Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Cosa rimane dell’atto di forza di Evgenij Prigozhin che con 5.000 uomini del Wagner Group ha tenuto in scacco la Russia per 48 ore? Come esce Vladimir Putin da questa vicenda? E gli ucraini approfitteranno sul campo di battaglia della situazione venutasi a creare a Mosca? E che fine farà la compagnia di mercenari Wagner Group che è presente in 12 paesi africani oltre che in Siria e Ucraina? Di questo e di altro parliamo con il Generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti e il vicedirettore de La Verità Claudio Antonelli.
Antonio Di Pietro (Ansa)
L’ex eroe di Mani Pulite: «Se la riforma della giustizia passa, occhio a chi dovrà scrivere le leggi attuative: sono quasi sempre magistrati e possono trasformare il bianco in grigio».
Antonio Di Pietro, già eroe di Mani Pulite, l’hanno strappata alla quieta esistenza da Cincinnato nella sua Montenero di Bisaccia.
«Dal 2016 ho deciso di ritornare semplice cittadino. Si discute però di una riforma costituzionale. Non è di questo governo e nemmeno dei prossimi. Ho sentito il dovere di impegnarmi».
Perché?
«Perché io c’ero. Sono stato poliziotto, commissario, magistrato, indagato, parte civile, testimone, avvocato. Ho indossato ogni abito processuale. E a seconda della giacchetta che porti, cambia tutto. Non c’è niente da fare: quando diventi imputato, si innesta un timore difficile da comprendere».
La paura della legge?
«È il connubio tra accusa e giudice che intimorisce. Quando uno dei giocatori fa anche l’arbitro, non ci si sente sereni».
Nemmeno lei lo era?
«Dopo aver lasciato la toga, ho subito richieste di rinvio giudizio incredibili. Sono riuscito a difendermi, ci mancherebbe altro. “Vabbè, ha vinto tutte le cause” dicono adesso. Sì, certo. Ma intanto la mia carriera, prima da magistrato e poi da politico, è stata distrutta».
Smessa la toga, è entrato in politica.
«Dopo aver fatto per due anni l’imputato a Brescia, sono stato nominato ministro nel governo Prodi. Mi sono dovuto dimettere sei mesi più tardi: avevano pubblicato la notizia di un altro avviso di garanzia. Alla fine, sono stati condannati i miei accusatori».
Tra gli ex colleghi, chi l’ha difesa?
«Nessuno. Io ero un battitore libero. Questo ha dato grande forza a Mani Pulite, però mi sono ritrovato nudo quanto ho dovuto affrontare quelle inchieste».
Adesso è stato arruolato della Fondazione Einaudi.
«Non mi sarei mai schierato con un partito. Questa riforma serve ai cittadini. E sarà un referendum tre per uno: separazione delle carriere, sorteggio e Alta corte disciplinare. Bisogna votare sì, per non continuare a mischiare cavoli e fagioli».
Tradotto dal dipietrese: pm e giudici.
«Siamo fratelli di sangue. Abbiamo superato un concorso identico, progrediamo insieme nella carriera, commettiamo gli stessi errori».
Lei è il vessillifero della controparte governativa.
«Io porto il vessillo di una riforma che si discute da trent’anni, fin da quando la voleva il centrosinistra».
A quei tempi, aveva fondato l’Italia dei Valori.
«Il Pd scriveva che la separazione delle carriere era “inevitabile”. Tanto è vero che ora molti esponenti dell’opposizione, alcuni apertamente e altri sommessamente, sanno che è nell’ordine naturale delle cose».
Lei non si sottrae.
«Perché ho due preoccupazioni».
Ovvero?
«Intanto, il rischio di politicizzazione. La riforma è difficile da spiegare. E io temo che tutto si risolva in un voto a favore o contro il governo. L’altro giorno l’ho spiegata a un gruppo di amici in paese. Alla fine, uno m’ha detto: “Sci sci, va buòne… ma io a quella nun la voto”».
E il secondo?
