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2019-12-15
I soldi di Open per far viaggiare Renzi con aerei privati di lusso
Ansa
È cosa nota che tra i più affezionati lettori della Verità ci siano i componenti del Giglio magico. Ma la perquisizione all'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per finanziamento illecito, lo ha certificato. Gli investigatori della Finanza a settembre - nella prima delle due visite nello studio del legale - in un fascicolo di colore rosso hanno trovato una cartellina denominata «volo privato MR per accettazione fondazione Open» e insieme un articolo della Verità del 13 giugno 2018 intitolato: «Negli Usa con jet privato di lusso, chi paga 150.000 euro per Renzi?». All'epoca, in beata solitudine, stavamo facendo le pulci alle spese pazze di Renzi: proprio in quei giorni scoprimmo che aveva acquistato una villa da 1,3 milioni di euro nonostante avesse sventolato in tv - appena cinque mesi prima - un saldo del conto corrente di circa 15.000 euro. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto che quella dimora, che si trova nella Beverly Hills di Firenze, era stata acquistata grazie al generoso prestito dell'imprenditore Riccardo Maestrelli, il quale aveva anticipato 700.000 euro al politico che lo aveva inserito nel Cda di Cassa depositi e prestiti immobiliare. I denari sono stati fatti prima transitare sul conto dell'anziana madre, così da non dare troppo nell'occhio. Ma ci eravamo interessati anche alla storia dell'aereo.
Scoprimmo che l'ex premier il 5 giugno 2018 era volato in America su un volo privato con due guardie del corpo e il segretario particolare Benedetto Zacchiroli, per poter parlare (143 secondi) dal palco dell'anfiteatro del cimitero militare di Arlington in occasione della commemorazione per il cinquantenario della morte di Bob Kennedy. Ad accogliere il Rottamatore all'arrivo furono Joe Kennedy, pronipote di Robert, e Bill Clinton. Calcolammo che quel discorso era costato ai generosi ospiti più di 1.000 euro al secondo, considerando anche le spese di vitto e alloggio della combriccola. Renzi per andare a Washington era infatti salito su un Dassault Falcon 900 bianco, messo a disposizione dalla «Leader» di Ciampino, compagnia esclusiva di «Luxury airtaxi». L'azienda offre catering di chef stellati, limousine e altri lussi a chi viaggia con loro. L'aereo, «un trireattore lungo raggio», ha una grande cabina passeggeri divisa in due aree: «Questo permette un alto livello di comfort e privacy per i passeggeri a bordo sia durante il giorno che di notte. Il divano letto a disposizione nella cabina dei passeggeri è progettato per fornire il massimo comfort durante i voli a lungo raggio effettuati di notte». Ovviamente il prezzo di tanto agio è per tasche capienti. Come dimostravano i nostri conti: «Cliccando sul sito Privatefly, il costo stimato per quattro passeggeri, con andata sempre il martedì (per esempio il 19 giugno) e ritorno il giovedì (21 giugno) parte da 85.000 euro. Ma si tratta di un'offerta base. La cifra reale (salvo sconti) per la traversata oceanica, secondo un esperto contattato dalla Verità, con una compagnia di livello come la Leader si aggirerebbe intorno ai 150.000 euro, considerando le ore di volo e la sosta di tutto l'equipaggio». Adesso gli investigatori hanno probabilmente in mano la fattura col prezzo versato, sino a oggi mai ufficializzato. Un anno e mezzo fa scrivemmo: «Resta la domanda: chi paga e perché i viaggi di Renzi in giro per il mondo, dal Qatar alla Cina, dal Kazakistan a Washington?».
