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2020-11-13
Così la Silicon Valley ha spinto Biden. Donati 259,3 milioni di dollari ai dem
Getty images
Che tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani.
Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump.
Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon.
In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg).
Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi».
Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro.
Il nuovo capo staff imbarazza Joe
Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato».
Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale.
Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno.
Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
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Facebook, Amazon e le altre multinazionali dell'hi tech si sono spese come non mai per sostenere l'Asinello A pesare c'è non solo l'affinità ideologica, ma pure l'ostilità alla politica dei dazi fatta da Donald Trump contro la CinaMentre non si ferma la polemica sui presunti brogli e continua il riconteggio dei voti, il democratico sceglie come consigliere Ron Klain, che nel 2014 parlò di «elezioni truccate»Lo speciale contiene due articoliChe tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani. Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump. Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon. In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg). Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi». Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-silicon-valley-ha-spinto-biden-donati-259-3-milioni-di-dollari-ai-dem-2648878694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-capo-staff-imbarazza-joe" data-post-id="2648878694" data-published-at="1605217810" data-use-pagination="False"> Il nuovo capo staff imbarazza Joe Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato». Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale. Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno. Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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