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2022-03-27
Il Conte pacifista spaventa il Pd e il governo
Giuseppe Conte (Ansa)
«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti.
Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante».
Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra».
«La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato.
Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti».
A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».
Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana
«Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana.
L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti.
Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022.
Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale.
La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
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Giuseppi trasforma il no al riarmo in un programma per le votazioni interne: «Pronto ad avere tutti contro». E prosegue il suo braccio di ferro con Luigi Di Maio. Senza parole i dem, spiazzati dal vecchio alleato. Mentre nell’esecutivo le critiche arrivano da Iv.Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Dopo l’annuncio del premier l’organizzazione spetta all’ambasciatore Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante». Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra». «La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato. Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti». A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pacifista-spaventa-pd-governo-2657044450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-lavora-alla-telefonata-draghi-putin-il-colloquio-e-previsto-in-settimana" data-post-id="2657044450" data-published-at="1648324017" data-use-pagination="False"> Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana «Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana. L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti. Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022. Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale. La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
Ansa
Tre scenari di impatto economico della nuova Guerra del Golfo e dintorni: a) caso migliore, riapertura dello stretto di Hormuz in tempi brevi - un mese da oggi - con rientro dalla crisi dei flussi energetici portatrici di inflazione entro i due-tre mesi successivi, ma con rimbalzo rapidissimo delle Borse, ripresa degli investimenti privati ora rallentati dall’incertezza e tenuta della crescita misurata in Pil, pur poco più che stagnante, in Europa e nuova riduzione del costo di servizio del debito italiano; b) caso intermedio: durata più lunga del blocco di Hormuz con conseguenze inflazionistiche, di decrescita e incertezza finanziaria che richiedono interventi straordinari di politica monetaria ed economica; c) caso peggiore, ingaggio di Cina e Russia per il sostegno a un regime iraniano non sostituito da uno nuovo e combinato con una durata più lunga delle tensione dei prezzi di petrolio, gas e decine di derivati come per esempio i fertilizzanti. Al momento il mio gruppo di ricerca euroamericano Stratematica, che da tempo ha predisposto simulatori per le opzioni dette alimentati da sistemi di intelligenza artificiale che sintetizzano, con filtri di attendibilità, un’enorme massa di dati sta rilevando la seguente situazione: le probabilità si stanno spostando dal caso migliore a quello intermedio, ma quello peggiore resta del tutto improbabile, perfino forse inverso. Quindi i governi delle democrazie dipendenti dall’importazione di petrolio e gas devono preparare contromisure - in effetti già allo studio - sia diplomatiche sia tecniche, così come le autorità monetarie. Non solo l’Ue, ma anche gli Stati Uniti perché il rischio di inflazione da aumento dei costi energetici sta iniziando a colpire il primo produttore nel mondo di combustibili fossili non per scarsità, ma per speculazione non facile da controllare. Infatti Washington sta cercando di accorciare i tempi della crisi, inserendo più forza distruttiva contro il regime iraniano per costringerlo a una resa o ad accettare un condizionamento.
