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2024-01-22
Corano e cocaina: il patto di sangue tra narcos e jihadisti
Ansa
Mentre Israele reagiva contro Hamas a Gaza, l’Fbi metteva in guardia dal crescente rischio di terrorismo in tutto il mondo. Un mese dopo le stragi in Israele, l’8 novembre, abbiamo visto le prove della minaccia anche in Sud America: la polizia federale brasiliana ha scoperto un complotto di Hezbollah per attaccare obiettivi ebraici nel Paese.
Ma cosa ci fanno gli Hezbollah in Sud America? Trafficano in droga, armi e qualsiasi cosa serva a finanziarsi in un contesto a loro favorevole con governi come quelli di Cuba, Colombia, Venezuela, Ecuador, Brasile, Bolivia e Paraguay, che hanno stretto legami molto forti con l’Iran (e con la Russia) in funzione antiamericana. Gli Hezbollah non operano più solo nell’area della «Triple Frontera», un’area di tre confini lungo la confluenza di Argentina, Brasile e Paraguay, come conferma alla Verità Maria Zuppello, giornalista e analista tra i massimi esperti dei fenomeni criminali in Sud America: «A novembre dello scorso anno, in Brasile, l’operazione Trapiche (deposito, ndr) ha portato all’arresto di due cittadini brasiliani, uno dei quali appena sbarcato dal Libano, con sospetti legami con Hezbollah. Secondo quanto riferito, erano stati reclutati in Libano per lanciare una serie di multipli attacchi terroristici contro diversi obiettivi ebraici e israeliani in tutto il Paese. A sottolineare l’importanza di questa operazione il fatto che il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, nota per non rilasciare dichiarazioni pubbliche, su questa operazione abbia voluto, invece, dichiarare attraverso un comunicato, che la serie di attacchi - che avrebbero potuto causare la morte di centinaia di ebrei - se era stata pianificata dall’organizzazione terroristica Hezbollah, diretta e finanziata dal regime iraniano».
A proposito della «Triple», va ricordato che è una delle principali rotte di transito della droga proveniente dalla Colombia e dal Sud America verso gli Stati Uniti e l’Europa. Si stima che il valore del traffico di droga nella regione sia di circa 70 miliardi di dollari all’anno. L’area è anche un importante centro di traffico di armi, di esseri umani e di contrabbando di merci. Secondo il rapporto «The illicit economies of the Triple Frontier», pubblicato nel 2022 dal Center for Strategic and international studies, il valore dei traffici illegali nella Triple Frontera, è stimato in circa 100 miliardi di dollari all’anno.
Ma torniamo alla droga e agli Hezbollah, che in Sud America lavorano, ad esempio, con il principale gruppo criminale del Brasile, il Primo Comando da Capital (Pcc), come ci conferma Maria Zuppello: «Per quanto riguarda il narcotraffico, l’area più vulnerabile rimane il Sud del Brasile, non solo la Triple Frontera, ma anche la frontiera dello Stato brasiliano di Mato Grosso do Sul con il Paraguay. Le ragioni sono molteplici: la porosità delle frontiere, il potere del Pcc, che ormai si estende in Paraguay e garantisce la logistica della cocaina dal Paese vicino al Brasile, la corruzione delle autorità pubbliche. Tuttavia, la città di San Paolo, centro finanziario del Paese, rimane l’epicentro dove i membri di Hezbollah si incontrano ed elaborano strategie. Proprio a San Paolo è avvenuto l’arresto recente più eclatante, quello di Assad Khalil Kiwan, libanese, naturalizzato brasiliano, nel novembre del 2020».
