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2023-10-11
Tifano per i macellai di bimbi
Vittime israeliane nel kibbutz di Kfar Aza (Getty Images)
Il conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.
Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».
La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.
Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.
Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.
Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».
Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».
L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano
Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah.
Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro».
Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah.
Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità.
Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica».
Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele.
«A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto».
Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
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Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, molti decapitati. Eppure in tutta Italia ieri si sono tenute manifestazioni a sostegno dei sicari di Hamas. Centri sociali, ma non solo: a Brescia il sindaco rifiuta di illuminare il Palazzo della Loggia con i colori dello Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoliIl conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cortei-anti-israele-sinistra-2665880126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-che-ama-i-tagliagole-in-piazza-cortei-anti-israele-da-roma-a-milano" data-post-id="2665880126" data-published-at="1696972682" data-use-pagination="False"> L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah. Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro». Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah. Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità. Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica». Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele. «A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto». Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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