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2019-12-15
I soldi di Open per far viaggiare Renzi con aerei privati di lusso
Ansa
È cosa nota che tra i più affezionati lettori della Verità ci siano i componenti del Giglio magico. Ma la perquisizione all'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per finanziamento illecito, lo ha certificato. Gli investigatori della Finanza a settembre - nella prima delle due visite nello studio del legale - in un fascicolo di colore rosso hanno trovato una cartellina denominata «volo privato MR per accettazione fondazione Open» e insieme un articolo della Verità del 13 giugno 2018 intitolato: «Negli Usa con jet privato di lusso, chi paga 150.000 euro per Renzi?». All'epoca, in beata solitudine, stavamo facendo le pulci alle spese pazze di Renzi: proprio in quei giorni scoprimmo che aveva acquistato una villa da 1,3 milioni di euro nonostante avesse sventolato in tv - appena cinque mesi prima - un saldo del conto corrente di circa 15.000 euro. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto che quella dimora, che si trova nella Beverly Hills di Firenze, era stata acquistata grazie al generoso prestito dell'imprenditore Riccardo Maestrelli, il quale aveva anticipato 700.000 euro al politico che lo aveva inserito nel Cda di Cassa depositi e prestiti immobiliare. I denari sono stati fatti prima transitare sul conto dell'anziana madre, così da non dare troppo nell'occhio. Ma ci eravamo interessati anche alla storia dell'aereo.
Scoprimmo che l'ex premier il 5 giugno 2018 era volato in America su un volo privato con due guardie del corpo e il segretario particolare Benedetto Zacchiroli, per poter parlare (143 secondi) dal palco dell'anfiteatro del cimitero militare di Arlington in occasione della commemorazione per il cinquantenario della morte di Bob Kennedy. Ad accogliere il Rottamatore all'arrivo furono Joe Kennedy, pronipote di Robert, e Bill Clinton. Calcolammo che quel discorso era costato ai generosi ospiti più di 1.000 euro al secondo, considerando anche le spese di vitto e alloggio della combriccola. Renzi per andare a Washington era infatti salito su un Dassault Falcon 900 bianco, messo a disposizione dalla «Leader» di Ciampino, compagnia esclusiva di «Luxury airtaxi». L'azienda offre catering di chef stellati, limousine e altri lussi a chi viaggia con loro. L'aereo, «un trireattore lungo raggio», ha una grande cabina passeggeri divisa in due aree: «Questo permette un alto livello di comfort e privacy per i passeggeri a bordo sia durante il giorno che di notte. Il divano letto a disposizione nella cabina dei passeggeri è progettato per fornire il massimo comfort durante i voli a lungo raggio effettuati di notte». Ovviamente il prezzo di tanto agio è per tasche capienti. Come dimostravano i nostri conti: «Cliccando sul sito Privatefly, il costo stimato per quattro passeggeri, con andata sempre il martedì (per esempio il 19 giugno) e ritorno il giovedì (21 giugno) parte da 85.000 euro. Ma si tratta di un'offerta base. La cifra reale (salvo sconti) per la traversata oceanica, secondo un esperto contattato dalla Verità, con una compagnia di livello come la Leader si aggirerebbe intorno ai 150.000 euro, considerando le ore di volo e la sosta di tutto l'equipaggio». Adesso gli investigatori hanno probabilmente in mano la fattura col prezzo versato, sino a oggi mai ufficializzato. Un anno e mezzo fa scrivemmo: «Resta la domanda: chi paga e perché i viaggi di Renzi in giro per il mondo, dal Qatar alla Cina, dal Kazakistan a Washington?».
