Con la scusa del sostegno all’Ucraina tentano il colpo di Stato (membro)
Ansa
Per accogliere Kiev si violerebbero i Trattati sull’unanimità. Che Unione è questa?

Di mese in mese, l’Unione europea assomiglia sempre più a una specie di Fight club. Ma almeno il sistema di incontri clandestini ideato da Chuck Palahniuk si basava su regole chiare e non aveva la pretesa di difendere lo Stato di diritto.

L’ultimo capitolo della faticosissima risposta alla minaccia russa si è articolata al vertice informale di Copenaghen, che doveva articolare i passaggi istituzionali e pratici per innalzare il «muro di droni», ennesimo slogan dopo il «Rearm Eu», già scolorito in «Readiness 2030», la cui eco roboante non fa che amplificare l’elefantiasi e le spaccature che arrivano puntuali dopo ogni proclama in cui gli organi comunitari tentano di dare mostra di efficienza, rapidità e chiarezza di postura geopolitica. Questo appuntamento, però, cela un problema specifico, che rischia di cambiare per sempre l’architettura istituzionale dell’Ue: si sta infatti creando lo «stato d’eccezione» perfetto nel quale, se Carl Schmitt non ha preso cantonate, si misura la vera sovranità. Insomma, quello in cui si vede chi comandi davvero. Anche senza particolari retropensieri, infatti, è piuttosto chiaro che l’emergenza ineludibile è al momento costituita da svolazzi e sconfinamenti di droni attribuibili al «terrorismo di Stato» russo, per usare l’espressione particolarmente cauta e diplomatica della vicepresidente della Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas (il cui padre negli anni Ottanta dirigeva con piglio liberale La voce del popolo nell’Estonia sovietica).

Come sempre nella storia recente dell’integrazione europea, si procede per strattoni o aggiramenti delle regole stabilite (è successo per l’Eurogruppo, per il Qe, per il Mes, per il Pnrr…). Stavolta tocca al vero obiettivo di una campagna martellante punteggiata con geometrica potenza dal Quirinale, dai vertici dell’Unione, da Mario Draghi, Enrico Letta, Romano Prodi e compagnia: l’abbattimento dell’unanimità «antidemocratica», come l’ha definita l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione Ue. Togliere l’unanimità significa togliere il diritto di veto. E il terreno su cui si tenta l’assalto è l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. I presupposti per forzare la mano ai Trattati ci sono tutti: si tratta di dare un segnale chiaro all’aggressore russo, isolare i suoi presunti fiancheggiatori (Orbán) e aprire le braccia a un Paese martoriato dalla guerra e già candidato all’ingresso.

Piccolo problema, l’articolo 49 del Tratto dell’Unione europea recita: «Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali sono informati di tale domanda. Lo Stato richiedente trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità convenuti dal Consiglio europeo […])». Qualunque artificio si possa trovare, è piuttosto chiaro – anche tralasciando per carità di patria i «valori di cui all’articolo 2» nel caso di Kiev – che aggirare il diritto di veto sull’adesione di un nuovo membro costituirebbe di fatto una croce sopra i Trattati con tutta l’aria di un mezzo golpe.

Ma soprattutto, a livello metodologico si imporrebbero due domande. La prima: è possibile che l’Ue si erga a nume tutelare di uno Stato di diritto mai costituzionalmente definito mentre tutti i passaggi chiave vengono superati con applicazioni «creative» delle regole sottoscritte dagli Stati membri (perché questo sottende la logica dei «volenterosi»)? La seconda: a meno che non si prendano pacchi di miliardi ogni anno, si può accettare di stare in un club dove si cambiano le regole in corsa e si perde il diritto di fermare modifiche contrarie ai propri interessi? Almeno al Fight club ci si prendeva a botte senza fingere di volersi bene.

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