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2023-10-11
Tifano per i macellai di bimbi
Vittime israeliane nel kibbutz di Kfar Aza (Getty Images)
Il conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.
Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».
La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.
Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.
Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.
Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».
Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».
L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano
Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah.
Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro».
Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah.
Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità.
Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica».
Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele.
«A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto».
Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
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Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, molti decapitati. Eppure in tutta Italia ieri si sono tenute manifestazioni a sostegno dei sicari di Hamas. Centri sociali, ma non solo: a Brescia il sindaco rifiuta di illuminare il Palazzo della Loggia con i colori dello Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoliIl conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cortei-anti-israele-sinistra-2665880126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-che-ama-i-tagliagole-in-piazza-cortei-anti-israele-da-roma-a-milano" data-post-id="2665880126" data-published-at="1696972682" data-use-pagination="False"> L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah. Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro». Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah. Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità. Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica». Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele. «A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto». Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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