Oggi scopriamo che Renzi per farsi ammirare dai suoi ospiti americani mentre scende da un jet privato ha fatto pagare la traversata ai generosi finanziatori di Open, probabilmente all'oscuro dello spreco di denari dell'ente per gli sfarzi del senatore semplice. Del resto più di un mecenate ha dichiarato a verbale di aver finanziato il nostro a propria insaputa. L'assistente personale dell'imprenditrice Maria Laura Garofalo, il cui gruppo è risultato tra gli sponsor della Fondazione, sentita dagli investigatori ha detto, infatti, di aver scoperto a chi fossero destinati i contributi solo al momento del bonifico. Ma c'è anche il produttore cinematografico Alessandro Di Paolo - che le cronache rosa indicano come fidanzato di Elisa Isoardi - autore di un versamento a Open nel 2016. Quando i finanzieri gli hanno chiesto il perché di quel contributo non ha trovato una spiegazione logica, ammettendo di aver versato senza farsi troppe domande. Per anni i donatori non hanno saputo più nulla dei loro soldi. Ora, grazie all'inchiesta della Procura di Firenze, scoprono che tra le spese addebitate sui conti di Open (e prima ancora di Big Bang) c'erano i rimborsi ai quali attingevano i consiglieri della fondazione, ma anche gli uomini macchina che la facevano funzionare. Gli elenchi dei rimborsi sono lunghi. Si va dalla carta di credito intestata a Marco Carrai, che nel solo 2012 ha strisciato al Starhotels Rosa Grand a Milano per 231 euro, al Principe di Savoia di Milano per 370 euro, allo Star hotel Rosa di Milano per 263 euro in un'occasione e 259 in un'altra. Ma anche le strisciate di Sara Biagiotti, una delle tre Renzi's angels, coordinatrici della campagna elettorale del Bullo per le primarie del Pd, poi finita a Sesto San Giovanni nel ruolo di sindaco, sono entrate nei faldoni dell'inchiesta. Con la carta numero 30611297, che le era stata affidata dalla fondazione, ha pagato due fatture Ikea, una da 1.460 euro, l'altra da 367,98, un conto hotel all'Excelsior di Bologna per 740 euro, un altro all'Hotel Giotto da 809 euro, cinque biglietti Trenitalia (322 euro) e cinque biglietti Alitalia (855 euro). E ancora: Hotel Giuan Alghero (280 euro), Star hotel Grand Milano (172 euro da moltiplicare per quattro soggiorni diversi), hotel Isolabella a Taormina (247 euro), hotel Bernini Roma (207 euro), Grande Jolly di Firenze (355). E ha anticipato «all'avvocato Boschi 679 euro», appuntando che erano «da rimborsare». Spese simili sono state riscontrate sugli estratti conto della carta in uso a Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, poi sottosegretario all'Istruzione, su quella in uso a Eleonora Chierichetti, a Lorenza Bonaccorsi (per lei c'è anche una serata in osteria a Roma per la modica cifra di 225 euro), a Giuliano Da Empoli, e agli altri trascinatori di Big Bang. E poi, addebitate soprattutto sui conti di Open, ci sono le spese dei big. Tra le quali i finanzieri annotano quella per gli «altri costi inerenti Errani, Renzi, Mancini, Lotti». Totale: 380 euro. E quella pagata il 9 marzo 2013 per gli «allestimenti Matteo novembre 2012». Totale: 6.050 euro. Altra rendicontazione generica e per cifre significative, datata 30 dicembre 2013, è segnata con questa voce: «Girotondi da comitato per Matteo Renzi segretario, 72.000 euro». Lo stesso giorno parte dai conti di Open anche un «contributo a comitato Matteo Renzi Segretario Pd» da 54.700 euro. E, infine, dai faldoni saltano fuori le annotazioni abbraviate: «MR». Facile intuire che si tratta delle iniziali del fu Rottamatore. Gli investigatori le hanno trovate impresse su una cartellina bianca contenente i contratti per un'utenza mobile sim Ipod, su una cartellina azzurra con all'interno la corrispondenza del comitato per la candidatura di MR con tali dottori Fazzini e Spadoni. Ma, soprattutto, hanno trovato quelle iniziali sulla sottocartellina denominata «Volo privato MR» per Washington del giugno 2018: il noleggio dell'aereo taxi che portò il Bullo negli States. Tutto pagato dai finanziatori di Open.