«La differenza tra sì e no potrebbe non superare i due milioni di voti: più o meno, il numero degli italiani all’estero che partecipano alle elezioni. Diverse inchieste hanno già dimostrato che quei pacchetti di preferenze, arrivati ancora per busta, sono spesso controllati. Dentro ci sono pure le schede di morti e ignari. Eppure, per evitare brogli, basterebbe fare votare tutti nelle ambasciate o nei consolati. Come si fa alle europee».
Il fiuto resta.
«Mi domando come non abbiano fatto a pensarci prima. Visto che ci siamo, avanzerei anche un altro dubbio».
Quale?
«Se passa la riforma, bisognerà fare le leggi attuative».
Ci pensano i burocrati.
«Che sono quasi sempre magistrati. La politica parla di massimi principi. Poi, però, gli aspetti tecnici li segue la stessa gente da quarant’anni: dirigenti, funzionari, capi di gabinetto».
Rischiano di annacquare?
«Tu hai scritto bianco, ma i tecnici-magistrati lo riscrivono in modo che diventi grigio».
Gli ex colleghi l’accusano di alto tradimento.
«La vita si sale a scalini. Guardarsi indietro è un gesto di maturità. Detto questo, io non ho mai cambiato idea».
Tanti, nelle segrete stanze, sono favorevoli?
«Anche stamattina mi ha telefonato un ex collega della Cassazione, annunciandomi il suo sostegno».
Cosa spaventa i ferocemente contrari?
«Non risponderanno più alla propria corrente, ma alla propria coscienza. Abbiamo scoperto il caso Palamara perché l’abbiamo intercettato. Ma quanti altri Palamara c’erano nel Csm?».
È stato il colpo definitivo per la credibilità della categoria?
«Ai tempi di Mani pulite il consenso era del 97%. Oggi non arriva al 50».
Perché?
«Inutile nascondersi dietro a un dito. Una grossa fetta di responsabilità ce l’hanno pure i magistrati, che non hanno mai fatto autocritica. A cominciare dall’Anm. Se cerchi chi ha commesso il reato, fai il tuo dovere. Se fai indagini esplorative, nella rete finiscono tanti innocenti. Su cento persone, ne vengono condannate una ventina in primo grado, poi ancora meno».
L’hanno fatto tanti suoi emuli.
«I dipietrini non sono più partiti dal fatto, per individuare il colpevole, ma dalla persona, per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati casi come quello del sottoscritto, che ha avuto 37 avvisi di garanzia».
Le risponderebbero: c’è l'obbligo dell’azione penale.
«Ma dev’essere sempre rapportata a un reato credibile. O davvero vogliamo credere che il procuratore di Pavia sia stato corrotto dalla famiglia Sempio? Alla fine, bene che vada, la montagna avrà partorito il topolino».
Si dibatte anche della famiglia del bosco.
«Avrebbero sbagliato perfino a far svegliare i figli all’alba. Non capisco. Mi dovrei sentire in colpa pure io, che mi alzo prestissimo?».
Perché, da Garlasco a Palmoli, si persevera?
«Per eccesso di zelo. Hanno cominciato un’inchiesta e devono dimostrare quel che pensano. Su ognuno di noi si trova sempre qualcosa, quando ti rigirano come un calzino».
Pure Mani pulite non viene spesso considerata un modello di garantismo.
«Ancora adesso ci sono molte persone che criticano quell’inchiesta per l’eccessiva violenza. Sono accuse che rigetto totalmente. Le esigenze cautelari c’erano. Alla luce di quello che poi è successo, dicono che abbiamo avuto la mano pesante. Bisogna però tenere conto della realtà di allora».
Si pente di qualcosa?
«Mi guardo allo specchio e rivendico tutto ciò che ho fatto. Ma ci sono stati i suicidi: essere orgoglioso non è sufficiente. Porto quei pesi sulla coscienza».
A partire dalla morte di Raul Gardini?
