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2018-06-09
«Sto con Trump». Conte fa l’Andreotti e rimette l’Italia tra Usa ed Europa
ANSA
L'Italia sembra tornare alle sue passioni: posizionarsi a metà degli schieramenti, essere in contrasto con gli alleati più stretti e strizzare l'occhiolino all'avversario. D'altronde siamo sempre stati un Paese eccentrico, e pure un po' levantino, nonostante la nostra penisola sia proprio al centro del Mediterraneo. Un tempo c'era Giulio Andreotti, grande esperto di politica estera pragmatica, ora a Giuseppe Conte, gettato nella mischia del G7, il compito di barcamenarsi per dare un nuovo senso alla nostra presenza in Canada. Allinearsi - come eravamo abituati a fare da anni - significa scomparire e non avere alcuna voce in capitolo nel battage negoziale. Così il neo premier italiano appena sbarcato a Quebec City ha detto due cose e soltanto quelle. Primo, è giusto che la Russia torni a fare parte del club e quindi allargare l'attuale consesso al G8. Secondo, sui dazi imposta dalla Casa Bianca all'Ue, «l'Italia avrà una posizione moderata». In pratica, entrambe le affermazioni sono totalmente in scia a Donald Trump e disallineate rispetto alle reazioni degli altri Paesi europei. Significa, in pratica, surfare sulle onde dell'imminente battaglia commerciale. Perché sempre ieri, durante il suo breve intervento al G7, Trump ha fatto capire che così come è accaduto con la Cina, è pronto a usare il pugno di ferro con l'Europa per poi avviare la trattativa sui rapporti commerciali partendo da un punto più elevato. Come prima cosa Conte ha incassato l'endosement dell'inquilino della Casa Bianca che ieri rivolgendosi al nostro premier ha detto: «Grande successo, quello delle elezioni».
La speranza è che la nostra posizione eterodossa frutti qualche vantaggio. Nulla di nuovo, come scriviamo sopra. Andreotti nel corso degli anni ha progressivamente abbandonato la posizione ortodossa degasperiana fino a compiere un primo salto dopo la crisi dei missili di Cuba. Il leader democristiano non accettò il cambio di passo di Washington, che decise di ritirare i missili puntati sull'Urss, e man mano sterzò le scelte italiche fino a condividere con Bettino Craxi lo strappo di Sigonella. Lì si scavò un fossato che portò il nostro Paese ad assumere posizione divergenti con il blocco sovietico in un primo tempo, salvo poi gettare le bassi per quell'unione che oggi si chiama Europa.
Adesso le parti sono sostanzialmente invertite. A essere ostili all'Europa sono gli Usa, l'Ue sembra invece l'Urss dei vecchi tempi: gli unici a non cambiare sono gli italiani, capaci di buttare la bomba e poi fare subito dopo un passo indietro tattico. Non a caso, prima dell'incontro ufficiale, ma subito dopo essersi detto a favore dell'ingresso della Russia nel club, Conte ha incontrato la Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May. A loro tre ha detto più o meno l'opposto (no a Mosca dentro il G8), ma ha portato a casa la concessione di aprire un negoziato ufficiale con Vladimir Putin su tale tema.
Insomma, questo governo frutto di un improbabile mix politico sembra ritornare alle origini e al vero Dna tricolore: giocare su più tavoli.
Lo si capisce anche da come ieri il vicepremier, Matteo Salvini, si sia messo a fare la spalla al collega di governo. Dopo posizioni nette sulla Nato, ieri il numero uno della Lega ha detto che l'Italia è un Paese membro della Nato, «la cui minaccia non è sul fronte orientale, ma sul fronte meridionale, e parlo del Mediterraneo, parlo del Nordafrica». In sostanza, anche se con parole diverse, ha ribadito quanto aveva già espresso in una location più che simbolica: Villa Abamelek, residenza romana dell'ambasciatore russo.
