Dietro l’emergenza perenne, 4 fregature

Stato d’eccezione fino a dicembre. Stavolta la scusa è la crisi ucraina, ma l’effetto è lo stesso: tappare la bocca ai disturbatori. Rischiano di passare come niente riforma del catasto, Mes e salassi verdi. E resta il green pass.

La semplificazione manichea che tende a ridurre ogni questione politica alla lotta del bene contro il male produce, non da oggi, un bel numero di disastri collaterali. Quando si è impegnati nella lotta al «nemico assoluto» si impone inevitabilmente la logica bellica della mobilitazione totale: ogni energia dev’essere concentrata sull’abbattimento delle Forze Oscure, ogni pensiero dev’essere focalizzato sull’obiettivo, e tutti devono fare la loro parte, senza esclusione. Ciò significa che la discussione e perfino il pensiero sono sospesi, il dissenso è punito alla stregua del sabotaggio.

Negli ultimi due anni abbiamo sperimentato che cosa significhi concretamente immergersi nella mobilitazione totale: la pandemia di Covid è stata gestita come se fosse una guerra, e a tutti è stato richiesto di schierarsi, buoni da una parte, cattivi dall’altra. Purtroppo sembra che i nostri governanti abbiano scoperto nello stato di emergenza uno strumento estremamente efficace, che permette di mantenere salda la presa sulla popolazione, seppellire le critiche e eliminare fastidiosi orpelli come il dibattito politico. La visione del mondo binaria fino a ieri applicata sulla questione pandemica oggi torna utile a proposito del conflitto in Ucraina. L’ha illustrata benissimo, in un’intervista a Repubblica, il commissario europeo agli Affari economici, Paolo Gentiloni: «Questa guerra colpisce i valori dell’Europa», ha detto. «È autocrazia contro libertà».

Se da una parte ci sono le forze della luce (Usa e Ue) e dall’altra quelle dell’oscurità (la Russia), è evidente che non è consentito aspettare un momento di più. Bisogna agire subito, e farlo senza pensarci troppo. Ecco, di nuovo, lo stato di emergenza, ristabilito in queste ore fino al 31 dicembre 2022 tramite un decreto che parla appunto di «straordinaria necessità e urgenza connessa alla grave crisi internazionale in atto in Ucraina». Tutte le energie fisiche, mentali e politiche vanno quindi rivolte a Kiev. In queste condizioni, non è certo immaginabile che qualche disturbatore possa anche soltanto permettersi di mettere in difficoltà il governo ricordando che esistono altre e non irrilevanti questioni che meriterebbero d’essere approfondite e risolte dal Parlamento.

A giorni, ad esempio, si dovrà discutere della delega fiscale, una faccenda piuttosto spinosa e divisiva soprattutto per via del frutto avvelenato che cela all’interno, ovvero la riforma del catasto di cui tanto abbiamo scritto nei mesi passati. Stiamo parlando, è bene ricordarlo, di una sorta di patrimoniale mascherata, un ordigno a tempo che – se esplodesse – potrebbe causare parecchi danni poiché andrebbe a colpire gli italiani là dove fa più male, e cioè sulla proprietà della casa. Capite bene che si tratta di un tema fondamentale, che dovrebbe essere affrontato con perizia in Aula e andrebbe sviscerato con attenzione dinnanzi all’opinione pubblica. Eppure tutto fa pensare che l’ennesima sospensione emergenziale della riflessione faccia passare la discussione sulla riforma – prevista in commissione Finanze alla Camera per domani e giovedì – in secondo piano. O, peggio, che con la scusa dell’emergenza – al fine di «non mettere in difficoltà l’esecutivo in questo momento difficile» – tutto sia digerito senza particolari singulti in nome dell’unità nazionale.

Si tratta soltanto di un esempio, ma potremmo estendere il discorso ad altre e altrettanto roventi pratiche. Vogliamo considerare, ad esempio, il green pass? Alla fine di marzo lo stato di emergenza sanitario verrà meno, e da qui alle prossime settimane sarebbe interessante studiare una strategia che permetta di uscire in tempi rapidi dall’ossessione medicalizzante, eliminando una volta per tutte l’odioso lasciapassare. E invece, pensa un po’, alle restrizioni nessuno pensa più. Il Covid che fino all’altro giorno ha occupato i pensieri di tutti ora è relegato in anticamera. Nei mesi passati siamo arrivati alla follia di considerare il virus prioritario perfino rispetto alla cura delle malattie tumorali, e in un lampo l’abbiamo relegato sotto il tappeto.

Se dai nodi sanitari vogliamo ritornare su quelli economici, vale citare anche il Mes, che necessita di essere approvato e che a sua volta costituisce una mina pronta a deflagrare. Come la riforma del catasto, anche la decisione sul meccanismo di stabilità risente delle robuste pressioni europee, e sorge il dubbio – nemmeno troppo tenue – che pure qui a prevalere possa essere la logica emergenziale che impone di non disturbare il manovratore.

Il punto è che quando si afferma la politica dello shock e si pone sempre come orizzonte la catastrofe apocalittica, diviene estremamente complicato ritagliarsi uno spazio politico, poiché tutto è assorbito e annientato dalla necessità emergenziale. Non solo. Questo tipo di logica prevede che esista un «male assoluto» rispetto al quale ogni altra evenienza, per quanto sgradevole, è appena un «male relativo» e in fondo sopportabile. Se in nome dell’urgenza ucraina saremo disposti ad affrontare blackout, chiusure di forni nelle aziende e drastica riduzione dei consumi di gas (ergo, limitazione del riscaldamento), qualche geniaccio potrebbe iniziare a pensare che – dopo il trattamento radicale – saremo pronti anche a fare i conti con le conseguenze più nefaste della sbandierata transizione ecologica. Un po’ come accaduto col Covid: se la prospettiva è quella apocalittica del lockdown, il green pass diviene una supposta leggermente meno invasiva.

Così funziona l’emergenza: ti distraggo con la paura del bastone e intanto ti impongo l’umiliante e dolorosa carota.

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