale. Minaccerebbe l’intera impalcatura con la quale il regime ha consolidato la propria legittimità. Ieri, inoltre, Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha chiesto alla Cina di condividere le informazioni sulla nuova ondata di Covid. «È importante per tutti i paesi, inclusa la Cina, concentrarsi sulle vaccinazioni, sul rendere i test e le cure disponibili ed è importante condividere le informazioni con il mondo perché le implicazioni vanno al di là della Cina».
È in tale quadro che va collocata la campagna terroristica sul pericolo che emerga un nuovo ceppo di coronavirus. Perciò merita di essere sottolineato il mutato atteggiamento dell’Organizzazione mondiale della sanità verso il Dragone. Ricordavamo le lodi sperticate del 2020; né possiamo dimenticare la connivenza con le reticenze cinesi del direttore generale dell’agenzia, Tedros Adhanom. A nessuno sfugge, poi, che il soft power del regime penetrò a fondo nell’Italia dell’esecutivo giallorosso, capofila occidentale dei lockdown alla cinese.
Adesso, l’Oms si è messa a contestare i dati cinesi. A bacchettare è Mike Ryan: «Non vorrei dire che la Cina sta deliberatamente omettendo di informarci sulla situazione», ha insinuato. «Penso che siano dietro la curva» dei contagi.
Ancora una volta, l’ente si sta rivelando uno specchietto per le allodole: il terreno per i conflitti asimmetrici tra Stati ai ferri corti. Evidentemente, gli Usa stanno prendendo le contromisure alla capacità cinese di influenzare le istituzioni multilaterali, rivelatasi utilissima nel 2020. Ma che Xi e soci non raccontassero tutta la verità si era capito da un pezzo. Non ci hanno nascosto informazioni cruciali, alla fine del 2019, quando era chiaro che a Wuhan stesse succedendo qualcosa di grave? Di quelle omissioni, nessuno ha chiesto conto. E com’è possibile che i bollettini di Pechino, accettati senza un fiato fino ad oggi, o, almeno, finché è stato mantenuto il mantra delle chiusure, siano all’improvviso diventati inaffidabili? Quanto al calcolo delle vittime del Sars-Cov-2, la Cina sta applicando, sicuramente in modo molto spregiudicato, lo stratagemma di cui, comunque, s’è discusso a lungo pure alle nostre latitudini: distinguere i morti per Covid dai morti con il Covid, stroncati da altre patologie.
Quali molle sono scattate? Quali equilibri si sono alterati, perché il Paese dipinto come un esempio mondiale venisse declassato a pecora nera, dagli stessi che l’avevano glorificato? E che, ormai, lo spingono in un gioco a somma zero: suicidarsi con il Covid zero, oppure svelare le sue debolezze, rinunciando al contenimento? Ma soprattutto: possiamo accettare che i fenomeni che ci esortavano a «fare come la Cina» - in Italia, Oltreoceano e dentro l’Oms - ora, con tanta disinvoltura, deplorino gli errori esiziali di Xi?
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Germania alle prese con la carenza di medicinali, quasi tutti prodotti nelle fabbriche di Pechino e dell’India. Situazione che mette a rischio i sistemi sanitari del continente.Dopo il flop di Pechino contro il virus, Washington punta a inondare il mercato con i suoi farmaci. Un colpo alla propaganda del regime. Ora contestato anche dall’Oms, che fino a poco fa ne celebrava il modello.Lo speciale contiene due articoli.In Germania scarseggiano antidolorifici, antibiotici, supposte, spray nasali, ma anche medicinali per la cura del cancro e immunosoppressori. Tanto, per un Paese che fino a una decina di anni fa era considerato la farmacia d’Europa. Berlino, infatti, negli anni immediatamente dopo la riunificazione, aveva sommato alla tecnologia dell’Ovest la tradizione dell’Est, conquistando in poco tempo gli scaffali del Vecchio Continente. Il modello merkeliano hai, poi, spinto l’industria alla delocalizzazione, rinunciando alla sovranità nazionale. Così come ha optato per lo spegnimento delle centrali nucleari a favore di una quasi totale dipendenza dal gas russo, così ha scelto di affidarsi in gran parte alla filiera cinese con una spruzzata di rapporti con la struttura produttiva indiana.Di conseguenza, oggi, il motivo principale della carenza di farmaci in Germania - spiega un interessante articolo della Bild - è da ricondurre al fatto che l’80% (ma quando si tratta di antibiotici la percentuale arriva addirittura a toccare il 100%) dei medicinali venduti nel Paese sono generici che, per motivi di costo, sono prodotti per la maggior parte in Cina, dove le fabbriche spesso sono chiuse a causa del Covid oppure dove le navi non sono più autorizzate a fare scalo. «È per questo motivo», prosegue il giornale tedesco, «che