Il tutto in occasione della festa nazionale della Federazione russa. «Quindi se siamo membri di un alleanza difensiva mi piacerebbe che questa alleanza ci aiutasse a difenderci non da pericoli presunti a Est, ma da pericoli veri che sono a Sud», ha aggiunto il leghista. Inutile ripetere che dopo il monito all'Italia sui propositi di revisione delle sanzioni alla Russia, il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, sarà a Roma dopodomani. Anche in quell'occasione c'è da immaginare che Roma voglia trarre qualche profitto, dopo aver smorzato lo scontro. Almeno si spera che l'alta tensione produca attenzione sulle tematiche bollenti del Sud del Mediterraneo.
A conferma di quanto la posizione italiana al G7, così come le dichiarazioni di Salvini, siano disallineate e diano un certo fastidio ai vertici di Bruxelles, basta sbobinare l'uscita del presidente del Consiglio, Donald Tusk: «Lasciamo il G7 così com'è». E sull'opinione «fuori dai ranghi di Conte», ha detto: «Sono convinto che il G7 avrà una posizione europea pienamente unita, anche sulla Russia. Ciò che più mi preoccupa è che l'ordine mondiale basato sulle regole comuni è sfidato, sorprendentemente, non dai soliti sospetti ma dal suo principale architetto e garante: gli Stati Uniti», ha aggiunto Tusk. Il riferimento è alle incomprensioni fra Trump e i colleghi: «È evidente che il presidente americano e il resto del gruppo continuino a essere in disaccordo su commercio, cambiamento climatico e accordo sul nucleare iraniano, ma la determinazione dell'americano nel contrastare gli alleati gioca a favore di chi cerca un nuovo ordine post-Occidente, dove la democrazia liberale e le libertà fondamentali cessano di esistere». Detto dall'unico partecipante del G7 non eletto, il tutto appare alquanto buffo.
Claudio Antonelli
Il G7 canadese apre nel segno della rabbia
I populisti rubano la scena al G7 di Charlevoix, che come ha titolato il New York Times, si è aperto nel segno della rabbia. Un paio di giorni fa, infatti, è cominciato il cannoneggiamento tra Donald Trump ed Emmanuel Macron, quest'ultimo coadiuvato dal padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau. L'inquilino dell'Eliseo ha sfidato The Donald sui dazi, ricordandogli che «nessun leader dura per sempre». Il presidente americano ha quindi rilanciato con un tweet: «Per favore, dite al primo ministro Trudeau e al presidente Macron che stanno imponendo agli Stati Uniti enormi dazi e stanno creando barriere non monetarie», con provvedimenti, quali le imposte sui prodotti caseari americani, che Trump giudica «ingiusti verso i nostri agricoltori».
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è detto «convinto» che, sebbene i leader europei non rinunceranno al tentativo di convincere «gli amici americani e il presidente Trump» che mettere in discussione l'attuale ordine internazionale, sia in merito alle sanzioni contro Mosca, sia sui commerci, «non ha alcun senso», si arriverà almeno a una «posizione europea pienamente unitaria, anche sulla Russia». Ma durante la sua conferenza stampa, la maggior parte delle domande dei giornalisti ha riguardato i rapporti tra l'Europa e il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale ha esordito in maniera roboante, dichiarandosi d'accordo con Trump a proposito della riammissione della Russia nel G8.
Finora, Mosca non ha lasciato trasparire né entusiasmo né scetticismo. Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino, si è limitato a osservare che «data la situazione di cambiamento nella politica internazionale e nelle relazioni economiche, il significato e la rilevanza di consessi come quello del G20, in cui la Russia gioca un ruolo attivo, continuano ad aumentare». È il problema della governance globale a essere stato sollevato da Trump, l'unico capo di Stato che non cerca di mascherare il proprio realismo dietro un buonismo di maniera. «Non sarà politicamente corretto», ha commentato il tycoon newyorkese mentre lasciava la Casa Bianca per dirigersi in Canada, «ma abbiamo un mondo da governare. E i Paesi del G7 hanno sbattuto fuori la Russia. Dovrebbero lasciarla rientrare, perché dovremmo averla al tavolo dei negoziati».
