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2023-02-24
Contrordine di Gimbe: Lombardia promossa
Nino Cartabellotta (Imagoeconomica)
Tu guarda: forse la Lombardia non faceva così schifo. Nino Cartabellotta è stato per tre anni il flagello della Regione guidata da Attilio Fontana. «State a casa, è come Wuhan», ammonì a marzo 2020. Entrando subito in rotta con l’amministrazione, che accusò di aver taroccato i dati sull’epidemia. Ancora qualche giorno fa, cioè appena prima del voto, il gastroenterologo siciliano si era scagliato contro l’autonomia differenziata, bandiera del partito di Fontana: «Darà il colpo di grazia al nostro sistema sanitario nazionale». Ma dopo essere entrato a gamba testa in campagna elettorale, all’improvviso, il camice bianco habitué della tv ha cambiato musica.
Citando, a scoppio ritardato, il report del ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza, calcolati in base ai criteri del nuovo sistema di garanzia, la sua Fondazione Gimbe ha scoperto che il Nord, Lombardia inclusa, ha retto persino durante le fasi più acute delle ondate di Covid. Nell’annus horribilis 2020, la maggior parte delle Regioni settentrionali «è riuscita a mantenere un’erogazione delle prestazioni sanitarie» gratuite o dietro corrispettivo del ticket «non troppo difforme rispetto all’anno precedente». Al contrario, nel Mezzogiorno, sono state registrate «performance peggiori», benché il virus, all’inizio, avesse circolato meno. Tutto fattuale. Ma come mai Cartabellotta & c., proprio ora, hanno attinto dalle cifre che il dicastero aveva già diffuso settimane fa, per promuovere i nipoti di Alberto da Giussano? Sarà mica che, nonostante il martellamento mediatico, Fontana ha sbancato le urne? Facendo il pieno di consensi financo nelle aree più disastrate dal coronavirus?
Salire sul carro, anzi, sul Carroccio del vincitore, in fondo, può rivelarsi una questione di sopravvivenza per la Fondazione Gimbe. Basti notare che, tra le fonti di approvvigionamento dell’ente, rientrano i numerosi corsi di formazione svolti in collaborazione con le aziende sanitarie, qua e là per l’Italia. Proseguire la guerra a una giunta che governerà altri cinque anni non è il viatico migliore, per assicurarsi un’adeguata, capillare e continua presenza sul territorio.
Ricucire non sarà semplice. Gli incidenti diplomatici sono stati parecchi e le ruggini si sono trasferite addirittura nelle aule di tribunale. È il caso della diatriba risalente a maggio 2020, quando Cartabellotta sostenne che la Lombardia compiva «magheggi» con i numeri: c’era, secondo il Nostradamus delle previsioni sbagliate, «il ragionevole sospetto» che la Regione truccasse i dati sui contagi. Il Pirellone reagì stizzito alle «parole false e offensive» del dottore-oracolo, querelandolo. Per tutta risposta, lui si disse «contento» della citazione in giudizio («È un grande stimolo per andare avanti») e confermò: «Si fanno pochi tamponi rispetto all’aumento del numero dei casi di positivi». Gli strascichi della polemica si protrassero fino a fine anno, allorché Fontana, preoccupato per la stretta natalizia pianificata dal governo Conte, paventò un «disastro sociale». «Possibile presidente», cinguettò irritato Cartabellotta. «Certo è che 20.440 persone ci hanno lasciato negli ultimi 30 giorni, di cui 4.798 in Lombardia». Ne doveva emergere, supponiamo, il ritratto di un politico cinico e insensibile, che metteva l’economia davanti alla sicurezza.
