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2024-01-22
Corano e cocaina: il patto di sangue tra narcos e jihadisti
Ansa
Mentre Israele reagiva contro Hamas a Gaza, l’Fbi metteva in guardia dal crescente rischio di terrorismo in tutto il mondo. Un mese dopo le stragi in Israele, l’8 novembre, abbiamo visto le prove della minaccia anche in Sud America: la polizia federale brasiliana ha scoperto un complotto di Hezbollah per attaccare obiettivi ebraici nel Paese.
Ma cosa ci fanno gli Hezbollah in Sud America? Trafficano in droga, armi e qualsiasi cosa serva a finanziarsi in un contesto a loro favorevole con governi come quelli di Cuba, Colombia, Venezuela, Ecuador, Brasile, Bolivia e Paraguay, che hanno stretto legami molto forti con l’Iran (e con la Russia) in funzione antiamericana. Gli Hezbollah non operano più solo nell’area della «Triple Frontera», un’area di tre confini lungo la confluenza di Argentina, Brasile e Paraguay, come conferma alla Verità Maria Zuppello, giornalista e analista tra i massimi esperti dei fenomeni criminali in Sud America: «A novembre dello scorso anno, in Brasile, l’operazione Trapiche (deposito, ndr) ha portato all’arresto di due cittadini brasiliani, uno dei quali appena sbarcato dal Libano, con sospetti legami con Hezbollah. Secondo quanto riferito, erano stati reclutati in Libano per lanciare una serie di multipli attacchi terroristici contro diversi obiettivi ebraici e israeliani in tutto il Paese. A sottolineare l’importanza di questa operazione il fatto che il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, nota per non rilasciare dichiarazioni pubbliche, su questa operazione abbia voluto, invece, dichiarare attraverso un comunicato, che la serie di attacchi - che avrebbero potuto causare la morte di centinaia di ebrei - se era stata pianificata dall’organizzazione terroristica Hezbollah, diretta e finanziata dal regime iraniano».
A proposito della «Triple», va ricordato che è una delle principali rotte di transito della droga proveniente dalla Colombia e dal Sud America verso gli Stati Uniti e l’Europa. Si stima che il valore del traffico di droga nella regione sia di circa 70 miliardi di dollari all’anno. L’area è anche un importante centro di traffico di armi, di esseri umani e di contrabbando di merci. Secondo il rapporto «The illicit economies of the Triple Frontier», pubblicato nel 2022 dal Center for Strategic and international studies, il valore dei traffici illegali nella Triple Frontera, è stimato in circa 100 miliardi di dollari all’anno.
Ma torniamo alla droga e agli Hezbollah, che in Sud America lavorano, ad esempio, con il principale gruppo criminale del Brasile, il Primo Comando da Capital (Pcc), come ci conferma Maria Zuppello: «Per quanto riguarda il narcotraffico, l’area più vulnerabile rimane il Sud del Brasile, non solo la Triple Frontera, ma anche la frontiera dello Stato brasiliano di Mato Grosso do Sul con il Paraguay. Le ragioni sono molteplici: la porosità delle frontiere, il potere del Pcc, che ormai si estende in Paraguay e garantisce la logistica della cocaina dal Paese vicino al Brasile, la corruzione delle autorità pubbliche. Tuttavia, la città di San Paolo, centro finanziario del Paese, rimane l’epicentro dove i membri di Hezbollah si incontrano ed elaborano strategie. Proprio a San Paolo è avvenuto l’arresto recente più eclatante, quello di Assad Khalil Kiwan, libanese, naturalizzato brasiliano, nel novembre del 2020».