Oggi scopriamo che Renzi per farsi ammirare dai suoi ospiti americani mentre scende da un jet privato ha fatto pagare la traversata ai generosi finanziatori di Open, probabilmente all'oscuro dello spreco di denari dell'ente per gli sfarzi del senatore semplice. Del resto più di un mecenate ha dichiarato a verbale di aver finanziato il nostro a propria insaputa. L'assistente personale dell'imprenditrice Maria Laura Garofalo, il cui gruppo è risultato tra gli sponsor della Fondazione, sentita dagli investigatori ha detto, infatti, di aver scoperto a chi fossero destinati i contributi solo al momento del bonifico. Ma c'è anche il produttore cinematografico Alessandro Di Paolo - che le cronache rosa indicano come fidanzato di Elisa Isoardi - autore di un versamento a Open nel 2016. Quando i finanzieri gli hanno chiesto il perché di quel contributo non ha trovato una spiegazione logica, ammettendo di aver versato senza farsi troppe domande. Per anni i donatori non hanno saputo più nulla dei loro soldi. Ora, grazie all'inchiesta della Procura di Firenze, scoprono che tra le spese addebitate sui conti di Open (e prima ancora di Big Bang) c'erano i rimborsi ai quali attingevano i consiglieri della fondazione, ma anche gli uomini macchina che la facevano funzionare. Gli elenchi dei rimborsi sono lunghi. Si va dalla carta di credito intestata a Marco Carrai, che nel solo 2012 ha strisciato al Starhotels Rosa Grand a Milano per 231 euro, al Principe di Savoia di Milano per 370 euro, allo Star hotel Rosa di Milano per 263 euro in un'occasione e 259 in un'altra. Ma anche le strisciate di Sara Biagiotti, una delle tre Renzi's angels, coordinatrici della campagna elettorale del Bullo per le primarie del Pd, poi finita a Sesto San Giovanni nel ruolo di sindaco, sono entrate nei faldoni dell'inchiesta. Con la carta numero 30611297, che le era stata affidata dalla fondazione, ha pagato due fatture Ikea, una da 1.460 euro, l'altra da 367,98, un conto hotel all'Excelsior di Bologna per 740 euro, un altro all'Hotel Giotto da 809 euro, cinque biglietti Trenitalia (322 euro) e cinque biglietti Alitalia (855 euro). E ancora: Hotel Giuan Alghero (280 euro), Star hotel Grand Milano (172 euro da moltiplicare per quattro soggiorni diversi), hotel Isolabella a Taormina (247 euro), hotel Bernini Roma (207 euro), Grande Jolly di Firenze (355). E ha anticipato «all'avvocato Boschi 679 euro», appuntando che erano «da rimborsare». Spese simili sono state riscontrate sugli estratti conto della carta in uso a Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, poi sottosegretario all'Istruzione, su quella in uso a Eleonora Chierichetti, a Lorenza Bonaccorsi (per lei c'è anche una serata in osteria a Roma per la modica cifra di 225 euro), a Giuliano Da Empoli, e agli altri trascinatori di Big Bang. E poi, addebitate soprattutto sui conti di Open, ci sono le spese dei big. Tra le quali i finanzieri annotano quella per gli «altri costi inerenti Errani, Renzi, Mancini, Lotti». Totale: 380 euro. E quella pagata il 9 marzo 2013 per gli «allestimenti Matteo novembre 2012». Totale: 6.050 euro. Altra rendicontazione generica e per cifre significative, datata 30 dicembre 2013, è segnata con questa voce: «Girotondi da comitato per Matteo Renzi segretario, 72.000 euro». Lo stesso giorno parte dai conti di Open anche un «contributo a comitato Matteo Renzi Segretario Pd» da 54.700 euro. E, infine, dai faldoni saltano fuori le annotazioni abbraviate: «MR». Facile intuire che si tratta delle iniziali del fu Rottamatore. Gli investigatori le hanno trovate impresse su una cartellina bianca contenente i contratti per un'utenza mobile sim Ipod, su una cartellina azzurra con all'interno la corrispondenza del comitato per la candidatura di MR con tali dottori Fazzini e Spadoni. Ma, soprattutto, hanno trovato quelle iniziali sulla sottocartellina denominata «Volo privato MR» per Washington del giugno 2018: il noleggio dell'aereo taxi che portò il Bullo negli States. Tutto pagato dai finanziatori di Open.
