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2022-03-27
Il Conte pacifista spaventa il Pd e il governo
Giuseppe Conte (Ansa)
«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti.
Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante».
Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra».
«La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato.
Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti».
A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».
Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana
«Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana.
L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti.
Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022.
Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale.
La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
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Giuseppi trasforma il no al riarmo in un programma per le votazioni interne: «Pronto ad avere tutti contro». E prosegue il suo braccio di ferro con Luigi Di Maio. Senza parole i dem, spiazzati dal vecchio alleato. Mentre nell’esecutivo le critiche arrivano da Iv.Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Dopo l’annuncio del premier l’organizzazione spetta all’ambasciatore Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante». Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra». «La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato. Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti». A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pacifista-spaventa-pd-governo-2657044450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-lavora-alla-telefonata-draghi-putin-il-colloquio-e-previsto-in-settimana" data-post-id="2657044450" data-published-at="1648324017" data-use-pagination="False"> Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana «Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana. L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti. Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022. Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale. La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.
Rodolfo Fiesoli (Ansa)
Una bella vacanza, insomma. Peccato che durante quella gita, come certificano le sentenze, Fiesoli ne approfittò per abusare di due minorenni che aveva al seguito. Questa atroce vicenda, decisamente emblematica della mostruosità che furono il Forteto e il suo sistema di potere, è stata raccontata ieri durante l’audizione dell’ex giudice Di Matteo presso la Commissione parlamentare che ancora indaga sulla struttura toscana e sulle malefatte del suo fondatore. In particolare, la Commissione si sta concentrando sulle responsabilità dei magistrati che continuarono per anni e anni ad affidare al Forteto ragazzini in difficoltà, senza mai controllare che cosa accadesse realmente nella cooperativa e senza preoccuparsi della condanna che già gravava su Fiesoli per reati decisamente sgradevoli. Di Matteo ha risposto alle domande stando sempre sulla difensiva e in alcuni frangenti è apparso in evidente imbarazzo.
Ha raccontato di essere stato in servizio a Firenze dal 1993 al 1997, anno in cui si fece trasferire a Salerno. Conobbe Fiesoli nel 1995, in occasione del collocamento al Forteto di un minorenne «difficile». Si trattava di un ragazzino di 14 anni che non aveva ancora commesso particolari reati, ma che fu trasferito alla cooperativa agricola per via di un procedura amministrativa che quasi nessun tribunale utilizzava, ma che a Firenze - per volontà del presidente, il dottor Francesco Scarcella - era ancora in vigore. Il minore mostrava «comportamenti irregolari» e a fini preventivi di futuri crimini fu mandato da Fiesoli e compagni.
In quell’epoca, ha ricordato Di Matteo, «il Forteto era un porto di mare, passavano continuamente politici, uomini di cultura, si organizzavano eventi e convegni». Lo stesso giudice partecipò ad alcuni di questi happening, tra cui «una escursione a Barbiana, dove era sepolto don Lorenzo Milani, perché i riferimenti culturali erano quelli». Di Matteo fu già sentito su questi fatti dalla commissione regionale sul Forteto nel 2016, ma le dichiarazioni che rese - su sua richiesta - furono secretate. Ora, però, le sue affermazioni sono pubbliche e ricostruiscono perfettamente il clima dell’epoca, oltre a costituire una schiacciante testimonianza della superficialità dimostrata dai magistrati. L’ex giudice ha più volte cercato di spiegare che nessuno poteva immaginare che nella cooperativa avessero luogo violenze e abusi, ma il problema è proprio questo: avrebbero dovuto controllare i giudici e, a prescindere, avrebbero dovuto evitare di frequentare un personaggio già condannato per violenze sui ragazzini. E invece Di Matteo conferma di non aver mai controllato i casellari giudiziali di chi si candidava a ottenere in affidamento i minori.
Quanto alla sentenza del 1985 che riconobbe colpevole Fiesoli, le sue risposte sono state agghiaccianti. «La vicenda era divisiva», ha detto il magistrato. «Quello fu vissuto come un giudizio molto controverso. L’allora presidente Gian Paolo Meucci, subito dopo la scarcerazione dei vertici del Forteto, decise di affidare il giorno stesso un bambino alla cooperativa».
