Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Donald Trump (Getty Images)
Oggi il premier in Aula su questione energetica e politica internazionale, ma la svolta su Hormuz smonta in anticipo il teatrino preparato dalle opposizioni. Cresce nella maggioranza l’ala ostile al lockdown.
Il ritorno in Parlamento di Giorgia Meloni, dopo il referendum e con il mondo intero con il fiato sospeso per la fragile tregua tra Usa (o meglio, Israele e Usa) e Iran, non sarà una passeggiata. La premier lo sa bene e affila le unghie: il momento è difficile, molto difficile, probabilmente il più cupo della sua esperienza a Palazzo Chigi: un po’ di sollievo sembrava arrivato dal cessate il fuoco accettato da Washington e Teheran, ma ci ha pensato il solito Benjamin Netanyahu, bombardando in maniera terribile il Libano, facendo strage di civili e colpendo anche un veicolo italiano dell’Unifil, a far riesplodere l’incendio.
Già previste le accuse dell’opposizione: «Siete un governo inginocchiato a Trump e Netanyahu». Accuse strumentali, ovviamente, perché Giorgia Meloni, in qualità di presidente del Consiglio, è stata, per il periodo in cui Joe Biden è rimasto alla Casa Bianca, alleata altrettanto fedele degli Usa come lo è oggi. Il problema però è politico: con Biden c’era da rispettare un’alleanza tra due Stati, con Trump c’è stata, e costantemente rivendicata, una affinità di idee, di vedute, una special relationship che è diventata tanto dannosa quanto era stata foriera di successi internazionali.
Netanyahu a parte, però, la tregua in Iran alleggerisce almeno un po’ il peso della vicinanza a Donald Trump: nessuno può prevedere se Giorgia, nella sua informativa (alle 9 a Montecitorio e alle 13 a Palazzo Madama), prenderà le distanze dalle scelte dell’amministrazione Usa, disinnescando i prevedibili attacchi da sinistra. Molto più probabilmente, soprattutto dopo l’attacco al contingente italiano in Libano di ieri, marcherà le distanze da Netanyahu, come del resto ha già fatto, anche in maniera netta, quando le autorità israeliane hanno impedito l’accesso al Santo Sepolcro di Gerusalemme al cardinale Pizzaballa e a padre Ielpo, Custode di Terrasanta. «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme», scrisse la Meloni, «è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri. Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa».
Ci vorrà molto di più, stavolta: vedremo se la Meloni utilizzerà parole di condanna chiare e nette nei confronti di un governo, quello israeliano, che ormai appare fuori controllo. Di certo le opposizioni non mancheranno di contestare al governo le parole pronunciate ieri a Budapest dal vicepresidente Usa Jd Vance a proposito dell’Ucraina: «Siamo rimasti delusi da gran parte della leadership politica in Europa perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto», ha detto Vance, «abbiamo avuto aiuto da alcuni partner: Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orbán, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti».
Detto ciò, la Meloni di certo non mancherà di sottolineare, a chi le contesterà l’«appiattimento» su Trump, che i trattati bilaterali tra Italia e Stati Uniti esistono dal secolo scorso, e sono stati sempre e comunque rispettati da qualsiasi governo sia stato in carica a Roma. Su questo terreno, la Meloni avrà gioco facile a rintuzzare i prevedibili attacchi di Pd e M5s. I dem sono stati al governo praticamente sempre, tranne poche parentesi, e sempre hanno mantenuto saldissimo il legame con Washington: basti pensare che nel 2022 Enrico Letta preferì concedere una vittoria sicura alla Meloni piuttosto che allearsi con il M5s di Giuseppe Conte, giudicato troppo filorusso: il centrosinistra si presentò diviso alle elezioni e perse una marea di collegi uninominali che altrimenti sarebbero stati contendibili. Per quel che riguarda lo stesso Conte, poi, per la Meloni sarà un gioco da ragazzi ricordare i bei tempi (lontani) di «Giuseppi» e quelli vicini del meeting culinario con Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump per le partnership globali.
Al di là del «il miglior amico di Trump sei tu», «no sei tu» (ah come cambiano in fretta i tempi, fino a poche settimane c’era la corsa ad accreditarsi come fedelissimi alleati del tycoon, oggi invece si cerca in ogni modo di prenderne le distanze), la sostanza del discorso della Meloni, le parole che gli italiani sono più ansiosi di ascoltare, riguardano la crisi energetica e le contromisure che ha in mente il governo, al di là del taglio delle accise prorogato fino al 1 maggio. Su questo tema la premier avrà solidi fatti da contrapporre alle parole dell’opposizione: la missione della presidente del Consiglio, la prima leader europea a recarsi nei Paesi del Golfo nei giorni più infuocati della crisi energetica, è stata una abile mossa diplomatica. La Meloni, ricordiamolo, ha incontrato in rapida successione i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Salman, Tamim bin Hamad Al Thani e Mohamed bin Zayed Al Nayyan. In Parlamento potrà esporre i risultati di questi incontri.