Il livello di sofisticazione è tale che Hezbollah, per gestire il traffico di droga, ha una vera e propria divisione chiamata Hezbollah business affairs component (Bac), unità che supervisiona il traffico di droga e le operazioni di riciclaggio di denaro per finanziare le attività terroristiche, procurare armi e sostenere le famiglie dei terroristi. Il Bac, sottolinea Maria Zuppello, è a sua volta parte dell’unità chiamata Hezbollah external security operation, che si occupa degli attacchi terroristici internazionali. «Khalil Kiwan è accusato di far parte di un’organizzazione criminale che esportava droga in Europa, in partenza dai porti brasiliani. Durante le indagini, la polizia federale ha sequestrato 50 tonnellate di cocaina. Mandati di perquisizione sono stati emessi oltre che in Brasile anche in Spagna, Colombia, Portogallo ed Emirati Arabi Uniti, a dimostrare come Hezbollah si muova attraverso reti internazionali». La lista dei libanesi, iraniani, siriani, turchi e iracheni che si occupano di narcotraffico è lunghissima ma un nome svetta su tutti: quello di Assad Ahmad Barakat, che appartiene a una potente famiglia sciita libanese affiliata a Hezbollah e leader dell’omonimo clan. Più volte arrestato e scarcerato dal 2021, vive in Brasile, continua a gestire i suoi traffici e, come sottolinea Maria Zuppello: «Il clan Barakat, che ha rapporti con la ’ndrangheta e il Pcc, ha un ruolo centrale in numerose attività illegali».
Infine, dove ci sono le foglie di coca arrivano anche coloro che sanno farla diventare sostanza stupefacente, ovvero i chimici come Garip Uç, 38 anni, un esperto di nazionalità turca, arrivato come rifugiato in Brasile nel 2020. Conosciuto come «il chimico del Pcc». Dietro la facciata di un bar, gestiva, insieme a un brasiliano, un laboratorio di droga molto sofisticato nella cittadina di Praia Grande, in cui produceva anche il cosiddetto «dry marroquí», un hashish molto concentrato. Il fratello di Garip, Eray Uç, è invece accusato di aver preso parte a una rete internazionale di trafficanti di droga che davano a Hezbollah parte dei loro profitti in cambio di protezione per operare in Medio Oriente.
Il patto tra terroristi islamici e cartelli di narcotrafficanti è un gigantesco problema, non solo per il Sud America ma anche per l’Europa, Italia compresa, come mostrano recenti indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia), che hanno messo in luce gli accordi tra gli ’ndranghetisti, gli Hezbollah e gli uomini del Pcc.
La faida dei cartelli per il territorio tiene sotto scacco un continente
Sembrava tornata la calma in Ecuador grazie al massiccio intervento delle Forze armate dopo le rivolte nelle carceri, i rapimenti e i saccheggi dello scorso 9 gennaio invece giovedì è stato ucciso il procuratore César Suárez, incaricato di indagare sull’assalto armato alla televisione Tc da parte di una banda di narcotrafficanti, trasmesso in diretta la scorsa settimana. Lo riporta il quotidiano El Universo. Suarez è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella città di Guayaquil. Il caos in Ecuador è iniziato dopo la fuga dal carcere del leader José Adolfo Macías Villamar, noto come «Fito» e capo del gruppo criminale Los Choneros, che a oggi sarebbe riparato in Colombia. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato che il Paese è attualmente coinvolto «in un conflitto armato interno», rendendo necessario lo schieramento immediato delle Forze di sicurezza contro il crimine organizzato.
Le due più grandi bande dell’Ecuador, Los Lobos e Los Choneros, avevano mantenuto a lungo una pace difficile, ma gli omicidi dei loro leader nel 2020 hanno scatenato una lotta per il potere. Da allora, i gruppi si sono rapidamente divisi in fazioni in lizza per il controllo del territorio, in particolare di Guayaquil. Si ritiene che i Los Lobos siano legati al cartello messicano Jalisco New Generation, Los Choneros sarebbero invece alleati con il cartello di Sinaloa, mentre i gruppi scissionisti sono in guerra per il controllo dei mercati di consumo nazionali e delle rotte del traffico, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza. Tutto ciò ha avuto effetti terrificanti per il Paese.
Nel 2022, quando furono trovati cadaveri senza testa sospesi a un ponte nella città di Esmeraldas, alcuni analisti conclusero che il tipo di violenza dei cartelli che terrorizzava città messicane come Juarez negli anni 2000 aveva trovato una nuova casa in Ecuador. Fernando Villavicencio, candidato alle elezioni presidenziali dell’Ecuador, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 9 agosto 2023, a Quito. Secondo le statistiche ufficiali del governo ecuadoriano, nel 2023 ci sono stati 8.008 omicidi nel Paese. Un numero che certifica un aumento del 288% rispetto al 2019, quando sono stati registrati 2.094 omicidi.
Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Venezuela, diventato un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti e l’Europa. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il Venezuela ha prodotto circa 1.000 tonnellate di cocaina nel 2022, il che lo rende il terzo produttore mondiale di questa droga. La maggior parte della cocaina prodotta in Venezuela viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi.
Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Venezuela sono: il Cartello dei Soli, un’organizzazione criminale potentissima composta in larga parte da membri delle Forze armate venezuelane, il cartello Tren de Aragua, specializzatosi nel traffico di cocaina e marijuana, infine c’è il Cartello del Golfo: un’organizzazione criminale che opera in Colombia e in altri Paesi del Sud America compreso Venezuela.
Secondo le stime dell’Unodc, la Bolivia ha prodotto circa 28.000 tonnellate di foglie di coca nel 2022, il che la rende il secondo produttore mondiale di questa pianta. La maggior parte delle foglie di coca prodotte in Bolivia viene utilizzata per scopi tradizionali, come la masticazione e la preparazione di bevande, tuttavia, una parte viene anche utilizzata per la produzione di cocaina.
La Colombia invece è il principale produttore mondiale di cocaina stimata di circa 1.200 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Colombia viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Colombia sono: il Clan del Golfo, un’organizzazione criminale che opera nelle regioni costiere della Colombia; La Segunda Marquetalia fondata dai resti delle Farc, il gruppo guerrigliero che ha firmato un accordo di pace con il governo colombiano nel 2016; e La Oficina de Envigado, attivo nella regione di Antioquia, nel Nord della Colombia.
Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Brasile e Argentina. Entrambi i Paesi sono importanti hub di transito per la droga proveniente dalle nazioni produttrici dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti ed Europa. A proposito del Perù: la produzione di cocaina è aumentata del 18% nel 2022, raggiungendo un livello record di 95.008 ettari di terreno dedicati alla coltivazione della coca. Anche il Brasile è un importante produttore di cocaina: circa 600 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Brasile viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Continenti. Qui operano il Primeiro Comando de Capital, un’organizzazione criminale che è attivo nella regione di San Paolo ed è considerato una delle organizzazioni criminali più potenti del Paese, il Comando Vermelho: molto nella regione di Rio de Janeiro, e nel nord c’è La Familia do Norte.
L’Argentina è un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina. La maggior parte della droga che transita attraverso l’Argentina è diretta verso gli Stati Uniti ed Europa e tutta la filiera è gestita dalla ’ndrangheta, dal Cartello di Sinaloa e dalla Banda de los Monos.
Infine, è impossibile non parlare del Messico, il principale produttore di marijuana e metanfetamina al mondo e un importante produttore di eroina e cocaina, dove dal 2006 la guerra tra i vari cartelli di narcotrafficanti ha fatto più di 333.308 morti.
Il traffico di stupefacenti vale 600 miliardi di dollari
Secondo stime recenti, il valore globale del traffico di droga è compreso tra i 400 e i 600 miliardi di dollari. Questo lo rende uno dei mercati illegali più redditizi al mondo, superando il valore di grandi aziende come Walmart o McDonald’s.
Il mercato della droga è dominato da tre principali sostanze stupefacenti: cocaina, oppiacei e cannabis, ma le droghe sintetiche stanno cambiando il panorama del narcotraffico. A questo proposito, secondo il rapporto 2022 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il valore globale del traffico delle droghe sintetiche è stimato in 182 miliardi di dollari. Questo valore rappresenta circa il 45% del valore totale del mercato degli stupefacenti e i principali centri di produzione di droghe sintetiche si trovano in Cina, India e Paesi Bassi, mentre i maggiori centri di consumo si trovano in Nord America, Europa e Australia.
Secondo la relazione annuale 2022 della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa), il valore del mercato delle droghe sintetiche in Italia è stimato in 6,8 miliardi di euro. Questo valore rappresenta circa il 40% del valore totale del mercato della droga illegale in Italia. Il mercato delle droghe sintetiche da noi è in continua crescita. Nel 2022, i sequestri di droghe sintetiche sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente e le droghe sintetiche più consumate sono metanfetamina, ecstasy e Lsd. La metanfetamina è la droga sintetica più prodotta in Italia e il mercato è dominato da organizzazioni criminali, come ’ndrangheta e Camorra.