A gennaio 2021, il gastroenterologo si premurò poi di rintuzzare il governatore, deluso dall’«algoritmo Iss», che determinava i parametri per i cambi di colore e, quindi, per l’ingresso in una fascia con più restrizioni: «Rosso relativo», sghignazzò Cartabellotta sul suo social preferito. Tre mesi dopo, sempre in tema di zone colorate, il dottor Cassandra protestò: «In Lombardia troppi cambi di fascia, si continua a inseguire il virus». Il problema erano le regole, da lui considerate troppo lasche, in vigore a livello nazionale. Ma la critica finiva per punzecchiare il solito bersaglio. È allora legittimo il sospetto che la monomania di Mr Gimbe facesse pendant con il sogno proibito della sinistra: sfrattare Lega, Forza Italia e Fdi dalla plancia di comando della Regione più ricca del Paese. Infliggere ai barbari una sconfitta storica, a costo di saltare sul virus con più solerzia dei produttori di vaccini. Quel piano è naufragato. E oggi bisogna cercare l’appeasement.
Sarà un caso se si moltiplicano le manovre d’avvicinamento pacifico al nemico? Qualche giorno fa, Massimo Moretuzzo, candidato giallorosso alle regionali del Friuli Venezia Giulia, s’è messo a tuonare contro i suoi avversari: gli uomini di Massimiliano Fedriga hanno finanziato con 100.000 euro una ricerca dalla quale emergerebbe che la Regione ha brillato nella risposta al Covid. E indovinate chi ha svolto lo «studio indipendente»? Gli esperti di Gimbe. Dalla Valseriana alla Valle delle Due Battaglie, è questo il metodo Cartabellotta: se non puoi batterli, unisciti a loro.
Le multe ai no vax non si fermano. Nessuna tregua per fare ricorso
La sanzione da 100 euro è stata congelata fino all’1 luglio 2023, però le cartelle continuano ad arrivare agli over 50 e ai sanitari che lo scorso anno ignorarono l’obbligo vaccinale. Da studi legali, associazioni, utenti dei social sono segnalati avvisi che vengono recapitati a oltranza. Saranno pure raccomandate spedite prima del 31 dicembre, quando è entrata in vigore la legge che sospende i pagamenti, ma non si comprende perché impieghino due mesi a finire nella buca delle lettere dei renitenti.
Tanto zelo, tanto ritardo nelle consegne, che dopo la sospensione dovevano essere subito bloccate dal ministero della Salute, «titolare del trattamento dei dati ai fini dell’irrogazione della sanzione pecuniaria», e dal suo «postino», l’Agenzia delle entrate-Riscossione, e poi si va a notificare la multa anche a una vaccinata.
Come è successo alla signora Maria Cristina di Albano Laziale, che quando ha ricevuto l’avviso di addebito si è quasi sentita male. Soffre di cuore, ha 67 anni e quell’ingiusta raccomandata le ha procurato molta ansia. Perché si è vaccinata ben tre volte, ha preso pure il Covid, tutto dovrebbe essere documentato presso la sua Azienda sanitaria, invece tocca alla signora dover dimostrare che era in regola.
«Sono molta arrabbiata per quello che è successo» ha dichiarato a Roma Today, anche perché deve perdere tempo «per cercare di evitare una multa che assolutamente non merito. Dovrò raccogliere documenti, mandare mail e sperare che tutto vada per il verso giusto».
L’onere della prova, oltre alla beffa. E rimaneva senza spiegazioni un dubbio non di poco conto. Assieme al congelamento del pagamento, previsto nel decreto legge del gennaio 2022 poi convertito in legge il 4 marzo scorso, risulta sospeso fino al prossimo 30 giugno anche il periodo utile per ricorrere contro le multe?
Perché, in caso contrario, al malcapitato cui viene consegnata la busta con la contestazione e che non si sarà rivolto al giudice di pace entro 30 giorni dalla data di notifica, non sarà più possibile fare opposizione. Ieri, il ministero della Salute ha precisato che «i termini del ricorso» non sono sospesi, la sospensione riguarda unicamente i termini di pagamento della sanzione (60 giorni).
Questo significa che, se un avviso di addebito con la sanzione ti arriva anche dopo il 31 dicembre 2022, non devi affrettarti a versare l’obolo richiesto benché abbia valore di titolo esecutivo, però sei costretto ad andare dal giudice di pace. Segnando bene sul calendario la data di notifica, perché da quel giorno scattano i 30 giorni utili per fare ricorso. Scaduto il termine, non sarà più possibile contestare la multa da 100 euro, per non aver obbedito al diktat vaccinale imposto dall’1 febbraio al 15 giugno dello scorso anno.
Bastava sospendere anche il periodo per l’opposizione, dimostrando di voler davvero voltar pagina sulla gestione della pandemia. Dicendo basta, ingiustizie e soprusi. Così, invece, molti dovranno ancora avvelenarsi ricevendo le raccomandate dell’Agenzia delle entrate-Riscossione e dovranno comunque ricorrere al giudice di pace, se vogliono far valere le proprie ragioni. Magari senza sostenere le spese di un avvocato, ma sapendo che si apre una causa regolata dalle norme del codice di procedura civile.
Una storia lunga e vergognosa, questa della sanzione. Utilizzata nella convinzione di indurre a porgere il braccio i non vaccinati, o coloro che non avevano concluso il ciclo primario più aggiunta di booster. Tra Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, avviate prima dell’estate per dimostrare che lo Stato non perdona i disobbedienti; tra cartelle sbagliate, incomplete, piene di vizi di forma che le potrebbero rendere nulle, come segnalato dalla Verità; o avvisi spediti a persone tridosate, come la signora Maria Cristina, l’unica certezza è che occorreva un onesto ravvedimento seguito da un colpo di spugna.
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La fondazione di Nino Cartabellotta scopre in ritardo i dati del ministero ed elogia le regioni del Nord: «Nel 2020 sono riuscite a garantire le cure essenziali». Peccato che, da tre anni, il gastroenterologo bersagliasse Attilio Fontana. Ora prova a salire sul Carroccio del vincitore?Ad Albano Laziale recapitato un avviso di pagamento a una signora con tre dosi.Lo speciale contiene due articoli.Tu guarda: forse la Lombardia non faceva così schifo. Nino Cartabellotta è stato per tre anni il flagello della Regione guidata da Attilio Fontana. «State a casa, è come Wuhan», ammonì a marzo 2020. Entrando subito in rotta con l’amministrazione, che accusò di aver taroccato i dati sull’epidemia. Ancora qualche giorno fa, cioè appena prima del voto, il gastroenterologo siciliano si era scagliato contro l’autonomia differenziata, bandiera del partito di Fontana: «Darà il colpo di grazia al nostro sistema sanitario nazionale». Ma dopo essere entrato a gamba testa in campagna elettorale, all’improvviso, il camice bianco habitué della tv ha cambiato musica.Citando, a scoppio ritardato, il report del ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza, calcolati in base ai criteri del nuovo sistema di garanzia, la sua Fondazione Gimbe ha scoperto che il Nord, Lombardia inclusa, ha retto persino durante le fasi più acute delle ondate di Covid. Nell’annus horribilis 2020, la maggior parte delle Regioni settentrionali «è riuscita a mantenere un’erogazione delle prestazioni sanitarie» gratuite o dietro corrispettivo del ticket «non troppo difforme rispetto all’anno precedente». Al contrario, nel Mezzogiorno, sono state registrate «performance peggiori», benché il virus, all’inizio, avesse circolato meno. Tutto fattuale. Ma come mai Cartabellotta & c., proprio ora, hanno attinto dalle cifre che il dicastero aveva già diffuso settimane fa, per promuovere i nipoti di Alberto da Giussano? Sarà mica che, nonostante il martellamento mediatico, Fontana ha sbancato le urne? Facendo il pieno di consensi financo nelle aree più disastrate