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2023-08-04
Il Colle riesuma lo stato d’emergenza: «Agire ora, crisi climatica esplosiva»
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie.
L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar.
I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma.
Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.
È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.
A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.
Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti.
Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica.
I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.
Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.
Inaudito: arrivano i temporali estivi
È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania.
Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo.
Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi.
Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile.
Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
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Il capo dello Stato rientra a gamba tesa e, con cinque omologhi mediterranei, firma un appello per misure urgenti e per «educare» l’opinione pubblica: «Non c’è più tempo per i compromessi politici ed economici».Come spesso accade d’estate, il ciclone Circe spazzerà via la canicola, portando precipitazioni intense in alcune regioni. Allerta arancione in Lombardia e Marche.Lo speciale contiene due articoli.L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie. L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar. I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma. Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti. Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica. I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colle-stato-emergenza-crisi-climatica-2662732814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inaudito-arrivano-i-temporali-estivi" data-post-id="2662732814" data-published-at="1691130013" data-use-pagination="False"> Inaudito: arrivano i temporali estivi È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania. Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo. Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi. Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile. Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
Donald Trump e Leone XIV (Ansa). Nel riquadro la copertina del libro di Eric Voegelin «Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo»
Si tratta di un libro indispensabile per la lettura di quasi tutti i fenomeni politici odierni, e che ha molto da dire su questa ultima vicenda poiché parte dall’esame di un carattere costitutivo della religiosità prima e della mentalità statunitense poi. Nel 1970 Eric Voegelin, filosofo politico tedesco formatosi a Vienna, pubblicò il suo capolavoro: Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo. Voegelin aveva trascorso un ventennio negli Usa (1938-1958) e vi era ritornato nel 1969 per insegnare a Stanford. Esperto conoscitore dei legami antichi fra religione e politica, concentrò la sua attenzione su quello che chiamava «atteggiamento gnostico». Ovvero un modo di vedere il mondo che si manifestò inizialmente nelle elitarie sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Questi movimenti - sintetizziamo - tendevano a vedere il mondo, la creazione, come un’opera corrotta, e pensavano che la salvezza dell’uomo fosse possibile tramite una conoscenza segreta in possesso di pochi illuminati. Il fenomeno gnostico è variegato e complesso, ma è estremamente difficile negare che abbia esercitato un’influenza potentissima sul cristianesimo protestante e sui numerosi movimenti religiosi che di fatto hanno creato gli Stati Uniti. Lo ha mostrato con estrema chiarezza un altro studioso, lo statunitense Michael Walzer, ne La rivoluzione dei santi, corposo studio sul puritanesimo. Degli gnostici, alcune frange del protestantesimo mantengono l’atteggiamento di fondo esaminato da Voegelin. Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice il filosofo, «nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono». Mentre per il cristiano cattolico la salvezza avviene per grazia di Dio, l’atteggiamento gnostico esprime la «convinzione che un mutamento nell’ordine dell’essere rientri nell’ambito dell’azione umana, che questo atto salvifico sia possibile grazie agli sforzi personali dell’uomo». Capite bene che un atteggiamento di questo tipo non può non risultare, alla fine dei conti, fortemente politico. La salvezza non è lontana, ultraterrena: si manifesta qui e ora. Il paradiso può sorgere in Terra o, a seconda delle visioni, in Terra si può avere un anticipo del paradiso. Alcuni individui illuminati possono guidare le masse, alcuni baciati dalla grazia ne manifestano gli effetti tramite il successo mondano. In ogni caso, la potenza salvifica si manifesta nel mondo, e le azioni umane vi partecipano. Il puritanesimo innervato di gnosticismo punta, non a caso, alla costruzione di un nuova Gerusalemme, una città sulla collina che i coloni provenienti dall’Inghilterra immaginavano di fare sorgere nel Nuovo Mondo. La spinta alla creazione di un «mondo nuovo» sviscerata da Voegelin è la stessa che ritroviamo nella cultura Woke, che pretende di rifare la creazione normando il linguaggio e i comportamenti. Non sempre, sia chiaro, le conseguenze di tale visione sono nefaste, anzi spesso spingono a un deciso e importante impegno sociale e politico (non per nulla Martin Luther King era un battista, per citare un celebre esempio). In ogni caso è difficile sostenere che non vi siano tracce dello stesso atteggiamento anche nel sostrato politico e religioso trumpiano. Il mondo nuovo, dopo tutto, ha bisogno di profeti e messia. E chiunque li ostacoli non è semplicemente un avversario ma un nemico esistenziale, che non comprende la grandezza del salvatore e di fatto impedisce la realizzazione del paradiso in Terra. Il puritanesimo, non a caso, stabilisce una ferrea distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Qualcosa che - notava Jean Guitton molti anni fa - non appartiene al cattolicesimo che ben conosce le sfumature di grigio. Non intendiamo sostenere che Trump sia un puritano o un fervente fedele. Sosteniamo però che vi siano nella sua politica tracce di atteggiamento gnostico, e che ve ne siano di molto profonde nello spirito americano, dall’idea di destino manifesto a quella di nuovo ordine mondiale. A ciò va aggiunto che la gran parte dei movimenti protestanti, anche solo per questioni di sopravvivenza, nel corso della storia hanno dovuto esprimersi politicamente, spesso con foga. Ne deriva che è molto più naturale, per un cristiano americano, schierarsi su un versante partitico e attribuire tratti salvifici a una autorità politica che egli consideri affine. Per quanto la democrazia americana non sia certo teocratica, fede e impegno politico possono intrecciarsi e talvolta addirittura coincidere. E può accedere che un politico si atteggi a Messia. Ciò non è possibile nella cultura cattolica. Il che, paradossalmente, pone ora un problema ai cattolici statunitensi impegnati in politica: a quale autorità votarsi? All’autorità spirituale e per forza superiore della Chiesa e del vicario di Cristo o a quella del presidente sedicente unto del Signore che si scaglia contro il Pontefice?