La cocaina è la droga più costosa, con un prezzo al dettaglio che può raggiungere i 100 dollari al grammo. Gli oppiacei, come l’eroina e la morfina, sono invece le droghe più pericolose, con un alto tasso di dipendenza e di mortalità. La cannabis è la droga più diffusa al mondo, con un consumo stimato in oltre 200 milioni di persone. Il traffico di droga è un fenomeno globale che coinvolge tutti i continenti. I principali centri di produzione di droga si trovano in Sud America, Asia e Africa. I principali centri di consumo si trovano invece in Nord America, Europa e Australia. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il traffico di cocaina ha un valore di mercato di circa 64 miliardi di dollari all’anno.
Questo valore è in costante aumento e si prevede che raggiungerà i 72 miliardi di dollari entro il 2025. Si stima che in Europa siano distribuite circa 124 tonnellate di cocaina all’anno. Il valore della cocaina distribuita in Europa è di circa 34 miliardi di dollari all’anno. Secondo le stime del Dipartimento politiche antidroga, il valore del traffico di cocaina in Italia è compreso tra i 10 e i 15 miliardi di euro all’anno. Questo valore è stimato sulla base dei dati di sequestri di droga, che nel 2022 sono stati pari a 13,5 tonnellate. La cocaina è la droga più utilizzata in Italia, con un numero di consumatori stimato in circa 1 milione di persone. Il mercato della cocaina in Italia è dominato dalla ‘ndrangheta, che controlla la maggior parte delle rotte di importazione e distribuzione della droga. La maggior parte della cocaina importata in Italia proviene dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia. La cocaina viene importata in Italia principalmente via mare, attraverso i porti di Gioia Tauro, Genova e Trieste. La cocaina viene distribuita in Italia principalmente attraverso la ‘ndrangheta, ma anche attraverso altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e la Camorra. Il prezzo della cocaina al dettaglio in Italia varia da 80 a 100 euro al grammo.
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Una retata in Brasile ha svelato la rete e il business di Hezbollah in Sud America. Ma il denaro conduce fino alla ‘ndrangheta.L’Ecuador è in balia delle bande criminali dopo la fuga del boss «Fito». Il Venezuela è controllato da tre gruppi, così come la Colombia. Mentre in Messico gli scontri tra rivali hanno già causato 333.308 morti.Eroina e cannabis dominano, mentre le sostanze sintetiche avanzano (45%). E in Italia la polvere bianca vanta 1 milione di clienti.Lo speciale contiene tre articoliMentre Israele reagiva contro Hamas a Gaza, l’Fbi metteva in guardia dal crescente rischio di terrorismo in tutto il mondo. Un mese dopo le stragi in Israele, l’8 novembre, abbiamo visto le prove della minaccia anche in Sud America: la polizia federale brasiliana ha scoperto un complotto di Hezbollah per attaccare obiettivi ebraici nel Paese. Ma cosa ci fanno gli Hezbollah in Sud America? Trafficano in droga, armi e qualsiasi cosa serva a finanziarsi in un contesto a loro favorevole con governi come quelli di Cuba, Colombia, Venezuela, Ecuador, Brasile, Bolivia e Paraguay, che hanno stretto legami molto forti con l’Iran (e con la Russia) in funzione antiamericana. Gli Hezbollah non operano più solo nell’area della «Triple Frontera», un’area di tre confini lungo la confluenza di Argentina, Brasile e Paraguay, come conferma alla Verità Maria Zuppello, giornalista e analista tra i massimi esperti dei fenomeni criminali in Sud America: «A novembre dello scorso anno, in Brasile, l’operazione Trapiche (deposito, ndr) ha portato all’arresto di due cittadini brasiliani, uno dei quali appena sbarcato dal Libano, con sospetti legami con Hezbollah. Secondo quanto riferito, erano stati reclutati in Libano per lanciare una serie di multipli attacchi terroristici contro diversi obiettivi ebraici e israeliani in tutto il Paese. A sottolineare l’importanza di questa operazione il fatto che il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana, nota per non rilasciare dichiarazioni pubbliche, su questa operazione abbia voluto, invece, dichiarare attraverso un comunicato, che la serie di attacchi - che avrebbero potuto causare la morte di centinaia di ebrei - se era stata pianificata dall’organizzazione terroristica Hezbollah, diretta e finanziata dal regime iraniano». A proposito della «Triple», va ricordato che è