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Così Trump vuole rivoluzionare la scuola. E agli Esteri piazza i falchi Rubio e Waltz

Così Trump vuole rivoluzionare la scuola. E agli Esteri piazza i falchi Rubio e Waltz
Marco Rubio e Mike Waltz (Getty images)
  • Smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, delegando i suoi poteri agli Stati, e tagliare i fondi agli istituti che insegnano le teorie gender. Gli obiettivi della nuova amministrazione avranno al centro la battaglia culturale.
  • Il presidente in pectore punta su Rubio come segretario di Stato e su Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale. Possibili rapporti più distesi col Vaticano.

Lo speciale contiene due articoli


Chi continua a sostenere che il trumpismo sia una sorta di rigurgito del ventre molle statunitense con tutta evidenza non ha capito che il Donald di ritorno è molto diverso e molto più strutturato rispetto al Donald degli esordi. Questa volta l’uomo ha piani molto chiari e, soprattutto, ha una battaglia culturale da combattere. L’idea centrale - sostenuta con vigore da Elon Musk - consiste nel ripristino della libertà di pensiero e parola più ampia possibile. Motivo per cui, come abbiamo già avuto occasione di scrivere, Trump ha in mente di smantellare il meccanismo che finora ha regolato il dibattito sui social network e nelle università, cancellando i cosiddetti fact checkers e spazzando via le barriere imposte dalla correttezza politica. Il progetto, tuttavia, è ancora più ambizioso e prevede una rivoluzione anche per il sistema scolastico, ipotesi che sta già mandando in fibrillazione i liberal statunitensi.

Ieri il sito di Abc News ha pubblicato un articolo piuttosto allarmato sul fatto che Donald avrebbe in mente di smantellare il Dipartimento dell’Istruzione, cioè quello che «stabilisce le politiche, amministra e coordina la maggior parte degli aiuti federali all’istruzione». Tale smantellamento è previsto dalla Agenda47 stilata da Trump nei mesi passati, e in effetti ieri Elon Musk ha rilanciato su X un video dello scorso anno in cui Donald spiega che il Dipartimento dell’Istruzione è composto da molte persone che «in molti casi odiano i nostri figli», motivo per cui «vogliamo che gli Stati gestiscano l’istruzione dei nostri figli, perché faranno un lavoro molto migliore. Non si può fare di peggio».

Come ricorda Forbes, «Trump ha definito il Dipartimento dell’Istruzione, creato nel 1979 da Jimmy Carter, un esempio di controllo governativo sulla vita quotidiana degli americani e ha suggerito che è stato un pessimo investimento per i contribuenti, affermando che gli Stati Uniti spendono tre volte più soldi per l’istruzione rispetto a qualsiasi altra nazione». Nonostante la notevole spesa (nell’anno fiscale 2022 sono stati erogati fondi federali per 119 miliardi di dollari, che nel 2024 sono divenuti 238) secondo Trump la scuola americana è tra le peggiori al mondo se non addirittura la peggiore.

Guardando la proposta dal punto di vista italiano, sarebbe legittimo farsi sorgere più di un dubbio a riguardo, poiché nei fatti si tratta di una liberalizzazione imponente. Ma se si considera l’assetto federale degli Usa, allora il discorso cambia e non poco. Par di capire infatti che l’obiettivo di Trump sia quello di sgretolare l’apparato ideologico woke che negli ultimi anni ha condizionato l’intero sistema educativo americano. Conferire maggiore autonomia e potere agli Stati è, a questo riguardo, una mossa fondamentale poiché consentirebbe a questi di rifiutare l’agenda «inclusiva» imposta in questi anni dai democratici.

Trump, riporta ancora Forbes, avrebbe previsto anche «il taglio dei finanziamenti a qualsiasi scuola che insegni la teoria critica della razza o la “follia transgender”». Sarebbe poi contemplato un nuovo sistema di valutazione degli insegnanti basato sul merito, il quale valorizzerebbe i docenti che «abbracciano i valori patriottici e supportano l’American Way of Life».

