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2023-10-11
Tifano per i macellai di bimbi
Vittime israeliane nel kibbutz di Kfar Aza (Getty Images)
Il conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.
Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».
La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.
Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.
Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.
Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».
Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».
L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano
Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah.
Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro».
Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah.
Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità.
Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica».
Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele.
«A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto».
Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
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Scoperti 40 piccoli corpi martoriati, molti decapitati. Eppure in tutta Italia ieri si sono tenute manifestazioni a sostegno dei sicari di Hamas. Centri sociali, ma non solo: a Brescia il sindaco rifiuta di illuminare il Palazzo della Loggia con i colori dello Stato ebraico.Lo speciale contiene due articoliIl conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto vette di violenza e ferocia con pochi precedenti. Lo testimonia, tra le altre cose, quanto accaduto nel kibbutz di Kfar Aza, che si trova a poche centinaia di metri dalla Striscia di Gaza. Ieri, per la prima volta, le forze armate di Tel Aviv hanno permesso ai media di visitare l’insediamento. Dove, come riporta i24News, che parla di «orrore inimmaginabile», sono stati giustiziati anche una quarantina tra neonati e bambini in tenerissima età. Alcuni di loro, è stato riferito dai militari, sono stati addirittura decapitati.Stando alla ricostruzione dei soldati, intere famiglie sono state strappate ai loro letti e trucidate: «Non è una guerra, non è un campo di battaglia: vedi i bambini, la madre, il padre, nelle loro camere da letto, e come i terroristi li hanno uccisi», ha dichiarato il general maggiore dell’esercito israeliano Itai Veruv. «È un massacro, un atto di terrorismo, qualcosa che non ho mai visto nella mia vita, che hanno visto i nostri nonni nei pogrom, ma non nella storia più recente».La tragica sorte del kibbutz di Kfar Aza, benché sia quella dai contorni più raccapriccianti, è stata purtroppo condivisa anche da altre centinaia di persone, che sono morte tra bombardamenti, attentati e agguati. Come quello avvenuto al rave party che si è tenuto sabato nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, che ha registrato circa 260 vittime. Tra di loro, come si è appreso solo ieri, c’era anche l’ex calciatore israeliano Lior Asulin, che al Nova Festival stava festeggiando il suo quarantatreesimo compleanno.Allo stato attuale, le stime delle vittime totali della guerra non possono che essere approssimative. Per quanto riguarda la parte israeliana, le forze armate di Tel Aviv hanno comunicato la morte di oltre 900 persone, a cui si aggiungono circa 2.400 feriti. Per quanto concerne invece la parte palestinese, si parla di almeno 830 morti e 4.250 feriti. È questo il bilancio fornito dal ministero della Salute palestinese. L’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha), inoltre, ha reso noto che sono più di 187.500 gli sfollati nella Striscia di Gaza. La scelta di Tel Aviv di isolare completamente l’area, incluso il divieto di farvi giungere gli aiuti umanitari, potrebbe presto peggiorare la già critica situazione, come lamentato da Volker Türk, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.Ancora più complicato è appurare il numero esatto dei prigionieri e degli ostaggi in mano ad Hamas. I miliziani palestinesi hanno fatto sapere di averne in custodia circa un centinaio, inclusi alti ufficiali dell’esercito israeliano, mentre il New York Times ha ipotizzato che possano essere anche 150. Tra questi, secondo l’ambasciatore israeliano all’Onu, vi sarebbero anche donne e bambini. La loro sorte rimane appesa a un filo. Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio militare di Hamas, ha infatti annunciato che ogni attacco israeliano contro i civili palestinesi verrà punito «con l’esecuzione di uno dei civili nemici che teniamo in ostaggio». Inoltre, come ha riferito ieri Haaretz, il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha assicurato che non è loro intenzione intavolare «discussioni sui prigionieri e sugli ostaggi in mano alle forze della resistenza» finché la campagna militare non sarà terminata. Da parte loro, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ribadito che uccidere ostaggi avrà gravi conseguenze: «Se fanno del male a una di queste nonne o a uno di questi neonati o a uno di questi bambini, le cose non miglioreranno e loro lo sanno», ha detto il portavoce dell’Idf, il tenente colonnello Richard Hecht.Tra i morti, i dispersi e i possibili ostaggi in mano ai miliziani di Hamas non ci sono solo israeliani, ma anche diversi cittadini occidentali. Il Consiglio per la sicurezza americano, per esempio, ha confermato la morte in Terra Santa di nove cittadini statunitensi, mentre il ministro degli Esteri francese, Catherine Colonna, ha parlato ieri di almeno otto morti e 20 dispersi transalpini. Anche il Regno Unito ha confermato la morte o la scomparsa di dieci suoi cittadini, laddove la Germania ha lamentato il sequestro della connazionale Shani Nicole Luke, che ha anche passaporto israeliano, avvenuto durante il Nova Festival.Non si hanno invece aggiornamenti sulla coppia italo-israeliana probabilmente in ostaggio: «Non abbiamo ancora novità», ha dichiarato Giorgia Meloni. Sempre ieri, ha parlato anche il figlio della coppia, Nadav Kipnis: «Mio padre è disabile. Se i miei genitori sono stati rapiti, come crediamo, speriamo papà possa avere i farmaci di cui ha bisogno».Nel frattempo, a Pratica di Mare, due aerei militari italiani hanno riportato a casa 180 nostri connazionali che si trovavano in Israele. Nel complesso, sono rientrati in patria 400 cittadini italiani. E oggi altri 500 dovrebbero atterrare, come annunciato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Che in serata però aggiunge una brutta notizia: «Tra i dieci concittadini bloccati nella Striscia di Gaza c’è anche una bimba di un anno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cortei-anti-israele-sinistra-2665880126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-che-ama-i-tagliagole-in-piazza-cortei-anti-israele-da-roma-a-milano" data-post-id="2665880126" data-published-at="1696972682" data-use-pagination="False"> L’Italia che ama i tagliagole in piazza. Cortei anti Israele da Roma a Milano Sono finiti in piazza Duomo. Gli slogan dei fanatici antisemiti risuonano nel cuore di Milano facendo scappare la gente perbene e i piccioni. «Israele terrorista, Palestina libera», «Gaza prigione a cielo aperto» scandiscono i campioni dell’ultrasinistra che il vanity sindaco Giuseppe Sala non voleva nei dintorni di palazzo Marino. Per tutto il giorno il primo cittadino dell’attendismo e dell’ipocrisia politica ha tentato di allontanare dal centro la manifestazione degli ultrà dei centri sociali (no in piazza Scala, no in piazzetta Mercanti); per tutto il giorno il prefetto Renato Saccone ha provato a tenerli lontani dall’altro presidio, quello organizzato da Forza Italia davanti al Memoriale della Shoah. Alla fine un centinaio di aficionados di Hamas e della strategia dell’orrore si piazzano proprio davanti a piazzetta Mercanti e al Duomo, srotolano le bandiere, danno fiato ai megafoni, inscenano la loro solidarietà ai terroristi. La metropoli più europea d’Italia in ostaggio dei tifosi della morte è uno spettacolo osceno. E Sala, che in tre giorni non ha avuto il coraggio di esporre la bandiera di Israele da sola, se la cava con «Sto zitto e lavoro». Mentre Milano si vergogna di sera, a Roma ci si prende a schiaffi al mattino. Ad ergersi protagonisti sono i mitici collettivi dell’Università la Sapienza, da sempre cellule gruppettare, comitati centrali autonominati per controllare la pulizia del karma di chi si muove nel perimetro dell’ateneo. O sei di sinistra o non hai diritto d’esistere. Se ne accorse anche Joseph