Buono anche il clima politico in casa Lega: Matteo Salvini è stato in prima linea, in questi giorni, contro ipotesi apocalittiche come razionamenti, lockdown energetico, smart working, patto di stabilità (attraverso le parole di Giancarlo Giorgetti) e con il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz questi spettri sembrano più lontani.
Intanto, ieri, la Meloni ha annunciato che «il decreto bollette è legge»: «Aiutiamo chi è più in difficoltà con il bonus sociale che sale a 315 euro, riduciamo gli oneri generali di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese, poniamo le basi per abbassare in modo strutturale il costo dell’energia».
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Luca Di Donna e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Sono trascorsi cinque anni da quando scoppiò la pandemia, eppure, a distanza di oltre 1.800 giorni, molte decisioni e appalti di quella stagione di emergenza, costata decine di migliaia di morti e decine di miliardi di euro, restano ancora avvolti nell’ombra. Grazie ai Dpcm, i famigerati decreti del presidente del Consiglio, a Palazzo Chigi si decideva in fretta, nominando plenipotenziari che scavalcavano le procedure amministrative assicurando uno scudo giudiziario ai vertici della struttura anti Covid. Risultato, a distanza di cinque anni ancora molte cose non sono chiare e molte responsabilità da verificare.
La commissione istituita all’inizio
della legislatura avrebbe dovuto fare luce sul periodo, ma tra reticenze e ostacoli fatica a procedere. Con qualche eccezione, come ad esempio l’audizione di ieri, in cui due imprenditori hanno raccontato la strana mediazione per la fornitura di mascherine sanitarie. A proporla sarebbe stato un legale dello studio Alpa, lo stesso per cui aveva lavorato Giuseppe Conte.
I lettori della Verità in parte conoscono il protagonista di questa faccenda, perché già tempo fa il nostro Giacomo Amadori si occupò dell’avvocato Luca Di Donna, raccontando il suo interessamento alla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri, l’uomo di Massimo D’Alema posto dall’allora presidente del Consiglio a capo dell’organizzazione d’emergenza. Ora però due imprenditori, prima Giovanni Buini poi Dario Bianchi, raccontano di essere stati avvicinati da un «collega di studio di Giuseppe Conte». E costui, in cambio di una mediazione, avrebbe richiesto il pagamento di una percentuale sui contratti di fornitura di mascherine. Una partita da decine di milioni, che per fornire una consulenza nell’affare avrebbe preteso il pagamento del 10%. Un ruolo nella vicenda lo avrebbe avuto anche un altro avvocato, collega di Di Donna, il quale avrebbe incontrato Buini dicendo che «qualora ce ne fosse stato bisogno avrebbero potuto agevolarlo o creare opportunità di lavoro con la presidenza del Consiglio, facendo riferimento alla vicinanza di Di Donna con l’allora premier» in cambio, ovviamente, di un compenso. Buini in commissione ha detto tempo fa di considerare la somma richiesta dai due legali – circa 13 milioni di euro su una fornitura da 160 milioni di mascherine – «palesemente una tangente».
Discorso più o meno simile quello di Dario Bianchi, cui Luca Di Donna fu presentato come un legale che avrebbe «potuto agevolare la risoluzione di un contenzioso, che all’epoca era in corso fra la sua azienda e la struttura commissariale». Gli incontri si svolsero presso lo studio Alpa e lo stesso Di Donna si presentò come «collega del premier». Nell’ultimo appuntamento il legale avrebbe detto che la vicenda si sarebbe potuta risolvere, ma solo sottoscrivendo un accordo che impegnasse l’azienda a pagare, con una somma pari al 10% del fatturato, le attività svolte in suo favore. «Non posso dire che sia stata una richiesta di tangente, ma di sicuro è stata una richiesta abnorme e ingiustificata», ha spiegato l’imprenditore, «alla quale non è stato dato seguito». Dopo aver detto no alla «consulenza», il rapporto con la struttura commissariale invece di risolversi si complicò, con un aumento di controlli sulle mascherine fornite dalla ditta.
