Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.
«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».