2023-01-08
«Con Ratzinger finisce l’Occidente cristiano»
Rod Dreher (Max Becherer for The Washington Post via Getty Images)
Il pensatore di origine statunitense Rod Dreher: «Nella Chiesa ci sono molti conservatori. Ma oggi non c’è una figura con la statura di Benedetto, nessuno può prenderne il posto. Ha visto il suo lavoro di annuncio di fede e tradizione cattolica distrutto crudelmente da Francesco».Rod Dreher, negli ultimi anni, si è imposto come uno dei pensatori cristiani più brillanti e influenti del mondo. Il suo libro più recente tradotto in Italia è La resistenza dei cristiani (Giubilei Regnani), anche se la sua opera più famosa resta probabilmente Opzione Benedetto. Un libro che risulta ancora più attuale dopo la morte del Papa emerito.Quale è secondo lei l’eredità culturale che Benedetto XVI lascia ai cristiani di oggi?«Sebbene sia stato un brillante teologo che ha scritto libri accessibili ai cristiani comuni, penso che l’eredità più importante che ha lasciato ai cristiani sia la sua critica appassionata e profetica della cultura contemporanea. Ha visto chiaramente i pericoli che abbiamo affrontato abbandonando le nostre radici e arrendendoci sia al culto della tecnologia che alla dittatura del relativismo. Inoltre, era un vero umanista cristiano, forse l’ultimo grande rimasto in Europa. Peter Seewald, il suo biografo, ha scritto che quando incontrò per la prima volta il cardinale Ratzinger, nel lontano 1992, si era allontanato dalla Chiesa, ma più ascoltava il cardinale, più capiva che Ratzinger comprendeva anche le crisi del nostro tempo e ha offerto l’unica soluzione possibile, così è tornato alla fede. Ciò che Seewald ha visto in Ratzinger è ancora lì per il mondo intero».Molti hanno definito Ratzinger un conservatore. Lo era davvero?«Beh, era conservatore in senso stretto. Voglio dire, voleva conservare la pienezza della tradizione cattolica, contro i modernizzatori che vogliono cambiare tutto per conformarsi allo Zeitgeist. Ma è fuorviante usare questi termini per descrivere Ratzinger. Una volta spiegò di essere un “progressista” in quanto perito al Concilio, non perché fosse un teologo di sinistra, come lo furono Hans Küng e i suoi successivi oppositori, ma perché voleva che la Chiesa si liberasse della rigidità della neoscolastica e tornasse a un’esperienza più agostiniana di Cristo. In altre parole, considerava progressista scuotere lo status quo e tornare a un modo più intenso e radicale di conoscere e servire il Signore come Chiesa. Era davvero un uomo del Concilio, nonostante quello che dicevano i suoi nemici. Ma è anche vero che non avrebbe mai immaginato che la ricezione del Concilio sarebbe stata così catastrofica».Quale è, dunque, la lezione che ha lasciato al pensiero conservatore, anche a quello non cristiano?«Era un umanista cristiano che aveva assorbito la lezione dell’Illuminismo ma che, tuttavia, proclamava la ragionevolezza del cristianesimo. Ratzinger diceva, infatti, che la ragione senza fede diventa inevitabilmente mostruosa, come vediamo oggi ovunque in questo mondo post-cristiano. Ratzinger mostra al pensiero conservatore, anche laico, che fede e ragione non sono nemiche, come dicono i modernisti, ma in realtà sono sorelle che devono lavorare insieme per costruire un mondo umano».Ritiene che esistano pensatori o movimenti che possano portare avanti la sua visione?«Ci sono molti conservatori nella Chiesa cattolica oggi. Infatti, dopo l’omelia offensiva di Francesco al funerale di Benedetto, ho mandato un messaggio a un amico italiano, dicendogli che avevo una brutta sensazione riguardo al futuro dei fedeli cattolici ortodossi, ora che Benedetto non c’è più. Il mio amico ha risposto dicendo che non ha paura, “perché guarda quanti di noi sono in questa piazza oggi”. Bene, ma è difficile pensare a una figura con la statura di Benedetto sulla scena contemporanea. D’altra parte, Benedetto è stato ex Papa per molto tempo, quindi non credo che i cattolici conservatori abbiano guardato a lui come guida per almeno un decennio».Ma esiste qualcuno che ne possa raccogliere il lascito?