Il livello di sofisticazione è tale che Hezbollah, per gestire il traffico di droga, ha una vera e propria divisione chiamata Hezbollah business affairs component (Bac), unità che supervisiona il traffico di droga e le operazioni di riciclaggio di denaro per finanziare le attività terroristiche, procurare armi e sostenere le famiglie dei terroristi. Il Bac, sottolinea Maria Zuppello, è a sua volta parte dell’unità chiamata Hezbollah external security operation, che si occupa degli attacchi terroristici internazionali. «Khalil Kiwan è accusato di far parte di un’organizzazione criminale che esportava droga in Europa, in partenza dai porti brasiliani. Durante le indagini, la polizia federale ha sequestrato 50 tonnellate di cocaina. Mandati di perquisizione sono stati emessi oltre che in Brasile anche in Spagna, Colombia, Portogallo ed Emirati Arabi Uniti, a dimostrare come Hezbollah si muova attraverso reti internazionali». La lista dei libanesi, iraniani, siriani, turchi e iracheni che si occupano di narcotraffico è lunghissima ma un nome svetta su tutti: quello di Assad Ahmad Barakat, che appartiene a una potente famiglia sciita libanese affiliata a Hezbollah e leader dell’omonimo clan. Più volte arrestato e scarcerato dal 2021, vive in Brasile, continua a gestire i suoi traffici e, come sottolinea Maria Zuppello: «Il clan Barakat, che ha rapporti con la ’ndrangheta e il Pcc, ha un ruolo centrale in numerose attività illegali».
Infine, dove ci sono le foglie di coca arrivano anche coloro che sanno farla diventare sostanza stupefacente, ovvero i chimici come Garip Uç, 38 anni, un esperto di nazionalità turca, arrivato come rifugiato in Brasile nel 2020. Conosciuto come «il chimico del Pcc». Dietro la facciata di un bar, gestiva, insieme a un brasiliano, un laboratorio di droga molto sofisticato nella cittadina di Praia Grande, in cui produceva anche il cosiddetto «dry marroquí», un hashish molto concentrato. Il fratello di Garip, Eray Uç, è invece accusato di aver preso parte a una rete internazionale di trafficanti di droga che davano a Hezbollah parte dei loro profitti in cambio di protezione per operare in Medio Oriente.
Il patto tra terroristi islamici e cartelli di narcotrafficanti è un gigantesco problema, non solo per il Sud America ma anche per l’Europa, Italia compresa, come mostrano recenti indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia), che hanno messo in luce gli accordi tra gli ’ndranghetisti, gli Hezbollah e gli uomini del Pcc.
La faida dei cartelli per il territorio tiene sotto scacco un continente
Sembrava tornata la calma in Ecuador grazie al massiccio intervento delle Forze armate dopo le rivolte nelle carceri, i rapimenti e i saccheggi dello scorso 9 gennaio invece giovedì è stato ucciso il procuratore César Suárez, incaricato di indagare sull’assalto armato alla televisione Tc da parte di una banda di narcotrafficanti, trasmesso in diretta la scorsa settimana. Lo riporta il quotidiano El Universo. Suarez è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella città di Guayaquil. Il caos in Ecuador è iniziato dopo la fuga dal carcere del leader José Adolfo Macías Villamar, noto come «Fito» e capo del gruppo criminale Los Choneros, che a oggi sarebbe riparato in Colombia. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato che il Paese è attualmente coinvolto «in un conflitto armato interno», rendendo necessario lo schieramento immediato delle Forze di sicurezza contro il crimine organizzato.
Le due più grandi bande dell’Ecuador, Los Lobos e Los Choneros, avevano mantenuto a lungo una pace difficile, ma gli omicidi dei loro leader nel 2020 hanno scatenato una lotta per il potere. Da allora, i gruppi si sono rapidamente divisi in fazioni in lizza per il controllo del territorio, in particolare di Guayaquil. Si ritiene che i Los Lobos siano legati al cartello messicano Jalisco New Generation, Los Choneros sarebbero invece alleati con il cartello di Sinaloa, mentre i gruppi scissionisti sono in guerra per il controllo dei mercati di consumo nazionali e delle rotte del traffico, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza. Tutto ciò ha avuto effetti terrificanti per il Paese.
Nel 2022, quando furono trovati cadaveri senza testa sospesi a un ponte nella città di Esmeraldas, alcuni analisti conclusero che il tipo di violenza dei cartelli che terrorizzava città messicane come Juarez negli anni 2000 aveva trovato una nuova casa in Ecuador. Fernando Villavicencio, candidato alle elezioni presidenziali dell’Ecuador, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 9 agosto 2023, a Quito. Secondo le statistiche ufficiali del governo ecuadoriano, nel 2023 ci sono stati 8.008 omicidi nel Paese. Un numero che certifica un aumento del 288% rispetto al 2019, quando sono stati registrati 2.094 omicidi.
Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Venezuela, diventato un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti e l’Europa. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il Venezuela ha prodotto circa 1.000 tonnellate di cocaina nel 2022, il che lo rende il terzo produttore mondiale di questa droga. La maggior parte della cocaina prodotta in Venezuela viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi.
Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Venezuela sono: il Cartello dei Soli, un’organizzazione criminale potentissima composta in larga parte da membri delle Forze armate venezuelane, il cartello Tren de Aragua, specializzatosi nel traffico di cocaina e marijuana, infine c’è il Cartello del Golfo: un’organizzazione criminale che opera in Colombia e in altri Paesi del Sud America compreso Venezuela.
Secondo le stime dell’Unodc, la Bolivia ha prodotto circa 28.000 tonnellate di foglie di coca nel 2022, il che la rende il secondo produttore mondiale di questa pianta. La maggior parte delle foglie di coca prodotte in Bolivia viene utilizzata per scopi tradizionali, come la masticazione e la preparazione di bevande, tuttavia, una parte viene anche utilizzata per la produzione di cocaina.
La Colombia invece è il principale produttore mondiale di cocaina stimata di circa 1.200 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Colombia viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Colombia sono: il Clan del Golfo, un’organizzazione criminale che opera nelle regioni costiere della Colombia; La Segunda Marquetalia fondata dai resti delle Farc, il gruppo guerrigliero che ha firmato un accordo di pace con il governo colombiano nel 2016; e La Oficina de Envigado, attivo nella regione di Antioquia, nel Nord della Colombia.
Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Brasile e Argentina. Entrambi i Paesi sono importanti hub di transito per la droga proveniente dalle nazioni produttrici dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti ed Europa. A proposito del Perù: la produzione di cocaina è aumentata del 18% nel 2022, raggiungendo un livello record di 95.008 ettari di terreno dedicati alla coltivazione della coca. Anche il Brasile è un importante produttore di cocaina: circa 600 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Brasile viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Continenti. Qui operano il Primeiro Comando de Capital, un’organizzazione criminale che è attivo nella regione di San Paolo ed è considerato una delle organizzazioni criminali più potenti del Paese, il Comando Vermelho: molto nella regione di Rio de Janeiro, e nel nord c’è La Familia do Norte.
L’Argentina è un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina. La maggior parte della droga che transita attraverso l’Argentina è diretta verso gli Stati Uniti ed Europa e tutta la filiera è gestita dalla ’ndrangheta, dal Cartello di Sinaloa e dalla Banda de los Monos.
Infine, è impossibile non parlare del Messico, il principale produttore di marijuana e metanfetamina al mondo e un importante produttore di eroina e cocaina, dove dal 2006 la guerra tra i vari cartelli di narcotrafficanti ha fatto più di 333.308 morti.
Il traffico di stupefacenti vale 600 miliardi di dollari
Secondo stime recenti, il valore globale del traffico di droga è compreso tra i 400 e i 600 miliardi di dollari. Questo lo rende uno dei mercati illegali più redditizi al mondo, superando il valore di grandi aziende come Walmart o McDonald’s.
Il mercato della droga è dominato da tre principali sostanze stupefacenti: cocaina, oppiacei e cannabis, ma le droghe sintetiche stanno cambiando il panorama del narcotraffico. A questo proposito, secondo il rapporto 2022 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il valore globale del traffico delle droghe sintetiche è stimato in 182 miliardi di dollari. Questo valore rappresenta circa il 45% del valore totale del mercato degli stupefacenti e i principali centri di produzione di droghe sintetiche si trovano in Cina, India e Paesi Bassi, mentre i maggiori centri di consumo si trovano in Nord America, Europa e Australia.
Secondo la relazione annuale 2022 della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa), il valore del mercato delle droghe sintetiche in Italia è stimato in 6,8 miliardi di euro. Questo valore rappresenta circa il 40% del valore totale del mercato della droga illegale in Italia. Il mercato delle droghe sintetiche da noi è in continua crescita. Nel 2022, i sequestri di droghe sintetiche sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente e le droghe sintetiche più consumate sono metanfetamina, ecstasy e Lsd. La metanfetamina è la droga sintetica più prodotta in Italia e il mercato è dominato da organizzazioni criminali, come ’ndrangheta e Camorra.