Ma il regime teocratico ha come condizione di vittoria la sua persistenza pur prevedendo l’amputazione delle sue capacità militari indirette esterne via proxy (Hamas, Huthi, Hezbollah e un’altra decina di milizie sciite minori in Iraq e altrove) e un indebolimento di quelle dirette (missili e droni): sta usando il metodo di alzare il costo dell’azione bellica del nemico anche attaccando le nazioni arabe e turca non belligeranti del Golfo affinché facciano pressioni limitative contro l’America. Inoltre, ha preparato da mesi un sistema molto efficiente di controllo del territorio, in circa 30 province, contro l’insorgenza antiregime e - in base ai messaggi con metodo nascosto che arrivano dai docenti iraniani e studenti ai colleghi universitari statunitensi, ma non a quelli europei perché, pur con eccezioni tra cui io, non ritenuti riferimenti favorevoli all’insorgenza democratica per preferenza della pace a qualsiasi costo - i massacri di ribelli anche potenziali sta continuando. La speranza che l’esercito istituzionale iraniano si ribelli al regime e lo elimini ha motivi di scenario potenziale perché i regolari non sopportano le milizie. Ma queste sono in numeri ed armamenti maggiori e controllano l’economia. Inoltre, è difficile che un militare istituzionale tenti una ribellione nel momento in cui la nazione è pesantemente attaccata per lealtà alla nazione stessa anche se non al regime teocratico. In sintesi, questo è uno dei motivi principali per lo spostamento verso tempi più lunghi del blocco di Hormuz. Va detto che non è piccola la probabilità contraria di un’accelerazione ed intensificazione dell’offensiva statunitense: è allo studio, anche ipotizzando l’impiego di militari statunitensi a terra per la bonifica dei mezzi militari iraniani capaci di interdire i transiti navali nello stretto di Hormuz. Ma poiché il tempo è la variabile critica centrale per l’impatto economico tale soluzione che finora Donald Trump ha voluto evitare ad ogni costo perché contraria all’orientamento del movimento Maga, pur fattibile, ha un orizzonte temporale non breve.
Va annotato che è ipotizzabile anche uno scenario a metà tra quello migliore ed intermedio qualora la visita di Trump a Pechino fosse confermata e il primo scambiasse favori alla Cina in cambio di un intervento di Xi Jinping per convincere l’Iran a togliere il blocco di Hormuz. Ma ciò implicherebbe un accordo G2 più ampio tra Cina ed America che porterebbe Washington a diventare secondo e non primo potere globale, certamente non accettabile né da Trump né dai repubblicani non-Maga (in aumento) e da almeno metà del Partito democratico. Pechino lo sa, ma potrebbe anche offrire abilmente a Trump una pressione sulla Russia affinché accetti una tregua in Ucraina. Scenario mobile.
Ma nella turbolenza prolungata, anche se non catastrofica, vanno comunque prese delle decisioni di tutela economica, preparandole pur sperando di non doverle applicare. Quali, se si confermasse una destabilizzazione più lunga? Certamente va preparato un allentamento monetario dove la Bce possa comprare debiti nazionali a rimborso molto differito per rendere possibile una spesa pubblica in deficit non impattante per sterilizzare i prezzi dell’energia e così difendere la fiducia finanziaria ed economica. Ciò avrebbe effetto se l’inflazione restasse entro limiti. Ma se andasse oltre gli europei sarebbero costretti a negoziare con l’America un sostegno straordinario. Verrebbe concesso? In termini di quantità utili sì, ma ad un costo economico pesante, pur tollerabile, e uno geopolitico più problematico. Aggiornamenti.
www.carlopelanda.com
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Donald Trump (Ansa)
La questione petrolifera continua a rivelarsi centrale per Donald Trump nella crisi iraniana. Il presidente americano ha annunciato che le forze di Washington hanno «completamente annientato ogni obiettivo militare nell’isola di Kharg». «Per ragioni di moralità, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere sull’isola. Tuttavia, se l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione», ha aggiunto.
Kharg è il terminale di esportazione per il 90% delle spedizioni di greggio iraniano. Trump teme che, colpendo le infrastrutture petrolifere dell’isola, il costo dell’energia aumenti ulteriormente. Al contempo, Washington sta spostando circa 2.000 marines e una nave d’assalto anfibio dal Giappone al Medio Oriente: il che lascia intendere che, come già ipotizzato dal Washington Post, la Casa Bianca sia intenzionata a invadere Kharg. Uno scenario che, se si concretizzasse, infliggerebbe un duro colpo alle entrate finanziarie del regime khomeinista ma che, al contempo, porterebbe probabilmente i pasdaran ad alzare ancora di più la tensione a Hormuz.
Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che Washington organizzerà «presto» delle scorte armate per proteggere le petroliere che passano nello Stretto. «Speriamo che Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata», ha anche detto, mentre Londra, che aveva già ipotizzato nei giorni scorsi una missione, poco dopo, annunciava di valutare delle «opzioni» per garantire la sicurezza nello Stretto: sicurezza di cui, per Trump, dovrebbero occuparsi principalmente i Paesi che ricevono greggio attraverso Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, il capo di Stato maggiore congiunto, Dan Caine, avrebbe avvertito Trump, prima dell’avvio dell’operazione «Furia epica», della possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto per ritorsione. Pur riconoscendo il rischio, il presidente avrebbe comunque dato il via all’offensiva, ritenendo che il regime khomeinista si sarebbe arreso prima di riuscire ad attuare una simile mossa.
Il punto è che, non potendo competere con la superiorità militare israelo-americana, i pasdaran hanno optato per infliggere alla Casa Bianca il massimo danno possibile: bloccando de facto Hormuz, le Guardie della rivoluzione hanno portato a un aumento considerevole del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Il che rappresenta un grande problema per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Da qui il dilemma del presidente americano: da una parte, vorrebbe accelerare la fine del conflitto per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra, il fatto che i pasdaran tengano Hormuz in ostaggio continua a far aumentare il costo del greggio e obbliga Trump a portare avanti l’azione militare.
In tal senso, l’eventuale organizzazione delle scorte armate può rappresentare uno spartiacque. Come sottolineato dalla Cbs, è impellente che prima gli Usa distruggano il materiale militare che i pasdaran possono usare per affondare le imbarcazioni (specialmente missili, droni e mine). Successivamente, le navi da guerra americane inizierebbero a scortare le petroliere, godendo di supporto aereo e di attività di sminamento. Il problema risiede, però, nello scarso margine di manovra che si registra nell’area, visto che, come sottolineato da The Hill, «nel punto più stretto, Hormuz misura solo 21 miglia da costa a costa».
Come che sia, inizia a delinearsi la strategia che ha in mente la Casa Bianca. Innanzitutto, vuole aumentare la pressione sui pasdaran: in tal senso, il dipartimento di Stato americano ha promesso fino a dieci milioni di dollari a chi fornisca informazioni sui loro vertici. In secondo luogo, qualora dovesse verificarsi l’invasione di Kharg, ciò infliggerebbe un colpo finanziario alle Guardie della rivoluzione. Infine, l’organizzazione di scorte armate a Hormuz punterebbe a ridurre il potere ritorsivo dei pasdaran. E, sempre in quest’ottica, l’altro ieri, Trump ha ordinato il riavvio delle operazioni petrolifere offshore in California (irritandone il governatore dem, Gavin Newsom). Chiaramente si tratta di una strategia rischiosa, che espone seriamente Washington allo scenario del pantano. Dall’altra parte, la linea battagliera dei pasdaran rappresenta un ostacolo forse insormontabile per la soluzione venezuelana che il presidente americano vorrebbe adottare con l’Iran. Senza, poi, trascurare i rischi politici legati alle Midterm. È in questo senso che Trump è sempre più deciso a ingaggiare un duello all’ultimo sangue con le Guardie della rivoluzione: un duello dal cui esito, ragionano alla Casa Bianca, dipende l’eventuale vittoria strategica di Washington in Iran. È forse anche per questo che, secondo Reuters, il presidente americano avrebbe rifiutato gli sforzi degli alleati mediorientali volti ad avviare dei negoziati diplomatici tra gli Usa e la Repubblica islamica. Ogni trattativa col regime khomeinista passa, per Trump, dallo sradicamento del potere dei pasdaran.