«In un certo senso non c’è chiaramente nessuno che possa prendere il suo posto: è stato l’ultimo umanista cristiano, l’ultimo a credere veramente e appassionatamente al ruolo della ragione integrata con la fede cristiana e a incarnare e difendere l’alta cultura. La morte di papa Benedetto simboleggia il tramonto dell’Occidente cristiano. Il futuro non è stabilito; possiamo sempre tornare a Cristo. Ma ci vorrà un miracolo, perché l’Occidente cristiano ha un desiderio di morte. In un certo senso, Benedetto ha condotto una vita tragica. Ha lavorato al Concilio per rinnovare la Chiesa e avvicinarla a Cristo, ma ha vissuto per vedere quello stesso Concilio usato per danneggiare profondamente la Chiesa. Divenne Papa, ma la sua santità personale e genialità intellettuale non lo aiutarono a ripulire la sporcizia nella Chiesa. Il lavoro che ha svolto come capo dottrinale di Giovanni Paolo II, e poi come Papa, per proclamare e insegnare l’autentica fede e tradizione cattolica, è sopravvissuto per poi vedere il suo successore, papa Francesco, distruggerlo crudelmente. Tutto questo rappresenta la sua tragedia. Ma se le cose da cui Benedetto ci ha messo in guardia, e da cui ha cercato di salvarci attraverso il suo speciale annuncio del Vangelo e della fede, si avvereranno davvero - e credo che lo faranno - allora la tragedia sarà nostra».Che influenza ha avuto Benedetto sui cattolici americani?«È difficile per me dirlo, perché ho lasciato la Chiesa cattolica per l’Ortodossia all’inizio del suo pontificato. Tuttavia, quando oggi incontro seminaristi e giovani sacerdoti, non dicono che sono sacerdoti di Giovanni Paolo II - erano giovani quando è morto - e certamente non dicono che sono sacerdoti di Francesco. Mi dicono che sono i figli di Benedetto XVI, ispirati dalla forza e dalla bellezza del suo insegnamento. Se la Chiesa in America sopravviverà nei prossimi cinquant’anni nel suo sacerdozio, sarà un dono sia di Wojtyla, sia di Ratzinger. Inoltre, Ratzinger è stato uno scrittore magnifico. Se sei un giovane cattolico americano, è probabile che non riceverai una catechesi decente nella tua parrocchia e - Dio solo lo sa - nella tua scuola cattolica. Ma un uomo che una tempo è stato papa Benedetto XVI ha scritto tante cose buone, vere e belle sulla fede, cose che restano lì per essere scoperte da chiunque».Quindi non crede che il mondo cattolico riuscirà a produrre pensatori del suo livello in futuro? «Tutto è possibile, ma se accadrà, non sarà attraverso i normali mezzi dell’educazione cattolica che sono stati corrotti dall’ideologia modernista. Il cattolicesimo istituzionale sembra così spiritualmente e intellettualmente moribondo in questi giorni. Se Dio sta preparando per noi un futuro Ratzinger, allora quel bambino viene ora istruito da qualche parte e gli viene insegnato ad amare Dio nella tradizione e nell’incontro con il buono, il vero e il bello».Che impatto avrà secondo lei la morte di Benedetto sul pontificato di Francesco? Insomma, adesso che succede?«Forse sono semplicemente superstizioso, ma ho la sensazione che in qualche modo mistico Benedetto fosse un “katechon”, una forza che tratteneva Bergoglio dal fare del suo peggio. Prima di andare al funerale di Benedetto, ho pensato che, forse, ero troppo pessimista su questo. Ma poi ascoltando l’omelia crudele e irrispettosa di Francesco, ho capito che no, Bergoglio disprezza davvero tutto ciò che Benedetto rappresentava. Ora temo che Bergoglio sarà ancora più libero di fare danni. Capisco meglio, ora, perché Benedetto diceva che la fede sopravviverà solo in piccole comunità di credenti veramente impegnati e semplici. Ora non è il momento di disperare o arrendersi alla paura, ma di essere forti, resilienti e vivere la fede in modo provocatorio. Stiamo vivendo i tempi dell’opzione Benedetto XVI».