una delle principali rotte di transito della droga proveniente dalla Colombia e dal Sud America verso gli Stati Uniti e l’Europa. Si stima che il valore del traffico di droga nella regione sia di circa 70 miliardi di dollari all’anno. L’area è anche un importante centro di traffico di armi, di esseri umani e di contrabbando di merci. Secondo il rapporto «The illicit economies of the Triple Frontier», pubblicato nel 2022 dal Center for Strategic and international studies, il valore dei traffici illegali nella Triple Frontera, è stimato in circa 100 miliardi di dollari all’anno. Ma torniamo alla droga e agli Hezbollah, che in Sud America lavorano, ad esempio, con il principale gruppo criminale del Brasile, il Primo Comando da Capital (Pcc), come ci conferma Maria Zuppello: «Per quanto riguarda il narcotraffico, l’area più vulnerabile rimane il Sud del Brasile, non solo la Triple Frontera, ma anche la frontiera dello Stato brasiliano di Mato Grosso do Sul con il Paraguay. Le ragioni sono molteplici: la porosità delle frontiere, il potere del Pcc, che ormai si estende in Paraguay e garantisce la logistica della cocaina dal Paese vicino al Brasile, la corruzione delle autorità pubbliche. Tuttavia, la città di San Paolo, centro finanziario del Paese, rimane l’epicentro dove i membri di Hezbollah si incontrano ed elaborano strategie. Proprio a San Paolo è avvenuto l’arresto recente più eclatante, quello di Assad Khalil Kiwan, libanese, naturalizzato brasiliano, nel novembre del 2020». Il livello di sofisticazione è tale che Hezbollah, per gestire il traffico di droga, ha una vera e propria divisione chiamata Hezbollah business affairs component (Bac), unità che supervisiona il traffico di droga e le operazioni di riciclaggio di denaro per finanziare le attività terroristiche, procurare armi e sostenere le famiglie dei terroristi. Il Bac, sottolinea Maria Zuppello, è a sua volta parte dell’unità chiamata Hezbollah external security operation, che si occupa degli attacchi terroristici internazionali. «Khalil Kiwan è accusato di far parte di un’organizzazione criminale che esportava droga in Europa, in partenza dai porti brasiliani. Durante le indagini, la polizia federale ha sequestrato 50 tonnellate di cocaina. Mandati di perquisizione sono stati emessi oltre che in Brasile anche in Spagna, Colombia, Portogallo ed Emirati Arabi Uniti, a dimostrare come Hezbollah si muova attraverso reti internazionali». La lista dei libanesi, iraniani, siriani, turchi e iracheni che si occupano di narcotraffico è lunghissima ma un nome svetta su tutti: quello di Assad Ahmad Barakat, che appartiene a una potente famiglia sciita libanese affiliata a Hezbollah e leader dell’omonimo clan. Più volte arrestato e scarcerato dal 2021, vive in Brasile, continua a gestire i suoi traffici e, come sottolinea Maria Zuppello: «Il clan Barakat, che ha rapporti con la ’ndrangheta e il Pcc, ha un ruolo centrale in numerose attività illegali». Infine, dove ci sono le foglie di coca arrivano anche coloro che sanno farla diventare sostanza stupefacente, ovvero i chimici come Garip Uç, 38 anni, un esperto di nazionalità turca, arrivato come rifugiato in Brasile nel 2020. Conosciuto come «il chimico del Pcc». Dietro la facciata di un bar, gestiva, insieme a un brasiliano, un laboratorio di droga molto sofisticato nella cittadina di Praia Grande, in cui produceva anche il cosiddetto «dry marroquí», un hashish molto concentrato. Il fratello di Garip, Eray Uç, è invece accusato di aver preso parte a una rete internazionale di trafficanti di droga che davano a Hezbollah parte dei loro profitti in cambio di protezione per operare in Medio Oriente. Il patto tra terroristi islamici e cartelli di narcotrafficanti è un gigantesco problema, non solo per il Sud America ma anche per l’Europa, Italia compresa, come mostrano recenti indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia), che hanno messo in luce gli accordi tra gli ’ndranghetisti, gli Hezbollah e gli uomini del Pcc. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corano-e-cocaina-il-patto-di-sangue-tra-narcos-e-jihadisti-2667015903.