True
2022-03-27
Il Conte pacifista spaventa il Pd e il governo
Giuseppe Conte (Ansa)
«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti.
Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante».
Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra».
«La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato.
Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti».
A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».
Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana
«Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana.
L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti.
Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022.
Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale.
La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
Continua a leggereRiduci
Giuseppi trasforma il no al riarmo in un programma per le votazioni interne: «Pronto ad avere tutti contro». E prosegue il suo braccio di ferro con Luigi Di Maio. Senza parole i dem, spiazzati dal vecchio alleato. Mentre nell’esecutivo le critiche arrivano da Iv.Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Dopo l’annuncio del premier l’organizzazione spetta all’ambasciatore Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante». Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra». «La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato. Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti». A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pacifista-spaventa-pd-governo-2657044450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-lavora-alla-telefonata-draghi-putin-il-colloquio-e-previsto-in-settimana" data-post-id="2657044450" data-published-at="1648324017" data-use-pagination="False"> Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana «Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana. L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti. Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022. Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale. La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
Matteo Salvini (Ansa)
Basta appoggiarsi un po’ (magari con il peso di una crisi energetica globale e di una guerra che fa impennare il prezzo del carburante) e comincia a scricchiolare. A certificare che qualcosa sta cambiando non è un sovranista barricadero, ma un pezzo pregiato della macchina europea. In audizione davanti alle commissioni parlamentari italiane, il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Stéphane Séjourné ha scelto parole attente: «Uno stop al Patto di stabilità non si può escludere». Allora Giorgetti ha evidenziato «l’opportunità di regole flessibili per specifici, temporanei impatti negativi soprattutto in campo energetico». Séjourné l’ha assicurato: «Potete contare sulla Commissione quando ci sono crisi sistemiche per avere una maggiore flessibilità». E ancora: «La Commissione non lascerà sprofondare l’Italia». Certo «non ho il mandato da parte della Commissione europea per specificare meglio i dettagli di questo versante. Ci sono strumenti di flessibilità che la Commissione ha sempre concesso».
La crisi energetica non è un fastidio passeggero, è una minaccia esistenziale. E quando c’è di mezzo la sopravvivenza dell’intero sistema economico («questioni di vita e di morte per le industrie») i dogmi contabili diventano negoziabili. La realtà, come spesso accade, corre più veloce delle regole. E perfino i custodi dell’ortodossia iniziano a mostrare qualche dubbio.
Prendiamo la Banca centrale europea. Non è esattamente un covo di rivoluzionari. Eppure, tra i banchieri centrali serpeggia un dubbio tutt’altro che marginale: ha senso aspettare una recessione conclamata prima di attivare la clausola di salvaguardia? «Forse sarebbe il caso di anticipare queste misure», ragiona un veterano della politica monetaria. Intervenire prima che il paziente finisca in terapia intensiva potrebbe non essere una cattiva idea. Ancora più significativo è ciò che accade a Berlino, dove l’austerità è religione di Stato. La Germania, per la prima volta, si muove insieme ad altri Paesi - Italia inclusa - per chiedere alla Commissione una tassa sugli extra profitti alle multinazionali dell’energia per non imporre nuova austerità ai cittadini. Una lettera firmata dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil insieme a Giancarlo Giorgetti e ai ministri dell’Economia di Spagna, Portogallo e Austria. Non è ancora una conversione ma il segnale che anche il rigore tedesco sa fare i conti con bollette e consenso elettorale. In questo scenario, l’Italia gioca la sua partita con la consueta miscela di pressione politica e retorica muscolare. Protagonista Matteo Salvini: «Il Patto di stabilità», dice, «è una camicia di forza». La priorità sono imprese e famiglie: «Chiediamo che il Patto possa essere derogato per aiutare imprese e famiglie su riscaldamento, luce e gas così come avviene per comprare armi». Perché «non farlo sarebbe veramente meschino».