la fornitura si ferma.L’alternativa per avere i medicinali è fare ricorso a quelli prodotti in Europa dove, però, la produzione degli equivalenti è troppo costosa e si assiste al fenomeno di un numero sempre più rilevante di aziende che si ritirano dal mercato, con inevitabili conseguenze a livello internazionale, prima tra tutte la rarefazione dei prodotti sul mercato. E il timore, secondo gli esperti, è che la situazione possa peggiorare. Esattamente come sta avvenendo in Italia. La prima volta che Flaminia Camilletti si è occupata del tema su queste colonne (novembre 2021), la lista dei prodotti carenti contava 700 nomi. Dopo un anno, l’elenco è più che triplicato.Nella lista dei 2.500 blister fantasma oggi troviamo gli antibiotici (principalmente Augmentin a base di amoxicillina e Zitromax, a base di azitromicina), il paracetamolo, l’ibuprofene e altri. Ciclicamente, ma costantemente irreperibili dalle nostre farmacie. L’allarme è stato riportato da quasi tutte le testate, ma sulle ragioni di questo shortage poco o nulla è stato detto. Nelle ultime settimane si è fatto riferimento ai rincari energetici che hanno messo in difficoltà i trasporti e, quindi, l’approvvigionamento.Senza dubbio la crisi dei prezzi dell’energia fa salire i costi operativi e molti produttori non riescono ad assorbire i rincari. Secondo Nomisma, il costo di principi attivi ed eccipienti risulta in crescita del 26,5%, quello dei trasporti del 100% (il prezzo di noleggio di un container ha subito un incremento del 131% tra il primo semestre 2020 e il primo semestre 2022), quello dell’energia del 300%. Questo dopo un triennio nel corso del quale le aziende hanno dovuto assorbire importanti pressioni di prezzo lungo la catena di approvvigionamento.Ma l’offshoring dei principi attivi è iniziato già da anni e, per quanto riguarda il paracetamolo, per esempio, l’ultimo stabilimento europeo che lo produceva ha chiuso nel 2008. Ne segue che, alla data odierna, l’Europa dipende al 74% dalle forniture provenienti dall’Asia. L’India a sua volta, maggior produttore mondiale di farmaci generici, dipende dalla Cina per l’80% dei suoi principi attivi farmaceutici. Durante i picchi di epidemia è emerso chiaramente che questa condizione mette a rischio i sistemi sanitari europei. Li mette a rischio in modo strutturale, perché, quando il dentifricio è uscito dal tubetto, è molto difficile rimetterlo dentro.O, meglio, dovremmo ricostruire tutta la filiera. Ipotesi che vale la pena prendere in considerazione, ma che in ogni caso non risolve la carenza nel breve termine.Ne segue che tramite Covid, la Cina si sta dimostrando il tappo della globalizzazione. Da un lato, riesce a tenere in pugno una lunga lista di materie prime, compresi i metalli industriali, e dall’altra è ancora in grado di stupire gli altri mercati. Se di colpo dovesse abbandonare la strategia del Covid zero, la Federal Reserve americana non potrà interrompere la restrizione monetaria.Dunque, o Pechino blocca la produzione degli altri Paesi a monte oppure li spingerà a cercare artificialmente la strada della recessione. Certo, restano due domande da porsi. Per quanto tempo Xi Jinping riuscirà a gestire i lockdown generalizzati e a maglie iper strette? 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Il cambio di strategia del Dragone non è rilevante solo sul piano sanitario. Certo, tutti sono curiosi di capire quale impatto avrà l’inarrestabile variante Omicron sul Paese che, con i suoi lockdown, doveva aver azzerato la circolazione del virus - ma altresì le possibilità d’immunizzazione naturale, a fronte della cilecca del suo vaccino. La faccenda ha acquisito soprattutto un risvolto geopolitico: le difficoltà del regime di Xi Jinping, che ha dovuto precipitosamente abbandonare la politica del Covid zero, forse senza possedere gli strumenti per arrivare a una pacifica coesistenza con il Sars-Cov-2, potrebbero determinare un inatteso capovolgimento storico. All’inizio, in modo tanto clamoroso quanto sospetto, la Cina aveva suscitato l’ammirazione delle autorità sanitarie globali. Il gruppo di delegati Oms, recatisi in viaggio nei luoghi dei primi focolai, a febbraio 2020, la elogiarono per aver attuato «il più ambizioso, agile e aggressivo sforzo di contenimento di una malattia nella storia». Essa, anziché lasciarsi travolgere dalla crisi, l’aveva sfruttata per intralciare la corsa della locomotiva americana. Così, mentre gli indicatori di benessere dell’Occidente precipitavano, il Dragone, vantandosi di aver arrestato la circolazione del virus con capillari e inflessibili chiusure, in pochi mesi era