La Corte di Strasburgo condanna l’Italia: la lunga battaglia di un padre

Di fronte alla recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Italia riconosce – seppure in modo tardivo e parziale – le violazioni subite da Giuseppe Apadula, padre che per oltre un decennio ha lottato per vedere suo figlio. Una vicenda dolorosa che solleva interrogativi profondi sulla tenuta del sistema giudiziario, sul ruolo delle istituzioni e sull’influenza della politica.
Giuseppe Apadula ha potuto vedere suo figlio, in sei anni, per appena quattro ore e trentatré minuti. Una cifra che parla da sé. La sua battaglia, iniziata nel 2013, si è snodata attraverso tribunali, istanze alle istituzioni italiane ed europee, denunce di inadempienze e di mancato rispetto di provvedimenti giudiziari. Un percorso lungo, segnato da dolore personale, isolamento e, spesso, da una narrazione pubblica che lo ha dipinto in modo distorto.
La Corte di Strasburgo ha recentemente riconosciuto che l’Italia ha violato il diritto al rispetto della vita familiare, condannando lo Stato al pagamento di 20.000 euro di risarcimento. Una somma che ha il valore di un riconoscimento formale, ma che difficilmente potrà sanare la ferita di un legame padre-figlio interrotto per anni.
Nonostante la sentenza europea, il dibattito resta acceso anche sul fronte politico. Al centro dell’attenzione, in particolare, la figura della senatrice Valeria Valente (PD), già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. Il suo coinvolgimento nel caso, attraverso dichiarazioni pubbliche, interrogazioni parlamentari e iniziative mediatiche a sostegno della madre del bambino, Laura Massaro, è stato costante. Tuttavia, anche dopo la pronuncia della CEDU, la senatrice ha continuato a parlare di “vittoria dello Stato di diritto”, senza fare cenno al contenuto della sentenza.
Secondo alcuni osservatori, questo atteggiamento riflette una difficoltà a riconoscere la complessità della vicenda. È innegabile che il caso Apadula sia stato a lungo oggetto di forti polarizzazioni, in un contesto dove la tutela dei diritti dei minori si è spesso intrecciata con le istanze – legittime – del contrasto alla violenza di genere. Ma è proprio qui che la vicenda solleva interrogativi: può il principio di tutela trasformarsi in automatismo? È sufficiente una denuncia per stabilire una verità giudiziaria?
Il Rapporto della Commissione femminicidio, presieduta dalla stessa Valente, ha più volte sollevato dubbi sull’utilizzo del concetto di “alienazione parentale”, ritenuto controverso. Ma nella storia di Apadula, più che teorie, parlano i provvedimenti: dal 2013, tutte le corti – Tribunale per i Minorenni, Corte d’Appello, Cassazione – hanno confermato il diritto del padre a vedere il figlio. Nel 2021, la madre è stata dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale. Il bambino è stato sottratto all’esecuzione del provvedimento per quasi nove mesi. Nonostante ciò, la Cassazione, nel 2022, ha accolto il desiderio espresso dal minore di restare con la madre.
In parallelo, due testate giornalistiche – Repubblica e Dire – sono state sanzionate per aver diffamato Apadula, definendolo “violento” senza fondamento probatorio. Anche alcuni operatori sociali coinvolti nel caso sono stati indagati o condannati per comportamenti ritenuti inadeguati.
La vicenda non ha avuto solo ricadute sulla sfera familiare. Ha sollevato un dibattito ampio sul ruolo delle istituzioni, sul confine tra tutela e pregiudizio, e sull’equilibrio tra potere politico e potere giudiziario. La madre di Apadula, ad esempio, è deceduta senza poter mai conoscere il nipote. Un lutto che si intreccia con quello di tanti altri nonni, padri e madri coinvolti in vicende simili.
Il caso Apadula è un’occasione – forse l’ultima – per aprire un confronto serio e non pregiudiziale sul diritto alla bigenitorialità, sulla responsabilità istituzionale e sulla necessità di garantire a ogni bambino una relazione sana con entrambi i genitori.
In questa prospettiva, il silenzio – o la rimozione – non aiutano. È auspicabile, piuttosto, che anche chi ha avuto un ruolo politico attivo nella vicenda scelga oggi la strada dell’ascolto, del confronto e del rispetto delle decisioni assunte da una delle più autorevoli corti internazionali in materia di diritti umani.