Chiaro, no? Per i giudici fiorentini quella sentenza di condanna non valeva. Era divisiva. E l’autorevole giudice Gian Paolo Meucci aveva mostrato di non condividerla, quindi di fatto si poteva ignorarla. E poi, che volete, al Forteto andavano i politici, gli uomini di cultura… Chi mai poteva immaginare? Il risultato di questo atteggiamento sono stati anni di abusi impuniti. Che si sarebbero potuti evitare se i magistrati avessero controllato la cooperativa o se si fossero fatti venire qualche dubbio su Fiesoli invece di andare a cena e in gita con lui.
Ieri, in commissione, Di Matteo ha detto di non aver mai subito procedimenti disciplinari per il suo comportamento riguardo al Forteto e per la sua frequentazione del pederasta e abusatore che lo dirigeva. A dirla tutta non è mai nemmeno stato sentito dal Csm. Certo, si potrebbe obiettare che si tratti di fatti lontani nel tempo, di atteggiamenti che oggi difficilmente potrebbero ripetersi. Ma a ben vedere le cose non sono cambiate molto, anzi. Ci sono numerosi casi anche molto recenti di operato discutibile dei Tribunali per i minori, a partire da quello - incredibile - che riguarda la famiglia nel bosco. Potremmo citare, però, anche altre vicende abbastanza clamorose. Prima fra tutte quella di Monteverde, a Roma, dove il tribunale aveva disposto il collocamento in casa famiglia di una bambina di 5 anni con una grave sindrome genetica. La verifica indipendente sulle sue condizioni di salute fu chiesta dalla Garante per l’infanzia, il tribunale non l’aveva disposta. Gli esperti spiegarono che la bambina sarebbe stata gravemente danneggiata dalla separazione, che per questo fu fermata. Ma se non fosse intervenuta l’autorità, il tribunale avrebbe tirato dritto.
Un’altra storia incredibile è in corso a Varese. Protagonisti sono tre bambini molto piccoli. La due sorelline sono in una struttura, il bambino più piccino, di un anno e mezzo, sta in un’altra comunità con la madre ed è in una struttura da quando è nato. Le relazioni dei servizi sociali sono buone, la famiglia potrebbe riunirsi a casa. Ma il giudice che doveva sentire le parti a gennaio ha rinviato l’udienza a maggio. I genitori, protestando vigorosamente, hanno ottenuto di anticipare a marzo, ma intanto il tempo è passato. E chi pagherà per questi ritardi?
Se esiste un buon argomento per votare sì al referendum è costituito da queste storie. Con l’introduzione dell’Alta corte prevista dalla riforma, la sanzionabilità dei magistrati che commettono errori sarà più certa, anche per chi si occupa dei minorenni e che finora sembra essere sfuggito a ogni controllo. Forse è ora che chi rovina l’esistenza dei più piccoli per superficialità o per altre ragioni si assuma le sue responsabilità.
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Bill Clinton (Getty Images)
Se la questione non fosse estremamente seria, ci sarebbe materiale per imbastire una barzelletta: l’ex presidente americano Bill Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai mentito sotto giuramento. Non è una burla: i filmati appena pubblicati delle audizioni di lui e sua moglie presso la commissione del Congresso che si occupa del caso Epstein lo testimoniano. «Ha mai mentito durante una deposizione?», chiede una deputata. «No», risponde l’ex presidente. «Ha mai mentito sotto giuramento?». «No», ribadisce di nuovo.
La cera dell’ex leader dem non è delle migliori. Rallentato nelle risposte, espressione spesso persa nel vuoto, sorrisi a tratti ebeti degni di una lieve demenza senile. Di segno opposto, invece, la strategia della moglie: Hillary è apparsa combattiva, sicura di sé, risoluta nel far percepire l’inutilità della sua convocazione e la certezza della sua innocenza. Sicuramente è in una posizione di minore difficoltà: non ci sono, negli Epstein files, foto di lei in una vasca idromassaggio di fianco a un giovane uomo, in compagnia di un pedofilo. E non ci sono precedenti noti a tutto il mondo di lei che, dopo aver tradito il marito, ha pure mentito sui rapporti avuti con una giovane stagista. In ogni caso non mancano email in cui diversi personaggi a lei vicini invitano Jeffrey Epstein a raccolte fondi per la sua campagna elettorale.
