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2020-11-13
Così la Silicon Valley ha spinto Biden. Donati 259,3 milioni di dollari ai dem
Getty images
Che tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani.
Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump.
Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon.
In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg).
Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi».
Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro.
Il nuovo capo staff imbarazza Joe
Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato».
Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale.
Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno.
Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
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Facebook, Amazon e le altre multinazionali dell'hi tech si sono spese come non mai per sostenere l'Asinello A pesare c'è non solo l'affinità ideologica, ma pure l'ostilità alla politica dei dazi fatta da Donald Trump contro la CinaMentre non si ferma la polemica sui presunti brogli e continua il riconteggio dei voti, il democratico sceglie come consigliere Ron Klain, che nel 2014 parlò di «elezioni truccate»Lo speciale contiene due articoliChe tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani. Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump. Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon. In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg). Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi». Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-silicon-valley-ha-spinto-biden-donati-259-3-milioni-di-dollari-ai-dem-2648878694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-capo-staff-imbarazza-joe" data-post-id="2648878694" data-published-at="1605217810" data-use-pagination="False"> Il nuovo capo staff imbarazza Joe Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato». Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale. Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno. Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
Donald Trump (Ansa)
Washington ha trasmesso la proposta ai mediatori la scorsa settimana sotto forma di un memorandum d’intesa in 14 punti, che prevede anche un mese di negoziati successivi per affrontare le questioni più delicate, a partire dal dossier nucleare e dalla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende cedere alle pressioni occidentali nonostante i negoziati in corso con Washington. «Non ci inchineremo mai di fronte al nemico», ha scritto sui social, precisando che il dialogo con gli Stati Uniti «non significa resa o ritirata», ma serve a «difendere i diritti della nazione iraniana e proteggere gli interessi nazionali con ferma determinazione». La tv di Stato iraniana, inoltre, riferisce che Teheran cerca di porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta iraniana inviata a Washington contiene aperture sulla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla cessazione delle ostilità, ma non soddisfa la richiesta americana di assumere impegni preliminari sul futuro del programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. I nodi sul dossier atomico verrebbero rinviati a una seconda fase di negoziati della durata di 30 giorni. Donald Trump ha reagito duramente al documento inviato da Teheran: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti iraniani. Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», ha dichiarato il presidente americano.
Sui negoziati pesa anche l’incognita legata alla nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Usa e Israele. Dopo mesi di assenza pubblica e voci contrastanti sul suo stato di salute, i media iraniani hanno riferito di un incontro con il comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, che avrebbe illustrato lo stato di preparazione delle forze armate iraniane. Secondo la televisione iraniana, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di continuare a «contrastare i nemici con forza e determinazione». Lo stesso comando militare iraniano e le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato risposte rapide contro basi americane e «navi nemiche» in caso di nuovi attacchi. Intanto cresce la tensione nello Stretto di Hormuz. La Marina iraniana ha annunciato il dispiegamento dei sottomarini leggeri soprannominati «delfini del Golfo Persico». Il comandante della Marina, il contrammiraglio Shahram Irani, ha spiegato che questi mezzi possono restare nascosti per lunghi periodi sul fondale marino delle acque strategiche dello stretto, monitorando e, se necessario, attaccando navi considerate ostili. L’Iran ha minacciato Gran Bretagna e Francia avvertendo che qualsiasi nave da guerra inviata nello Stretto di Hormuz riceverà una «risposta decisiva e immediata» da parte delle forze armate iraniane.
Da Washington, Donald Trump ha rilanciato i toni minacciosi sul programma nucleare iraniano. Commentando le scorte di uranio arricchito sepolte sotto le macerie dei siti bombardati, il presidente americano ha dichiarato: «Prima o poi lo prenderemo... Lo teniamo sotto sorveglianza. Ho creato una cosa chiamata Space Force, e loro lo stanno monitorando... Se qualcuno si avvicina a quel posto, lo sapremo e lo faremo saltare in aria». In un’intervista anticipata dalla Cbs, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che «la guerra contro l’Iran non è finita» perché Teheran conserva ancora uranio arricchito che dovrebbe essere rimosso dal Paese. «Penso che si sia ottenuto molto, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran», ha dichiarato. Alla domanda su come rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto: «Si entra e lo si porta via». Netanyahu ha inoltre riferito che Trump gli avrebbe detto: «Voglio entrare lì dentro». E ha aggiunto: «Se c’è un accordo e si entra e lo si porta via, perché no? È il modo migliore».
Il fragile cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile continua inoltre a mostrare segnali di cedimento. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni iraniani diretti verso il loro territorio. Nella città portuale iraniana di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, una forte esplosione ha scosso l’area: secondo l’agenzia Mehr sarebbe stata provocata da ordigni inesplosi risalenti alla guerra. A Teheran il clima resta apertamente ostile agli Stati Uniti. «La pazienza è finita», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, minacciando una «risposta pesante» contro basi e navi americane in caso di nuove aggressioni contro imbarcazioni iraniane. «Gli americani devono abituarsi al nuovo ordine regionale», ha aggiunto. Intanto continuano le trattative dietro le quinte. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Doha, insieme a Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sta cercando di favorire un memorandum d’intesa per congelare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare a una fase successiva il dossier nucleare iraniano. Secondo fonti diplomatiche, Washington considera il Qatar un attore decisivo per evitare una nuova escalation regionale.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
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Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale