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2023-02-24
Contrordine di Gimbe: Lombardia promossa
Nino Cartabellotta (Imagoeconomica)
Tu guarda: forse la Lombardia non faceva così schifo. Nino Cartabellotta è stato per tre anni il flagello della Regione guidata da Attilio Fontana. «State a casa, è come Wuhan», ammonì a marzo 2020. Entrando subito in rotta con l’amministrazione, che accusò di aver taroccato i dati sull’epidemia. Ancora qualche giorno fa, cioè appena prima del voto, il gastroenterologo siciliano si era scagliato contro l’autonomia differenziata, bandiera del partito di Fontana: «Darà il colpo di grazia al nostro sistema sanitario nazionale». Ma dopo essere entrato a gamba testa in campagna elettorale, all’improvviso, il camice bianco habitué della tv ha cambiato musica.
Citando, a scoppio ritardato, il report del ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza, calcolati in base ai criteri del nuovo sistema di garanzia, la sua Fondazione Gimbe ha scoperto che il Nord, Lombardia inclusa, ha retto persino durante le fasi più acute delle ondate di Covid. Nell’annus horribilis 2020, la maggior parte delle Regioni settentrionali «è riuscita a mantenere un’erogazione delle prestazioni sanitarie» gratuite o dietro corrispettivo del ticket «non troppo difforme rispetto all’anno precedente». Al contrario, nel Mezzogiorno, sono state registrate «performance peggiori», benché il virus, all’inizio, avesse circolato meno. Tutto fattuale. Ma come mai Cartabellotta & c., proprio ora, hanno attinto dalle cifre che il dicastero aveva già diffuso settimane fa, per promuovere i nipoti di Alberto da Giussano? Sarà mica che, nonostante il martellamento mediatico, Fontana ha sbancato le urne? Facendo il pieno di consensi financo nelle aree più disastrate dal coronavirus?
Salire sul carro, anzi, sul Carroccio del vincitore, in fondo, può rivelarsi una questione di sopravvivenza per la Fondazione Gimbe. Basti notare che, tra le fonti di approvvigionamento dell’ente, rientrano i numerosi corsi di formazione svolti in collaborazione con le aziende sanitarie, qua e là per l’Italia. Proseguire la guerra a una giunta che governerà altri cinque anni non è il viatico migliore, per assicurarsi un’adeguata, capillare e continua presenza sul territorio.
Ricucire non sarà semplice. Gli incidenti diplomatici sono stati parecchi e le ruggini si sono trasferite addirittura nelle aule di tribunale. È il caso della diatriba risalente a maggio 2020, quando Cartabellotta sostenne che la Lombardia compiva «magheggi» con i numeri: c’era, secondo il Nostradamus delle previsioni sbagliate, «il ragionevole sospetto» che la Regione truccasse i dati sui contagi. Il Pirellone reagì stizzito alle «parole false e offensive» del dottore-oracolo, querelandolo. Per tutta risposta, lui si disse «contento» della citazione in giudizio («È un grande stimolo per andare avanti») e confermò: «Si fanno pochi tamponi rispetto all’aumento del numero dei casi di positivi». Gli strascichi della polemica si protrassero fino a fine anno, allorché Fontana, preoccupato per la stretta natalizia pianificata dal governo Conte, paventò un «disastro sociale». «Possibile presidente», cinguettò irritato Cartabellotta. «Certo è che 20.440 persone ci hanno lasciato negli ultimi 30 giorni, di cui 4.798 in Lombardia». Ne doveva emergere, supponiamo, il ritratto di un politico cinico e insensibile, che metteva l’economia davanti alla sicurezza.