La sincerità di Bill Clinton è celebre in tutto al mondo: nel 1998, incalzato sullo scandalo che coinvolse la stagista Monica Lewinsky, il presidente si avventurò in una celebre «acrobazia semantica» durante una deposizione giurata, negando di aver avuto rapporti sessuali con la giovane. La sua strategia difensiva si basava sul presupposto che il sesso orale non rientrasse nella definizione tecnica di rapporto sessuale. Questa mossa gli valse l’impeachment per spergiuro e ostruzione alla giustizia nel dicembre 1998. Sebbene la Camera dei Rappresentanti votò a favore della messa in stato d’accusa, il Senato lo assolse. Un episodio che già allora insegnò molto sulla considerazione che le élite liberal hanno della gente. E che ancora oggi dice molto di Bill Clinton.
«Perché Epstein disse che le piacciono le ragazze giovani?», gli ha chiesto la deputata Nancy Mace durante l’audizione. Qui uno degli avvocati dell’ex presidente, Cherry Mills (sua storica legale quando era alla Casa Bianca, nello staff di Hillary da segretario di Stato e membro del cda di Blackrock), è intervenuta per cercare di edulcorare la domanda: «Le sta chiedendo un’opinione? Le sta chiedendo perché Epstein diceva questo?». Poi si è rivolta a Clinton per riformulare: «Le sta chiedendo di entrare nella testa di Epstein e immaginare quale fosse il suo pensiero a riguardo». Bill, visivamente provato e molto rallentato, non coglie la difesa del legale: «Prima di tutto, non è vero», risponde. «Che cosa?», incalza Mace. «Che io abbia qualche interesse verso ragazze minorenni». «Non ho detto minorenni», continua la deputata, «ho detto giovani». «Ma rimane che non è vero», ribadisce l’ex presidente. «Una stagista è giovane?». «Sì». Gioco, partita, incontro.
Fin troppo facile. E non è finita qui. Perché incalzato sulla famosa foto di lui in una vasca idromassaggio con accanto una ragazza (il cui volto è stato oscurato per motivi di privacy), ha raccontato la sua versione di come ci è finito dentro. L’ex presidente Usa ha confermato che l’istantanea è stata scattata durante un viaggio nel Brunei, in Asia, in cui il suo team, compreso di Epstein e la compagna Ghislaine Maxwell, stava lavorando su iniziative legate all’Aids. Erano gli anni in cui il faccendiere collaborava con Clinton alla sua fondazione filantropica. Brunei era l’ultima tappa di un lungo viaggio, ha raccontato Bill, e fu proprio il sultano locale, sua conoscenza dai tempi della presidenza, a chiedergli esplicitamente di stare in quell’albergo e di godere della piscina. «Io l’ho fatto, sono stato dentro cinque minuti e poi esausto sono andato a letto», ha continuato. A domanda diretta sull’identità della ragazza immortalata nella foto, ha risposto di non sapere chi fosse e che nella vasca c’erano diverse persone, ammettendo, però, che fossero tutte del suo gruppo. Ricapitolando: un ex presidente degli Stati Uniti, arrivato stanco nel Brunei, si è concesso un bagno in piscina per compiacere chi lo ospitava e senza avere idea di chi avesse a un metro e mezzo di distanza.
Non meno imbarazzante è la risposta alla domanda sulla morte di Epstein. «Crede che Epstein si sia ucciso?». «Gli sta chiedendo di fare supposizioni su come è morto Epstein?», interviene ancora l’avvocato Mace. Dopo una serie di botta e risposta tra le due donne, l’ex presidente risponde: «Non lo so». Attenzione: non dice di no, ma «non lo so». «A un certo punto è stato preso e forse…», lascia in sospeso. «Non lo so. Nella mia mente ho accettato l’idea che si sia suicidato, ma non so che cosa sia successo». Il tutto con questa aria un po’ stralunata, la stessa con cui, in un altro momento, si è messo a guardare un po’ di foto dei bei vecchi tempi, quelle degli Epstein files, sorridendo in maniera ebete. Età che avanza o strategia deliberata? Forse è meglio non avere una risposta.
Quanto al filmato della moglie Hillary, tra i momenti più esilaranti vi è sicuramente quello in cui scopre di una sua foto circolata sul Web e va su tutte le furie. Ma il punto più denso di ambiguità è quando viene incalzata su Howard Lutnick, che nel 2015 invitò Epstein a un evento «intimo» di raccolta fondi per la campagna di Hillary. La Clinton ha dichiarato sotto giuramento di non aver mai conosciuto Epstein. Speriamo la sua parola valga più di quella del marito.
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Il generale Giorgio Battisti lancia l'allarme: nel mirino non c'è solo il Medio Oriente, ma anche il Mediterraneo e il Sud Italia, dove si trovano basi strategiche NATO e americane.