Salvini alza la posta: «Penso che Italia e Germania possano diventare maggioranza». Una frase che, fino a qualche settimana fa, sarebbe sembrata fantapolitica. Non è solo questione di dichiarazioni. Il leader della Lega prepara anche la piazza: il 18 aprile a Milano è pronta una manifestazione in cui, tra le rivendicazioni principali, ci sarà proprio la sospensione del Patto di stabilità. Un modo per spostare il baricentro del confronto da Bruxelles alla politica interna, trasformando una regola contabile in un tema da comizio. Del resto, poche cose scaldano l’elettorato come la bolletta del gas.
Gli euroburocrati procedono con la cautela di chi cammina sulle uova. La Commissione guidata da Ursula von der Leyen aspetta di capire come evolverà la crisi internazionale - con lo spettro della guerra e le tensioni legate all’Iran - prima di scoprire le carte. Ufficialmente, «le bocche sono cucite». Ufficiosamente, il dossier è sul tavolo.
Perché il punto è tutto qui: il Patto di stabilità, con il totem del 3%, nasce per tempi normali. Ma questi non sono tempi normali. Una crisi sistemica, un’economia sotto pressione e regole che rischiano di diventare un lusso insostenibile. La differenza è che questa volta il nemico non è un virus invisibile, ma qualcosa di molto più tangibile: la guerra e i suoi effetti sul costo dell’energia.
E allora la domanda, inevitabile, diventa politica prima ancora che economica: davvero l’Europa può permettersi di aspettare che la recessione sia «certificata» per intervenire? O non sarebbe più saggio - e meno costoso - anticipare le mosse? Il fronte del No, intanto, arretra. Non c’è ancora una resa, ma il cambio di clima è evidente.
Tra aperture prudenti, dubbi tecnici e pressioni politiche, l’idea che il Patto di Stabilità possa essere sospeso non è più un tabù.
Continua a leggereRiduci
JD Vance (Ansa)
Vance sarà alla guida della delegazione statunitense incaricata di trattare con il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf. La Casa Bianca lo ha confermato in serata, dopo qualche titubanza di Trump. Le controparti si fidano più di lui che di Jared Kushner, il genero ebreo di The Donald, e di Steve Witkoff, l’inviato speciale non sempre allineato a Benjamin Netanyahu, ma di incrollabile fede sionista: il regime sciita li accusa di aver travisato le sue posizioni.
Vance raccoglierebbe così i frutti della sua coerenza: stando alla ricostruzione pubblicata sul New York Times da Jonathan Swan e Maggie Haberman, egli è stato l’unico a opporsi apertamente alla guerra, durante le riunioni nella Situation room alle quali erano presenti i vertici dell’amministrazione, il capo della Cia, John Ratcliffe, e quello dell’esercito, Dan Caine. I reporter, che dedicheranno alla vicenda una parte del loro libro in uscita a giugno, hanno svelato che il premier israeliano aveva iniziato a premere su Trump dal suo viaggio a Washington, lo scorso 11 febbraio. Bibi, ricevuto con tutti gli onori, avrebbe garantito che il popolo iraniano, con la spintarella dei raid e qualche intervento ad hoc dell’intelligence, era pronto a rovesciare il regime. La Repubblica islamica si sarebbe trovata in una posizione di tale debolezza, che in breve gli alleati avrebbero potuto distruggere le sue capacità balistiche, senza che il nemico avesse il tempo di bloccare lo Stretto di Hormuz. Lo scenario non aveva convinto quasi nessuno: Ratcliffe lo considerava «farsesco»; il segretario di Stato, Marco Rubio, ha definito quelle del premier israeliano «stronzate». L’unico sostenitore entusiasta dell’impresa militare era Hegseth. Eppure, alla fine, soltanto Vance (assente l’11 febbraio) ha avuto il coraggio di bocciare l’idea di un conflitto su larga scala. Nemmeno il generale Caine, pur avendo avvisato il tycoon sul rischio che gli Usa consumassero le scorte di missili e intercettori, avrebbe dato parere negativo all’operazione. «Tutti si sono rimessi agli istinti del presidente», hanno