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-faida-dei-cartelli-per-il-territorio-tiene-sotto-scacco-un-continente" data-post-id="2667015903" data-published-at="1705829230" data-use-pagination="False"> La faida dei cartelli per il territorio tiene sotto scacco un continente Sembrava tornata la calma in Ecuador grazie al massiccio intervento delle Forze armate dopo le rivolte nelle carceri, i rapimenti e i saccheggi dello scorso 9 gennaio invece giovedì è stato ucciso il procuratore César Suárez, incaricato di indagare sull’assalto armato alla televisione Tc da parte di una banda di narcotrafficanti, trasmesso in diretta la scorsa settimana. Lo riporta il quotidiano El Universo. Suarez è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella città di Guayaquil. Il caos in Ecuador è iniziato dopo la fuga dal carcere del leader José Adolfo Macías Villamar, noto come «Fito» e capo del gruppo criminale Los Choneros, che a oggi sarebbe riparato in Colombia. Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa, ha dichiarato che il Paese è attualmente coinvolto «in un conflitto armato interno», rendendo necessario lo schieramento immediato delle Forze di sicurezza contro il crimine organizzato. Le due più grandi bande dell’Ecuador, Los Lobos e Los Choneros, avevano mantenuto a lungo una pace difficile, ma gli omicidi dei loro leader nel 2020 hanno scatenato una lotta per il potere. Da allora, i gruppi si sono rapidamente divisi in fazioni in lizza per il controllo del territorio, in particolare di Guayaquil. Si ritiene che i Los Lobos siano legati al cartello messicano Jalisco New Generation, Los Choneros sarebbero invece alleati con il cartello di Sinaloa, mentre i gruppi scissionisti sono in guerra per il controllo dei mercati di consumo nazionali e delle rotte del traffico, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza. Tutto ciò ha avuto effetti terrificanti per il Paese. Nel 2022, quando furono trovati cadaveri senza testa sospesi a un ponte nella città di Esmeraldas, alcuni analisti conclusero che il tipo di violenza dei cartelli che terrorizzava città messicane come Juarez negli anni 2000 aveva trovato una nuova casa in Ecuador. Fernando Villavicencio, candidato alle elezioni presidenziali dell’Ecuador, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 9 agosto 2023, a Quito. Secondo le statistiche ufficiali del governo ecuadoriano, nel 2023 ci sono stati 8.008 omicidi nel Paese. Un numero che certifica un aumento del 288% rispetto al 2019, quando sono stati registrati 2.094 omicidi. Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Venezuela, diventato un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti e l’Europa. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il Venezuela ha prodotto circa 1.000 tonnellate di cocaina nel 2022, il che lo rende il terzo produttore mondiale di questa droga. La maggior parte della cocaina prodotta in Venezuela viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Venezuela sono: il Cartello dei Soli, un’organizzazione criminale potentissima composta in larga parte da membri delle Forze armate venezuelane, il cartello Tren de Aragua, specializzatosi nel traffico di cocaina e marijuana, infine c’è il Cartello del Golfo: un’organizzazione criminale che opera in Colombia e in altri Paesi del Sud America compreso Venezuela. Secondo le stime dell’Unodc, la Bolivia ha prodotto circa 28.000 tonnellate di foglie di coca nel 2022, il che la rende il secondo produttore mondiale di questa pianta. La maggior parte delle foglie di coca prodotte in Bolivia viene utilizzata per scopi tradizionali, come la masticazione e la preparazione di bevande, tuttavia, una parte viene anche utilizzata per la produzione di cocaina. La Colombia invece è il principale produttore mondiale di cocaina stimata di circa 1.200 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Colombia viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Paesi. Le principali organizzazioni criminali coinvolte nel narcotraffico in Colombia sono: il Clan del Golfo, un’organizzazione criminale che opera nelle regioni costiere della Colombia; La Segunda Marquetalia fondata dai resti delle Farc, il gruppo guerrigliero che ha firmato un accordo di pace con il governo colombiano nel 2016; e La Oficina de Envigado, attivo nella regione di Antioquia, nel Nord della Colombia. Il narcotraffico è una delle principali attività criminali in Brasile e Argentina. Entrambi i Paesi sono importanti hub di transito per la droga proveniente dalle nazioni produttrici dell’America Latina, come Colombia, Perù e Bolivia, e diretta verso gli Stati Uniti ed Europa. A proposito del Perù: la produzione di cocaina è aumentata del 