Il capitolo russo è destinato ad allargare la spaccatura tra gli Stati Uniti, in ciò sostenuti dall'Italia e il resto dei rappresentanti europei al G7. Summit che infatti, su richiesta di Macron, si è aperto con una riunione preliminare con Trudeau, Angela Merkel e Theresa May, per coordinare una strategia comune contro il protezionismo di Washington. Sui dazi, Conte ha mantenuto una linea moderata, senza discostarsi troppo dal dossier preparato dal governo Gentiloni.
Il giro di vite messo in atto da Trump con le tariffe su acciaio e alluminio europei punta a riequilibrare l'enorme squilibrio nella bilancia dei pagamenti americana in favore dell'Unione europea. Un inasprimento della guerra commerciale minaccia soprattutto gli interessi della Germania, che vanta un volume di esportazioni verso gli Usa pari a 118 miliardi di dollari, molto più dei circa 40 miliardi di dollari dell'Italia e dei circa 36 della Francia.
Finora, la strategia aggressiva del tycoon ha pagato quasi su tutti i fronti. The Donald, mediando con Xi Jinping, ha propiziato l'intesa con l'azienda cinese Zte, che pur di tornare a operare in America dopo la sanzione per violazione dell'embargo nei confronti dell'Iran, si è accordata per pagare una multa da un miliardo di dollari, per versare 400 milioni in un fondo, per rinnovare il cda entro un mese e per includere nel management un gruppo di americani che ne verificheranno il rispetto delle regole. È lecito ipotizzare che a Trump non interessi tanto impelagarsi in un'escalation, quanto fare la voce grossa per costringere l'Europa ad accettare condizioni più vantaggiose per Washington, visto che, paradossalmente, la Ue avrebbe da perdere di più da una guerra dei dazi che dai dazi stessi.
In sintesi, nonostante il polverone mediatico sollevato dal tema della Russia, è quello delle tariffe il nodo che preoccupa di più i vertici europei al G7. A cominciare dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il quale ha incontrato tutti i leader e ha avvalorato il clima di distensione con il governo italiano: «L'Italia», ha detto Juncker, «ha un ruolo fondamentale in Europa. L'Italia ha bisogno dell'Europa e l'Europa non è completa senza l'Italia».
Non è soltanto sui dazi, tuttavia, che Trump sta prendendo a sberle i suoi omologhi. Il presidente americano aveva già annunciato di voler lasciare in anticipo il summit, disertando le sessioni dedicate ai cambiamenti climatici, tema che, sin dal suo ritiro dagli accordi di Parigi, The Donald ha snobbato, per volare a Singapore. Lì lo attende lo storico incontro, prima cancellato e poi riconfermato, con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Per di più, la Casa Bianca ha fatto sapere che, se i colloqui sulla denuclearizzazione dovessero andare bene, Kim sarà invitato negli Stati Uniti.
Trump si muove a un'altra velocità al confronto degli altri patinati leader. Infiamma Twitter, scompagina l'ordine globale e accelera la storia. È dubbio che Macron voglia davvero rompere l'idillio che aveva costruito con il tycoon: il presidente francese, piuttosto, pare intenzionato a tenere il piede in due staffe, a non tirare troppo la corda con l'Europa ma altresì a non tagliare i ponti con gli Usa. Ed è negli interstizi oramai aperti in questo sistema di equilibri che credevamo cristallizati, che si dovrà inserire l'Italia di Conte.