dal coronavirus?Salire sul carro, anzi, sul Carroccio del vincitore, in fondo, può rivelarsi una questione di sopravvivenza per la Fondazione Gimbe. Basti notare che, tra le fonti di approvvigionamento dell’ente, rientrano i numerosi corsi di formazione svolti in collaborazione con le aziende sanitarie, qua e là per l’Italia. Proseguire la guerra a una giunta che governerà altri cinque anni non è il viatico migliore, per assicurarsi un’adeguata, capillare e continua presenza sul territorio. Ricucire non sarà semplice. Gli incidenti diplomatici sono stati parecchi e le ruggini si sono trasferite addirittura nelle aule di tribunale. È il caso della diatriba risalente a maggio 2020, quando Cartabellotta sostenne che la Lombardia compiva «magheggi» con i numeri: c’era, secondo il Nostradamus delle previsioni sbagliate, «il ragionevole sospetto» che la Regione truccasse i dati sui contagi. Il Pirellone reagì stizzito alle «parole false e offensive» del dottore-oracolo, querelandolo. Per tutta risposta, lui si disse «contento» della citazione in giudizio («È un grande stimolo per andare avanti») e confermò: «Si fanno pochi tamponi rispetto all’aumento del numero dei casi di positivi». Gli strascichi della polemica si protrassero fino a fine anno, allorché Fontana, preoccupato per la stretta natalizia pianificata dal governo Conte, paventò un «disastro sociale». «Possibile presidente», cinguettò irritato Cartabellotta. «Certo è che 20.440 persone ci hanno lasciato negli ultimi 30 giorni, di cui 4.798 in Lombardia». Ne doveva emergere, supponiamo, il ritratto di un politico cinico e insensibile, che metteva l’economia davanti alla sicurezza. A gennaio 2021, il gastroenterologo si premurò poi di rintuzzare il governatore, deluso dall’«algoritmo Iss», che determinava i parametri per i cambi di colore e, quindi, per l’ingresso in una fascia con più restrizioni: «Rosso relativo», sghignazzò Cartabellotta sul suo social preferito. Tre mesi dopo, sempre in tema di zone colorate, il dottor Cassandra protestò: «In Lombardia troppi cambi di fascia, si continua a inseguire il virus». Il problema erano le regole, da lui considerate troppo lasche, in vigore a livello nazionale. Ma la critica finiva per punzecchiare il solito bersaglio. È allora legittimo il sospetto che la monomania di Mr Gimbe facesse pendant con il sogno proibito della sinistra: sfrattare Lega, Forza Italia e Fdi dalla plancia di comando della Regione più ricca del Paese. Infliggere ai barbari una sconfitta storica, a costo di saltare sul virus con più solerzia dei produttori di vaccini. Quel piano è naufragato. E oggi bisogna cercare l’appeasement. Sarà un caso se si moltiplicano le manovre d’avvicinamento pacifico al nemico? Qualche giorno fa, Massimo Moretuzzo, candidato giallorosso alle regionali del Friuli Venezia Giulia, s’è messo a tuonare contro i suoi avversari: gli uomini di Massimiliano Fedriga hanno finanziato con 100.000 euro una ricerca dalla quale emergerebbe che la Regione ha brillato nella risposta al Covid. E indovinate chi ha svolto lo «studio indipendente»? Gli esperti di Gimbe. Dalla Valseriana alla Valle delle Due Battaglie, è questo il metodo Cartabellotta: se non puoi batterli, unisciti a loro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contrordine-gimbe-lombardia-promossa-2659460031.