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2023-08-04
Il Colle riesuma lo stato d’emergenza: «Agire ora, crisi climatica esplosiva»
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie.
L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar.
I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma.
Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.
È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.
A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.
Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti.
Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica.
I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.
Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.
Inaudito: arrivano i temporali estivi
È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania.
Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo.
Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi.
Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile.
Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
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Il capo dello Stato rientra a gamba tesa e, con cinque omologhi mediterranei, firma un appello per misure urgenti e per «educare» l’opinione pubblica: «Non c’è più tempo per i compromessi politici ed economici».Come spesso accade d’estate, il ciclone Circe spazzerà via la canicola, portando precipitazioni intense in alcune regioni. Allerta arancione in Lombardia e Marche.Lo speciale contiene due articoli.L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie. L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar. I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma. Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti. Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica. I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colle-stato-emergenza-crisi-climatica-2662732814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inaudito-arrivano-i-temporali-estivi" data-post-id="2662732814" data-published-at="1691130013" data-use-pagination="False"> Inaudito: arrivano i temporali estivi È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania. Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo. Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi. Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile. Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
Ansa
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato l’ampiezza dei poteri del futuro Consiglio: «Una volta che questo comitato sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha affermato, precisando che l’azione avverrà «in collaborazione con le Nazioni Unite». Tuttavia, al momento, Russia e Cina non hanno accettato l’invito ad aderire. Anche alleati storici degli Usa, come Regno Unito e Francia, hanno espresso forti riserve, temendo che il nuovo organismo possa legittimare regimi autoritari, incluso quello del presidente russo Vladimir Putin.
Nei giorni precedenti alla cerimonia, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era detto contrario sia al Board of Peace sia al Comitato esecutivo incaricato di supervisionare, insieme a un governo tecnico palestinese, il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Secondo Netanyahu, l’assetto previsto lasciava troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi ostili allo Stato ebraico. Nelle ultime ore, tuttavia, la posizione israeliana si è ammorbidita, un cambio di rotta che fonti diplomatiche attribuiscono a pressioni statunitensi. Le perplessità di Londra sono state esplicitate dal ministro degli Esteri Yvette Cooper, che in un’intervista alla Bbc ha detto che l’Inghilterra non aderirà per ora al comitato. Pur ribadendo il sostegno al Piano di pace per Gaza, Cooper ha definito il Board «un trattato legale che solleva questioni molto più ampie», citando in particolare il possibile coinvolgimento di Putin. Analoga diffidenza viene registrata a Parigi, Pechino e Mosca, dove si teme che l’organismo finisca sotto il controllo diretto di Trump, ridimensionando di fatto il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il diritto di veto dei suoi membri permanenti.
Anche diversi Paesi più piccoli, che vedono nelle Nazioni Unite il principale forum multilaterale, guardano con sospetto all’iniziativa.
Formalmente, il Board of Peace nasce per coordinare la ricostruzione della Gaza del dopoguerra. Ma lo statuto, redatto dalla Casa Bianca, va oltre: l’obiettivo è «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», senza limiti geografici espliciti.
La presentazione politica è stata accompagnata da una forte impronta economica. Dopo l’introduzione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha lodato la capacità di Trump di «rendere trattabile ciò che sembrava irrisolvibile», e l’intervento emotivo dell’inviato speciale Steve Witkoff, la scena è stata dominata da Jared Kushner. Il genero del presidente ha illustrato un piano in 20 punti per Gaza con un linguaggio da sviluppatore immobiliare: slide, rendering e titoli come «New Gaza» e «Prosperity» hanno trasformato la pacificazione in un vero e proprio masterplan economico. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», ha spiegato, invitando gli investitori presenti a cogliere le «incredibili opportunità».
Trump ha inoltre chiesto ai Paesi che aspirano a un seggio permanente nel consiglio di contribuire con un miliardo di dollari ciascuno. «Farà il lavoro che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare», ha dichiarato, difendendo l’ipotesi di un ruolo per la Russia. Da Mosca, Putin ha risposto aprendo alla possibilità di versare un miliardo di dollari, a condizione di poter utilizzare beni russi congelati, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.