La cocaina è la droga più costosa, con un prezzo al dettaglio che può raggiungere i 100 dollari al grammo. Gli oppiacei, come l’eroina e la morfina, sono invece le droghe più pericolose, con un alto tasso di dipendenza e di mortalità. La cannabis è la droga più diffusa al mondo, con un consumo stimato in oltre 200 milioni di persone. Il traffico di droga è un fenomeno globale che coinvolge tutti i continenti. I principali centri di produzione di droga si trovano in Sud America, Asia e Africa. I principali centri di consumo si trovano invece in Nord America, Europa e Australia. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il traffico di cocaina ha un valore di mercato di circa 64 miliardi di dollari all’anno.
Questo valore è in costante aumento e si prevede che raggiungerà i 72 miliardi di dollari entro il 2025. Si stima che in Europa siano distribuite circa 124 tonnellate di cocaina all’anno. Il valore della cocaina distribuita in Europa è di circa 34 miliardi di dollari all’anno. Secondo le stime del Dipartimento politiche antidroga, il valore del traffico di cocaina in Italia è compreso tra i 10 e i 15 miliardi di euro all’anno. Questo valore è stimato sulla base dei dati di sequestri di droga, che nel 2022 sono stati pari a 13,5 tonnellate. La cocaina è la droga più utilizzata in Italia, con un numero di consumatori stimato in circa 1 milione di persone. Il mercato della cocaina in Italia è dominato dalla ‘ndrangheta, che controlla la maggior parte delle rotte di importazione e distribuzione della droga. La maggior parte della cocaina importata in Italia proviene dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia. La cocaina viene importata in Italia principalmente via mare, attraverso i porti di Gioia Tauro, Genova e Trieste. La cocaina viene distribuita in Italia principalmente attraverso la ‘ndrangheta, ma anche attraverso altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e la Camorra. Il prezzo della cocaina al dettaglio in Italia varia da 80 a 100 euro al grammo.
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Una retata in Brasile ha svelato la rete e il business di Hezbollah in Sud America. Ma il denaro conduce fino alla ‘ndrangheta.L’Ecuador è in balia delle bande criminali dopo la fuga del boss «Fito». Il Venezuela è controllato da tre gruppi, così come la Colombia. Mentre in Messico gli scontri tra rivali hanno già causato 333.308 morti.Eroina e cannabis dominano, mentre le sostanze sintetiche avanzano (45%). E in Italia la polvere bianca vanta 1 milione di clienti.Lo speciale contiene tre articoliMentre Israele reagiva contro Hamas a Gaza, l’Fbi metteva in guardia dal crescente rischio di terrorismo in tutto il mondo. Un mese dopo le stragi in Israele, l’8 novembre, abbiamo visto le prove della minaccia anche in Sud America: la polizia federale brasiliana ha scoperto un complotto di Hezbollah per attaccare obiettivi ebraici nel Paese. Ma cosa ci fanno gli Hezbollah in Sud America? Trafficano in droga, armi e qualsiasi cosa serva a finanziarsi in un contesto a loro favorevole con governi come quelli di Cuba, Colombia, Venezuela, Ecuador, Brasile, Bolivia e Paraguay, che hanno stretto legami molto forti con l’Iran (e con la Russia) in funzione antiamericana. Gli Hezbollah non operano più solo nell’area della «Triple Frontera», un’area di tre confini lungo la confluenza di Argentina, Brasile e Paraguay, come conferma alla Verità Maria Zuppello, giornalista e analista tra i massimi esperti dei fenomeni criminali in Sud America: «A novembre dello scorso anno, in Brasile, l’operazione Trapiche (deposito, ndr) ha portato all’arresto di due cittadini brasiliani, uno dei quali appena sbarcato dal Libano, con sospetti legami con Hezbollah. Secondo quanto riferito, erano stati reclutati in Libano per lanciare una serie di multipli attacchi terroristici contro diversi obiettivi ebraici e israeliani in tutto il Paese. A sottolineare l’importanza di questa operazione il fatto che il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, nota per non rilasciare dichiarazioni pubbliche, su questa operazione abbia voluto, invece, dichiarare attraverso un comunicato, che la serie di attacchi - che avrebbero potuto causare la morte di centinaia di ebrei - se era stata pianificata dall’organizzazione terroristica Hezbollah, diretta e finanziata dal regime iraniano». A proposito della «Triple», va ricordato che è una delle principali rotte di transito della droga proveniente dalla Colombia e dal Sud America verso gli Stati Uniti e l’Europa. Si stima che il valore del traffico