A gennaio 2021, il gastroenterologo si premurò poi di rintuzzare il governatore, deluso dall’«algoritmo Iss», che determinava i parametri per i cambi di colore e, quindi, per l’ingresso in una fascia con più restrizioni: «Rosso relativo», sghignazzò Cartabellotta sul suo social preferito. Tre mesi dopo, sempre in tema di zone colorate, il dottor Cassandra protestò: «In Lombardia troppi cambi di fascia, si continua a inseguire il virus». Il problema erano le regole, da lui considerate troppo lasche, in vigore a livello nazionale. Ma la critica finiva per punzecchiare il solito bersaglio. È allora legittimo il sospetto che la monomania di Mr Gimbe facesse pendant con il sogno proibito della sinistra: sfrattare Lega, Forza Italia e Fdi dalla plancia di comando della Regione più ricca del Paese. Infliggere ai barbari una sconfitta storica, a costo di saltare sul virus con più solerzia dei produttori di vaccini. Quel piano è naufragato. E oggi bisogna cercare l’appeasement.
Sarà un caso se si moltiplicano le manovre d’avvicinamento pacifico al nemico? Qualche giorno fa, Massimo Moretuzzo, candidato giallorosso alle regionali del Friuli Venezia Giulia, s’è messo a tuonare contro i suoi avversari: gli uomini di Massimiliano Fedriga hanno finanziato con 100.000 euro una ricerca dalla quale emergerebbe che la Regione ha brillato nella risposta al Covid. E indovinate chi ha svolto lo «studio indipendente»? Gli esperti di Gimbe. Dalla Valseriana alla Valle delle Due Battaglie, è questo il metodo Cartabellotta: se non puoi batterli, unisciti a loro.
Le multe ai no vax non si fermano. Nessuna tregua per fare ricorso
La sanzione da 100 euro è stata congelata fino all’1 luglio 2023, però le cartelle continuano ad arrivare agli over 50 e ai sanitari che lo scorso anno ignorarono l’obbligo vaccinale. Da studi legali, associazioni, utenti dei social sono segnalati avvisi che vengono recapitati a oltranza. Saranno pure raccomandate spedite prima del 31 dicembre, quando è entrata in vigore la legge che sospende i pagamenti, ma non si comprende perché impieghino due mesi a finire nella buca delle lettere dei renitenti.
Tanto zelo, tanto ritardo nelle consegne, che dopo la sospensione dovevano essere subito bloccate dal ministero della Salute, «titolare del trattamento dei dati ai fini dell’irrogazione della sanzione pecuniaria», e dal suo «postino», l’Agenzia delle entrate-Riscossione, e poi si va a notificare la multa anche a una vaccinata.
Come è successo alla signora Maria Cristina di Albano Laziale, che quando ha ricevuto l’avviso di addebito si è quasi sentita male. Soffre di cuore, ha 67 anni e quell’ingiusta raccomandata le ha procurato molta ansia. Perché si è vaccinata ben tre volte, ha preso pure il Covid, tutto dovrebbe essere documentato presso la sua Azienda sanitaria, invece tocca alla signora dover dimostrare che era in regola.
«Sono molta arrabbiata per quello che è successo» ha dichiarato a Roma Today, anche perché deve perdere tempo «per cercare di evitare una multa che assolutamente non merito. Dovrò raccogliere documenti, mandare mail e sperare che tutto vada per il verso giusto».
L’onere della prova, oltre alla beffa. E rimaneva senza spiegazioni un dubbio non di poco conto. Assieme al congelamento del pagamento, previsto nel decreto legge del gennaio 2022 poi convertito in legge il 4 marzo scorso, risulta sospeso fino al prossimo 30 giugno anche il periodo utile per ricorrere contro le multe?
Perché, in caso contrario, al malcapitato cui viene consegnata la busta con la contestazione e che non si sarà rivolto al giudice di pace entro 30 giorni dalla data di notifica, non sarà più possibile fare opposizione. Ieri, il ministero della Salute ha precisato che «i termini del ricorso» non sono sospesi, la sospensione riguarda unicamente i termini di pagamento della sanzione (60 giorni).
