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2022-03-27
Il Conte pacifista spaventa il Pd e il governo
Giuseppe Conte (Ansa)
«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti.
Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante».
Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra».
«La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato.
Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti».
A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».
Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana
«Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana.
L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti.
Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022.
Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale.
La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
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Giuseppi trasforma il no al riarmo in un programma per le votazioni interne: «Pronto ad avere tutti contro». E prosegue il suo braccio di ferro con Luigi Di Maio. Senza parole i dem, spiazzati dal vecchio alleato. Mentre nell’esecutivo le critiche arrivano da Iv.Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Dopo l’annuncio del premier l’organizzazione spetta all’ambasciatore Luigi Mattiolo.Lo speciale contiene due articoli.«Manca solo che dica che l’Italia deve uscire dalla Nato»: così una fonte parlamentare del M5s commenta le parole di Giuseppe Conte, che ieri, attraverso un video su Facebook, è tornato ad annunciare il «no» del M5s all’aumento delle spese militari. Un modo come un altro per tenere alta l’attenzione sulla votazione online di oggi e domani, con gli iscritti chiamati a riconfermare l’elezione di Giuseppi alla guida dei pentastellati. Si vota sulla piattaforma Skyvote dalle 8 di oggi alle 22 di domani, senza interruzioni. La votazione si è resa necessaria, ricordiamolo, dopo che il tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla sua elezione a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. Al di là della querelle legale, quello che è rilevante in termini politici è che Conte, chiedendo il voto agli iscritti, batte ancora sul tasto delle spese militari: «Chiedo nuovamente la vostra fiducia», dice Giuseppi nel video, «non mi interessa prendere il 50,1% dei voti. Anzi, dico sinceramente che se il risultato fosse così risicato sarei il primo a fare un passo indietro. A fronte di un risultato così di misura, lascerei il Movimento che in questo momento ha bisogno di una leadership forte, di una forte investitura. Allo stesso modo, però, è un dovere dirvi che in caso di una decisa riconferma le cose inevitabilmente cambieranno. Se mi accorderete di nuovo una fiducia piena», aggiunge l’ex premier, «sarò il presidente di un Movimento che dice no all’aumento massiccio delle spese militari a carico del bilancio dello Stato, soprattutto in un momento del genere. Ma diremo sì a un investimento shock sulla transizione energetica verso le rinnovabili, sì a un impegno dello Stato senza precedenti sulle reti di sostegno per famiglie, imprese in crisi, lavoratori che devono scegliere se pagare la bolletta», conclude Conte, «o fare la spesa o il pieno di carburante». Il cinismo politico di Conte (pronto, a suo dire, ad «avere tutti contro») non ha confini: il voltafaccia sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) sul quale il M5s si è già espresso favorevolmente alla Camera votando a favore del relativo ordine del giorno, viene utilizzato per solleticare gli umori dei cittadini, che come sappiamo da diversi sondaggi di queste ultime settimane sono spaccati a metà sull’invio di armi in Ucraina. «Conte», aggiunge il parlamentare pentastellato, «si lascia guidare, come sempre, dai sondaggi, ma la sua promessa di opporsi all’aumento delle spese militari è pura propaganda: si tratta di un impegno del governo, confermato anche quando lui stesso si trovava a Palazzo Chigi. Una mossa per mettere in difficoltà Luigi Di Maio? Qui siamo oltre», aggiunge la nostra fonte, «qui si rischia di spaccare il governo durante una guerra». «La mossa di Conte», dice alla Verità un esponente di primo