Ratzinger nel 2008, un Papa senza diritto di parola per non urtare la suscettibilità dei post-marxisti in keffiah. Alla Sapienza tutto è surreale. Alle 11, mentre ricominciano i raid missilistici di Hamas, i collettivi organizzano un presidio pro Palestina. Alle 11.30, mentre il Web diffonde le notizie di bambini innocenti decapitati dai terroristi, gli «studenti democratici» tentano un blitz al Rettorato «per condannare il brutale attacco che Israele sferra da decenni sulla popolazione palestinese e per far sentire la protesta alla rettrice Antonella Polimeni», che aveva osato proporre al Senato accademico una mozione di vicinanza a tutte le vittime. Gridano «Nessun colonialismo, nessun padrone, intifada per la rivoluzione». L’irruzione fallisce, la polizia reagisce e i più aggressivi fra gli attivisti di estrema sinistra vengono presi a schiaffi. L’onda si placa in pochi minuti, nessun ferito tranne la verità. Rivoltando meravigliosamente la frittata come da manuale dell’era sovietica, il collettivo di Scienze politiche Osa (Opposizione studentesca alternativa) si unisce ai compagni di Cambiare Rotta per contestare il ministro Anna Maria Bernini invitata ad inaugurare l’anno accademico. Si tratta di poche decine di militanti, strumentalizzati da vecchi arnesi della contestazione generale, impegnati a loro dire «a contrastare la mozione a favore della brutalità di Israele che massacra da decenni donne, bambini, famiglie e distrugge case». A loro si aggiunge il collettivo Zaum (portato in palmo di mano da Onda Rossa e dagli Anarchici), che decide di manifestare perché «l’ateneo si vuole schierare dalla parte del colonialismo e della violenza sistemica». Il caos intellettuale dilaga, l’ipocrisia sistematica prende il sopravvento anche nelle stanze delle istituzioni, dove sindaci, assessori, consiglieri comunali nostalgici del movimentismo di piazza decidono che è arrivata l’ora di schierarsi dalla (solita) parte sbagliata della Storia. L’esempio più imbarazzante si materializza a Brescia, città moderata, medaglia d’oro della Resistenza, dove il cattolicesimo lombardo riesce sempre a fungere da ammortizzatore delle tensioni più aspre. La giunta piddina di Laura Castelletti sembra un distaccamento di Hamas e vieta di illuminare il palazzo della Loggia con i colori di Israele. «A ridosso della tragedia tutti i consiglieri comunali avevano ricevuto una lettera dall’Associazione Italia-Israele con la preghiera di esprimere solidarietà», spiega Paolo Fontana, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Illuminare la Loggia è prassi consolidata, lo si fa per tutto, si offre giustamente solidarietà all’Ucraina, alle donne iraniane, anche a Patrick Zaki mentre era in carcere in Egitto. Pensavamo che il gesto fosse scontato ma il sindaco ci ha risposto che non avrebbe illuminato niente. Una decisione gravissima». Il centrodestra unito chiede di togliere il premio per la Pace a Zaki e Fontana ricorda il recente gemellaggio con la città lituana di Kaunas, accettato anche se laggiù ci sono ancora vie e piazze intitolate a gerarchi nazisti. E sottolinea il rifiuto del sindaco di far votare una mozione sull’antisemitismo, la stessa votata dal Parlamento Europeo e da molte città italiane. «Avevamo presentato lo stesso documento approvato dal consiglio Pd di Dario Nardella a Firenze. Qui niente. Adesso questo affronto». Silvia Quilleri, vicepresidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, mostra in un comunicato lo sconcerto dei cittadini perbene. «Ci indigna e preoccupa che l’amministrazione non abbia accolto la richiesta di proiettare sul palazzo comunale la bandiera di Israele, per dimostrare solidarietà alle vittime innocenti. È ancora più insopportabile se si ricorda che è stata tanto sollecita a colorare di giallo la Loggia per dimostrare solidarietà Patrick Zaki, che dopo essere stato liberato grazie alla mediazione dell’Italia, ha usato parole inaccettabili contro Israele e la democrazia che evidentemente non gli appartiene». La tragedia israeliana fa tornare a galla, come relitti di sommergibili affondati, il peggio dell’Italia rossobruna.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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