Questo significa che, se un avviso di addebito con la sanzione ti arriva anche dopo il 31 dicembre 2022, non devi affrettarti a versare l’obolo richiesto benché abbia valore di titolo esecutivo, però sei costretto ad andare dal giudice di pace. Segnando bene sul calendario la data di notifica, perché da quel giorno scattano i 30 giorni utili per fare ricorso. Scaduto il termine, non sarà più possibile contestare la multa da 100 euro, per non aver obbedito al diktat vaccinale imposto dall’1 febbraio al 15 giugno dello scorso anno.
Bastava sospendere anche il periodo per l’opposizione, dimostrando di voler davvero voltar pagina sulla gestione della pandemia. Dicendo basta, ingiustizie e soprusi. Così, invece, molti dovranno ancora avvelenarsi ricevendo le raccomandate dell’Agenzia delle entrate-Riscossione e dovranno comunque ricorrere al giudice di pace, se vogliono far valere le proprie ragioni. Magari senza sostenere le spese di un avvocato, ma sapendo che si apre una causa regolata dalle norme del codice di procedura civile.
Una storia lunga e vergognosa, questa della sanzione. Utilizzata nella convinzione di indurre a porgere il braccio i non vaccinati, o coloro che non avevano concluso il ciclo primario più aggiunta di booster. Tra Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, avviate prima dell’estate per dimostrare che lo Stato non perdona i disobbedienti; tra cartelle sbagliate, incomplete, piene di vizi di forma che le potrebbero rendere nulle, come segnalato dalla Verità; o avvisi spediti a persone tridosate, come la signora Maria Cristina, l’unica certezza è che occorreva un onesto ravvedimento seguito da un colpo di spugna.
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La fondazione di Nino Cartabellotta scopre in ritardo i dati del ministero ed elogia le regioni del Nord: «Nel 2020 sono riuscite a garantire le cure essenziali». Peccato che, da tre anni, il gastroenterologo bersagliasse Attilio Fontana. Ora prova a salire sul Carroccio del vincitore?Ad Albano Laziale recapitato un avviso di pagamento a una signora con tre dosi.Lo speciale contiene due articoli.Tu guarda: forse la Lombardia non faceva così schifo. Nino Cartabellotta è stato per tre anni il flagello della Regione guidata da Attilio Fontana. «State a casa, è come Wuhan», ammonì a marzo 2020. Entrando subito in rotta con l’amministrazione, che accusò di aver taroccato i dati sull’epidemia. Ancora qualche giorno fa, cioè appena prima del voto, il gastroenterologo siciliano si era scagliato contro l’autonomia differenziata, bandiera del partito di Fontana: «Darà il colpo di grazia al nostro sistema sanitario nazionale». Ma dopo essere entrato a gamba testa in campagna elettorale, all’improvviso, il camice bianco habitué della tv ha cambiato musica.Citando, a scoppio ritardato, il report del ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza, calcolati in base ai criteri del nuovo sistema di garanzia, la sua Fondazione Gimbe ha scoperto che il Nord, Lombardia inclusa, ha retto persino durante le fasi più acute delle ondate di Covid. Nell’annus horribilis 2020, la maggior parte delle Regioni settentrionali «è riuscita a mantenere un’erogazione delle prestazioni sanitarie» gratuite o dietro corrispettivo del ticket «non troppo difforme rispetto all’anno precedente». Al contrario, nel Mezzogiorno, sono state registrate «performance peggiori», benché il virus, all’inizio, avesse circolato meno. Tutto fattuale. Ma come mai Cartabellotta & c., proprio ora, hanno attinto dalle cifre che il dicastero aveva già diffuso settimane fa, per promuovere i nipoti di Alberto da Giussano? Sarà mica che, nonostante il martellamento mediatico, Fontana ha sbancato le urne? Facendo il pieno di consensi financo nelle aree più disastrate dal coronavirus?Salire sul carro, anzi, sul Carroccio del vincitore, in fondo, può rivelarsi una questione di sopravvivenza per la Fondazione Gimbe. Basti notare che, tra le fonti di approvvigionamento dell’ente, rientrano i numerosi corsi di formazione svolti in collaborazione con le aziende sanitarie, qua e là per l’Italia. Proseguire la guerra a una giunta che governerà altri cinque anni non è il viatico migliore, per assicurarsi un’adeguata, capillare e continua presenza sul territorio. Ricucire non sarà semplice. Gli incidenti diplomatici sono stati parecchi e le ruggini si sono trasferite addirittura nelle aule di tribunale. È il caso della diatriba risalente a maggio 2020, quando Cartabellotta sostenne che la Lombardia compiva «magheggi» con i numeri: c’era, secondo il Nostradamus delle previsioni sbagliate, «il ragionevole sospetto» che la Regione truccasse i dati sui contagi. Il Pirellone reagì stizzito alle «parole false e offensive» del dottore-oracolo, querelandolo. Per tutta risposta, lui si disse «contento» della citazione in giudizio («È un grande stimolo per andare avanti») e confermò: «Si fanno pochi tamponi rispetto all’aumento del numero dei casi di positivi». Gli strascichi della polemica si protrassero fino a fine anno, allorché Fontana, preoccupato per la stretta natalizia pianificata dal governo Conte, paventò un «disastro sociale». «Possibile presidente», cinguettò irritato Cartabellotta. «Certo è che 20.440 persone ci hanno lasciato negli ultimi 30 giorni, di cui 4.798 in Lombardia». Ne doveva emergere, supponiamo, il ritratto di un politico cinico e insensibile, che metteva l’economia davanti alla sicurezza. A gennaio 2021, il gastroenterologo si premurò poi di rintuzzare il governatore, deluso dall’«algoritmo Iss», che determinava i parametri per i cambi di colore e, quindi, per l’ingresso in una fascia con più restrizioni: «Rosso relativo», sghignazzò Cartabellotta sul suo social preferito. Tre mesi dopo, sempre in tema di zone colorate, il dottor Cassandra protestò: «In Lombardia troppi cambi di fascia, si continua a inseguire il virus». Il problema erano le regole, da lui considerate troppo lasche, in vigore a livello nazionale. Ma la critica finiva per punzecchiare il solito bersaglio. È allora legittimo il sospetto che la monomania di Mr Gimbe facesse pendant con il sogno proibito della sinistra: sfrattare Lega, Forza Italia e Fdi dalla plancia di comando della Regione più ricca del Paese. Infliggere ai barbari una sconfitta storica, a costo di saltare sul virus con più solerzia dei produttori di vaccini. Quel piano è naufragato. E oggi bisogna cercare l’appeasement. Sarà un caso se si moltiplicano le manovre d’avvicinamento pacifico al nemico? Qualche giorno fa, Massimo Moretuzzo, candidato giallorosso alle regionali del Friuli Venezia Giulia, s’è messo a tuonare contro i suoi avversari: gli uomini di Massimiliano Fedriga hanno finanziato con 100.000 euro una ricerca dalla quale emergerebbe che la Regione ha brillato nella risposta al Covid. E indovinate chi ha svolto lo «studio indipendente»? Gli esperti di Gimbe. Dalla Valseriana alla Valle delle Due Battaglie, è questo il metodo Cartabellotta: se non puoi batterli, unisciti a loro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/contrordine-gimbe-lombardia-promossa-2659460031.