scritto Swan e Haberman. Quello del New York Times non è l’unico addebito dei media nazionali al numero uno del Pentagono. Sul Washington Post è comparso un lungo articolo che citava funzionari dell’amministrazione, secondo cui «Pete non racconta la verità al presidente». Hegseth ieri ha tentato di vendere gli strabilianti risultati dei 40 giorni di bombardamenti: ha dichiarato che Teheran è stata «umiliata e demoralizzata»; che non avrà mai l’atomica; che Mojtaba Khamenei è «ferito e sfigurato»; ha proclamato che l’America ha ottenuto una «storica vittoria sul campo», che Trump è un «presidente della pace», che avrebbe potuto «paralizzare l’intera economia iraniana in pochi minuti, ma ha scelto la clemenza». Ha ripetuto persino la bufala del controllo dei cieli, sapendo che un conto è la superiorità aerea - indiscussa - e un conto è il dominio aereo. Questo, gli aggressori non l’hanno conseguito, almeno al di sotto di certe quote: altrimenti, i caccia non sarebbero stati abbattuti. Ciò non significa che per l’Iran la guerra sia stata una passeggiata: forse non è stato distrutto «circa il 90% dell’industria militare» - ciò che ha sostenuto il generale Caine - però i danni all’apparato produttivo sono stati pesantissimi. E ricostruire richiederà anni, anche se fosse vero che a disposizione ci sono ancora «15.000 missili e 45.000 droni», come hanno comunicato martedì i pasdaran agli Usa. Ma già solo considerare un punto di partenza «ragionevole» - parola di Trump - il piano in dieci punti degli ayatollah, per gli Usa significa ammettere una sostanziale sconfitta strategica.
Deve averlo capito Dan Driscoll, segretario dell’Esercito e amico personale di Vance: sembrava che la sua testa sarebbe stata la prossima a saltare, dopo quella del capo di Stato maggiore, Randy George, altro uomo vicino al vicepresidente. Invece ieri, al Washington Post, Driscoll ha garantito: «Non ho in programma di lasciare o dimettermi». D’altronde, già da un po’ di giorni Hegseth, constatato lo stallo in Medio Oriente, teme per il proprio incarico. È improbabile che Trump lo siluri, specie dopo due rimozioni pesanti come quelle di Pam Bondi, ex ministro della Giustizia, e Kristi Noem, ex segretario alla Sicurezza interna. In ogni caso, il suo scranno non è il più solido nell’esecutivo.
The Donald non lo ammetterebbe mai, ma è probabile che si sia reso conto del raggiro di Netanyahu e dei sionisti evangelici, di cui Hegseth è un esponente di spicco. Il tycoon fatica a dissociarsi dallo Stato ebraico, tanto che la Casa Bianca ha comunicato che il fronte libanese era escluso dall’accordo per il cessate il fuoco. Ma la realtà sta dando ragione alle cautele espresse dai cattolici dell’amministrazione: Rubio, forse troppo «ambivalente», ha notato il New York Times, nel suo atteggiamento sull’Iran; e Vance, ligio all’orientamento della base Maga, che disprezza l’avventurismo bellico. Gli ultimi sondaggi, peraltro, mostrano che l’opinione pubblica è ormai al 60% contraria alle politiche di Tel Aviv.
Ieri, da Budapest, il vicepresidente parlava da capo negoziatore. Se gli sciiti «sono disposti a collaborare con noi in buona fede», ha commentato, «credo che possiamo raggiungere un accordo». Vance ha rimesso la testa pure sull’altra guerra, quella tra Mosca e Kiev, la «più difficile da risolvere»: «Sono abbastanza ottimista», ha detto, «perché ha smesso di avere senso. Vale la pena continuare a combattere per pochi chilometri, al costo di centinaia di migliaia di vite e di anni di crisi economica ed energetica? Per noi la risposta è no. Ma servono due parti: noi possiamo aprire la porta, ma russi e ucraini devono attraversare la soglia». Hegseth potrebbe concordare: nel Donbass non c’è un Santo Sepolcro da dare in appalto a Israele.
Continua a leggereRiduci
Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
Continua a leggereRiduci
Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
Continua a leggereRiduci