Il papà dell’emendamento non ci sta: «Non ho mai avuto rapporti col Pd»
Il tono formale e distaccato cede al risentimento, a un certo punto. «Certo, mi roderebbe anche un po' il culo, insomma, se qualcuno avesse fatto cassa con una mia creatura». Lui è l'ex senatore Aldo Di Biagio, 55 anni tra qualche giorno, natali abruzzesi ma romano d'adozione. La «creatura» è l'emendamento su Strada dei parchi che i finanzieri hanno ritrovato in versione riveduta e corretta tra le carte dell'avvocato Alberto Bianchi, l'ex presidente della fondazione Open indagato per traffico d'influenze e finanziamento illecito ai partiti. Il legale fiorentino è stato consulente (superpagato) del gruppo Toto in una controversia con l'Anas che si è risolta - a favore dei Toto - solo grazie al provvedimento legislativo di Di Biagio. «Bianchi? Non lo conosco», giura al nostro giornale l'ex Pdl, ex Scelta civica, ex Area popolare e oggi simpatizzante del cespuglietto dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. «Non so perché conservasse il mio documento».
Alberto Bianchi custodiva nello studio perquisito dalla Finanza il 17 settembre scorso due copie dell'emendamento Di Biagio, che ha modificato «l'articolo 52 quinquies del dl 24 aprile 2017/50 convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017/96», si legge negli atti del procedimento. Sulla prima sono riconoscibili due grafie: una dello stesso avvocato toscano e un'altra sconosciuta che dice «Di Biagio riformulato». A questa frase fanno da cornice una sigla «Gr» e una data «10/7». Sulla seconda copia c'è invece un'annotazione «Toto/Anas (Strada parchi) da A. Toto 15/6/2017». Con questo provvedimento, varato dal governo Gentiloni, il gruppo Toto ottenne la sospensione del pagamento delle due rate della concessione autostradale per l'A24 e l'A25 da 55 milioni l'una in cambio di interventi urgenti sulla rete autostradale per la sicurezza antisismica. La somma complessiva di 111 milioni sarà poi versata all'Anas, come previsto dall'emendamento, in tre comode soluzioni da 34 milioni tra il 2028 e il 2030, cioè 15 anni dopo la loro naturale scadenza. I Toto però si difendono con l'Ansa: «Non abbiamo chiesto né ricevuto favori. La norma rispondeva all'obbligo da parte del governo di rispettare una sentenza del Tar del Lazio», che ordinò «di sanare una situazione di mancato finanziamento delle opere straordinarie di messa in sicurezza antisismica».
Ritorniamo a Di Biagio: ha avuto «incoraggiamenti» dal Pd per presentare il documento? «No. A sostenere l'emendamento siamo stati Jonny Crosio, leghista, e io. Non conosco la famiglia Toto. Alla Camera con me c'era però Daniele Toto. Ho cercato di capire da lui quali erano le problematiche, ma ribadisco che l'emendamento è tutto mio». Daniele Toto è il nipote del capostipite Carlo ed è stato deputato del Pdl, poi proconsole finiano in Abruzzo con una breve parentesi nel Partito liberale. Ha fatto parte della pattuglia di 35 parlamentari di centrodestra che si schierarono per il sì al referendum del 2016.
Proviamo a insistere con Di Biagio: sa se i lavori di messa in sicurezza sulla rete autostradale gestita dai Toto sono stati fatti? «Io penso di sì». Non riesce a spiegarsi com'è che il suo provvedimento sia finito agli atti dell'inchiesta su fondazione Open? «All'epoca l'ho girato a molti colleghi affinché ci fosse maggiore condivisione. Qualcuno poi potrebbe essersi appropriato del mio lavoro». Il sospetto degli inquirenti è che Bianchi, che ha ricevuto dai Toto parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) è finita sui conti correnti di Open e del Comitato per il sì al referendum, abbia sfruttato gli addentellati di quella gigantesca macchina di potere che era il renzismo delle origini per agevolare i suoi clienti. Di Biagio, che all'epoca era in maggioranza con il Pd, respinge pure l'ultimo assalto: «Mai avuto rapporti diretti coi dem. Il mio era un emendamento intelligente, ben fatto». A dire il vero, la relazione tecnica di accompagnamento sosteneva il contrario. «La sospensione del versamento dei corrispettivi annui relativi al 2015 e al 2016», si legge nel dossier di Palazzo Madama, «dovuti dal concessionario ad Anas e la posticipazione della loro corresponsione negli anni 2028, 2029 e 2030, sembra determinare una riduzione delle entrate di Anas» e quindi una possibile alterazione del bilancio dello Stato, sottoposto ai vincoli Ue. Da qui la richiesta dei tecnici di acquisire «il parere del governo». Che ovviamente fu positivo.