Il papà dell’emendamento non ci sta: «Non ho mai avuto rapporti col Pd»
Il tono formale e distaccato cede al risentimento, a un certo punto. «Certo, mi roderebbe anche un po' il culo, insomma, se qualcuno avesse fatto cassa con una mia creatura». Lui è l'ex senatore Aldo Di Biagio, 55 anni tra qualche giorno, natali abruzzesi ma romano d'adozione. La «creatura» è l'emendamento su Strada dei parchi che i finanzieri hanno ritrovato in versione riveduta e corretta tra le carte dell'avvocato Alberto Bianchi, l'ex presidente della fondazione Open indagato per traffico d'influenze e finanziamento illecito ai partiti. Il legale fiorentino è stato consulente (superpagato) del gruppo Toto in una controversia con l'Anas che si è risolta - a favore dei Toto - solo grazie al provvedimento legislativo di Di Biagio. «Bianchi? Non lo conosco», giura al nostro giornale l'ex Pdl, ex Scelta civica, ex Area popolare e oggi simpatizzante del cespuglietto dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. «Non so perché conservasse il mio documento».
Alberto Bianchi custodiva nello studio perquisito dalla Finanza il 17 settembre scorso due copie dell'emendamento Di Biagio, che ha modificato «l'articolo 52 quinquies del dl 24 aprile 2017/50 convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017/96», si legge negli atti del procedimento. Sulla prima sono riconoscibili due grafie: una dello stesso avvocato toscano e un'altra sconosciuta che dice «Di Biagio riformulato». A questa frase fanno da cornice una sigla «Gr» e una data «10/7». Sulla seconda copia c'è invece un'annotazione «Toto/Anas (Strada parchi) da A. Toto 15/6/2017». Con questo provvedimento, varato dal governo Gentiloni, il gruppo Toto ottenne la sospensione del pagamento delle due rate della concessione autostradale per l'A24 e l'A25 da 55 milioni l'una in cambio di interventi urgenti sulla rete autostradale per la sicurezza antisismica. La somma complessiva di 111 milioni sarà poi versata all'Anas, come previsto dall'emendamento, in tre comode soluzioni da 34 milioni tra il 2028 e il 2030, cioè 15 anni dopo la loro naturale scadenza. I Toto però si difendono con l'Ansa: «Non abbiamo chiesto né ricevuto favori. La norma rispondeva all'obbligo da parte del governo di rispettare una sentenza del Tar del Lazio», che ordinò «di sanare una situazione di mancato finanziamento delle opere straordinarie di messa in sicurezza antisismica».
Ritorniamo a Di Biagio: ha avuto «incoraggiamenti» dal Pd per presentare il documento? «No. A sostenere l'emendamento siamo stati Jonny Crosio, leghista, e io. Non conosco la famiglia Toto. Alla Camera con me c'era però Daniele Toto. Ho cercato di capire da lui quali erano le problematiche, ma ribadisco che l'emendamento è tutto mio». Daniele Toto è il nipote del capostipite Carlo ed è stato deputato del Pdl, poi proconsole finiano in Abruzzo con una breve parentesi nel Partito liberale. Ha fatto parte della pattuglia di 35 parlamentari di centrodestra che si schierarono per il sì al referendum del 2016.
Proviamo a insistere con Di Biagio: sa se i lavori di messa in sicurezza sulla rete autostradale gestita dai Toto sono stati fatti? «Io penso di sì». Non riesce a spiegarsi com'è che il suo provvedimento sia finito agli atti dell'inchiesta su fondazione Open? «All'epoca l'ho girato a molti colleghi affinché ci fosse maggiore condivisione. Qualcuno poi potrebbe essersi appropriato del mio lavoro». Il sospetto degli inquirenti è che Bianchi, che ha ricevuto dai Toto parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) è finita sui conti correnti di Open e del Comitato per il sì al referendum, abbia sfruttato gli addentellati di quella gigantesca macchina di potere che era il renzismo delle origini per agevolare i suoi clienti. Di Biagio, che all'epoca era in maggioranza con il Pd, respinge pure l'ultimo assalto: «Mai avuto rapporti diretti coi dem. Il mio era un emendamento intelligente, ben fatto». A dire il vero, la relazione tecnica di accompagnamento sosteneva il contrario. «La sospensione del versamento dei corrispettivi annui relativi al 2015 e al 2016», si legge nel dossier di Palazzo Madama, «dovuti dal concessionario ad Anas e la posticipazione della loro corresponsione negli anni 2028, 2029 e 2030, sembra determinare una riduzione delle entrate di Anas» e quindi una possibile alterazione del bilancio dello Stato, sottoposto ai vincoli Ue. Da qui la richiesta dei tecnici di acquisire «il parere del governo». Che ovviamente fu positivo.
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Aeroplani, hotel di categoria, ristoranti e perfino mobili Ikea: le carte di credito dell'ente guidato da Alberto Bianchi hanno coperto spese per il Rottamatore e i suoi sodali, che molto spesso hanno optato per soluzioni di lusso.L'ex senatore Aldo Di Biagio elaborò il testo: «Mi rode il c...». Toto: «Nessun favore chiesto».Lo speciale contiene due articoli. È cosa nota che tra i più affezionati lettori della Verità ci siano i componenti del Giglio magico. Ma la perquisizione all'avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della fondazione Open indagato per finanziamento illecito, lo ha certificato. Gli investigatori della Finanza a settembre - nella prima delle due visite nello studio del legale - in un fascicolo di colore rosso hanno trovato una cartellina denominata «volo privato MR per accettazione fondazione Open» e insieme un articolo della Verità del 13 giugno 2018 intitolato: «Negli Usa con jet privato di lusso, chi paga 150.000 euro per Renzi?». All'epoca, in beata solitudine, stavamo facendo le pulci alle spese pazze di Renzi: proprio in quei giorni scoprimmo che aveva acquistato una villa da 1,3 milioni di euro nonostante avesse sventolato in tv - appena cinque mesi prima - un saldo del conto corrente di circa 15.000 euro. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto che quella dimora, che si trova nella Beverly Hills di Firenze, era stata acquistata grazie al generoso prestito dell'imprenditore Riccardo Maestrelli, il quale aveva anticipato 700.000 euro al politico che lo aveva inserito nel Cda di Cassa depositi e prestiti immobiliare. I denari sono stati fatti prima transitare sul conto dell'anziana madre, così da non dare troppo nell'occhio. Ma ci eravamo interessati anche alla storia dell'aereo. Scoprimmo che l'ex premier il 5 giugno 2018 era volato in America su un volo privato con due guardie del corpo e il segretario particolare Benedetto Zacchiroli, per poter parlare (143 secondi) dal palco dell'anfiteatro del cimitero militare di Arlington in occasione della commemorazione per il cinquantenario della morte di Bob Kennedy. Ad accogliere il Rottamatore all'arrivo furono Joe Kennedy, pronipote di Robert, e Bill Clinton. Calcolammo che quel discorso era costato ai generosi ospiti più di 1.000 euro al secondo, considerando anche le spese di vitto e alloggio della combriccola. Renzi per andare a Washington era infatti salito su un Dassault Falcon 900 bianco, messo a disposizione dalla «Leader» di Ciampino, compagnia esclusiva di «Luxury airtaxi». L'azienda offre catering di chef stellati, limousine e altri lussi a chi viaggia con loro. L'aereo, «un trireattore lungo raggio», ha una grande cabina passeggeri divisa in due aree: «Questo permette un alto livello di comfort e privacy per i passeggeri a bordo sia durante il giorno che di notte. Il divano letto a disposizione nella cabina dei passeggeri è progettato per fornire il massimo comfort durante i voli a lungo raggio effettuati di notte». Ovviamente il prezzo di tanto agio è per tasche capienti. Come dimostravano i nostri conti: «Cliccando sul sito Privatefly, il costo stimato per quattro passeggeri, con andata sempre il martedì (per esempio il 19 giugno) e ritorno il giovedì (21 giugno) parte da 85.000 euro. Ma si tratta di un'offerta base. La cifra reale (salvo sconti) per la traversata oceanica, secondo un esperto contattato dalla Verità, con una compagnia di livello come la Leader si aggirerebbe intorno ai 150.000 euro, considerando le ore di volo e la sosta di tutto l'equipaggio». Adesso gli investigatori hanno probabilmente in mano la fattura col prezzo versato, sino a oggi mai ufficializzato. Un anno e mezzo fa scrivemmo: «Resta la domanda: chi paga e perché i viaggi di Renzi in giro per il mondo, dal Qatar alla Cina, dal Kazakistan a Washington?». Oggi scopriamo che Renzi per farsi ammirare dai suoi ospiti americani mentre scende da un jet privato ha fatto pagare la traversata ai generosi finanziatori di Open, probabilmente all'oscuro