La Procura di Roma ha indagato sulla faccenda, ma poi ha archiviato. Ora però pare avviata un’altra inchiesta da parte dei pm di Civitavecchia, competenti per il luogo in cui si sarebbero svolti i fatti. Di fronte a tutto ciò la domanda è piuttosto ovvia: durante il Covid, mentre morivano le persone, qualcuno ha speculato sulla tragedia, cercando di lucrare tangenti in cambio di presunte «agevolazioni»? Viene spontaneo anche un quesito: ha senso che Giuseppe Conte sieda proprio nella commissione che deve indagare sulla gestione dell’emergenza? Naturalmente l’ex premier e capo dei 5 stelle non è responsabile di ciò che hanno fatto o non hanno fatto persone a lui vicine, ma la sua presenza nell’istituzione che deve fare piena luce su un periodo in cui egli stesso è stato protagonista non contribuisce a favorire con serenità gli accertamenti dei fatti. «Conte usa la commissione come scudo» dicono gli esponenti di Fratelli d’Italia, mentre dovrebbe spogliarsi del doppio ruolo di testimone e commissario. In effetti, l’ex avvocato del popolo, in questo caso, sembra molto l’avvocato di sé stesso, più attento a tutelare la propria immagine che a fugare le ombre di un periodo buio.
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Ansa
Lo smottamento di Petacciato in Molise (4 km quadrati) rende inservibili strade e ferrovie sulla tratta adriatica. La Puglia è completamente tagliata fuori e si rischiano tempi lunghi per rimediare. Riunione con la Meloni: pronto un primo stanziamento.
Il giorno dopo la frana di Petacciato, il «risveglio» è ancora più burrascoso. L’Italia è spaccata in due. La Puglia è isolata. Il Molise inizia a fare la conta dei danni. Restano interrotte l’autostrada A14, la Statale 16 e la linea ferroviaria. Gli esperti dicono che quella del Petacciato, la frana più grande d’Europa, è imprevedibile ed è, quindi, necessario che si fermi. Il governo è già corso ai ripari. Infatti, nella seduta di oggi del Consiglio dei ministri sarà affrontata l’emergenza Molise attraverso l’adozione di un provvedimento che prevede un primo iniziale stanziamento di risorse finalizzato al ripristino della rete ferroviaria, dell’Autostrada A14 e della Statale 16. Lo si apprende da fonti di Palazzo Chigi.
La decisione è stata assunta nel corso di una seconda riunione, successiva a quella tenutasi ieri mattina, alla quale hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, il capo del dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto-Guardia Costiera, Sergio Liardo, e i vertici di Fs, Rfi, Anas e Autostrade per l’Italia. La Meloni ieri ha contattato telefonicamente il presidente della giunta regionale del Molise, Francesco Roberti e sta seguendo momento per momento l’evolversi della situazione. Intanto, in Molise da ieri le scuole sono rimaste chiuse e la situazione sembra paralizzata. Sono in corso le verifiche tecniche necessarie per valutare gli interventi volti al ripristino della viabilità. Il capo della Protezione civile sta monitorando gli sviluppi: «In Molise c’è questa frana storica, grande, enorme, che si è riattivata. Stiamo parlando di circa quattro chilometri quadrati di terreno. Si è purtroppo imposta l’evacuazione di una cinquantina di persone del comune di Petacciato e soprattutto è compromessa la viabilità della Statale 16, già intaccata dal crollo del ponte sul fiume Trigno, dell’autostrada adriatica A14 all’altezza di un viadotto (viadotto Cacchione, ndr) e della viabilità ferroviaria della linea adriatica che è stata deformata dalla frana che sta scendendo verso il mare». Adesso l’obiettivo è stabilire un ordine di priorità per gli interventi. Si punta - ha spiegato Ciciliano - «al ripristino della viabilità sia stradale che ferroviaria ma nel frattempo è necessario mettere in campo delle soluzioni alternative per evitare gli allungamenti incredibili dei tempi di percorrenza. Si deve fare un ragionamento sui passeggeri, quindi linea ferroviaria, trasporto leggero e trasporto pesante su gomma e, ovviamente, le soluzioni sono diverse perché il trasporto pesante difficilmente viene assorbito dalla viabilità locale, perché è una viabilità di piccole dimensioni e quindi si sta deviando in questo momento il flusso attraverso l’Autostrada del Sole e poi Napoli-Bari e Bari-Foggia per poter realizzare la migliore soluzione di questa contingenza». Il capo della Protezione civile ha ribadito che «l’asse adriatico è strategico, quindi è importante fare presto. Bisogna fare presto e fare bene. Ci sarà bisogno di più di qualche giorno per ultimare le valutazioni tecniche, all’esito delle quali, se tutto va bene e viene confermato che la frana è ferma e quindi si può lavorare in sicurezza, il ripristino della viabilità ferroviaria e stradale potrà essere precoce». Tra gli abitanti di Puglia e Molise la preoccupazione diventa palpabile soprattutto per le conseguenze future e per i problemi sulla viabilità. Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha sottolineato la necessità di interventi tempestivi: «Quella di Petacciato è una vicenda che non riguarda solo un territorio ma l’intero Paese. I disagi potrebbero protrarsi per settimane, col rischio concreto di lasciare isolata la Puglia e, più in generale, di spezzare in due l’Italia lungo uno dei suoi principali assi di collegamento. Questa è una prospettiva che non possiamo permetterci di sottovalutare. Chiediamo al governo interventi urgenti e immediati per la messa in sicurezza del fronte franoso e per il ripristino delle condizioni di normalità nel più breve tempo possibile». Le risposte sono arrivate nella serata di ieri al termine di un tavolo operativo, convocato al Mit dal ministro Matteo Salvini: potrebbe avvenire già nei prossimi giorni la riapertura dell’autostrada A14, in entrambe le direzioni, tra Vasto Sud e Poggio Imperiale e, non appena il monitoraggio della frana lo consentirà, anche della Ss16 dal km 531+800 al km 535+800 e della Ss709 dal km 0 al km 6. Intanto, è arrivato pure il via libera all’avvio dei lavori sulla linea ferroviaria adriatica e la circolazione potrebbe essere riattivata venerdì. Il Mit ha reso noto che il ministro Salvini ha preso visione della totalità degli interventi che serviranno per ristabilire la normale viabilità lungo tutto il versante e oggi stesso dovrebbe effettuare un sopralluogo.