piano del Pd, «è tutta di facciata, anche se il M5s votasse contro l’ordine del giorno al Senato non cambierebbe nulla. Aveva bisogno di prendere qualche like sui social e di mobilitare i suoi elettori per la votazione on line su di lui». Ilarità, più che stupore, ha suscitato tra i parlamentari del M5s la velina fatta circolare ieri pomeriggio dallo staff di Conte in base alla quale si sarebbe prestata attenzione a quanti deputati e senatori avrebbero condiviso il video di Giuseppi sui social. Una trovata che ricorda la famosa «batteria» di Forza Italia, quando la lealtà a Silvio Berlusconi dei parlamentari azzurri veniva misurata in base alle dichiarazioni di sostegno alle affermazioni del novello «non sposo» fatte pervenire alle agenzie di stampa. Tra l’altro, ricordiamolo sempre, negli anni in cui è stato presidente del Consiglio, , Conte ha sistematicamente aumentato le spese militari dell’Italia: +7,28% nel 2020 rispetto al 2019 e +6,04% nel 2021 rispetto al 2020. Da 21 miliardi e 42 milioni di euro siamo passati, con i governi da lui guidati, a 24 miliardi e 427 milioni. In ogni caso, la linea di Conte, che mira a incassare il sostegno di Alessandro Di Battista, mette in estremo imbarazzo il Pd, che non a caso ha deciso di non dire neanche una parola sulla posizione dell’alleato. Ci va giù pesante invece Maria Elena Boschi: «Quando Conte era premier», twitta la capogruppo alla Camera di Iv, «voleva alzare le spese militari. Ora che fa il capo grillino promette il contrario. È il populismo ipocrita di chi usa il dramma della guerra per il dibattito interno. Tristezza». In realtà, qui non si tratta neanche di dibattito interno: se l’idea di Conte è quella di mettere in difficoltà il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, infatti, il tentativo è destinato al fallimento, considerato che Giggino in questa fase ha cose molto più importanti a cui pensare. Sulla linea della Boschi arrivano anche le critiche di Carlo Calenda, leader di Azione: «Forse è venuto il momento per il Pd di capire che non sono alleati ma populisti». A proposito di armi, va registrata la posizione di Matteo Salvini, che ieri è tornato sull’argomento: «Stiamo entrando faticosamente», dice il leader della Lega, «nel secondo mese di un conflitto alle porte dell’Europa e ci sono uomini di stampa e di governo che parlano con troppa facilità di bombe, armi e missili. Addirittura, dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno parla di nucleare. Ringrazio, nel buio che stiamo attraversando, e dal quale usciremo certamente, la luce che ci porta il Santo Padre e che ci portano uomini e donne di fede che si ostinano a credere nella pace», argomenta il leader del Carroccio, «a lavorare per la pace, a usare parole e argomenti di pace».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-pacifista-spaventa-pd-governo-2657044450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-lavora-alla-telefonata-draghi-putin-il-colloquio-e-previsto-in-settimana" data-post-id="2657044450" data-published-at="1648324017" data-use-pagination="False"> Si lavora alla telefonata Draghi-Putin. Il colloquio è previsto in settimana «Ho letto le parole del Santo Padre, a cui vorrei esprimere la mia personale gratitudine e del governo. Vorrei ribadire che noi stiamo cercando la pace, io la sto cercando, veramente, gli altri leader europei, francesi e tedeschi in particolare, la stanno cercando. Hanno avuto, e avrò anche io, colloqui con Vladimir Putin. Questa è la prima importante cosa da tenere a mente. Non siamo in guerra perché si segue un destino bellico. Si vuole la pace innanzitutto». L’annuncio del premier, Mario Draghi, è molto importante, il colloquio con il leader russo per il momento è però ancora tutto da organizzare, come riferiscono alla Verità alte fonti di governo. Canali diplomatici da noi consultati in merito, ipotizzano che la telefonata Roma-Mosca dovrebbe esserci la prossima settimana. L’organizzazione di un colloquio così delicato, ricordiamolo, deve essere meticolosa: tocca al consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, l’ambasciatore Luigi Mattiolo, mettersi in contatto con