La missione per Hormuz esiste già
Una volta neutralizzate le difese iraniane che minacciano chi passa nello Stretto di Hormuz, rimarrà il problema di garantirne la sicurezza nel tempo. Noi europei ci avevamo già provato pochi anni fa: per proteggere tale regione abbiamo già speso qualche decina di milioni di euro finanziando la missione intergovernativa a guida francese Emasoh, sigla di «missione europea di sensibilizzazione marittima nello Stretto di Hormuz». Con tanto di stemma ufficiale, una mano che protegge una nave cargo. A Parigi e poi a Bruxelles era stato deciso che dal 20 gennaio 2020 avremmo mandato i marinai di varie nazioni a proteggere i preziosi transiti destinati alla nostra economia. Non un’iniziativa della Ue ma dei cugini d’Oltralpe preoccupati per le loro navi.
Il primo capo missione fu l’ammiraglio francese Eric Janicot, e poi ogni cinque mesi, fino al 2025, il comando della missione passò ad alti ufficiali belgi, danesi e a due italiani: dal 6 luglio 2022 al 27 gennaio 2023 Emasoh fu comandata dall’ammiraglio Stefano Costantino; dal giugno al dicembre di quell’anno dal suo collega Mauro Panebianco. Nel 2021 la nostra Marina militare mandò la Nave Martinengo, nel 2022 la Thaon di Revel e nel 2023 la Nave Rizzo. Lo si evince, insieme con l’informazione che a partecipare furono anche Grecia, Olanda, Germania e Portogallo, da quel che resta del sito Internet dell’operazione, oggi dismesso. Più chiaro è il sito Web della nostra Difesa, sul quale al proposito si legge: «L’operazione trae la sua origine da una proposta francese avanzata nel gennaio 2020 in ambito Consiglio dell’Unione europea. Lo scopo è quello di dispiegare un contingente militare, a connotazione prevalentemente marittima e costituito tra le nazioni europee, in un’area di operazione centrata sullo stretto di Hormuz ed estesa verso Nord a tutto il Golfo Persico e verso Sud alla zona di Oceano Indiano posta in corrispondenza delle coste omanite. L’obiettivo della missione è quello di salvaguardare la libertà di navigazione e la sicurezza delle navi in transito nell’area dello stretto [...] per rilevare eventuali atti illegali e la gestione de-escalatoria delle dinamiche locali».
Ma l’ultimo bollettino disponibile delle attività è quello di novembre 2022. La domanda nasce spontanea: che cosa stanno facendo quelli di Emasoh? Evidentemente qualcuno aveva pensato di andare laggiù ad applicare il celebre motto del personaggio Franceschiello «facite a faccia feroce», invece ora sarebbe proprio il momento di dimostrare quanto siamo bravi a operare con le unità navali cacciamine e con i droni volanti per lunghi pattugliamenti, al fine di mantenere in sicurezza le rotte lungo le quali viaggiano le petroliere. E di farlo con una iniziativa unitaria europea. Nulla di male se fosse stata presa la decisione di sospendere la missione per riorganizzarla in modo più efficace, invece su questa vicenda sono, almeno per ora, calati il silenzio e forse anche l’imbarazzo. Se la Ue contasse davvero, in poche ore avremmo aggiornato anche le missioni di protezione alle navi che sono in corso nel Mar Rosso (Aspides e Prosperity Guardian), creandone una in grado di contrastare minacce ben più pericolose di quelle rappresentate dai ribelli Houthi e dai pirati.
Certamente, vista la decisione presa dalla Casa Bianca e da Israele, è opportuno lasciare spazio alla Marina degli Stati Uniti per fare piazza pulita delle forze iraniane, ma poi noi europei dovremo fare la nostra parte e, forse, è proprio quello che si augura il presidente americano Donald Trump quando dichiara: «Spero che altri Paesi invieranno navi da guerra per Hormuz». Anche perché la sicurezza dello Stretto è interesse di molte nazioni, dal Regno Unito fino alla Cina, dal Giappone alla Corea del Sud e non soltanto.
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Lo Stretto resta chiuso e il petrolio sale. Si cercano rimedi ma le riserve sono solo una toppa. La Russia intanto sorride. Von der Leyen pentita sul nucleare.