Alessandro Rico
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«Sì a Mosca nel G8». Il premier rompe il fronte Ue e costruisce una posizione negoziale. Matteo Salvini: ok Nato, ma ci protegga da Sud.Il tema della Russia solleva il polverone mediatico, ma quello delle tariffe è il nodo che preoccupa di più i vertici Ue. The Donald si muove a un'altra velocità rispetto agli altri patinati leader, compreso il francese Emmanuel Macron. E lascerà i lavori del summit per volare da Kim Jong Un.Lo speciale contiene due articoliL'Italia sembra tornare alle sue passioni: posizionarsi a metà degli schieramenti, essere in contrasto con gli alleati più stretti e strizzare l'occhiolino all'avversario. D'altronde siamo sempre stati un Paese eccentrico, e pure un po' levantino, nonostante la nostra penisola sia proprio al centro del Mediterraneo. Un tempo c'era Giulio Andreotti, grande esperto di politica estera pragmatica, ora a Giuseppe Conte, gettato nella mischia del G7, il compito di barcamenarsi per dare un nuovo senso alla nostra presenza in Canada. Allinearsi - come eravamo abituati a fare da anni - significa scomparire e non avere alcuna voce in capitolo nel battage negoziale. Così il neo premier italiano appena sbarcato a Quebec City ha detto due cose e soltanto quelle. Primo, è giusto che la Russia torni a fare parte del club e quindi allargare l'attuale consesso al G8. Secondo, sui dazi imposta dalla Casa Bianca all'Ue, «l'Italia avrà una posizione moderata». In pratica, entrambe le affermazioni sono totalmente in scia a Donald Trump e disallineate rispetto alle reazioni degli altri Paesi europei. Significa, in pratica, surfare sulle onde dell'imminente battaglia commerciale. Perché sempre ieri, durante il suo breve intervento al G7, Trump ha fatto capire che così come è accaduto con la Cina, è pronto a usare il pugno di ferro con l'Europa per poi avviare la trattativa sui rapporti commerciali partendo da un punto più elevato. Come prima cosa Conte ha incassato l'endosement dell'inquilino della Casa Bianca che ieri rivolgendosi al nostro premier ha detto: «Grande successo, quello delle elezioni». La speranza è che la nostra posizione eterodossa frutti qualche vantaggio. Nulla di nuovo, come scriviamo sopra. Andreotti nel corso degli anni ha progressivamente abbandonato la posizione ortodossa degasperiana fino a compiere un primo salto dopo la crisi dei missili di Cuba. Il leader democristiano non accettò il cambio di passo di Washington, che decise di ritirare i missili puntati sull'Urss, e man mano sterzò le scelte italiche fino a condividere con Bettino Craxi lo strappo di Sigonella. Lì si scavò un fossato che portò il nostro Paese ad assumere posizione divergenti con il blocco sovietico in un primo tempo, salvo poi gettare le bassi per quell'unione che oggi si chiama Europa. Adesso le parti sono sostanzialmente invertite. A essere ostili all'Europa sono gli Usa, l'Ue sembra invece l'Urss dei vecchi tempi: gli unici a non cambiare sono gli italiani, capaci di buttare la bomba e poi fare subito dopo un passo indietro tattico. Non a caso, prima dell'incontro ufficiale, ma subito dopo essersi detto a favore dell'ingresso della Russia nel club, Conte ha incontrato la Angela Merkel, Emmanuel Macron e Theresa May. A loro tre ha detto più o meno l'opposto (no a Mosca dentro il G8), ma ha portato a casa la concessione di aprire un negoziato ufficiale con Vladimir Putin su tale tema. Insomma, questo governo frutto di un improbabile mix politico sembra ritornare alle origini e al vero Dna tricolore: giocare su più tavoli. Lo si capisce anche da come ieri il vicepremier, Matteo Salvini, si sia messo a fare la spalla al collega di governo. Dopo posizioni nette sulla Nato, ieri il numero uno della Lega ha detto che l'Italia è un Paese membro della Nato, «la cui minaccia non è sul fronte orientale, ma sul fronte meridionale, e parlo del Mediterraneo, parlo del Nordafrica». In sostanza, anche se con parole diverse, ha ribadito quanto aveva