l’ambasciatore italiano a Mosca, Giorgio Starace, il quale a sua volta contatta il Cremlino per mettere a punto i dettagli della telefonata, che avviene attraverso una linea di comunicazione ad alta sicurezza, solitamente alla presenza di uno o più consiglieri dei due leader, oltre agli interpreti. Draghi nella sua frase cita francesi e tedeschi, e non è un caso: in queste settimane abbiamo letto di frequenti contatti tra il presidente francese Emmanuel Macron e Putin. Macron, quando telefona a Putin, però, non lo fa solo nelle vesti di leader francese, poiché la Francia è presidente di turno del Consiglio europeo dallo scorso primo gennaio, e lo sarà fino al 30 giugno prossimo. Stesso discorso per il cancelliere tedesco Olaf Scholz: la Germania è presidente di turno del G7 e lo sarà per l’intero 2022. Draghi, dunque, ha intenzione di mettersi alle spalle quell’aria da compri-mario (nomen omen) che sta caratterizzando la sua azione in questa gravissima crisi internazionale scatenata dall’invasione della Russia in Ucraina. Fino a questo momento Draghi ha indossato i panni del «falco» militarista, ha utilizzato spesso e volentieri toni estremamente aspri, se non minacciosi, nei confronti della Russia, il che è comprensibile considerato che il nostro premier non fa altro che seguire le indicazioni che arrivano da Washington. La mossa di annunciare una telefonata con Putin, tuttavia, può essere letta come un modo per iniziare a riaprire un canale di dialogo anche con la Russia. Un colloquio con il leader di Mosca potrebbe attenuare l’immagine di un Mario Draghi semplice esecutore delle indicazioni degli Usa e della Nato, e restituire a quello che una volta veniva chiamato Super Mario un po’ di visibilità sul piano internazionale. La prossima settimana scopriremo se il colloquio si terrà e cosa si diranno i due leader. Facile prevedere che Draghi potrà discutere con lo zar di temi economici, e della possibilità di arrivare il prima possibile a un cessate il fuoco.
La nuova flotta di bus elettrici della Capitale (Ansa)
La giunta Gualtieri, in pompa magna, dal Campidoglio, con i fondi del Pnrr, con un investimento colossale di 250 milioni di euro annunciò l’acquisto di 411 mezzi, bus elettrici, pagati oltre 500.000 euro ciascuno. Ma sono bastate le prime giornate di caldo torrido per costringere decine di mezzi a interrompere il servizio e rientrare anticipatamente nei depositi per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla strada: questo perché le batterie elettriche da 340 kWh non reggono il caldo e consumano molto di più, tanto che l’autonomia reale di questi mezzi rischia di dimezzarsi rispetto ai 300 chilometri previsti non appena si accende l’aria condizionata per non far crepare dal caldo lavoratori e passeggeri.
La giunta Gualtieri meriterebbe il premio Nobel per il «capolavoro green totale»: poiché c’è l’emergenza climatica bisogna spostare tutto sull’elettrico, salvo il fatto che poi il caldo «spegne» le batterie. Neanche Einstein, volendo convertire il suo genio all’invenzione di qualcosa di completamente cretino, pur con grande impegno, sarebbe arrivato a tanto.
Se ci è permesso, detto alla nostra maniera, si è passati dal surriscaldamento climatico al surriscaldamento dei coglioni dei romani, usando tale termine in senso metaforico e applicabile ad ambedue i sessi e anche a situazioni fluide: talmente fluide che i medesimi coglioni si sono liquefatti assieme alle batterie elettriche della svolta green. Da ora in poi Gualtieri lo chiameremo «Icaro», che costruì le ali di cera volando verso il sole, ma il sole le liquefece e Icaro cadde rovinosamente a terra.
Così è successo alla giunta Gualtieri, guidata di Icaro Gualtieri, fu Roberto, con il solo distinguo che mentre Icaro, a quanto ci risulta, si pagò la cera da solo, il novello Icaro i bus elettrici li ha fatti pagare con i nostri soldi. Ricordiamoci sempre, infatti, che i soldi del Pnrr sono gira e rigira prestiti che dovranno essere restituiti con gli interessi dagli italiani. I soldi europei non cadono dal cielo come la manna per gli Israeliti, ma vengono dati con la mano destra e ripresi con la mano sinistra.
