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2023-10-11
Tifano per i macellai di bimbi
Vittime israeliane nel kibbutz di Kfar Aza (Getty Images)
Il conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.
Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».
La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.
Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.
Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.
Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».
Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».
L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano
Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah.
Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro».
Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah.
Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità.
Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica».
Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele.
«A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto».
Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
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Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, molti decapitati. Eppure in tutta Italia ieri si sono tenute manifestazioni a sostegno dei sicari di Hamas. Centri sociali, ma non solo: a Brescia il sindaco rifiuta di illuminare il Palazzo della Loggia con i colori dello Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoliIl conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cortei-anti-israele-sinistra-2665880126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-che-ama-i-tagliagole-in-piazza-cortei-anti-israele-da-roma-a-milano" data-post-id="2665880126" data-published-at="1696972682" data-use-pagination="False"> L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah. Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro». Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah. Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità. Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica». Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele. «A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto». Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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