18% nel 2022, raggiungendo un livello record di 95.008 ettari di terreno dedicati alla coltivazione della coca. Anche il Brasile è un importante produttore di cocaina: circa 600 tonnellate nel 2023. La maggior parte della cocaina prodotta in Brasile viene esportata verso gli Stati Uniti, ma una parte viene anche destinata all’Europa e ad altri Continenti. Qui operano il Primeiro Comando de Capital, un’organizzazione criminale che è attivo nella regione di San Paolo ed è considerato una delle organizzazioni criminali più potenti del Paese, il Comando Vermelho: molto nella regione di Rio de Janeiro, e nel nord c’è La Familia do Norte. L’Argentina è un importante hub di transito per la droga proveniente dai Paesi produttori dell’America Latina. La maggior parte della droga che transita attraverso l’Argentina è diretta verso gli Stati Uniti ed Europa e tutta la filiera è gestita dalla ’ndrangheta, dal Cartello di Sinaloa e dalla Banda de los Monos. 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Il mercato della droga è dominato da tre principali sostanze stupefacenti: cocaina, oppiacei e cannabis, ma le droghe sintetiche stanno cambiando il panorama del narcotraffico. A questo proposito, secondo il rapporto 2022 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il valore globale del traffico delle droghe sintetiche è stimato in 182 miliardi di dollari. Questo valore rappresenta circa il 45% del valore totale del mercato degli stupefacenti e i principali centri di produzione di droghe sintetiche si trovano in Cina, India e Paesi Bassi, mentre i maggiori centri di consumo si trovano in Nord America, Europa e Australia. Secondo la relazione annuale 2022 della Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa), il valore del mercato delle droghe sintetiche in Italia è stimato in 6,8 miliardi di euro. Questo valore rappresenta circa il 40% del valore totale del mercato della droga illegale in Italia. Il mercato delle droghe sintetiche da noi è in continua crescita. Nel 2022, i sequestri di droghe sintetiche sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente e le droghe sintetiche più consumate sono metanfetamina, ecstasy e Lsd. La metanfetamina è la droga sintetica più prodotta in Italia e il mercato è dominato da organizzazioni criminali, come ’ndrangheta e Camorra. La cocaina è la droga più costosa, con un prezzo al dettaglio che può raggiungere i 100 dollari al grammo. Gli oppiacei, come l’eroina e la morfina, sono invece le droghe più pericolose, con un alto tasso di dipendenza e di mortalità. La cannabis è la droga più diffusa al mondo, con un consumo stimato in oltre 200 milioni di persone. Il traffico di droga è un fenomeno globale che coinvolge tutti i continenti. I principali centri di produzione di droga si trovano in Sud America, Asia e Africa. I principali centri di consumo si trovano invece in Nord America, Europa e Australia. Secondo le stime dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), il traffico di cocaina ha un valore di mercato di circa 64 miliardi di dollari all’anno. Questo valore è in costante aumento e si prevede che raggiungerà i 72 miliardi di dollari entro il 2025. Si stima che in Europa siano distribuite circa 124 tonnellate di cocaina all’anno. Il valore della cocaina distribuita in Europa è di circa 34 miliardi di dollari all’anno. Secondo le stime del Dipartimento politiche antidroga, il valore del traffico di cocaina in Italia è compreso tra i 10 e i 15 miliardi di euro all’anno. Questo valore è stimato sulla base dei dati di sequestri di droga, che nel 2022 sono stati pari a 13,5 tonnellate. La cocaina è la droga più utilizzata in Italia, con un numero di consumatori stimato in circa 1 milione di persone. Il mercato della cocaina in Italia è dominato dalla ‘ndrangheta, che controlla la maggior parte delle rotte di importazione e distribuzione della droga. La maggior parte della cocaina importata in Italia proviene dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia. La cocaina viene importata in Italia principalmente via mare, attraverso i porti di Gioia Tauro, Genova e Trieste. La cocaina viene distribuita in Italia principalmente attraverso la ‘ndrangheta, ma anche attraverso altre organizzazioni criminali, come Cosa nostra e la Camorra. Il prezzo della cocaina al dettaglio in Italia varia da 80 a 100 euro al grammo.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.