dello spreco di denari dell'ente per gli sfarzi del senatore semplice. Del resto più di un mecenate ha dichiarato a verbale di aver finanziato il nostro a propria insaputa. L'assistente personale dell'imprenditrice Maria Laura Garofalo, il cui gruppo è risultato tra gli sponsor della Fondazione, sentita dagli investigatori ha detto, infatti, di aver scoperto a chi fossero destinati i contributi solo al momento del bonifico. Ma c'è anche il produttore cinematografico Alessandro Di Paolo - che le cronache rosa indicano come fidanzato di Elisa Isoardi - autore di un versamento a Open nel 2016. Quando i finanzieri gli hanno chiesto il perché di quel contributo non ha trovato una spiegazione logica, ammettendo di aver versato senza farsi troppe domande. Per anni i donatori non hanno saputo più nulla dei loro soldi. Ora, grazie all'inchiesta della Procura di Firenze, scoprono che tra le spese addebitate sui conti di Open (e prima ancora di Big Bang) c'erano i rimborsi ai quali attingevano i consiglieri della fondazione, ma anche gli uomini macchina che la facevano funzionare. Gli elenchi dei rimborsi sono lunghi. Si va dalla carta di credito intestata a Marco Carrai, che nel solo 2012 ha strisciato al Starhotels Rosa Grand a Milano per 231 euro, al Principe di Savoia di Milano per 370 euro, allo Star hotel Rosa di Milano per 263 euro in un'occasione e 259 in un'altra. Ma anche le strisciate di Sara Biagiotti, una delle tre Renzi's angels, coordinatrici della campagna elettorale del Bullo per le primarie del Pd, poi finita a Sesto San Giovanni nel ruolo di sindaco, sono entrate nei faldoni dell'inchiesta. Con la carta numero 30611297, che le era stata affidata dalla fondazione, ha pagato due fatture Ikea, una da 1.460 euro, l'altra da 367,98, un conto hotel all'Excelsior di Bologna per 740 euro, un altro all'Hotel Giotto da 809 euro, cinque biglietti Trenitalia (322 euro) e cinque biglietti Alitalia (855 euro). E ancora: Hotel Giuan Alghero (280 euro), Star hotel Grand Milano (172 euro da moltiplicare per quattro soggiorni diversi), hotel Isolabella a Taormina (247 euro), hotel Bernini Roma (207 euro), Grande Jolly di Firenze (355). E ha anticipato «all'avvocato Boschi 679 euro», appuntando che erano «da rimborsare». Spese simili sono state riscontrate sugli estratti conto della carta in uso a Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, poi sottosegretario all'Istruzione, su quella in uso a Eleonora Chierichetti, a Lorenza Bonaccorsi (per lei c'è anche una serata in osteria a Roma per la modica cifra di 225 euro), a Giuliano Da Empoli, e agli altri trascinatori di Big Bang. E poi, addebitate soprattutto sui conti di Open, ci sono le spese dei big. Tra le quali i finanzieri annotano quella per gli «altri costi inerenti Errani, Renzi, Mancini, Lotti». Totale: 380 euro. E quella pagata il 9 marzo 2013 per gli «allestimenti Matteo novembre 2012». Totale: 6.050 euro. Altra rendicontazione generica e per cifre significative, datata 30 dicembre 2013, è segnata con questa voce: «Girotondi da comitato per Matteo Renzi segretario, 72.000 euro». Lo stesso giorno parte dai conti di Open anche un «contributo a comitato Matteo Renzi Segretario Pd» da 54.700 euro. E, infine, dai faldoni saltano fuori le annotazioni abbraviate: «MR». Facile intuire che si tratta delle iniziali del fu Rottamatore. Gli investigatori le hanno trovate impresse su una cartellina bianca contenente i contratti per un'utenza mobile sim Ipod, su una cartellina azzurra con all'interno la corrispondenza del comitato per la candidatura di MR con tali dottori Fazzini e Spadoni. Ma, soprattutto, hanno trovato quelle iniziali sulla sottocartellina denominata «Volo privato MR» per Washington del giugno 2018: il noleggio dell'aereo taxi che portò il Bullo negli States. 