Conte pronto a scambiare migranti e acciaio
  • I commissari vanno in tribunale per bloccare la dismissione degli stabilimenti. Al tempo stesso l’esecutivo vorrebbe che i franco indiani tornassero a Taranto magari in cordata con lo Stato. Il premier chiede ad Angela Merkel aiuto sull’acciaio in cambio di più migranti.
  • Inizia il circo barnum sullo scudo all’Ilva. Dopo averlo abbattuto ora Matteo Renzi lo rivuole. Iv presenta due emendamenti al dl fiscale. Il Pd si concentra sui tampax. La grillina Carla Ruocco deciderà sull’ammissibilità.

Lo speciale comprende due articoli.

Il governo minaccia ma non morde. Perché alla fine dei giochi si sta rendendo conto che con i franco indiani di Arcelor Mittal dovrà avviare una trattativa. Così la scorsa settimana aveva lanciato un ultimatum di 48 ore, avvisando il colosso dell’acciaio che la richiesta di 5.000 esuberi sull’ex Ilva era da considerarsi irricevibile. In realtà nessun incontro era stato fissato tanto che Arcelor Mittal aveva avviato contestualmente la dismissione degli impianti, un’attività finalizzata alla riconsegna di stabilimenti e dipendenti nelle mani dei commissari che ancora oggi gestiscono la bad company. Dallo scorso mercoledì i contatti tra governo e azienda si sono interrotti nonostante le continue veline fatte diffondere a favore di elettori.

Nel frattempo, il premier è stato a Taranto a tastare il terreno e ha lanciato esche per capire se il Parlamento è disposto a reintrodurre lo scudo. I feedback sono stati negativi, tanto che oggi è previsto un incontro con il ministro Stefano Patuanelli, lo stesso premier e i rappresentanti (anche alcuni capigruppo) dei 5 stelle. Motivo? Capire come superare le posizioni di pasdaran come l’ex ministro Barbara Lezzi o quelle un po’ più flessibili di Carla Ruocco. In ogni caso Conte dovrà oggi fare un po’ la sintesi perché prevede per giovedì un Consiglio dei ministri straordinario con l’obiettivo di dare una risposta ai 10.700 dipendenti di Arcelor Mittal. Più passa il tempo e più il governo comprende che la nazionalizzazione è la strada maestra ma estremamente difficile da percorrere. Per fare acciaio serve un partner in grado di sostenere la produzione. I Jindal, capo cordata del gruppo che aveva partecipato all’asta del 2016, si sono detti indisponibili. Arvedi è in crisi di suo. E quindi restano i franco indiani, che usciti dalla porta potrebbero tornare dalla finestra.

Ieri infatti il governo ha fatto sapere di volere organizzare un incontro a Palazzo Chigi. Stavolta i Mittal avrebbero dato un feedback positivo, lasciando però al governo il compito di aprire le danze. Solo che per adesso Conte non sa che cosa proporre ai due Mittal e spera di non doversi nemmeno calare le brache al loro cospetto. Da qui l’idea di fare la faccia da duro e adire le vie legali. O meglio contrapporre causa contro causa. Ieri mattina i commissari straordinari hanno fatto sapere di aver redatto un ricorso urgente (ex articolo 700) e cautelare per bloccare la dismissione da parte di Arcelor negando che lo stop allo scudo penale possa essere una dirimente.

«Le condizioni giuridiche del recesso del contratto di affitto dell’ex Ilva, preliminare alla vendita, non ci sono e quindi Arcelor Mittal deve andare avanti», hanno sintetizzato i commissari con l’obiettivo di stoppare il deposito, sempre nel Palazzo di giustizia milanese, dell’atto con cui la multinazionale chiede il recesso del contratto. Va infatti distinto il momento della notifica dell’atto alla controparte (eseguita la scorsa settimana) con il successivo e distinto momento del deposito dell’atto (e dei relativi allegati) presso il Tribunale di Milano, che deve avvenire entro dieci giorni dalla prima notifica. Sempre in merito all’atto di citazione nei confronti di Ilva in amministrazione straordinaria, le agenzie riportano di fonti vicine al dossier secondo cui si «procederà a depositare l’atto e gli allegati presso il Tribunale di Milano, ma non è detto che ciò risulti immediatamente visibile dai sistemi elettronici del Tribunale». Se le fonti fossero riconducibili ad Arcelor significa che il gioco delle parti è ormai avviato. Solo che a sedere dalla parte del più forte sembrano esserci i Mittal. Che a oggi hanno calato gli assi migliori. Sanno che da un contenzioso legale nel breve termine ci perde solo Conte. Incassare una vittoria in tribunale quando lui non sarà più premier gli importerebbe poco. I Mittal sanno che sull’Ilva il governo può cadere e che l’esecutivo giallorosso non controlla il Parlamento.

Il ministero dell’Economia non contribuisce a fare chiarezza. «Il governo può concorrere a una soluzione di rilancio, ma», ha spiegato ieri Roberto Gualtieri , «secondo il piano industriale originario anche se», ha concesso, «adattato alle nuove circostanze». Lo stesso Gualtieri ha tirato in ballo pure Cassa depositi e prestiti: «Cdp non va esclusa dalla cassetta degli strumenti di cui disponiamo». Il timore è che tutte le istanze vengano messe insieme e frullate in vista del cdm straordinario che dovrà quagliare un esito. Conte è così disperato che ieri durante l’incontro con Angela Merkel ha lanciato un altro sasso nello stagno facendo sapere di voler cooperare sul fronte dell’acciaio. Si riferiva a Thyssenkrupp? Forse. E che cosa offrirà il premier in cambio della mano salvifica dell’industria tedesca? La gestione dei flussi migratori in comune. Che significa che i porti verranno aperti secondo lo schema renziano in cambio della flessibilità dei conti. Solo che stavolta la partita si giocherà su Taranto. Peccato che la via di uscita avrà un prezzo e sarà in ogni caso a carico del contribuente.


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