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2023-10-11
Tifano per i macellai di bimbi
Vittime israeliane nel kibbutz di Kfar Aza (Getty Images)
Il conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.
Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».
La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.
Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.
Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.
Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».
Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».
L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano
Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah.
Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro».
Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah.
Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità.
Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica».
Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele.
«A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto».
Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
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Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, molti decapitati. Eppure in tutta Italia ieri si sono tenute manifestazioni a sostegno dei sicari di Hamas. Centri sociali, ma non solo: a Brescia il sindaco rifiuta di illuminare il Palazzo della Loggia con i colori dello Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoliIl conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cortei-anti-israele-sinistra-2665880126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-che-ama-i-tagliagole-in-piazza-cortei-anti-israele-da-roma-a-milano" data-post-id="2665880126" data-published-at="1696972682" data-use-pagination="False"> L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah. Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro». Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah. Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità. Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica». Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele. «A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto». Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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