di droga nella regione sia di circa 70 miliardi di dollari all’anno. L’area è anche un importante centro di traffico di armi, di esseri umani e di contrabbando di merci. Secondo il rapporto «The illicit economies of the Triple Frontier», pubblicato nel 2022 dal Center for Strategic and international studies, il valore dei traffici illegali nella Triple Frontera, è stimato in circa 100 miliardi di dollari all’anno. Ma torniamo alla droga e agli Hezbollah, che in Sud America lavorano, ad esempio, con il principale gruppo criminale del Brasile, il Primo Comando da Capital (Pcc), come ci conferma Maria Zuppello: «Per quanto riguarda il narcotraffico, l’area più vulnerabile rimane il Sud del Brasile, non solo la Triple Frontera, ma anche la frontiera dello Stato brasiliano di Mato Grosso do Sul con il Paraguay. Le ragioni sono molteplici: la porosità delle frontiere, il potere del Pcc, che ormai si estende in Paraguay e garantisce la logistica della cocaina dal Paese vicino al Brasile, la corruzione delle autorità pubbliche. Tuttavia, la città di San Paolo, centro finanziario del Paese, rimane l’epicentro dove i membri di Hezbollah si incontrano ed elaborano strategie. Proprio a San Paolo è avvenuto l’arresto recente più eclatante, quello di Assad Khalil Kiwan, libanese, naturalizzato brasiliano, nel novembre del 2020». Il livello di sofisticazione è tale che Hezbollah, per gestire il traffico di droga, ha una vera e propria divisione chiamata Hezbollah business affairs component (Bac), unità che supervisiona il traffico di droga e le operazioni di riciclaggio di denaro per finanziare le attività terroristiche, procurare armi e sostenere le famiglie dei terroristi. Il Bac, sottolinea Maria Zuppello, è a sua volta parte dell’unità chiamata Hezbollah external security operation, che si occupa degli attacchi terroristici internazionali. «Khalil Kiwan è accusato di far parte di un’organizzazione criminale che esportava droga in Europa, in partenza dai porti brasiliani. Durante le indagini, la polizia federale ha sequestrato 50 tonnellate di cocaina. Mandati di perquisizione sono stati emessi oltre che in Brasile anche in Spagna, Colombia, Portogallo ed Emirati Arabi Uniti, a dimostrare come Hezbollah si muova attraverso reti internazionali». La lista dei libanesi, iraniani, siriani, turchi e iracheni che si occupano di narcotraffico è lunghissima ma un nome svetta su tutti: quello di Assad Ahmad Barakat, che appartiene a una potente famiglia sciita libanese affiliata a Hezbollah e leader dell’omonimo clan. Più volte arrestato e scarcerato dal 2021, vive in Brasile, continua a gestire i suoi traffici e, come sottolinea Maria Zuppello: «Il clan Barakat, che ha rapporti con la ’ndrangheta e il Pcc, ha un ruolo centrale in numerose attività illegali». Infine, dove ci sono le foglie di coca arrivano anche coloro che sanno farla diventare sostanza stupefacente, ovvero i chimici come Garip Uç, 38 anni, un esperto di nazionalità turca, arrivato come rifugiato in Brasile nel 2020. Conosciuto come «il chimico del Pcc». Dietro la facciata di un bar, gestiva, insieme a un brasiliano, un laboratorio di droga molto sofisticato nella cittadina di Praia Grande, in cui produceva anche il cosiddetto «dry marroquí», un hashish molto concentrato. Il fratello di Garip, Eray Uç, è invece accusato di aver preso parte a una rete internazionale di trafficanti di droga che davano a Hezbollah parte dei loro profitti in cambio di protezione per operare in Medio Oriente. Il patto tra terroristi islamici e cartelli di narcotrafficanti è un gigantesco problema, non solo per il Sud America ma anche per l’Europa, Italia compresa, come mostrano recenti indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia), che hanno messo in luce gli accordi tra gli ’ndranghetisti, gli Hezbollah e gli uomini del Pcc. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corano-e-cocaina-il-patto-di-sangue-tra-narcos-e-jihadisti-2667015903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-faida-dei-cartelli-per-il-territorio-tiene-sotto-scacco-un-continente" data-post-id="2667015903" data-published-at="1705829230" data-use-pagination="False"> La faida dei cartelli per il territorio tiene sotto scacco un continente Sembrava tornata la calma in Ecuador grazie al massiccio intervento delle Forze armate dopo le rivolte nelle carceri, i rapimenti e i saccheggi dello scorso 9 gennaio invece giovedì è stato ucciso il procuratore César Suárez, incaricato di indagare sull’assalto armato alla televisione Tc da parte di una banda di narcotrafficanti, trasmesso in diretta la scorsa settimana. Lo riporta il quotidiano El Universo. Suarez è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella città di Guayaquil. Il caos in Ecuador è iniziato dopo la fuga dal carcere del leader José Adolfo Macías Villamar, noto come «Fito» e capo del gruppo criminale Los Choneros, che a oggi sarebbe riparato in Colombia. