Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Massimo Lovati (Ansa)
Dall’incarico dei Sempio al pagamento in contanti, fino ai ruoli nella difesa: Lovati, Soldani e Grassi in disaccordo su tutto
Tre avvocati. Tre verbali. Tre racconti che dovrebbero combaciare e, invece, si contraddicono riga dopo riga. Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. È il primo collegio difensivo di Andrea Sempio. Sentiti dai magistrati della Procura di Brescia nell’inchiesta che ruota attorno all’archiviazione del 2017, finiscono per consegnare agli inquirenti una specie di romanzo a tre voci. Che non si armonizzano. Si correggono e spesso si contraddicono. Sugli atti, sui rapporti con gli investigatori, perfino sul lavoro svolto.
Già la formazione del collegio difensivo sembra particolarmente rocambolesca. Lovati racconta: «Il 23 dicembre 2016 Sempio ha appreso dagli organi di stampa di essere indagato e ha ricevuto un avviso di garanzia. La famiglia ha cercato un avvocato e si sono recati da una amica di Andrea, Angela Taccia (attuale avvocato di Sempio, con il collega Liborio Cataliotti, ndr), che all’epoca non era ancora avvocato. Si sono rivolti alla mamma della Taccia, avvocato Marcella Schiavi, civilista, che li ha indirizzati a me». Qualcosa probabilmente andò storto: «Io, però, non ho ricevuto le chiamate, non so se perché il mio telefono non prendeva la linea o perché avevano un numero sbagliato. Sta di fatto che io sono stato poi contattato dal collega Soldani, che era stato mio praticante, che mi ha coinvolto nel collegio difensivo, di cui faceva parte anche il collega di studio di Soldani, l’avvocato Grassi». Soldani, invece, ricorda che la Schiavi chiamò lui, dicendogli «che doveva» affidargli «un caso delicato e importante, di omicidio». E, in contraddizione con Lovati, afferma: «Poiché non me la sentivo di affrontare il caso da solo ho subito detto che avrei voluto affiancarmi all’avvocato Lovati, che era stato il mio dominus». Grassi, al contrario, sembra quasi un corpo estraneo capitato lì per relazioni personali più che per competenze specifiche. Dice di conoscere Soldani «da anni» e Lovati «tramite Soldani». Poi, quando gli chiedono perché sia stato coinvolto, risponde con una frase quasi mortificante: «Non lo so, penso per amicizia».
A proposito dei pagamenti ricevuti dai Sempio, in parte incassati ancora prima di aver ricevuto un mandato ufficiale (arrivato solo con l’ufficializzazione dell’iscrizione sul registro degli indagati del solo assistito), i tre concordano solo su una circostanza: 45.000 euro complessivi, 15.000 a testa, rigorosamente in contanti e senza fattura. Per otto mesi di attività difensiva. Lovati prova subito a collocarsi in una posizione laterale. Dice: «I compensi li percepivo dall’avvocato Soldani e dall’avvocato Grassi», aggiungendo una frase che sembra piazzata lì per alleggerire ogni responsabilità diretta: «Io non ho chiesto soldi, mi arrivavano e basta». Quando, però, gli chiedono chi abbia deciso l’onorario complessivo, la memoria si annebbia improvvisamente: «Non ricordo». Salvo poi recuperare lucidità su un dettaglio non proprio secondario: «Ho chiesto io il cash perché mi piacciono i pagamenti in contanti». Soldani, invece, disegna una scena completamente diversa. Nella sua versione esiste un regista della trattativa economica, ed è Lovati: «Fu Lovati a decidere la cifra» e «fu Lovati a insistere che venissero erogati in contanti». Grassi conferma questa impostazione senza esitazioni. Poi ci sono le modalità di pagamento, che assomigliano più alla cassa di una bisca di provincia che allo studio di tre avvocati. Soldani parla di «pacchettini dai 2.000 ai 6.000 euro» che venivano consegnati dai Sempio e poi spartiti tra i tre professionisti. Grassi conferma: «I Sempio pagavano a piccole tranche» e «noi avvocati ce li spartivamo quando i clienti andavano via». Lovati resta più vago. Si limita a ricordare di avere ricevuto il suo onorario in «cinque, sei, sette, otto tranche». La seconda frattura riguarda il lavoro realmente svolto.