Va detto che quest’ultima parte del piano non è chiarissima e non è nemmeno così entusiasmante: il rischio di sostituire un blocco ideologico con un altro è sempre in agguato, e il rischio di limitare la pluralità dei punti di vista sarebbe meglio non correrlo. Così come è sempre opportuno diffidare dei tagli radicali al finanziamento pubblico, che potrebbero danneggiare fasce della popolazione già piuttosto fragili.

Detto questo, però, bisogna anche rendersi conto di quanto il politicamente corretto e le sue derive più deleterie abbiano infettato nel corso dei decenni tanto la scuola pubblica quanto quella privata. E bisogna tenere presente che una bella fetta dei fondi federali sono stati utilizzati per imporre un ben preciso orientamento politico agli istituti scolastici.

In ogni caso, per Trump non sarà facile mantenere la promessa. Forbes chiarisce che «la chiusura del Dipartimento dell’Istruzione richiederebbe un’azione del Congresso». Secondo il Washington Post, servirebbe anche «una super maggioranza di 60 voti al Senato», che i repubblicani non avrebbero, motivo per cui si renderebbero necessari anche voti democratici, ovviamente molto difficili da rimediare. Per altro, non è nemmeno detto che l’idea convinca tutti i repubblicani, alcuni dei quali in passato si sono mostrati scettici sulla riforma dell’istruzione.

Vedremo che cosa il nuovo presidente riuscirà a portare a casa. Che rivoluzioni la scuola statunitense o meno, Trump segnerà un determinante cambio di passo, e potrebbe riuscire - se non ad annichilire - per lo meno a colpire duramente la cultura woke. Il che sarebbe comunque un bene.

Con le nomine agli esteri pugno duro su Cina e Iran. E caute aperture a Putin


Dura con la Cina, severa con l’Iran, disposta a parlare con la Russia, ma sempre con un significativo ancoraggio nella Nato. Sono queste le caratteristiche, che vanno delineandosi, della politica estera della nuova amministrazione Trump. È infatti emerso che il presidente in pectore ha intenzione di nominare il senatore Marco Rubio come segretario di Stato e il deputato Mike Waltz come consigliere per la sicurezza nazionale.

Entrambi sono innanzitutto dei falchi anticinesi. Nel 2021, Waltz introdusse alla Camera una risoluzione che chiedeva di boicottare le Olimpiadi di Pechino dell’anno successivo: in particolare, il deputato tacciò la Cina di genocidio ai danni degli uiguri nello Xinjiang. Nel 2020, aveva inoltre lanciato l’allarme sulle attività di infiltrazione e di spionaggio cinesi ai danni degli atenei statunitensi. Anche Rubio è tutt’altro che tenero nei confronti della Repubblica popolare. A settembre, ha proposto un disegno di legge per impedire a Pechino di aggirare i dazi statunitensi, appoggiandosi a Paesi terzi. Era invece luglio, quando il diretto interessato ha sostenuto un provvedimento volto a rafforzare la partnership tra Stati Uniti e India in funzione anticinese. Il Dragone, per parte sua, annunciò delle sanzioni contro il senatore nel 2020. Insomma, è chiaro come, con queste due nomine, Donald Trump stia lasciando intendere di voler mantenere una linea severa nei confronti di Pechino. Guardingo verso la Cina è, del resto, anche l’uomo che il tycoon vuole mettere a capo dell’Epa, l’agenzia governativa per l’ambiente: parliamo dell’ex deputato Lee Zeldin che, a settembre, è stato nominato responsabile della China Policy Initiative presso l’America First Policy Institute, per «combattere l’influenza della Cina comunista sugli Usa».