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Aeroplani, hotel di categoria, ristoranti e perfino mobili Ikea: le carte di credito dell'ente guidato da Alberto Bianchi hanno coperto spese per il Rottamatore e i suoi sodali, che molto spesso hanno optato per soluzioni di lusso.L'ex senatore Aldo Di Biagio elaborò il testo: «Mi rode il c...». Toto: «Nessun favore chiesto».Lo speciale contiene due articoli. È cosa nota che tra i più affezionati lettori della Verità ci siano i componenti del Giglio magico. Ma la perquisizione all'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per finanziamento illecito, lo ha certificato. Gli investigatori della Finanza a settembre - nella prima delle due visite nello studio del legale - in un fascicolo di colore rosso hanno trovato una cartellina denominata «volo privato MR per accettazione fondazione Open» e insieme un articolo della Verità del 13 giugno 2018 intitolato: «Negli Usa con jet privato di lusso, chi paga 150.000 euro per Renzi?». All'epoca, in beata solitudine, stavamo facendo le pulci alle spese pazze di Renzi: proprio in quei giorni scoprimmo che aveva acquistato una villa da 1,3 milioni di euro nonostante avesse sventolato in tv - appena cinque mesi prima - un saldo del conto corrente di circa 15.000 euro. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto che quella dimora, che si trova nella Beverly Hills di Firenze, era stata acquistata grazie al generoso prestito dell'imprenditore Riccardo Maestrelli, il quale aveva anticipato 700.000 euro al politico che lo aveva inserito nel Cda di Cassa depositi e prestiti immobiliare. I denari sono stati fatti prima transitare sul conto dell'anziana madre, così da non dare troppo nell'occhio. Ma ci eravamo interessati anche alla storia dell'aereo. Scoprimmo che l'ex premier il 5 giugno 2018 era volato in America su un volo privato con due guardie del corpo e il segretario particolare Benedetto Zacchiroli, per poter parlare (143 secondi) dal palco dell'anfiteatro del cimitero militare di Arlington in occasione della commemorazione per il cinquantenario della morte di Bob Kennedy. Ad accogliere il Rottamatore all'arrivo furono Joe Kennedy, pronipote di Robert, e Bill Clinton. Calcolammo che quel discorso era costato ai generosi ospiti più di 1.000 euro al secondo, considerando anche le spese di vitto e alloggio della combriccola. Renzi per andare a Washington era infatti salito su un Dassault Falcon 900 bianco, messo a disposizione dalla «Leader» di Ciampino, compagnia esclusiva di «Luxury airtaxi». L'azienda offre catering di chef stellati, limousine e altri lussi a chi viaggia con loro. L'aereo, «un trireattore lungo raggio», ha una grande cabina passeggeri divisa in due aree: «Questo permette un alto livello di comfort e privacy per i passeggeri a bordo sia durante il giorno che di notte. Il divano letto a disposizione nella cabina dei passeggeri è progettato per fornire il massimo comfort durante i voli a lungo raggio effettuati di notte». Ovviamente il prezzo di tanto agio è per tasche capienti. Come dimostravano i nostri conti: «Cliccando sul sito Privatefly, il costo stimato per quattro passeggeri, con andata sempre il martedì (per esempio il 19 giugno) e ritorno il giovedì (21 giugno) parte da 85.000 euro. Ma si tratta di un'offerta base. La cifra reale (salvo sconti) per la traversata oceanica, secondo un esperto contattato dalla Verità, con una compagnia di livello come la Leader si aggirerebbe intorno ai 150.000 euro, considerando le ore di volo e la sosta di tutto l'equipaggio». Adesso gli investigatori hanno probabilmente in mano la fattura col prezzo versato, sino a oggi mai ufficializzato. Un anno e mezzo fa scrivemmo: «Resta la domanda: chi paga e perché i viaggi di Renzi in giro per il mondo, dal Qatar alla Cina, dal Kazakistan a Washington?». Oggi scopriamo che Renzi per farsi ammirare dai suoi ospiti americani mentre scende da un jet privato ha fatto pagare la traversata ai generosi finanziatori di Open, probabilmente all'oscuro dello spreco di denari