«Dal punto di vista giuridico, so benissimo di non avere colpe. Però si è suicidato perché doveva venire da me, un quarto d’ora prima dell’interrogatorio. Dopodiché, cosa avrei dovuto fare? Con il senno del poi, sono tutti bravi. Se sai che uno si butterà dalla finestra, la vai a chiudere prima. Che ragionamenti sono?».
I magistrati hanno troppo potere?
«Cento volte più dei politici. Per questo è quantomai balzana l’idea della loro sottomissione al governo, che vogliono fare passare i contrari. Abbiate pazienza: un pubblico ministero non è subordinato a nessuno. Può essere fermato solo da un altro pm o da un quintale di tritolo».
La riforma potrebbe arginare lo strapotere delle correnti?
«Sono loro che hanno il pallino in mano. Controllano nomine, promozioni, sanzioni. Decidono chi può andare al bagno in quel momento e chi deve rimanere seduto».
I favorevoli vinceranno il referendum?
«La maggior parte dei cittadini andrà a votare senza precise conoscenze. Si rimetterà ai cosiddetti maestri, buoni o cattivi che siano».
Chi sono i cattivi maestri?
«Chi non racconta oggettivamente i fatti, come fa l’Anm. Dice che questa riforma finirà per mettere il pubblico ministero agli ordini dell’esecutivo. Benedetto Iddio: puoi votare sì o no, ma il presupposto dev’essere vero. Al contrario, si continua a sostenere il falso».
Il sindacato delle toghe non partecipa ai dibattiti.
«Sembra come quel film di Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”».
Lei battaglia, invece.
«Non porto la bandiera di nessuno. Solo quella della Costituzione».
Ha abbandonato la vita da Cincinnato.
«La campagna, per qualche mese, può aspettare. Lo diceva pure mio padre: con le nuvole o con il sereno, la terra sempre là resta».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 gennaio con Carlo Cambi
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Regione Puglia apre procedimento contro i dottori di base: dovranno restituire circa 23 milioni di integrazioni salariali. Avvisati via mail a Capodanno. È una mossa in attesa della Cassazione sull’Emilia, che negò ai suoi camici bianchi 100 milioni di aumenti.
La Regione Puglia chiede ai medici di base di restituire 23 milioni di euro ricevuti, negli ultimi dieci anni, come parte dei loro compensi in virtù di un Accordo collettivo nazionale che, secondo una sentenza del Tar dell’Emilia Romagna (che riguarda peraltro i pediatri di libera scelta) non è più valido. Non è un gioco di parole, ma una pretesa talmente incredibile, che va letta un paio di volte per capirla bene.
Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Molti preti pensano di esercitare l’amore per il prossimo silenziando la dottrina. Invece la verità va detta sempre, anche se può costarci l’emarginazione sociale o l’accusa di omofobia. Non siamo affatto costretti ad accettare l’antropologia queer.
Dare le perle ai porci. Significa non offrire cose preziose, insegnamenti profondi o gesti sinceri a chi non può apprezzarli, non li capisce o li disprezzerebbe, rischiando di sminuirli e sporcarli. Nasce dal Vangelo. La frase evangelica originaria recita: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci» (Matteo 7:6). Le «perle» rappresentano il nostro amore per Dio, per la verità, che è una e una sola, per il Regno dei Cieli. Le perle rappresentano l’Eucarestia, che preti sciocchi somministrano a peccatori pubblici. Le perle sono la possibilità di entrare nella Chiesa, la casa di Dio, accesso cui hanno diritto solo coloro che la fede in Cristo ha reso fratelli e figli di Dio, come recita il primo bellissimo brano del Vangelo di San Giovanni, letto nella Messa del 31 dicembre, mentre preti sciocchi hanno permesso preghiere islamiche nelle chiese cristiane, uno dei nostri altari è stato profanato dall’orrido idolo Pachamama, statuetta a cui si facevano sacrifici umani nelle lande del Perù prima dell’arrivo della luce del cristianesimo. I porci sono i peccatori, coloro che non condividono la fede in Cristo, tutti coloro che sono fuori dal Regno dei Cieli.
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
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