già espresso in una location più che simbolica: Villa Abamelek, residenza romana dell'ambasciatore russo. Il tutto in occasione della festa nazionale della Federazione russa. «Quindi se siamo membri di un alleanza difensiva mi piacerebbe che questa alleanza ci aiutasse a difenderci non da pericoli presunti a Est, ma da pericoli veri che sono a Sud», ha aggiunto il leghista. Inutile ripetere che dopo il monito all'Italia sui propositi di revisione delle sanzioni alla Russia, il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, sarà a Roma dopodomani. Anche in quell'occasione c'è da immaginare che Roma voglia trarre qualche profitto, dopo aver smorzato lo scontro. Almeno si spera che l'alta tensione produca attenzione sulle tematiche bollenti del Sud del Mediterraneo. A conferma di quanto la posizione italiana al G7, così come le dichiarazioni di Salvini, siano disallineate e diano un certo fastidio ai vertici di Bruxelles, basta sbobinare l'uscita del presidente del Consiglio, Donald Tusk: «Lasciamo il G7 così com'è». E sull'opinione «fuori dai ranghi di Conte», ha detto: «Sono convinto che il G7 avrà una posizione europea pienamente unita, anche sulla Russia. Ciò che più mi preoccupa è che l'ordine mondiale basato sulle regole comuni è sfidato, sorprendentemente, non dai soliti sospetti ma dal suo principale architetto e garante: gli Stati Uniti», ha aggiunto Tusk. Il riferimento è alle incomprensioni fra Trump e i colleghi: «È evidente che il presidente americano e il resto del gruppo continuino a essere in disaccordo su commercio, cambiamento climatico e accordo sul nucleare iraniano, ma la determinazione dell'americano nel contrastare gli alleati gioca a favore di chi cerca un nuovo ordine post-Occidente, dove la democrazia liberale e le libertà fondamentali cessano di esistere». Detto dall'unico partecipante del G7 non eletto, il tutto appare alquanto buffo.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conte-con-trump-sulla-russi-g7-2576357216.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-g7-canadese-apre-nel-segno-della-rabbia" data-post-id="2576357216" data-published-at="1767993245" data-use-pagination="False"> Il G7 canadese apre nel segno della rabbia I populisti rubano la scena al G7 di Charlevoix, che come ha titolato il New York Times, si è aperto nel segno della rabbia. Un paio di giorni fa, infatti, è cominciato il cannoneggiamento tra Donald Trump ed Emmanuel Macron, quest'ultimo coadiuvato dal padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau. L'inquilino dell'Eliseo ha sfidato The Donald sui dazi, ricordandogli che «nessun leader dura per sempre». Il presidente americano ha quindi rilanciato con un tweet: «Per favore, dite al primo ministro Trudeau e al presidente Macron che stanno imponendo agli Stati Uniti enormi dazi e stanno creando barriere non monetarie», con provvedimenti, quali le imposte sui prodotti caseari americani, che Trump giudica «ingiusti verso i nostri agricoltori». Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è detto «convinto» che, sebbene i leader europei non rinunceranno al tentativo di convincere «gli amici americani e il presidente Trump» che mettere in discussione l'attuale ordine internazionale, sia in merito alle sanzioni contro Mosca, sia sui commerci, «non ha alcun senso», si arriverà almeno a una «posizione europea pienamente unitaria, anche sulla Russia». Ma durante la sua conferenza stampa, la maggior parte delle domande dei giornalisti ha riguardato i rapporti tra l'Europa e il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale ha esordito in maniera roboante, dichiarandosi d'accordo con Trump a proposito della riammissione della Russia nel G8. Finora, Mosca non ha lasciato trasparire né entusiasmo né scetticismo. Dimitri Peskov, portavoce del Cremlino, si è limitato a osservare che «data la situazione di cambiamento nella politica internazionale e nelle relazioni economiche, il significato e la rilevanza di consessi come quello del G20, in cui