dell'ente per gli sfarzi del senatore semplice. Del resto più di un mecenate ha dichiarato a verbale di aver finanziato il nostro a propria insaputa. L'assistente personale dell'imprenditrice Maria Laura Garofalo, il cui gruppo è risultato tra gli sponsor della Fondazione, sentita dagli investigatori ha detto, infatti, di aver scoperto a chi fossero destinati i contributi solo al momento del bonifico. Ma c'è anche il produttore cinematografico Alessandro Di Paolo - che le cronache rosa indicano come fidanzato di Elisa Isoardi - autore di un versamento a Open nel 2016. Quando i finanzieri gli hanno chiesto il perché di quel contributo non ha trovato una spiegazione logica, ammettendo di aver versato senza farsi troppe domande. Per anni i donatori non hanno saputo più nulla dei loro soldi. Ora, grazie all'inchiesta della Procura di Firenze, scoprono che tra le spese addebitate sui conti di Open (e prima ancora di Big Bang) c'erano i rimborsi ai quali attingevano i consiglieri della fondazione, ma anche gli uomini macchina che la facevano funzionare. Gli elenchi dei rimborsi sono lunghi. Si va dalla carta di credito intestata a Marco Carrai, che nel solo 2012 ha strisciato al Starhotels Rosa Grand a Milano per 231 euro, al Principe di Savoia di Milano per 370 euro, allo Star hotel Rosa di Milano per 263 euro in un'occasione e 259 in un'altra. Ma anche le strisciate di Sara Biagiotti, una delle tre Renzi's angels, coordinatrici della campagna elettorale del Bullo per le primarie del Pd, poi finita a Sesto San Giovanni nel ruolo di sindaco, sono entrate nei faldoni dell'inchiesta. Con la carta numero 30611297, che le era stata affidata dalla fondazione, ha pagato due fatture Ikea, una da 1.460 euro, l'altra da 367,98, un conto hotel all'Excelsior di Bologna per 740 euro, un altro all'Hotel Giotto da 809 euro, cinque biglietti Trenitalia (322 euro) e cinque biglietti Alitalia (855 euro). E ancora: Hotel Giuan Alghero (280 euro), Star hotel Grand Milano (172 euro da moltiplicare per quattro soggiorni diversi), hotel Isolabella a Taormina (247 euro), hotel Bernini Roma (207 euro), Grande Jolly di Firenze (355). E ha anticipato «all'avvocato Boschi 679 euro», appuntando che erano «da rimborsare». Spese simili sono state riscontrate sugli estratti conto della carta in uso a Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, poi sottosegretario all'Istruzione, su quella in uso a Eleonora Chierichetti, a Lorenza Bonaccorsi (per lei c'è anche una serata in osteria a Roma per la modica cifra di 225 euro), a Giuliano Da Empoli, e agli altri trascinatori di Big Bang. E poi, addebitate soprattutto sui conti di Open, ci sono le spese dei big. Tra le quali i finanzieri annotano quella per gli «altri costi inerenti Errani, Renzi, Mancini, Lotti». Totale: 380 euro. E quella pagata il 9 marzo 2013 per gli «allestimenti Matteo novembre 2012». Totale: 6.050 euro. Altra rendicontazione generica e per cifre significative, datata 30 dicembre 2013, è segnata con questa voce: «Girotondi da comitato per Matteo Renzi segretario, 72.000 euro». Lo stesso giorno parte dai conti di Open anche un «contributo a comitato Matteo Renzi Segretario Pd» da 54.700 euro. E, infine, dai faldoni saltano fuori le annotazioni abbraviate: «MR». Facile intuire che si tratta delle iniziali del fu Rottamatore. Gli investigatori le hanno trovate impresse su una cartellina bianca contenente i contratti per un'utenza mobile sim Ipod, su una cartellina azzurra con all'interno la corrispondenza del comitato per la candidatura di MR con tali dottori Fazzini e Spadoni. Ma, soprattutto, hanno trovato quelle iniziali sulla sottocartellina denominata «Volo privato MR» per Washington del giugno 2018: il noleggio dell'aereo taxi che portò il Bullo negli States. 