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Taylor Swift (Ansa)
Il finanziere vuole la Universal, che vanta artisti di punta come Lady Gaga e Coldplay.
Pershing Square Capital Management si fa avanti su Universal Music Group. Il fondo guidato da Bill Ackman ha formalizzato una proposta che valuta la più grande etichetta discografica al mondo oltre 63 miliardi di dollari, con un obiettivo esplicito: trasferire il baricentro della società negli Stati Uniti e correggere quella che viene considerata una persistente sottovalutazione.
La struttura dell’operazione è costruita per esercitare una pressione immediata sugli azionisti. L’offerta prevede 5,05 euro in contanti per azione - per un esborso complessivo di circa 9,4 miliardi - a cui si aggiungono 0,77 azioni della nuova entità risultante dalla fusione. Il valore implicito complessivo raggiunge i 30,40 euro per azione, incorporando un premio intorno al 78% rispetto ai livelli precedenti all’annuncio. Un livello che segnala chiaramente la natura aggressiva dell’iniziativa.
Alla base della mossa di Ackman c’è una tesi articolata ma lineare: il titolo di Universal, quotato su Euronext Amsterdam, non riflette la qualità e la resilienza del business musicale. In un settore dominato dallo streaming, Universal mantiene una posizione di leadership globale, sostenuta da un catalogo senza equivalenti e da un portafoglio artisti che include Taylor Swift, Bad Bunny, Kendrick Lamar e Drake. Secondo Pershing Square, questi fondamentali dovrebbero tradursi in multipli molto più elevati rispetto a quelli attuali.
Il disallineamento, secondo la visione di Pershing Square Capital Management, deriva da fattori in larga parte esogeni. Tra questi pesa l’incertezza legata alla partecipazione del gruppo Bolloré, azionista di riferimento attraverso Vivendi, la cui strategia futura resta poco chiara per il mercato. A ciò si aggiunge la mancata piena valorizzazione della quota detenuta da Universal in Spotify, considerata un asset strategico in un ecosistema sempre più concentrato e guidato dalle piattaforme.
La risposta dei mercati finanziari è stata immediata. Il titolo Universal ieri ha registrato un rialzo a doppia cifra (+12,51% a 19,25 euro), mentre anche Vivendi e Bolloré hanno beneficiato dell’annuncio. Un segnale che indica come una parte significativa degli investitori condivida almeno in parte la diagnosi di sottovalutazione avanzata da Ackman.
Tuttavia, la fattibilità dell’operazione resta legata a un equilibrio complesso. Universal non è una public company a capitale diffuso, ma una società caratterizzata dalla presenza di azionisti forti, tra cui anche Tencent. In questo contesto, il sostegno di Bolloré appare determinante: senza un suo allineamento, l’offerta rischia di rimanere uno strumento di pressione più che una transazione realizzabile.
Il punto strategico centrale è la quotazione negli Stati Uniti. Ackman sostiene da tempo che Wall Street possa garantire multipli più elevati, maggiore liquidità e un accesso più diretto agli investitori istituzionali globali. L’operazione include anche l’ipotesi di una riorganizzazione societaria negli Stati Uniti, con l’obiettivo di rendere il titolo eleggibile per indici come lo S&P 500.
In questa chiave, l’iniziativa di Pershing Square assume una doppia valenza. Da un lato rappresenta un’offerta concreta, con condizioni economicamente rilevanti per gli azionisti. Dall’altro è una mossa di attivismo finanziario, volta a forzare un ripensamento della strategia, della governance e della struttura di mercato di Universal. In entrambi i casi, il risultato è già evidente: il tema della valorizzazione della più grande etichetta discografica del mondo è tornato al centro del dibattito finanziario globale.
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