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato che il Paese è attualmente coinvolto «in un conflitto armato interno», rendendo necessario lo schieramento immediato delle Forze di sicurezza contro il crimine organizzato. Le due più grandi bande dell’Ecuador, Los Lobos e Los Choneros, avevano mantenuto a lungo una pace difficile, ma gli omicidi dei loro leader nel 2020 hanno scatenato una lotta per il potere. Da allora, i gruppi si sono rapidamente divisi in fazioni in lizza per il controllo del territorio, in particolare di Guayaquil. Si ritiene che i Los Lobos siano legati al cartello messicano Jalisco New Generation, Los Choneros sarebbero invece alleati con il cartello di Sinaloa, mentre i gruppi scissionisti sono in guerra per il controllo dei mercati di consumo nazionali e delle rotte del traffico, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza. Tutto ciò ha avuto effetti terrificanti per il Paese. Nel 2022, quando furono trovati cadaveri senza testa sospesi a un ponte nella città di Esmeraldas, alcuni analisti conclusero che il tipo di violenza dei cartelli che terrorizzava città messicane come Juarez negli anni 2000 aveva trovato una nuova casa in Ecuador. Fernando Villavicencio, candidato alle elezioni presidenziali dell’Ecuador, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 9 agosto 2023, a Quito. Secondo le statistiche ufficiali del governo ecuadoriano, nel 2023 ci sono stati 8.008 omicidi nel Paese. Un numero che certifica un aumento del 288% rispetto al 2019, quando sono stati registrati 2.094 omicidi. Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Venezuela, diventato un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti e l’Europa. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il Venezuela ha prodotto circa 1.000 tonnellate di cocaina nel 2022, il che lo rende il terzo produttore mondiale di questa droga. La maggior parte della cocaina prodotta in Venezuela viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Venezuela sono: il Cartello dei Soli, un’organizzazione criminale potentissima composta in larga parte da membri delle Forze armate venezuelane, il cartello Tren de Aragua, specializzatosi nel traffico di cocaina e marijuana, infine c’è il Cartello del Golfo: un’organizzazione criminale che opera in Colombia e in altri Paesi del Sud America compreso Venezuela. Secondo le stime dell’Unodc, la Bolivia ha prodotto circa 28.000 tonnellate di foglie di coca nel 2022, il che la rende il secondo produttore mondiale di questa pianta. La maggior parte delle foglie di coca prodotte in Bolivia viene utilizzata per scopi tradizionali, come la masticazione e la preparazione di bevande, tuttavia, una parte viene anche utilizzata per la produzione di cocaina. La Colombia invece è il principale produttore mondiale di cocaina stimata di circa 1.200 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Colombia viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Colombia sono: il Clan del Golfo, un’organizzazione criminale che opera nelle regioni costiere della Colombia; La Segunda Marquetalia fondata dai resti delle Farc, il gruppo guerrigliero che ha firmato un accordo di pace con il governo colombiano nel 2016; e La Oficina de Envigado, attivo nella regione di Antioquia, nel Nord della Colombia. Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Brasile e Argentina. Entrambi i Paesi sono importanti hub di transito per la droga proveniente dalle nazioni produttrici dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti ed Europa. A proposito del Perù: la produzione di cocaina è aumentata del 18% nel 2022, raggiungendo un livello record di 95.008 ettari di terreno dedicati alla coltivazione della coca. Anche il Brasile è un importante produttore di cocaina: circa 600 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Brasile viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Continenti. Qui operano il Primeiro Comando de Capital, un’organizzazione criminale che è attivo nella regione di San Paolo ed è considerato una delle organizzazioni criminali più potenti del Paese, il Comando Vermelho: molto nella regione di Rio de Janeiro, e nel nord c’è La Familia do Norte. L’Argentina è un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina. La maggior parte della droga che transita attraverso l’Argentina è diretta verso gli Stati Uniti ed Europa e tutta la filiera è gestita dalla ’ndrangheta, dal Cartello di Sinaloa e dalla Banda de los Monos. Infine, è impossibile non parlare del Messico, il principale produttore di marijuana e metanfetamina al mondo e un importante produttore di eroina e cocaina, dove dal 2006 la guerra tra i vari cartelli di narcotrafficanti ha fatto più di 333.308 morti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corano-e-cocaina-il-patto-di-sangue-tra-narcos-e-jihadisti-2667015903.