True
2026-04-10
Confermato. Si riparte dalle tre «S» e dal grande piano casa
Giorgia Meloni (Ansa)
Giorgia Meloni, dunque, si dimostra più lucida di certi aspiranti statisti, soprattutto quando annuncia di non avere in serbo misure roboanti, «tipo potrete ristrutturare le vostre ville con i soldi dello Stato», ricordando quei tipi che invitano tutti al bar per poi lasciare il conto da pagare ad altri. «L’ultimo anno di questa legislatura non sarà tempo di attesa, ma di costruzione, per rafforzare una decisione solida, che è difendere l’interesse degli italiani». E quale sia questo interesse il premier sembra averlo ben chiaro e credo si possa sintetizzare come abbiamo fatto qualche giorno fa nella regola delle tre «S». Come ho spiegato, non si tratta del vecchio insegnamento dei capi cronisti ai giovani redattori, ovvero la scrittura di articoli che parlino di sesso, sangue e soldi. No, in politica le tre «S» sono sicurezza, salute e soldi. E cominciando da quest’ultima, Meloni ha toccato il tema del pareggio di bilancio, dicendosi pronta a superarlo in caso di necessità, e del piano Casa, una proposta a cui il governo sta lavorando da tempo e che dovrebbe essere portata in Consiglio dei ministri all’inizio di maggio. Un programma per dare alle giovani generazioni un tetto, con la costruzione di 100.000 abitazioni a prezzo calmierato, sia per la vendita che per l’affitto. Il mattone è la pietra angolare su cui costruire una strategia per fermare il declino demografico, ma anche per consentire di studiare e lavorare lontano da casa. Mettere sul mercato nuovi alloggi equivale a mettere nelle tasche degli italiani, soprattutto a quelli a reddito più basso, un po’ di quattrini. Non si tratta di spregiudicate operazioni, come gli 80 euro infilati in busta paga da Matteo Renzi a un mese esatto dalle Europee o il Superbonus, ma di un atto concreto per migliorare le condizioni di decine di migliaia di famiglie.
Alle Camere Meloni ha però parlato anche di sicurezza, argomento che fu centrale nella campagna elettorale del 2022 e che anche ora è ai primi posti del programma politico. Il presidente del Consiglio ha ammesso di non essere soddisfatta dei risultati raggiunti e oltre a illustrare il rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, per avere più personale in strada, ha annunciato l’assunzione di 10.000 ausiliari di carabinieri e polizia per fare più prevenzione sul territorio. Però, a proposito dei migranti, dopo aver parlato della possibilità di un blocco navale temporaneo per fermare gli sbarchi, Meloni ha aggiunto che, una volta lasciate alle spalle le polemiche sulla riforma della giustizia, si aspetta che i magistrati applichino le leggi, quelle stesse che l’Europa ora guarda con interesse, prendendole a esempio.
Nel dibattito parlamentare c’è stato spazio anche per l’ultimo tema, quello della salute, che pur essendo di competenza regionale, per il governo è argomento centrale. «Non è accettabile che ci siano ancora così tante disparità. Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio delle liste d’attesa e questo ci consentirà di intervenire in modo efficace». Ovviamente per ridurre i tempi per curarsi.
Ma alle opposizioni la regola delle tre «S» importa poco. Ieri alla Camera e al Senato non volevano sentir parlare di piano Casa, di sicurezza o salute, ma di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, le loro ossessioni. Da Meloni pretendevano una dura condanna del presidente americano e del premier israeliano, come se agli italiani una polemica con Washington e Tel Aviv porti qualche cosa nelle tasche. Così abbiamo assistito al solito teatrino, con qualcuno che chiedeva perfino di distanziarsi da Orbán (da Xi Jinping invece no, anzi quello è ritenuto da Giuseppe Conte una buona alternativa a Trump, forse perché non ha ancora bombardato Taiwan). Alla fine, l’esibizione di chiacchiere inutili si è conclusa con Meloni che salutava dicendo: «Ho sentito tanti insulti e demagogia, ora aspettiamo le proposte. Ma se l’opposizione continuerà a inveire, ce ne faremo una ragione». Sipario.