(Totaleu)
Lo ha detto l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Paolo Inselvini alla sessione plenaria di Strasburgo.
Giornata cruciale per le relazioni economiche tra Italia e Arabia Saudita. Nel quadro del Forum Imprenditoriale Italia–Arabia Saudita, che oggi riunisce a Riyad istituzioni e imprese dei due Paesi, Cassa depositi e prestiti (Cdp), Simest e la Camera di commercio italo-araba (Jiacc) hanno firmato un Memorandum of Understanding volto a rafforzare la cooperazione industriale e commerciale con il mondo arabo. Contestualmente, Simest ha inaugurato la sua nuova antenna nella capitale saudita, alla presenza del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’accordo tra Cdp, Simest e Jiacc – sottoscritto alla presenza di Tajani e del ministro degli Investimenti saudita Khalid A. Al Falih – punta a costruire un canale stabile di collaborazione tra imprese italiane e aziende dei Paesi arabi, con particolare attenzione alle opportunità offerte dal mercato saudita. L’obiettivo è facilitare l’accesso delle aziende italiane ai mega-programmi legati alla Vision 2030 e promuovere partnership industriali e commerciali ad alto valore aggiunto.
Il Memorandum prevede iniziative congiunte in quattro aree chiave: business matching, attività di informazione e orientamento ai mercati arabi, eventi e missioni dedicate, e supporto ai processi di internazionalizzazione. «Questo accordo consolida l’impegno di Simest nel supportare l’espansione delle Pmi italiane in un’area strategica e in forte crescita», ha commentato il presidente di Simest, Vittorio De Pedys, sottolineando come la collaborazione con Cdp e Jiacc permetterà di offrire accompagnamento, informazione e strumenti finanziari mirati.
Parallelamente, sempre a Riyad, si è svolta la cerimonia di apertura del nuovo presidio SIMEST, inaugurato dal ministro Tajani insieme al presidente De Pedys e all’amministratore delegato Regina Corradini D’Arienzo. L’antenna nasce per fornire assistenza diretta alle imprese italiane impegnate nei percorsi di ingresso e consolidamento in uno dei mercati più dinamici al mondo, in un Medio Oriente considerato sempre più strategico per la crescita internazionale dell’Italia.
L’Arabia Saudita, al centro di una fase di profonda trasformazione economica, ospita già numerose aziende italiane attive in settori quali infrastrutture, automotive, trasporti sostenibili, edilizia, farmaceutico-medicale, alta tecnologia, agritech, cultura e sport. «L’apertura dell’antenna di Riyad rappresenta un passo decisivo nel rafforzamento della nostra presenza a fianco delle imprese italiane, con un’attenzione particolare alle Pmi», ha dichiarato Corradini D’Arienzo. Un presidio che, ha aggiunto, opererà in stretto coordinamento con la Farnesina, Cdp, Sace, Ice, la Camera di Commercio, Confindustria e l’Ambasciata italiana, con l’obiettivo di facilitare investimenti e cogliere le opportunità offerte dall’economia saudita, anche in settori in cui la filiera italiana sta affrontando difficoltà, come la moda.
Le due iniziative – il Memorandum e l’apertura dell’antenna – rafforzano dunque la presenza del Sistema Italia in una delle aree più strategiche del panorama globale, con l’ambizione di trasformare le opportunità della Vision 2030 in collaborazioni concrete per le imprese italiane.
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