la Russia gioca un ruolo attivo, continuano ad aumentare». È il problema della governance globale a essere stato sollevato da Trump, l'unico capo di Stato che non cerca di mascherare il proprio realismo dietro un buonismo di maniera. «Non sarà politicamente corretto», ha commentato il tycoon newyorkese mentre lasciava la Casa Bianca per dirigersi in Canada, «ma abbiamo un mondo da governare. E i Paesi del G7 hanno sbattuto fuori la Russia. Dovrebbero lasciarla rientrare, perché dovremmo averla al tavolo dei negoziati». Il capitolo russo è destinato ad allargare la spaccatura tra gli Stati Uniti, in ciò sostenuti dall'Italia e il resto dei rappresentanti europei al G7. Summit che infatti, su richiesta di Macron, si è aperto con una riunione preliminare con Trudeau, Angela Merkel e Theresa May, per coordinare una strategia comune contro il protezionismo di Washington. Sui dazi, Conte ha mantenuto una linea moderata, senza discostarsi troppo dal dossier preparato dal governo Gentiloni. Il giro di vite messo in atto da Trump con le tariffe su acciaio e alluminio europei punta a riequilibrare l'enorme squilibrio nella bilancia dei pagamenti americana in favore dell'Unione europea. Un inasprimento della guerra commerciale minaccia soprattutto gli interessi della Germania, che vanta un volume di esportazioni verso gli Usa pari a 118 miliardi di dollari, molto più dei circa 40 miliardi di dollari dell'Italia e dei circa 36 della Francia. Finora, la strategia aggressiva del tycoon ha pagato quasi su tutti i fronti. The Donald, mediando con Xi Jinping, ha propiziato l'intesa con l'azienda cinese Zte, che pur di tornare a operare in America dopo la sanzione per violazione dell'embargo nei confronti dell'Iran, si è accordata per pagare una multa da un miliardo di dollari, per versare 400 milioni in un fondo, per rinnovare il cda entro un mese e per includere nel management un gruppo di americani che ne verificheranno il rispetto delle regole. È lecito ipotizzare che a Trump non interessi tanto impelagarsi in un'escalation, quanto fare la voce grossa per costringere l'Europa ad accettare condizioni più vantaggiose per Washington, visto che, paradossalmente, la Ue avrebbe da perdere di più da una guerra dei dazi che dai dazi stessi. In sintesi, nonostante il polverone mediatico sollevato dal tema della Russia, è quello delle tariffe il nodo che preoccupa di più i vertici europei al G7. A cominciare dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il quale ha incontrato tutti i leader e ha avvalorato il clima di distensione con il governo italiano: «L'Italia», ha detto Juncker, «ha un ruolo fondamentale in Europa. L'Italia ha bisogno dell'Europa e l'Europa non è completa senza l'Italia». Non è soltanto sui dazi, tuttavia, che Trump sta prendendo a sberle i suoi omologhi. Il presidente americano aveva già annunciato di voler lasciare in anticipo il summit, disertando le sessioni dedicate ai cambiamenti climatici, tema che, sin dal suo ritiro dagli accordi di Parigi, The Donald ha snobbato, per volare a Singapore. Lì lo attende lo storico incontro, prima cancellato e poi riconfermato, con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un. Per di più, la Casa Bianca ha fatto sapere che, se i colloqui sulla denuclearizzazione dovessero andare bene, Kim sarà invitato negli Stati Uniti. Trump si muove a un'altra velocità al confronto degli altri patinati leader. Infiamma Twitter, scompagina l'ordine globale e accelera la storia. È dubbio che Macron voglia davvero rompere l'idillio che aveva costruito con il tycoon: il presidente francese, piuttosto, pare intenzionato a tenere il piede in due staffe, a non tirare troppo la corda con l'Europa ma altresì a non tagliare i ponti con gli Usa. Ed è negli interstizi oramai aperti in questo sistema di equilibri che credevamo cristallizati, che si dovrà inserire l'Italia di Conte. Alessandro Rico
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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