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-traffico-di-stupefacenti-vale-600-miliardi-di-dollari" data-post-id="2667015903" data-published-at="1705829230" data-use-pagination="False"> Il traffico di stupefacenti vale 600 miliardi di dollari Secondo stime recenti, il valore globale del traffico di droga è compreso tra i 400 e i 600 miliardi di dollari. Questo lo rende uno dei mercati illegali più redditizi al mondo, superando il valore di grandi aziende come Walmart o McDonald’s. Il mercato della droga è dominato da tre principali sostanze stupefacenti: cocaina, oppiacei e cannabis, ma le droghe sintetiche stanno cambiando il panorama del narcotraffico. A questo proposito, secondo il rapporto 2022 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il valore globale del traffico delle droghe sintetiche è stimato in 182 miliardi di dollari. Questo valore rappresenta circa il 45% del valore totale del mercato degli stupefacenti e i principali centri di produzione di droghe sintetiche si trovano in Cina, India e Paesi Bassi, mentre i maggiori centri di consumo si trovano in Nord America, Europa e Australia. Secondo la relazione annuale 2022 della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa), il valore del mercato delle droghe sintetiche in Italia è stimato in 6,8 miliardi di euro. Questo valore rappresenta circa il 40% del valore totale del mercato della droga illegale in Italia. Il mercato delle droghe sintetiche da noi è in continua crescita. Nel 2022, i sequestri di droghe sintetiche sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente e le droghe sintetiche più consumate sono metanfetamina, ecstasy e Lsd. La metanfetamina è la droga sintetica più prodotta in Italia e il mercato è dominato da organizzazioni criminali, come ’ndrangheta e Camorra. La cocaina è la droga più costosa, con un prezzo al dettaglio che può raggiungere i 100 dollari al grammo. Gli oppiacei, come l’eroina e la morfina, sono invece le droghe più pericolose, con un alto tasso di dipendenza e di mortalità. La cannabis è la droga più diffusa al mondo, con un consumo stimato in oltre 200 milioni di persone. Il traffico di droga è un fenomeno globale che coinvolge tutti i continenti. I principali centri di produzione di droga si trovano in Sud America, Asia e Africa. I principali centri di consumo si trovano invece in Nord America, Europa e Australia. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il traffico di cocaina ha un valore di mercato di circa 64 miliardi di dollari all’anno. Questo valore è in costante aumento e si prevede che raggiungerà i 72 miliardi di dollari entro il 2025. Si stima che in Europa siano distribuite circa 124 tonnellate di cocaina all’anno. Il valore della cocaina distribuita in Europa è di circa 34 miliardi di dollari all’anno. Secondo le stime del Dipartimento politiche antidroga, il valore del traffico di cocaina in Italia è compreso tra i 10 e i 15 miliardi di euro all’anno. Questo valore è stimato sulla base dei dati di sequestri di droga, che nel 2022 sono stati pari a 13,5 tonnellate. La cocaina è la droga più utilizzata in Italia, con un numero di consumatori stimato in circa 1 milione di persone. Il mercato della cocaina in Italia è dominato dalla ‘ndrangheta, che controlla la maggior parte delle rotte di importazione e distribuzione della droga. La maggior parte della cocaina importata in Italia proviene dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia. La cocaina viene importata in Italia principalmente via mare, attraverso i porti di Gioia Tauro, Genova e Trieste. La cocaina viene distribuita in Italia principalmente attraverso la ‘ndrangheta, ma anche attraverso altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e la Camorra. Il prezzo della cocaina al dettaglio in Italia varia da 80 a 100 euro al grammo.
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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