True
2020-11-13
Così la Silicon Valley ha spinto Biden. Donati 259,3 milioni di dollari ai dem
Getty images
Che tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani.
Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump.
Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon.
In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg).
Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi».
Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro.
Il nuovo capo staff imbarazza Joe
Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato».
Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale.
Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno.
Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
Continua a leggereRiduci
Facebook, Amazon e le altre multinazionali dell'hi tech si sono spese come non mai per sostenere l'Asinello A pesare c'è non solo l'affinità ideologica, ma pure l'ostilità alla politica dei dazi fatta da Donald Trump contro la CinaMentre non si ferma la polemica sui presunti brogli e continua il riconteggio dei voti, il democratico sceglie come consigliere Ron Klain, che nel 2014 parlò di «elezioni truccate»Lo speciale contiene due articoliChe tra i numerosi potentati economici che quest'anno hanno ampiamente foraggiato il Partito democratico americano ci fosse la Silicon Valley, non è una novità. Guardando tuttavia da vicino i finanziamenti effettuati, si nota che la potenza di fuoco dei colossi tecnologici sia stata veramente impressionante. Secondo quanto riportato da Open secrets (sito dell'istituto di ricerca apartitico di Washington, Center for responsive politics), il comparto «Communications/Electronics» ha donato, nel ciclo elettorale del 2020, 259,3 milioni di dollari ai democratici, a fronte dei 58,3 milioni elargiti ai repubblicani. Certo, è pur vero che storicamente le grandi aziende tecnologiche abbiano sempre mostrato di preferire l'asinello all'elefantino. Ma quest'anno il loro impegno è cresciuto sensibilmente: si pensi che nel 2016 diedero «appena» 162 milioni di dollari ai dem, mentre nel 2012 il contributo fu di 106 milioni. Entrando poi nello specifico dei singoli candidati presidenziali di quest'anno, Open secrets riporta che il settore abbia principalmente sostenuto Joe Biden, con oltre 48.700.000 dollari: una cifra considerevole, soprattutto se confrontata con i circa 8 milioni incassati dal presidente in carica. Numeri comunque ben differenti dal 2016, quando l'allora candidata Hillary Clinton ottenne 31 milioni di dollari, a fronte dei due ricevuti dallo stesso Donald Trump. Anche a livello di bacini legati a singole aziende, la maggior parte dei contributi è confluita nell'area dem. Alphabet ha versato circa 11.373.000 dollari, di cui il 92.9% è andato all'asinello. Microsoft ha invece messo in campo circa 8.847.000 dollari, di cui l'88,5% è stato convogliato nella galassia dem. Anche l'89,7% dei circa 3.600.000 dollari elargiti da Facebook è stato indirizzato verso il Partito democratico. Discorso analogo vale per Amazon che ha donato l'84% dei suoi 6.187.000 dollari complessivi all'asinello. Anche dei circa 3.864.000 dollari totali sborsati da Apple, il 90,1% sono andati ai dem. La stessa Oracle, considerata maggiormente vicina a Trump, ha indirizzato ai democratici il 74,4% delle proprie donazioni complessive (circa 2.400.000 dollari). Open secrets riporta inoltre come tra i finanziatori del super Pac progressista, Priorities Usa Action, figurino svariati dipendenti di Apple, Google e Amazon. In tutto questo, non va neppure trascurato che – subito dopo l'assegnazione della Pennsylvania a Biden da parte della Cnn – siano fioccate le congratulazioni al ticket dem da parte di alcuni importanti esponenti dei colossi tecnologici: dal Ceo di Amazon Jeff Bezos al fondatore di Microsoft Bill Gates, passando per Priscilla Chan (moglie di Mark Zuckerbeg) e Sheryl Sandberg (direttrice operativa di Facebook). D'altronde, lo scorso agosto il sito progressista Vox sottolineò le strette connessioni di Kamala Harris con la Silicon Valley, oltre al fatto che, ai tempi della sua campagna per il Senato, la vicepresidentessa in pectore avesse ricevuto finanziamenti ed endorsement proprio da alcuni alti funzionari dei colossi tecnologici (a partire dalla stessa Sandberg). Insomma, lo sforzo poderoso che la Silicon Valley ha attuato per sostenere l'universo democratico è abbastanza evidente. Un elemento che offre lo spunto per due considerazioni di natura politica. Innanzitutto ciò rende maggiormente evidente il fatto che i principali social network abbiano portato avanti una battaglia strumentale (e non una difesa della verità), censurando gli articoli del New York Post sulla famiglia Biden. D'altronde, se la motivazione per bloccare la condivisione di quelle inchieste era che non fossero verificate, allora non si spiega per quale ragione Facebook e Twitter non abbiano censurato – nel gennaio del 2017 – l'altrettanto infondato dossier di Christopher Steele, pubblicato da BuzzFeed: documento che, guarda caso, accusava Trump di essere sotto ricatto dei russi. In secondo luogo, è bene fare attenzione alla politica commerciale. La Silicon Valley ha sempre guardato con fastidio alla guerra tariffaria, avviata dal presidente in carica nei confronti di Pechino: per le aziende dell'area quelle tensioni hanno infatti