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-multe-ai-no-vax-non-si-fermano-nessuna-tregua-per-fare-ricorso" data-post-id="2659460031" data-published-at="1677177942" data-use-pagination="False"> Le multe ai no vax non si fermano. Nessuna tregua per fare ricorso La sanzione da 100 euro è stata congelata fino all’1 luglio 2023, però le cartelle continuano ad arrivare agli over 50 e ai sanitari che lo scorso anno ignorarono l’obbligo vaccinale. Da studi legali, associazioni, utenti dei social sono segnalati avvisi che vengono recapitati a oltranza. Saranno pure raccomandate spedite prima del 31 dicembre, quando è entrata in vigore la legge che sospende i pagamenti, ma non si comprende perché impieghino due mesi a finire nella buca delle lettere dei renitenti. Tanto zelo, tanto ritardo nelle consegne, che dopo la sospensione dovevano essere subito bloccate dal ministero della Salute, «titolare del trattamento dei dati ai fini dell’irrogazione della sanzione pecuniaria», e dal suo «postino», l’Agenzia delle entrate-Riscossione, e poi si va a notificare la multa anche a una vaccinata. Come è successo alla signora Maria Cristina di Albano Laziale, che quando ha ricevuto l’avviso di addebito si è quasi sentita male. Soffre di cuore, ha 67 anni e quell’ingiusta raccomandata le ha procurato molta ansia. Perché si è vaccinata ben tre volte, ha preso pure il Covid, tutto dovrebbe essere documentato presso la sua Azienda sanitaria, invece tocca alla signora dover dimostrare che era in regola. «Sono molta arrabbiata per quello che è successo» ha dichiarato a Roma Today, anche perché deve perdere tempo «per cercare di evitare una multa che assolutamente non merito. Dovrò raccogliere documenti, mandare mail e sperare che tutto vada per il verso giusto». L’onere della prova, oltre alla beffa. E rimaneva senza spiegazioni un dubbio non di poco conto. Assieme al congelamento del pagamento, previsto nel decreto legge del gennaio 2022 poi convertito in legge il 4 marzo scorso, risulta sospeso fino al prossimo 30 giugno anche il periodo utile per ricorrere contro le multe? Perché, in caso contrario, al malcapitato cui viene consegnata la busta con la contestazione e che non si sarà rivolto al giudice di pace entro 30 giorni dalla data di notifica, non sarà più possibile fare opposizione. Ieri, il ministero della Salute ha precisato che «i termini del ricorso» non sono sospesi, la sospensione riguarda unicamente i termini di pagamento della sanzione (60 giorni). Questo significa che, se un avviso di addebito con la sanzione ti arriva anche dopo il 31 dicembre 2022, non devi affrettarti a versare l’obolo richiesto benché abbia valore di titolo esecutivo, però sei costretto ad andare dal giudice di pace. Segnando bene sul calendario la data di notifica, perché da quel giorno scattano i 30 giorni utili per fare ricorso. Scaduto il termine, non sarà più possibile contestare la multa da 100 euro, per non aver obbedito al diktat vaccinale imposto dall’1 febbraio al 15 giugno dello scorso anno. Bastava sospendere anche il periodo per l’opposizione, dimostrando di voler davvero voltar pagina sulla gestione della pandemia. Dicendo basta, ingiustizie e soprusi. Così, invece, molti dovranno ancora avvelenarsi ricevendo le raccomandate dell’Agenzia delle entrate-Riscossione e dovranno comunque ricorrere al giudice di pace, se vogliono far valere le proprie ragioni. Magari senza sostenere le spese di un avvocato, ma sapendo che si apre una causa regolata dalle norme del codice di procedura civile. Una storia lunga e vergognosa, questa della sanzione. Utilizzata nella convinzione di indurre a porgere il braccio i non vaccinati, o coloro che non avevano concluso il ciclo primario più aggiunta di booster. Tra Caps, comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio, avviate prima dell’estate per dimostrare che lo Stato non perdona i disobbedienti; tra cartelle sbagliate, incomplete, piene di vizi di forma che le potrebbero rendere nulle, come segnalato dalla Verità; o avvisi spediti a persone tridosate, come la signora Maria Cristina, l’unica certezza è che occorreva un onesto ravvedimento seguito da un colpo di spugna.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.