tornato a galoppare. Quasi tre anni dopo, i rapporti di forza si sono ribaltati. E a Washington ne sono consapevoli. L’Institute for health metrics and evaluation, centro studi della capitale Usa, pronostica fino a mezzo milione di decessi causati dal Covid. Intanto, ieri, il South China Morning Post, giornale di Hong Kong, ha pubblicato un articolo che riportava le dichiarazioni di alcuni esperti statunitensi. Dai quali è partito un appello: Pechino dovrebbe procurarsi i vaccini a mRna. Cioè, quelli occidentali. Prodotti dagli stessi Usa (nel caso di Comirnaty, in collaborazione con i tedeschi di Biontech). Ora, le osservazioni degli scienziati, rilanciate dal foglio dell’ex colonia inglese, contengono indubbiamente un fondo di verità: i farmaci che abbiamo usato in Europa e Nord America hanno contribuito a limitare le conseguenze del Covid sulle fasce più fragili della popolazione, a differenza dei deludenti sieri cinesi. Ma quelle affermazioni cadono «a cecio», nel contesto di una guerra ibrida in cui ciascun contendente, come nota Lucio Caracciolo nel suo ultimo libro, si è posto l’obiettivo di scardinare dall’interno il sistema rivale. Al di là dell’interesse commerciale che può aver maturato la Casa Bianca - istruita all’uopo da Big pharma, in cerca di nuovi sbocchi per fiale via via meno desiderate - nei confronti dell’enorme mercato del Dragone, l’amministrazione Biden starà intravedendo l’opportunità di assestare un colpo mortale alla narrativa autocelebrativa di Xi. Se, dopo aver investito un tale capitale politico sulla chimera del Covid zero, il presidente dovesse persino risolversi a comprare i vaccini a stelle e strisce, lo smacco strategico sarebbe integrale. Minaccerebbe l’intera impalcatura con la quale il regime ha consolidato la propria legittimità. Ieri, inoltre, Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha chiesto alla Cina di condividere le informazioni sulla nuova ondata di Covid. «È importante per tutti i paesi, inclusa la Cina, concentrarsi sulle vaccinazioni, sul rendere i test e le cure disponibili ed è importante condividere le informazioni con il mondo perché le implicazioni vanno al di là della Cina». È in tale quadro che va collocata la campagna terroristica sul pericolo che emerga un nuovo ceppo di coronavirus. Perciò merita di essere sottolineato il mutato atteggiamento dell’Organizzazione mondiale della sanità verso il Dragone. Ricordavamo le lodi sperticate del 2020; né possiamo dimenticare la connivenza con le reticenze cinesi del direttore generale dell’agenzia, Tedros Adhanom. A nessuno sfugge, poi, che il soft power del regime penetrò a fondo nell’Italia dell’esecutivo giallorosso, capofila occidentale dei lockdown alla cinese. Adesso, l’Oms si è messa a contestare i dati cinesi. A bacchettare è Mike Ryan: «Non vorrei dire che la Cina sta deliberatamente omettendo di informarci sulla situazione», ha insinuato. «Penso che siano dietro la curva» dei contagi. Ancora una volta, l’ente si sta rivelando uno specchietto per le allodole: il terreno per i conflitti asimmetrici tra Stati ai ferri corti. Evidentemente, gli Usa stanno prendendo le contromisure alla capacità cinese di influenzare le istituzioni multilaterali, rivelatasi utilissima nel 2020. Ma che Xi e soci non raccontassero tutta la verità si era capito da un pezzo. Non ci hanno nascosto informazioni cruciali, alla fine del 2019, quando era chiaro che a Wuhan stesse succedendo qualcosa di grave? Di quelle omissioni, nessuno ha chiesto conto. E com’è possibile che i bollettini di Pechino, accettati senza un fiato fino ad oggi, o, almeno, finché è stato mantenuto il mantra delle chiusure, siano all’improvviso diventati inaffidabili? Quanto al calcolo delle vittime del Sars-Cov-2, la Cina sta applicando, sicuramente in modo molto spregiudicato, lo stratagemma di cui, comunque, s’è discusso a lungo pure alle nostre latitudini: distinguere i morti per Covid dai morti con il Covid, stroncati da altre patologie. Quali molle sono scattate? Quali equilibri si sono alterati, perché il Paese dipinto come un esempio mondiale venisse declassato a pecora nera, dagli stessi che l’avevano glorificato? E che, ormai, lo spingono in un gioco a somma zero: suicidarsi con il Covid zero, oppure svelare le sue debolezze, rinunciando al contenimento? Ma soprattutto: possiamo accettare che i fenomeni che ci esortavano a «fare come la Cina» - in Italia, Oltreoceano e dentro l’Oms - ora, con tanta disinvoltura, deplorino gli errori esiziali di Xi?
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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