J.D. Vance si è barcamenato con qualche difficoltà, rimarcando una separazione fra fede e politica che esiste ma non pone i due concetti sullo stesso piano. Qui non si tratta di dare a Cesare quel che gli spetta: semmai si tratta di fronteggiare un Cesare che talvolta si sente Dio o un suo emissario. Cosa che, per un cattolico, non è accettabile.
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Un' immagine di archivio della base Usaf di Aviano (Ansa)
Dal punto di vista economico, nel 2025, le esportazioni italiane verso gli Usa sono cresciute del 3,3%. In particolare, la nostra quota di export verso Washington è del 10,4%: il che fa degli Stati Uniti il secondo Paese cliente dell’Italia subito dopo la Germania. Passando poi al piano geopolitico, gli Usa dispongono di circa 120 siti militari in Italia e hanno 12.000 soldati schierati sul nostro territorio. Due basi, quelle di Ghedi e Aviano, ospitano anche degli ordigni nucleari. La penisola è d’altronde strategica, agli occhi di Washington, per quanto riguarda la sua politica mediterranea. Insomma, i legami tra i due Paesi sono assai significativi. È allora utile chiedersi se e come possa avvenire una ricucitura dei rapporti tra Trump e la Meloni: una ricucitura di cui potrebbero avere entrambi bisogno.
Il rapporto privilegiato con la Casa Bianca ha rafforzato Palazzo Chigi a livello europeo sia nei confronti di Bruxelles che di Parigi: non sarà del resto un caso che il Pd esprima oggi soddisfazione per la rottura tra la premier e l’inquilino della Casa Bianca. La Meloni ha inoltre bisogno, pur senza sudditanze, del rapporto con la Casa Bianca per arginare le sirene di chi vorrebbe spingerla o verso il velleitarismo o verso ricette di politica estera tipiche del centrosinistra (il che vorrebbe dire farsi proni a Parigi e Pechino). Dall’altra parte, Trump ha avuto nel governo Meloni una sponda fondamentale per frenare il progressivo avvicinamento dell’Ue verso la Cina: un avvicinamento che, negli ultimi anni, è stato portato avanti soprattutto da Emmanuel Macron e da Pedro Sánchez. In tutto questo, lo sfilacciamento del conservatorismo transatlantico rischia di essere un regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Il che significherebbe via libera al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato, in ossequio ai desiderata del Partito comunista cinese, oltre che dei suoi alleati al di qua e al di là dell’Atlantico.
E allora cerchiamo di vedere dove Trump e la Meloni potrebbero tornare a parlarsi. Sotto il profilo politico, un eventuale successo dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran potrebbe disinnescare una delle cause che sono alla base della crisi tra i due: vale a dire, gli elevati costi imposti al Vecchio continente dalla guerra israelo-americana all’Iran. Un altro punto su cui si potrebbe lavorare riguarda la Santa Sede. Visti i recentissimi attriti tra Trump e Leone XIV, la Meloni potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due. Dopo aver vinto il voto cattolico nel 2024, il presidente americano sa di averne bisogno in vista delle Midterm di novembre. Senza trascurare che JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, si sfideranno probabilmente per la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Tutto questo, mentre un recente sondaggio della Nbc ha certificato l’elevata popolarità del pontefice tra gli elettori statunitensi. Trump avrebbe poi bisogno della sponda di Leone anche sul piano geopolitico, visto che l’attuale Papa ha (in parte) frenato la politica di avvicinamento del predecessore verso la Repubblica popolare cinese.
Per quanto infine riguarda i settori da cui il rapporto tra il presidente americano e la nostra premier potrebbe ripartire, basta guardare alla dichiarazione congiunta tra Usa e Italia che i due leader sottoscrissero esattamente un anno fa. In quell’occasione, entrambi sostennero di voler rafforzare la cooperazione transatlantica nel settore della Difesa, aggiungendo la necessità di contrastare l’immigrazione clandestina. Si parlò anche di Piano Mattei e di Accordi di Abramo, oltre che dell’India-Middle East-Europe economic corridor. Senza poi dimenticare la collaborazione nel settore energetico. Era inoltre maggio dell’anno scorso, quando la Us Space Force e l’Aeronautica militare italiana firmarono una dichiarazione per ampliare la cooperazione in materia di sicurezza spaziale. «L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente», affermò, tra l’altro, a gennaio, in un’intervista esclusiva alla Verità, il direttore della Nasa, Jared Isaacman.
Insomma, ragioni e occasioni per ricomporre la frattura, Trump e la Meloni ne avrebbero. Non sappiamo se decideranno di sotterrare l’ascia di guerra. È tuttavia significativo il fatto che tanto i dem americani quanto quelli nostrani stiano scommettendo contro un loro riavvicinamento.
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Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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