Lovati si presenta come l’unico vero motore della difesa: «La mia attività è stata andare da Garofano (il generale Luciano Garofano, ex comandante del Ris diventato consulente di Sempio, ndr), studiare gli atti del processo Stasi e presenziare all’interrogatorio». Quindi minimizza l’apporto di Soldani e Grassi in questo modo: «Gli altri due colleghi non hanno fatto assolutamente niente». Soldani fa, invece, riferimento a un lavoro collegiale. Parla degli incontri con i Sempio, della scelta condivisa su Garofano, della gestione economica, della querela contro lo studio Giarda (che rappresentava Alberto Stasi) e dell’opposizione all’archiviazione. Racconta che che gli incontri con i Sempio avvenivano regolarmente nello studio Soldani-Grassi. Quest’ultimo, da parte sua, conferma di aver preso circa 15.000 euro, ma contemporaneamente smonta il proprio ruolo fino quasi ad annullarlo: «Mi occupo solo di civile, non ho alcuna esperienza di penale e di fatto non ho svolto alcuna attività». Poi rincara: «Partecipavo, ma non davo contributi, stavo solo ad ascoltare». I magistrati insistono. Cercano almeno un frammento di attività concreta. E Grassi concede appena questo: «L’unica cosa che ho fatto è stato collazionare gli allegati alla querela (contro lo studio Giarda, ndr) che era stata redatta da Lovati». A quel punto la domanda degli investigatori diventa inevitabile: come mai era stato coinvolto e pagato pur non avendo alcuna esperienza penale? La risposta è quasi imbarazzata: «Non lo so, penso per amicizia». A questo punto arriva la frase più pesante del suo verbale: «Mi vergogno di aver preso quei soldi». Anche gli incontri negli studi legali aprono scenari curiosi. Perché avvenivano prima ancora che esistesse formalmente una nomina difensiva. Si discuteva già dell’indagine, si consultavano documenti, si preparavano consulenze tecniche e circolavano pacchetti di denaro contante. Grassi lo ammette senza esitazioni: «Prima dell’invito a presentarsi per l’interrogatorio non era stata depositata alcuna nomina». Soldani conferma: «La nomina penso sia stata fatta in occasione della notifica dell’invito all’interrogatorio». Eppure i Sempio frequentavano già quegli studi. Soldani spiega che erano molto agitati e che bisognava «tranquillizzare» Andrea Sempio e la famiglia. Quasi una funzione psicologica prima ancora che difensiva. Quando gli inquirenti chiedono se fossero state fatte richieste formali per avere notizie dell’iscrizione, come «una richiesta ex articolo 335 (che permette all’indagato di sapere se è iscritto nel registro degli indagati)», la risposta è unanime: no. Lovati conferma: niente 335, «sono andato dritto per la mia strada con le mie investigazioni difensive preventive». Basate su pochi documenti. «Ho visto la consulenza (del dottor De Stefano sul Dna, elemento che puntava dritto su Sempio, ndr) e le indagini della Skp, altro non ho visto». Per Lovati era materiale sufficiente per definire le indagini «povere». Una specie di chiaroveggenza processuale. Poi arrivano i rapporti con gli inquirenti. Ed è qui che i verbali diventano scivolosi. Lovati mette subito le mani avanti: «Io non ho mai parlato con il dottor Venditti (Mario, ex procuratore aggiunto di Pavia, ndr)». Però subito dopo introduce un dettaglio interessante: «Forse ho sentito Tizzoni (Gian Luigi, difensore della famiglia Poggi, ndr), che è stato mio praticante. […] Tizzoni mi ha detto che il dottor Venditti aveva intenzione di sentire il perito De Stefano». E soprattutto aggiunge: «Non gli ho chiesto come l’avesse saputo, mi bastava quello per capire che si andava verso l’archiviazione». Soldani è più netto: «Non ho mai parlato con i pm di questo caso». Ma gli inquirenti gli contestano che avrebbe detto ai Sempio che i pm «stanno dalla parte nostra». E allora il legale recita il mea culpa: «Ho sbagliato a parlare».
Gli inquirenti insistono ancora: esistevano contatti informali con i carabinieri prima della conoscenza ufficiale dell’indagine? Soldani risponde: «Non ricordo di aver avuto notizie da Sempio di comunicazioni dirette con i carabinieri». Grassi ammette che tra loro circolava già una convinzione precisa: «Lovati era molto persuaso che non vi fosse nulla a carico di Sempio». Infine ci sono le carte del processo Stasi, recuperate con strane triangolazioni. Lovati tira di nuovo in ballo Tizzoni (in teoria sua «controparte», sottolineano gli inquirenti). Sostiene: «È stato lui a fornirmi gli atti del processo Stasi. Mi ha dato le sentenze e la perizia De Stefano». Qui i pm tentano di aprire un varco: «Risulta che Tizzoni abbia ottenuto anche gli atti della difesa Stasi dalla Corte d’assise d’Appello di Brescia». Risposta: «Sì, lo so, me lo ha detto. Ma quegli atti non me li ha dati Tizzoni, me li ha dati Sulas (Gian Gavino Sulas, cronista del settimanale Oggi nel frattempo deceduto, ndr)». Soldani scarica tutto sul suo vecchio dominus: «Gli atti li ha acquisiti l’avvocato Lovati e ce li ha portati in studio». Ma quando gli contestano che sui documenti trasmessi a Garofano comparivano «il timbro a secco della Procura generale» e «il provvedimento firmato dal procuratore generale Roberto Alfonso», risponde: «Non so cosa dire». I tre avvocati sono stati sentiti come persone informate sui fatti, ruolo che impone al testimone di dire la verità. È evidente che qualcuno non l’ha detta.
Continua a leggereRiduci
Monica Montefalcone (Ansa)
Il marito di Monica Montefalcone non si dà pace: «Ha fatto 5.000 immersioni. Forse aveva un GoPro e capiremo qualcosa». I soccorritori hanno recuperato solo il cadavere di Gianluca Benedetti. La Procura di Roma indaga sulle cause dei decessi.
Riprenderanno domani le ricerche dei corpi dei sub italiani che hanno perso la vita in una grotta a oltre 50 metri di profondità nell’atollo di Vaavu, alle Maldive.
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
Continua a leggereRiduci
Rappresenta l’apice della distinzione dell’azienda britannica. Tra le colorazioni disponibili c’è anche il Titan Silver, che utilizza fini lamelle di alluminio reale per creare una superficie luminosa e riflettente.
Sulla carta, la strategia è semplice: aumentare sempre di più lusso e tecnologia. La pratica, sempre sulla carta, è apparentemente più complessa visto che Range Rover ha già standard parecchi alti.
Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
Continua a leggereRiduci
iStock
Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
Continua a leggereRiduci