Continua a leggere
Riduci
Incassata la sberla delle urne, il premier ignora le sirene del rimpasto o del voto. E si concentra sugli interessi degli italiani, mettendo al centro le tre «S»: soldi, salute e sicurezza. Al campo largo restano solo gli insulti.Dopo la batosta del referendum, molti hanno tirato Giorgia Meloni per la giacchetta. C’è chi le ha suggerito un rimpasto, per rafforzare la squadra di governo eliminando i ministri più scarsi, e chi (ignorando che il ricorso alle urne lo decide il capo dello Stato) addirittura ha proposto di portare gli italiani alle elezioni, per ricevere un nuovo mandato popolare. Per fortuna il presidente del Consiglio non ha prestato attenzione a queste esortazioni. Così, presentandosi ieri alle Camere, il premier non soltanto ha smentito un aggiustamento della squadra di governo, ma ha pure spiegato di non avere alcuna intenzione di dimettersi per anticipare il voto.Giorgia Meloni, dunque, si dimostra più lucida di certi aspiranti statisti, soprattutto quando annuncia di non avere in serbo misure roboanti, «tipo potrete ristrutturare le vostre ville con i soldi dello Stato», ricordando quei tipi che invitano tutti al bar per poi lasciare il conto da pagare ad altri. «L’ultimo anno di questa legislatura non sarà tempo di attesa, ma di costruzione, per rafforzare una decisione solida, che è difendere l’interesse degli italiani». E quale sia questo interesse il premier sembra averlo ben chiaro e credo si possa sintetizzare come abbiamo fatto qualche giorno fa nella regola delle tre «S». Come ho spiegato, non si tratta del vecchio insegnamento dei capi cronisti ai giovani redattori, ovvero la scrittura di articoli che parlino di sesso, sangue e soldi. No, in politica le tre «S» sono sicurezza, salute e soldi. E cominciando da quest’ultima, Meloni ha toccato il tema del pareggio di bilancio, dicendosi pronta a superarlo in caso di necessità, e del piano Casa, una proposta a cui il governo sta lavorando da tempo e che dovrebbe essere portata in Consiglio dei ministri all’inizio di maggio. Un programma per dare alle giovani generazioni un tetto, con la costruzione di 100.000 abitazioni a prezzo calmierato, sia per la vendita che per l’affitto. Il mattone è la pietra angolare su cui costruire una strategia per fermare il declino demografico, ma anche per consentire di studiare e lavorare lontano da casa. Mettere sul mercato nuovi alloggi equivale a mettere nelle tasche degli italiani, soprattutto a quelli a reddito più basso, un po’ di quattrini. Non si tratta di spregiudicate operazioni, come gli 80 euro infilati in busta paga da Matteo Renzi a un mese esatto dalle Europee o il Superbonus, ma di un atto concreto per migliorare le condizioni di decine di migliaia di famiglie.Alle Camere Meloni ha però parlato anche di sicurezza, argomento che fu centrale nella campagna elettorale del 2022 e che anche ora è ai primi posti del programma politico. Il presidente del Consiglio ha ammesso di non essere soddisfatta dei risultati raggiunti e oltre a illustrare il rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, per avere più personale in strada, ha annunciato l’assunzione di 10.000 ausiliari di carabinieri e polizia per fare più prevenzione sul territorio. Però, a proposito dei migranti, dopo aver parlato della possibilità di un blocco navale temporaneo per fermare gli sbarchi, Meloni ha aggiunto che, una volta lasciate alle spalle le polemiche sulla riforma della giustizia, si aspetta che i magistrati applichino le leggi, quelle stesse che l’Europa ora guarda con interesse, prendendole a esempio.Nel dibattito parlamentare c’è stato spazio anche per l’ultimo tema, quello della salute, che pur essendo di competenza regionale, per il governo è argomento centrale. «Non è accettabile che ci siano ancora così tante disparità. Avremo presto i dati del sistema di monitoraggio delle liste d’attesa e questo ci consentirà di intervenire in modo efficace». Ovviamente per ridurre i tempi per curarsi.Ma alle opposizioni la regola delle tre «S» importa poco. Ieri alla Camera e al Senato non volevano sentir parlare di piano Casa, di sicurezza o salute, ma di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, le loro ossessioni. Da Meloni pretendevano una dura condanna del presidente americano e del premier israeliano, come se agli italiani una polemica con Washington e Tel Aviv porti qualche cosa nelle tasche. Così abbiamo assistito al solito teatrino, con qualcuno che chiedeva perfino di distanziarsi da Orbán (da Xi Jinping invece no, anzi quello è ritenuto da Giuseppe Conte una buona alternativa a Trump, forse perché non ha ancora bombardato Taiwan). Alla fine, l’esibizione di chiacchiere inutili si è conclusa con Meloni che salutava dicendo: «Ho sentito tanti insulti e demagogia, ora aspettiamo le proposte. Ma se l’opposizione continuerà a inveire, ce ne faremo una ragione». Sipario.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
Continua a leggere
Riduci
iStock
Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
Continua a leggere
Riduci
Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.