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La «creatura» è l'emendamento su Strada dei parchi che i finanzieri hanno ritrovato in versione riveduta e corretta tra le carte dell'avvocato Alberto Bianchi, l'ex presidente della fondazione Open indagato per traffico d'influenze e finanziamento illecito ai partiti. Il legale fiorentino è stato consulente (superpagato) del gruppo Toto in una controversia con l'Anas che si è risolta - a favore dei Toto - solo grazie al provvedimento legislativo di Di Biagio. «Bianchi? Non lo conosco», giura al nostro giornale l'ex Pdl, ex Scelta civica, ex Area popolare e oggi simpatizzante del cespuglietto dell'ex ministro Beatrice Lorenzin. «Non so perché conservasse il mio documento». Alberto Bianchi custodiva nello studio perquisito dalla Finanza il 17 settembre scorso due copie dell'emendamento Di Biagio, che ha modificato «l'articolo 52 quinquies del dl 24 aprile 2017/50 convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017/96», si legge negli atti del procedimento. Sulla prima sono riconoscibili due grafie: una dello stesso avvocato toscano e un'altra sconosciuta che dice «Di Biagio riformulato». A questa frase fanno da cornice una sigla «Gr» e una data «10/7». Sulla seconda copia c'è invece un'annotazione «Toto/Anas (Strada parchi) da A. Toto 15/6/2017». Con questo provvedimento, varato dal governo Gentiloni, il gruppo Toto ottenne la sospensione del pagamento delle due rate della concessione autostradale per l'A24 e l'A25 da 55 milioni l'una in cambio di interventi urgenti sulla rete autostradale per la sicurezza antisismica. La somma complessiva di 111 milioni sarà poi versata all'Anas, come previsto dall'emendamento, in tre comode soluzioni da 34 milioni tra il 2028 e il 2030, cioè 15 anni dopo la loro naturale scadenza. I Toto però si difendono con l'Ansa: «Non abbiamo chiesto né ricevuto favori. La norma rispondeva all'obbligo da parte del governo di rispettare una sentenza del Tar del Lazio», che ordinò «di sanare una situazione di mancato finanziamento delle opere straordinarie di messa in sicurezza antisismica». Ritorniamo a Di Biagio: ha avuto «incoraggiamenti» dal Pd per presentare il documento? «No. A sostenere l'emendamento siamo stati Jonny Crosio, leghista, e io. Non conosco la famiglia Toto. Alla Camera con me c'era però Daniele Toto. Ho cercato di capire da lui quali erano le problematiche, ma ribadisco che l'emendamento è tutto mio». Daniele Toto è il nipote del capostipite Carlo ed è stato deputato del Pdl, poi proconsole finiano in Abruzzo con una breve parentesi nel Partito liberale. Ha fatto parte della pattuglia di 35 parlamentari di centrodestra che si schierarono per il sì al referendum del 2016. Proviamo a insistere con Di Biagio: sa se i lavori di messa in sicurezza sulla rete autostradale gestita dai Toto sono stati fatti? «Io penso di sì». Non riesce a spiegarsi com'è che il suo provvedimento sia finito agli atti dell'inchiesta su fondazione Open? «All'epoca l'ho girato a molti colleghi affinché ci fosse maggiore condivisione. Qualcuno poi potrebbe essersi appropriato del mio lavoro». Il sospetto degli inquirenti è che Bianchi, che ha ricevuto dai Toto parcelle per quasi 3 milioni di euro, una parte dei quali (400.000 euro) è finita sui conti correnti di Open e del Comitato per il sì al referendum, abbia sfruttato gli addentellati di quella gigantesca macchina di potere che era il renzismo delle origini per agevolare i suoi clienti. Di Biagio, che all'epoca era in maggioranza con il Pd, respinge pure l'ultimo assalto: «Mai avuto rapporti diretti coi dem. Il mio era un emendamento intelligente, ben fatto». A dire il vero, la relazione tecnica di accompagnamento sosteneva il contrario. «La sospensione del versamento dei corrispettivi annui relativi al 2015 e al 2016», si legge nel dossier di Palazzo Madama, «dovuti dal concessionario ad Anas e la posticipazione della loro corresponsione negli anni 2028, 2029 e 2030, sembra determinare una riduzione delle entrate di Anas» e quindi una possibile alterazione del bilancio dello Stato, sottoposto ai vincoli Ue. Da qui la richiesta dei tecnici di acquisire «il parere del governo». Che ovviamente fu positivo.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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