- Il falco olandese Mark Rutte dà lezioni di austerità a mezza Europa, Italia compresa, ma farebbe meglio a guardare al suo interno, dove la criminalità organizzata dilaga.
- L’avvocato Vito Shukrula: «Gli olandesi/marocchini che contrabbandavano hashish ed erba dal Marocco hanno collaborato con i signori della droga sudamericani».
Lo speciale contiene due articoli.
Il falco olandese Mark Rutte dà lezioni di austerità a mezza Europa, Italia compresa, ma farebbe meglio a guardarsi al suo interno. Dove la criminalità organizzata dilaga e l’Olanda fatica vistosamente a celare agli occhi del mondo il suo sempre più marcato ruolo di «narco-stato». Un’espressione coniata dalla stessa polizia olandese, e divenuta sempre più comune per definire l’ondata di violenza e criminalità che ha investito il Paese dei tulipani e che ha toccato il suo apice lo scorso 6 luglio.
Quando cioè, nel cuore di Amsterdam, è stato crivellato da una raffica di proiettili Peter R. de Vries, il più famoso giornalista investigativo dei Paesi Bassi, noto in tutto il mondo per la sua sete di verità. Deceduto in ospedale dopo nove giorni di agonia, è divenuto l’emblema di ciò che non funziona più in Olanda e del marcio che si snoda lungo l’asse dei porti di Rotterdam, Anversa e Amsterdam. A ucciderlo è stata la mafia nordafricana (cosiddetta «Mocro-maffia»), ma avrebbero potuto essere la ‘ndrangheta o sicari dei cartelli colombiani. Tutte realtà che già da tempo sono attive e stanziali in Olanda.
Ma il nuovo governo Rutte, ottenuta la fiducia non senza tribolazioni, non appare minimamente in grado di arginare il fenomeno, né sembra avere una strategia per gestire i crescenti problemi di ordine pubblico e la sempre più complicata situazione sociale, effetti collaterali del maldestro tentativo di nascondere sotto al tappeto la questione, che invece è tanto cara alle opposizioni.
Pur essendo riuscito a schivare scandali come quello sui pagamenti degli assegni familiari a persone che non ne avevano titolo, e complice la disastrosa gestione dell’emergenza pandemica (che ha visto nelle ultime settimane il tasso d’infezione risalire vertiginosamente), il premier Rutte ha perso molto del consenso che aveva contraddistinto la sua ascesa politica – è in sella dal 2010 – proprio sul fronte dell’ordine pubblico e del contrasto al narcotraffico.
Un argomento da sempre divisivo nel Paese-laboratorio delle libertà individuali, stretto tra forme di puritanesimo e laicismo esasperate, ma da sempre nota ai giovani come la «patria europea delle droghe leggere». Una fama che si deve anzitutto alla «politica della tolleranza» che ogni governo succedutosi dagli anni Settanta in poi ha assecondato, finendo per alimentare a livello globale il mito della legalità della droga in Olanda (che invece tale non è, seppure il suo possesso e consumo siano permessi entro certe soglie).
Questa politica ha aperto la strada a un fiorente mercato illegale anche dei narcotici più pesanti. Infatti, le rotte utilizzate per rifornire i celeberrimi coffe shop dove è possibile acquistare droga legalmente (fino a 5 grammi), non hanno soltanto favorito il contrabbando di altri tipi di narcotici, ma attirato l’attenzione dei trafficanti internazionali. Così, le storiche rotte del contrabbando di stupefacenti che dal Marocco via Spagna raggiungeva i mulini a vento, nell’ultimo decennio hanno iniziato a ingolosire anche i signori della droga sudamericani. I quali hanno iniziato a usarle per esportare in Europa la cocaina, con Rotterdam e Anversa quali centri privilegiati per lo smistamento, dove non a caso le mafie di mezzo mondo hanno poi istituito le proprie «ambasciate».
Nel febbraio 2018, un rapporto dei Korps landelijke politiediensten (KLPD), la polizia nazionale, ha svelato per la prima volta l’ampiezza del fenomeno, assestando un pugno dritto nello stomaco ai moralisti-rigoristi dell’Aja. All’epoca, Mark Rutte aveva già passato da un anno e mezzo il testimone di presidente del consiglio dell’Ue, ma il j’accuse della polizia rappresentò lo stesso un duro colpo per l’immagine dei Paesi Bassi. Fu accolto con incredulità, ma i dati non mentivano.
L’Olanda è oggi il più importante centro di produzione in Europa di marijuana e droghe sintetiche, ed esporta pillole di Mdma ed Ecstasy in tutto il mondo. Qui si lavorano notevoli quantità di hashish marocchino e oppio afgano, mentre è il più grande importatore di cocaina dell’Ue. Si stima che il 90 per cento della polvere bianca che entra da Anversa venga distribuita nel resto d’Europa.
Nell’ultimo decennio, c’è stato un aumento del 25 per cento della coca confiscata, segno che gli affari sono lievitati: nel solo 2020, le autorità hanno scoperto 40 tonnellate a Rotterdam e 65 ad Anversa; smantellato 108 laboratori di droghe sintetiche; e sequestrato il 23% in più di depositi di stoccaggio degli stupefacenti.
Perché allora il fustigatore dei costumi Rutte ha tagliato risorse alle forze di polizia, chiuso commissariati, inaugurato task force senza poteri reali e usato la scure con i centri per il recupero dei giovani? Paradossalmente, nel frattempo i suoi governi hanno involontariamente favorito l’afflusso di capitali stranieri di dubbia provenienza, grazie a leggi fiscali a dir poco convenienti per le grandi società. Questo ha reso l’Olanda un vero Eldorado per il riciclo del denaro. Criminali e narcotrafficanti sentitamente ringraziano.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >