Ossessione Mussolini, ode a Re Sergio. Il Primo maggio è un rito spompato

«Questa è una festa, dobbiamo ballare». Filippo Uttinacci detto Fulminacci avrebbe pure ragione ma con quella desinenza sospetta da Farinacci non se lo fila nessuno. Per due motivi: al rave da Rsa del 1º maggio la musica è un optional (sennò un vecchio arnese come Piero Pelù verrebbe utilizzato per accordare le chitarre), in più il cantautore romano non ha colto il tema dominante del Concertone, un originale e sfavillante Benito Mussolini. Ottantuno anni dopo il duce rimane l’unico collante, eterna ossessione della sinistra gruppettara riunita a san Giovanni in Laterano per contare le rughe e sentirsi ripetere vecchi slogan di un mondo fake tutto suo.
Ci sarebbero due guerre, la crisi economica, la violenza strisciante, le preoccupazioni delle famiglie. Ma occupazione, precariato e schiavitù di ritorno dei corrieri della pizza cominciano e finiscono nel titolo di testa: «Lavoro dignitoso». Poi, sventolata la doverosa coda di paglia, ecco stagliarsi il profilo di M declinato in tutte le salse anche senza Antonio Scurati nei paraggi. Il leader dei Litfiba la prende larga: «In fondo Mussolini è anche un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore». Poi è costretto a spiegare: «Con i suoi alleati sanguinari provocò una guerra con 80 milioni di morti (il numero è liquido come quello dei partecipanti alla kermesse, ndr). Fece anche qualcosa di buono? Di sicuro no, le leggi razziali».
Giusto ricordarle ai suoi fans dei centri sociali e dell’Anpi che una settimana fa hanno scacciato gli ebrei dai cortei del 25 aprile e hanno riaperto con orgoglio, da sinistra, la piaga dell’antisemitismo. Bisognerebbe approfondire ma Pelù segue il suo spartito mussoliniano: «Mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato». Poiché la logica traballa e il popolo non balla, nella rivisitazione storica da terza elementare si inserisce Tomaso Montanari, l’Alessandro Barbero dei leonka, trasferito via Amazon dagli studios de La7 direttamente a Taranto, per l’altro concertone, che attualizza il tutto mostrando un collage con Giorgia Meloni e Benito.
«Fra loro c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, si chiama fascismo. L’uno è la fonte d’ispirazione dell’altro. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. Questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». Giovanni Donzelli (Fdi) liquida così il delirio senza neppure l’alibi dell’alcol: «È ossessionato, vede fascismo ovunque, se non rappresentasse un’istituzione accademica (la sfortunata Università di Pisa, ndr), ci sarebbe solo da ridere». Montanari non butta via niente: altro collage, altro premio. Le ultime banalità le riserva a Matteo Salvini: «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione studiata, fatta di selfie a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni di Nutella. Ma se lo guardiamo da vicino, ecco anche 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti respinti in mare».
Puro marketing per happy few, la prova generale delle feste de l’Unità che si perde fra gli sbadigli. Povero Concertone, è così moscio da far sentire la mancanza di Fedez. Non lo rianima Big Mama con il bacio gay, non Fra Quintale ricordandoci che «viviamo tempi bui», non Serena Brancale che omaggia il Che, non Madame che invita i giovani a divanarsi sempre più nel segno del reddito di cittadinanza («non sentitevi inutili se non siete produttivi»). C’è un sussulto con Geolier che ricorda i ragazzi «uccisi da un colpo di pistola». È il momento dell’eccitazione, mentre quello della depressione tocca ancora a Pelù, il nonno dei fiori, che teme il ritorno del nucleare e ricorda Chernobyl per ammonire il potere. Effettivamente senza energia elettrica si spegnerebbe anche il suo microfono, unico motivo per tifare il luddismo di ritorno.
Tutto procede secondo copione fra canne, lattine e slogan pro Pal, anche se qui il «dal fiume al mare» significa dal Tevere a Ostia lido. Viene voglia di fare un tuffo nella fontana di Trevi, ma sul palco si appalesa Levante con una curiosa maglietta: è pericolosamente nera però reca - con il font dei Metallica - il nome Mattarella. E allora anche noi borghesi insensibili capiamo tutto: da X Factor al Fattore M per approdare al Fattore Q. Come Quirinale. Per Re Sergio solo delikatessen da parte dei finti rivoluzionari da garage, con il refrain: «Servono persone oneste».
Qui un aggancio forte con la realtà ci sarebbe: perché il carissimo presidente ha dato la grazia a Nicole Minetti? Vogliamo chiederglielo dal palco con un ruggito? Niente. Tramontata la possibilità di intestare la faccenda a Carlo Nordio il tema si è inabissato. Quota periscopio, massima prudenza, silenzio assoluto. L’opposizione rockettara si fa melassa, diventa mosca cocchiera del potere più intoccabile. E recita il rosario preferito dal partito di riferimento che ascolta dalle finestre del Nazareno. «Questa è una festa, dobbiamo ballare». Ma stia zitto Fulminacci che continua a fare rima con Bombacci.