Una prima domanda è chi abbia progettato e prodotto questi bus elettrici. Pensavano di produrli forniti di gomme chiodate o di catene per le ruote in previsione di una spedizione al Polo Nord? Pensavano di mandarli nei Paesi del Nord Europa? Avevano fatto un accordo con Putin per assicurarsi il voto dei siberiani in caso di difficoltà di spostamento? Vorremmo entrare nel cervello di coloro che hanno progettato e prodotto questi pullman e soprattutto le batterie, magari comprate in Cina. Perché delle due l’una: o non credono al surriscaldamento globale (del resto non necessario nel caso di Roma perché nella capitale c’è un caldo terribile da tempo immemore), e quindi progettano e producono solo perché il mercato va in quella direzione e se ne fottono della funzionalità dei mezzi di trasporto da loro prodotti; oppure sono un gruppo di imbecilli incapaci di progettare e produrre qualcosa che sia adatto al clima derivante dal surriscaldamento globale. Le due ipotesi, tradendo il principio di non contraddizione di Parmenide, per cui A non può essere nello stesso tempo non-A, in questo caso, eccezionalmente, possono essere valide entrambe: producono perché gli conviene e sono al contempo dei grandi imbecilli. In termini di diritto amministrativo si potrebbe dire che le due cariche sono compatibili. L’unica cosa che non è compatibile è che le batterie cariche si scaricano velocemente, basta un po’ di caldo.
Intanto i romani sono rimasti a piedi sotto il sole cocente dopo che, sia pure in minima parte, continueranno a pagare il debito contratto con l’Europa e i relativi interessi dei fondi prestati con il Pnrr. Un vero e proprio capolavoro.
Sarà interessante, molto interessante, vedere le reazioni dei sostenitori a spada tratta del Green deal, non perché ci aspettiamo una loro ritrattazione (noi crediamo che ci sia un evidente problema climatico), ma perché ci basterebbe una presa d’atto che le modalità e i tempi con i quali questo Green deal è stato pensato e attuato sono totalmente irragionevoli, irrealistici, utopistici e completamente impermeabili agli effetti nefasti che sta provocando. Vedi le condizioni disastrose in cui si trova l’industria automobilistica europea, a partire da quella tedesca che trainava il settore in Europa e non solo. Per non dire di quella italiana, ma lì dovremmo entrare nella mente degli Elkann: e non essendo speleologi, non siamo francamente in grado.
C’è poi un’ultima domanda da porsi e riguarda il capitolato d’appalto attraverso il quale si è fatta la gara per l’acquisto dei bus elettrici. Il capitolato è quell’insieme di clausole di un contratto e, in questo caso, una delle parti è la pubblica amministrazione. Chi ha scritto questo capitolato ha messo delle clausole che riguardano la sostenibilità di tali batterie al caldo e al freddo e la loro relativa efficienza? Se non ce le ha messe ha compiuto un errore da scuole elementari dove, infatti, il diritto amministrativo non viene insegnato.
Insomma, questa situazione meriterebbe un approfondimento anche legale e giuridico. Vediamo se chi di dovere compirà gli accertamenti dovuti: questo scandalo non può esimere dal farli, a partire dalla stampa. Non siamo molto ottimisti che verrà fatto, ma siamo sicuri che la figura di merda che ha fatto la giunta che guida la città Capitale d’Italia è di dimensioni enormi, molto superiori ai pur grandissimi disagi provocati alla popolazione che vive a Roma, nonché ai turisti che vengono a visitarla. Una figura di merda di dimensioni internazionali, per questo merita un premio speciale: il Nobel della coglionata.
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Ansa
E ancor meno che mai su questi stessi media si leggerà la notizia delle manifestazioni di piazza tenutesi a Tripoli la settimana scorsa per contestare proprio l’ente che si dovrebbe trovare là per fare il loro esclusivo bene: l’Unhcr. Figuriamoci se poi i manifestanti si mettono a esporre cartelli con la scritta: «La Libia ai libici», cosa che se li avesse visti una preside di Cesena li avrebbe immediatamente sanzionati.
Ma la notizia è che a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la chiusura degli uffici locali dell’agenzia Onu che gestisce l’immigrazione in quanto ritenuta responsabile della trasformazione della Libia in un enorme hub di illegalità e degrado. L’Unhcr, l’agenzia che gestisce i «corridoi umanitari», è percepita come parte di un apparato che mantiene la Libia in una condizione oggettiva di extraterritorialità, funzionale agli interessi dei Paesi di destinazione e causa dell’erosione del principio di autodeterminazione, di tensioni sociali interne e degrado sociale.
