Confindustria prevede meno Pil. Dal 2016 però non ne azzecca una
ANSA
  • Gli industriali lanciano l’allarme sulle tasse. Gli stessi che al referendum costituzionale profetizzarono il cataclisma se avesse vinto il No. Intanto Vincenzo Boccia vuole la sponda di Giancarlo Giorgetti per non perdere le partecipate.
  • Gli euroburocrati (in scadenza) ci martellano sul deficit. Berlino e Parigi però tacciono, e il governo incassa il sostegno degli Usa.

Lo speciale contiene due articoli

Lo scorso febbraio a dirigere il centro studi di Confindustria è arrivato Andrea Montanino. Un serio e attento economista proveniente dal Fondo monetario internazionale. Il presidente Vincenzo Boccia a dicembre del 2017 ha deciso di allontanare Luca Paolazzi, che per anni aveva diretto l’area studi mantenendo un rapporto molto stretto con Luigi Abete. L’allontanamento era dettato da un motivo preciso. Cercare di mettere una pietra sopra al documento utilizzato per sostenere il Sì al referendum di Matteo Renzi. In caso di No, Confindustria a metà giugno aveva previsto qualcosa di simile alle cavallette per l’economia tricolore. «Nel triennio 2017-2019 la differenza tra le due diverse stime sul Pil è di una perdita di 4 punti percentuali», aveva scritto Viale dell’Astronomia. «In caso di vittoria del No si prevede un calo del Pil dello 0,7% nel 2017, dell’1,2% nel 2018, con una risalita dello 0,2% nel 2019. In totale, quindi, si avrebbe un calo dell’1,7%, mentre lo scenario base è di un +2,3% aggregato».

Come tutti sanno ha vinto il No e la previsioni non si sono avverate. L’arrivo di Montanino avrebbe dovuto lavare l’onta. Purtroppo però il problema resta il vertice di Confindustria. Su questo fronte Boccia non è più credibile e non solo per la figuraccia del 2016, ma anche perché la sua presidenza continua a essere contraddistinta da posizioni e uscite spesso contrastanti. Il tira e molla con la Lega ne è l’emblema. Negli ultimi due mesi il numero uno di Viale dell’Astronomia ha aperto ben due volte al governo gialloblù. Tre giorni fa il presidente di Confindustria ha esclamato: «Confindustria crede nella Lega». Ieri però il Csc (Centro studi Confindustria) è tornato a sparare a palle incatenate. «L’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di governo di sostegno al welfare, misure molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi, limitando la crescita dei consumi», si legge nella nota. Le stime sulla crescita del Pil del governo (+1,6% nel 2019 e +1,7% nel 2020) rappresenterebbero poi «ipotesi forti e difficili da realizzare». Secondo Viale dell’Astronomia il Pil sarà «all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019», in «ribasso di 0,2% punti» per entrambi gli anni rispetto alle previsioni di giugno. Le stime «non incorporano le intenzioni del governo». Tra i vari fattori, sempre secondo il centro studi di Confindustria, peserebbero anche «l’aumento dello spread» e «l’incertezza sulla capacità del governo di incidere sui nodi dell’economia e sulla sostenibilità del contratto di governo, che causa meno fiducia degli operatori».

Al di là dell’indipendenza di Montanino nel suo ruolo di analista la domanda che sorge spontanea è: che cosa è successo in soli tre giorni? Boccia non aveva idea di quanto il Csc avrebbe pubblicato di lì a poco? È grave in ogni caso. Confindustria continua a navigare a vista e si muove su logiche politiche. Il che scredita ancora di più il lavoro del centro studi e al tempo stesso non porta in alcune direzione. L’endorsement di Boccia a Matteo Salvini, a detta del primo, sarebbe stato frainteso. In realtà, è più facile che il vertice di Confindustria abbia voluto cercare una sponda nell’area leghista più vicina a Giancarlo Giorgetti.

Probabilmente l’intento è doppio. Nel caso in cui la prossima estate il governo gialloblù cada è facile pensare che la maggioranza si riposizioni trovando due equilibri diversi. Al Nord la Lega potrebbe aprire alla compagine un po’ a sinistra (vale il caso di Beppe Sala) e soprattutto alle aziende. Ma il ragionamento di Boccia vale soprattutto per tentare di salvare l’associazione dalla scure del governo, che al momento sta pensando di imporre alle controllate di Stato di uscire da Viale dell’Astronomia. Sul progetto di legge starebbero lavorando da tempo Massimo Garavaglia e lo stesso Giorgetti. La questione avrebbe a questo punto un peso non indifferente, perché a muoversi sarebbe il Tesoro, cioè l’azionista, e non come in passato il Mise del grillino Luigi Di Maio, che già a luglio aveva minacciato il presidente Vincenzo Boccia ricevendo in tutta risposta il monito: «Confindustria non chiude».

La storia del resto parte da molto lontano. Si parla da tempo di questo intervento a gamba tesa contro l’associazione degli industriali italiani, da sempre più vicini politicamente all’ex segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, e al cosiddetto Partito del Pil dell’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Anzi, proprio quest’ultimo ha cercato, senza riuscirci, di raccogliere una buona fetta degli industriali italiani attorno alla sigla dei «Competenti». Il tentativo sembra prossimo al fallimento e Confindustria l’avrebbe capito. Da qui la necessità di riposizionarsi. Senza le partecipate di Stato l’associazione avrebbe i giorni contati. Sul fatto che Boccia riesca a traghettare Confindustria fuori dal solco in cui si trova è tutt’altro paio di maniche. Forse bisognerà aspettare il prossimo presidente.

Claudio Antonelli

Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.