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-multe-ai-no-vax-non-si-fermano-nessuna-tregua-per-fare-ricorso" data-post-id="2659460031" data-published-at="1677177942" data-use-pagination="False"> Le multe ai no vax non si fermano. Nessuna tregua per fare ricorso La sanzione da 100 euro è stata congelata fino all’1 luglio 2023, però le cartelle continuano ad arrivare agli over 50 e ai sanitari che lo scorso anno ignorarono l’obbligo vaccinale. Da studi legali, associazioni, utenti dei social sono segnalati avvisi che vengono recapitati a oltranza. Saranno pure raccomandate spedite prima del 31 dicembre, quando è entrata in vigore la legge che sospende i pagamenti, ma non si comprende perché impieghino due mesi a finire nella buca delle lettere dei renitenti. Tanto zelo, tanto ritardo nelle consegne, che dopo la sospensione dovevano essere subito bloccate dal ministero della Salute, «titolare del trattamento dei dati ai fini dell’irrogazione della sanzione pecuniaria», e dal suo «postino», l’Agenzia delle entrate-Riscossione, e poi si va a notificare la multa anche a una vaccinata. Come è successo alla signora Maria Cristina di Albano Laziale, che quando ha ricevuto l’avviso di addebito si è quasi sentita male. Soffre di cuore, ha 67 anni e quell’ingiusta raccomandata le ha procurato molta ansia. Perché si è vaccinata ben tre volte, ha preso pure il Covid, tutto dovrebbe essere documentato presso la sua Azienda sanitaria, invece tocca alla signora dover dimostrare che era in regola. «Sono molta arrabbiata per quello che è successo» ha dichiarato a Roma Today, anche perché deve perdere tempo «per cercare di evitare una multa che assolutamente non merito. Dovrò raccogliere documenti, mandare mail e sperare che tutto vada per il verso giusto». L’onere della prova, oltre alla beffa. E rimaneva senza spiegazioni un dubbio non di poco conto. Assieme al congelamento del pagamento, previsto nel decreto legge del gennaio 2022 poi convertito in legge il 4 marzo scorso, risulta sospeso fino al prossimo 30 giugno anche il periodo utile per ricorrere contro le multe? Perché, in caso contrario, al malcapitato cui viene consegnata la busta con la contestazione e che non si sarà rivolto al giudice di pace entro 30 giorni dalla data di notifica, non sarà più possibile fare opposizione. Ieri, il ministero della Salute ha precisato che «i termini del ricorso» non sono sospesi, la sospensione riguarda unicamente i termini di pagamento della sanzione (60 giorni). Questo significa che, se un avviso di addebito con la sanzione ti arriva anche dopo il 31 dicembre 2022, non devi affrettarti a versare l’obolo richiesto benché abbia valore di titolo esecutivo, però sei costretto ad andare dal giudice di pace. Segnando bene sul calendario la data di notifica, perché da quel giorno scattano i 30 giorni utili per fare ricorso. Scaduto il termine, non sarà più possibile contestare la multa da 100 euro, per non aver obbedito al diktat vaccinale imposto dall’1 febbraio al 15 giugno dello scorso anno. Bastava sospendere anche il periodo per l’opposizione, dimostrando di voler davvero voltar pagina sulla gestione della pandemia. Dicendo basta, ingiustizie e soprusi. Così, invece, molti dovranno ancora avvelenarsi ricevendo le raccomandate dell’Agenzia delle entrate-Riscossione e dovranno comunque ricorrere al giudice di pace, se vogliono far valere le proprie ragioni. Magari senza sostenere le spese di un avvocato, ma sapendo che si apre una causa regolata dalle norme del codice di procedura civile. Una storia lunga e vergognosa, questa della sanzione. Utilizzata nella convinzione di indurre a porgere il braccio i non vaccinati, o coloro che non avevano concluso il ciclo primario più aggiunta di booster. Tra Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, avviate prima dell’estate per dimostrare che lo Stato non perdona i disobbedienti; tra cartelle sbagliate, incomplete, piene di vizi di forma che le potrebbero rendere nulle, come segnalato dalla Verità; o avvisi spediti a persone tridosate, come la signora Maria Cristina, l’unica certezza è che occorreva un onesto ravvedimento seguito da un colpo di spugna.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.