In pratica in Libia stanno dicendo quello che dicono i sostenitori europei della remigrazione ma trovandosi in una condizione speculare. E nessun immigrazionista europeo o alto funzionario Onu ammetterà mai che l’Africa subsahariana è strutturata come un vero e proprio spazio postcoloniale il cui sviluppo interno è bloccato dalla necessità di costituirsi come serbatoio di manodopera a basso costo e di flussi umani destinati a compensare la denatalità europea. Nessun funzionario Unhcr ammetterà (in pubblico) di trovarsi a gestire una condizione di biopolitica rovesciata, un neocolonialismo che non estrae risorse materiali ma potenziale demografico, perpetuando la dipendenza delle ex colonie senza formalizzare il dominio territoriale.
In questo senso l’Africa non è affatto «lasciata indietro», come vorrebbe la narrazione terzomondista, ma attivamente configurata come periferia funzionale al centro, come riserva di materia prima da estrarre e da incanalare verso la gestione degli apparati parastatali preposti. E non c’è niente né di umanitario né tantomeno di «redistributivo» in tutto ciò: rapporti della World bank e dati Onu documentano come le rimesse in valuta pregiata provenienti dagli emigrati in Europa abbiano creato in diversi Paesi africani una classe intermedia di famiglie che, grazie ai trasferimenti regolari dall’estero, possono contare su uno status sociale da perfetti rentier. E nessun terzomondista parlerà mai di questa stratificazione sociale di origine neocoloniale in termini di condanna marxista per una nuova borghesia africana il cui interesse oggettivo è il mantenimento del circuito di esodo e rimesse mentre lo sviluppo produttivo interno resta del tutto dormiente a dispetto dei fondi di sviluppo percepiti. Il sistema di estrazione di manodopera e flussi demografici dall’Africa non viene letto come neocolonialismo ma come «necessità umanitaria» basata sull’estensione narrativa del concetto di «guerra perpetua», poi derubricata a «fame» e poi a «emergenza climatica». La mobilità umana verso l’Europa è presentata come diritto universale e riscatto postcoloniale mentre qualsiasi restrizione è bollata come razzismo o sovranismo, quando invece il primo dei diritti sarebbe quello di non emigrare e l’unica vera fuoriuscita dal colonialismo dovrebbe basarsi sul rispetto delle sovranità e diversità altrui. Il postcolonialismo viene applicato solo al passato europeo, mentre le nuove asimmetrie vengono neutralizzate dal paradigma dei «nuovi diritti» avulsi da ogni riflessione sulle conseguenze del sistema immigrazionista.
Le stesse morti in mare non vengono mai lette come conseguenze di questo apparato di sfruttamento ma sono sempre attribuite a cause esterne, ignorando con ciò il fatto che la promozione di flussi non selettivi e scarsamente governati produce strutturalmente queste perdite come conseguenza prevedibile ma accettata dal paradigma, a maggior ragione in presenza di una filiera d’intervento strutturata e basata sulle Ong europee.
Appare difficile non ammettere il cinismo di questa enorme e ormai pluridecennale dinamica basata sulla separazione tra etica umanitaria dichiarata e razionalità gestionale implicita, dove i morti vengono considerati, questa volta con molto rigore marxista, come vittime dei «trafficanti», dei malvagi che si fanno guidare dal profitto ma che, se non esistessero, consentirebbero a tutti gli immigrati di utilizzare i sicuri voli di linea, gli stessi voli che ci sono ma che nessuno prende mai. La verità è che un sistema che estrae valore umano da un continente sottosviluppato per alimentare il sistema produttivo di un continente iperindustrializzato e ormai alle porte della rivoluzione robotica, non viene riconosciuto come tale perché chi ne trae beneficio materiale e simbolico basa la propria stessa esistenza ed espansione sulla narrazione dell’inevitabilità.
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