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La «creatura» è l'emendamento su Strada dei parchi che i finanzieri hanno ritrovato in versione riveduta e corretta tra le carte dell'avvocato Alberto Bianchi, l'ex presidente della fondazione Open indagato per traffico d'influenze e finanziamento illecito ai partiti. Il legale fiorentino è stato consulente (superpagato) del gruppo Toto in una controversia con l'Anas che si è risolta - a favore dei Toto - solo grazie al provvedimento legislativo di Di Biagio. «Bianchi? Non lo conosco», giura al nostro giornale l'ex Pdl, ex Scelta civica, ex Area popolare e oggi simpatizzante del cespuglietto dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. «Non so perché conservasse il mio documento». Alberto Bianchi custodiva nello studio perquisito dalla Finanza il 17 settembre scorso due copie dell'emendamento Di Biagio, che ha modificato «l'articolo 52 quinquies del dl 24 aprile 2017/50 convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017/96», si legge negli atti del procedimento. Sulla prima sono riconoscibili due grafie: una dello stesso avvocato toscano e un'altra sconosciuta che dice «Di Biagio riformulato». A questa frase fanno da cornice una sigla «Gr» e una data «10/7». Sulla seconda copia c'è invece un'annotazione «Toto/Anas (Strada parchi) da A. Toto 15/6/2017». Con questo provvedimento, varato dal governo Gentiloni, il gruppo Toto ottenne la sospensione del pagamento delle due rate della concessione autostradale per l'A24 e l'A25 da 55 milioni l'una in cambio di interventi urgenti sulla rete autostradale per la sicurezza antisismica. La somma complessiva di 111 milioni sarà poi versata all'Anas, come previsto dall'emendamento, in tre comode soluzioni da 34 milioni tra il 2028 e il 2030, cioè 15 anni dopo la loro naturale scadenza. I Toto però si difendono con l'Ansa: «Non abbiamo chiesto né ricevuto favori. La norma rispondeva all'obbligo da parte del governo di rispettare una sentenza del Tar del Lazio», che ordinò «di sanare una situazione di mancato finanziamento delle opere straordinarie di messa in sicurezza antisismica». Ritorniamo a Di Biagio: ha avuto «incoraggiamenti» dal Pd per presentare il documento? «No. A sostenere l'emendamento siamo stati Jonny Crosio, leghista, e io. Non conosco la famiglia Toto. Alla Camera con me c'era però Daniele Toto. Ho cercato di capire da lui quali erano le problematiche, ma ribadisco che l'emendamento è tutto mio». Daniele Toto è il nipote del capostipite Carlo ed è stato deputato del Pdl, poi proconsole finiano in Abruzzo con una breve parentesi nel Partito liberale. Ha fatto parte della pattuglia di 35 parlamentari di centrodestra che si schierarono per il sì al referendum del 2016. Proviamo a insistere con Di Biagio: sa se i lavori di messa in sicurezza sulla rete autostradale gestita dai Toto sono stati fatti? «Io penso di sì». Non riesce a spiegarsi com'è che il suo provvedimento sia finito agli atti dell'inchiesta su fondazione Open? «All'epoca l'ho girato a molti colleghi affinché ci fosse maggiore condivisione. Qualcuno poi potrebbe essersi appropriato del mio lavoro». Il sospetto degli inquirenti è che Bianchi, che ha ricevuto dai Toto parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) è finita sui conti correnti di Open e del Comitato per il sì al referendum, abbia sfruttato gli addentellati di quella gigantesca macchina di potere che era il renzismo delle origini per agevolare i suoi clienti. Di Biagio, che all'epoca era in maggioranza con il Pd, respinge pure l'ultimo assalto: «Mai avuto rapporti diretti coi dem. Il mio era un emendamento intelligente, ben fatto». A dire il vero, la relazione tecnica di accompagnamento sosteneva il contrario. «La sospensione del versamento dei corrispettivi annui relativi al 2015 e al 2016», si legge nel dossier di Palazzo Madama, «dovuti dal concessionario ad Anas e la posticipazione della loro corresponsione negli anni 2028, 2029 e 2030, sembra determinare una riduzione delle entrate di Anas» e quindi una possibile alterazione del bilancio dello Stato, sottoposto ai vincoli Ue. Da qui la richiesta dei tecnici di acquisire «il parere del governo». Che ovviamente fu positivo.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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