significato meno investimenti cinesi e maggiori problemi per delocalizzare la produzione nella Repubblica popolare. Non dimentichiamo che proprio questo fattore abbia costituito una delle principali cause di attrito tra l'attuale inquilino della Casa Bianca e Apple negli ultimi anni: era il gennaio del 2019, quando Trump dichiarò: «Apple produce i suoi prodotti in Cina. Ho detto a Tim Cook, che è un mio amico: “Fai i tuoi prodotti negli Stati Uniti" […] La Cina è il principale beneficiario di Apple, non noi». Non sarà allora forse un caso che, durante il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza dello scorso ottobre, Kamala Harris abbia duramente criticato proprio la guerra commerciale, portata avanti dal presidente in carica verso Pechino: tutto questo con buona pace dei colletti blu della Rust Belt che, soprattutto nell'ultimo decennio, della delocalizzazione della produzione e della concorrenza sleale cinese sono stati le prime vittime. E pensare che, sabato scorso, Biden ha dichiarato che la sua è stata una «vittoria del popolo»! Per carità, può anche essere. Resta tuttavia da capire che cosa intenda per «popolo». Perché come riuscirà a far convergere gli interessi dei colossi tecnologici con quelli della working class, non è esattamente chiaro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cosi-la-silicon-valley-ha-spinto-biden-donati-259-3-milioni-di-dollari-ai-dem-2648878694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-nuovo-capo-staff-imbarazza-joe" data-post-id="2648878694" data-published-at="1605217810" data-use-pagination="False"> Il nuovo capo staff imbarazza Joe Resta convulsa la situazione negli Stati Uniti. E anche Joe Biden deve gestire i primi grattacapi. Il presidente eletto ha nominato mercoledì il suo capo dello staff della Casa Bianca: si tratta di Ron Klain, consigliere di lunga data dello stesso Biden, già capo dello staff di Al Gore e nominato da Barack Obama come coordinatore per la risposta all'Ebola nel 2014. Nelle scorse ore, è tuttavia riemerso un suo vecchio tweet risalente al 2014, in cui si diceva d'accordo con un articolo del sito Vox, secondo cui il 68% degli americani riteneva che il processo elettorale fosse «truccato». Sul web molti hanno già accostato quel post a quelli che Donald Trump sta twittando a raffica in questi giorni, denunciando brogli elettorali. Ma non è tutto. Perché Biden deve iniziare anche a fare i conti con quegli esponenti della sinistra dem che chiedono incarichi di peso nella nuova amministrazione. Bernie Sanders, tanto per dire, ha già detto che accetterebbe volentieri il posto di ministro del Lavoro. Tutto questo, mentre in privato i democratici sanno bene che – qualora non riuscissero a conquistare la maggioranza in Senato – i repubblicani non ratificheranno mai la nomina di ministri e sottosegretari provenienti dalla sinistra radicale. Nel frattempo, Trump non ne vuole sapere di arrendersi. Il presidente in carica si è lamentato ieri delle lungaggini dello spoglio in North Carolina, dicendosi inoltre certo di una vittoria in Georgia grazie al riconteggio dei voti. «Perché», ha twittato, «il North Carolina ci mette così tanto? Stanno cercando più schede per falsare anche quello Stato? Ora con un riconteggio, vinceremo anche la Georgia. La Pennsylvania e il Michigan non consentirebbero ai nostri osservatori e osservatori del sondaggio di entrare nelle aree del conteggio. Illegale!». Ieri è intanto arrivata una vittoria legale per il presidente: secondo quanto riportato da Reuters, una corte d'appello della Pennsylvania ha stabilito che le autorità statali non avessero il diritto di prorogare il termine entro il quale gli elettori potevano fornire le informazioni mancanti per convalidare il loro voto. In tutto ciò, sempre nella giornata di ieri, Trump ha polemizzato su Twitter con Fox News, da cui ritiene sostanzialmente di essere stato abbandonato. The Hill ha riferito a tal proposito di speculazioni, secondo cui il presidente potrebbe essere intenzionato a fondare un proprio canale televisivo per fare concorrenza alla rete di Rupert Murdoch. Frattanto, intervenendo proprio sulla Fox, la portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, ha dichiarato ieri che Trump parlerà «al momento opportuno». Reuters ha tra l'alto riferito ieri che l'inquilino della Casa Bianca starebbe prendendo seriamente in considerazione una ricandidatura nel 2024: l'eventuale annuncio –riporta l'agenzia di stampa– «potrebbe» avvenire entro la fine dell'anno. Resta intanto in bilico la partita per il Senato. I repubblicani hanno appena vinto il seggio in Alaska e, secondo Cnn, l'elefantino è al momento in vantaggio con 50 seggi a 48. L'attenzione si concentra quindi sul doppio ballottaggio della Georgia. Ai repubblicani basterebbe una vittoria per mantenere la maggioranza alla camera alta. Sotto questo aspetto, è intervenuto ieri il senatore repubblicano (appena rieletto) del South Carolina Lindsey Graham, dichiarando: «Donerò un milione di dollari [ai due senatori repubblicani in cerca di riconferma] dalla mia campagna per assicurarmi che abbiano le risorse per combattere uno tsunami di denaro progressista che sta per affondare la Georgia».
iStock
Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
Continua a leggereRiduci
Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».