Un approccio duro inizia a delinearsi anche nei confronti dell’Iran. Waltz è un aspro critico di Teheran e ha spesso accusato l’amministrazione Biden di essersi rivelata troppo blanda nei confronti degli ayatollah. Una linea, questa, condivisa anche da Rubio. Nel 2023, il senatore fu tra gli sponsor di un disegno di legge che chiedeva l’imposizione di sanzioni al regime khomeinista per la sua violazione dei diritti umani. Inoltre, Rubio è uno storico oppositore del controverso accordo sul nucleare iraniano che, abbandonato da Trump nel 2018, Joe Biden aveva fatto di tutto per ripristinare. È quindi chiaro che, optando per Waltz e Rubio, il presidente in pectore sta lanciando un duro monito all’Iran, rassicurando al contempo Israele. Non dimentichiamo d’altronde che Trump ha intenzione di nominare ambasciatrice all’Onu un’aspra critica dell’Unrwa, come la deputata Elise Stefanik.

Venendo al dossier ucraino, la situazione appare più sfumata. A settembre, Rubio si è detto favorevole a far terminare la guerra attraverso un approccio negoziale. «Non sono dalla parte della Russia, ma sfortunatamente la realtà è che il modo in cui la guerra in Ucraina finirà è con un accordo negoziato», ha detto, per poi aggiungere: «E voglio, e vogliamo, e credo che Donald Trump voglia, che l'Ucraina abbia più influenza in quella negoziazione». Dal canto suo, l’anno scorso, Waltz si è espresso contro gli «assegni in bianco» a Kiev, sostenendo che l’Europa dovrebbe fare di più e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi maggiormente sulla salvaguardia del proprio confine meridionale. Attenzione però: l’apertura al negoziato non va interpretata come arrendevolezza. Bisogna infatti ricordare che, nel 2023, Rubio, al Senato, è stato co-sponsor della legge che vieta al presidente degli Usa di ritirarsi unilateralmente dalla Nato senza l’assenso del Congresso. La scelta del senatore come segretario di Stato certifica dunque il fatto che, pur essendo disposto a trattare, Trump non ha intenzione di lasciarsi andare a un appeasement verso Mosca. Il presidente in pectore sa del resto di dover urgentemente ripristinare la deterrenza azzoppata dal predecessore.

Infine, occhio a non sottovalutare la Santa sede. È chiaro che, sotto il profilo delle relazioni con la Cina, i rapporti tra Washington e i sacri palazzi peggioreranno, visto che papa Francesco ha appena rinnovato per quattro anni il controverso accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi. Però attenzione. L’apertura al negoziato sull’Ucraina, mostrata da Trump, potrebbe non dispiacere al segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Inoltre, è bene ricordare che Rubio è cattolico. Un fattore, questo, che potrebbe favorire dei rapporti più distesi tra l’amministrazione americana entrante e la Santa Sede.

Più in generale, la scelta di Rubio poggia anche su ragioni di politica interna. Avversario di Trump nel 2016, è col tempo diventato uno dei suoi principali alleati al Senato. Come ha fatto con JD Vance, il tycoon punta a dimostrare di essere pronto a collaborare e a dar fiducia anche ai suoi ex nemici. Infine, ma non meno importante, Rubio è ispanico. Trump vuole quindi dare un segnale anche a quell’elettorato latino rispetto a cui, alle ultime elezioni, ha guadagnato significativamente terreno. Nel frattempo, il presidente in pectore punta a nominare Kristi Noem segretario alla Sicurezza interna: si tratta della governatrice del South Dakota che, mesi fa, finì nella polemica per aver raccontato di aver ucciso il suo cane in quanto, riportò, «impossibile da addestrare». La scelta della Noem, così come quella di Tom Homan a responsabile della frontiera, evidenzia come Trump miri a incrementare la deterrenza nei confronti dell’immigrazione clandestina. Un tema, per il presidente in pectore, che ha a che fare non solo con l’ordine pubblico ma anche con la sicurezza nazionale.

Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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Merz l’antieuropeista ostacola Unicredit
Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.

Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.

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«Prima gli italiani»? Per i giudici è reato
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Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».

Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.

E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.

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