Nei principali Paesi occidentali lo scetticismo resta diffuso. Anche Germania Norvegia, Svezia e Svizzera hanno già escluso l’adesione, mentre l’Italia di Giorgia Meloni si trova di fatto bloccata da vincoli costituzionali. Altri governi preferiscono attendere, ma il debutto del Board of Peace ha già aperto una frattura significativa nel sistema multilaterale tradizionale.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Come noto, infatti, un imprenditore locale, mesi fa, aveva messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in cui i Trevallion avrebbero potuto stabilirsi gratuitamente in attesa che la loro abitazione fosse rimessa a nuovo. Ma, invece di consentire che la famiglia si riunisse sotto un tetto comune, il tribunale ha deciso di tenerla separata: il padre da una parte, i figli e la madre dentro la casa protetta, a loro volta separati. In pratica, i contribuenti pagano per fare soffrire ancora genitori e figli.
Purtroppo non è finita qui. Oggi, era noto da tempo, avrebbe dovuto prendere il via la perizia psicologica sui genitori richiesta dal tribunale e affidata all’esperta Simona Ceccoli. Sono settimane che questa data è fissata, eppure le istituzioni sono riuscite in un miracolo: l’inizio della valutazione psicologica è stato ulteriormente rinviato. Motivo? Manca il traduttore che dovrebbe mediare fra la psicologa e i genitori. Il risultato è che la perizia partirà probabilmente la prossima settimana. E così siamo arrivati alla fine di gennaio senza nulla di fatto. A ciò va aggiunto che la Ceccoli avrà a disposizione 120 giorni per svolgere il suo complicato lavoro. Poi ci saranno valutazioni ulteriori ed è facile fare due conti: a meno di sorprese che non sembrano essere all’orizzonte, la famiglia nel bosco ha ancora davanti lunghi mesi di separazione. Mesi costosi, che se va avanti così dovranno continuare a pagare i contribuenti abruzzesi.
«Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», ha detto al Centro l’avvocato Danila Solinas, difensore dei Trevallion, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati e, anzi, ampliare il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». L’avvocato ha pienamente ragione; è possibile che si continui a prolungare l’agonia di questa famiglia per ragioni così stupide? Davvero non era possibile trovare un traduttore che si presentasse nel giorno stabilito visto che c’erano settimane a disposizione?
Ora l’associazione Sos utenti fa sapere di essere disposta a fornire gratuitamente la collaborazione di una persona titolata. L’interprete individuata si chiama Paola Pica, dalla provincia di Teramo, «già consulente e traduttrice nei tribunali di Roma e provincia, nonché insegnante di lingua italiana presso varie ambasciate straniere». Chissà, magari si sarebbe potuta coinvolgere prima questa associazione per evitare di perdere tempo.
Per altro non è nemmeno la prima volta che accade qualcosa di simile. Anche con la maestra ci sono stati problemi. Ne era stata individuata una, poi non si è presentata nel giorno stabilito e la tutrice Maria Luisa Palladino ne ha dovuta reclutare un’altra. Nel frattempo, i piccoli sono rimasti da novembre a gennaio senza istruzione: ben peggio di quanto accadeva quando stavano a casa con i genitori. Senza contare che la stessa curatrice e, in seguito, pure la nuova insegnante hanno rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo fornendo al grande pubblico informazioni sui bambini che avrebbero dovuto rimanere riservate.
In tutto questo tempo, i Trevallion hanno dimostrato una tenuta psicologica straordinaria. Hanno cercato di mediare con il tribunale e hanno accettato di vaccinare i figli. Imposizione, quest’ultima, non necessaria né obbligatoria. Ma, a quanto pare, la tutrice Palladino intende imporre ai Trevallion di mandare i bambini alla scuola pubblica, anche se l’homeschooling in Italia è legale.
Tutto questo avviene di fatto nel disinteresse generale. È vero che sulla famiglia nel bosco escono ancora articoli di giornale e servizi televisivi, ma i Trevallion continuano a essere in balia dell’arbitrio del tribunale. Hanno subito un ricatto disgustoso, si sono dovuti piegare e, nonostante questo, la loro disponibilità non è stata presa in considerazione per mesi. Per paradosso, anche se la famiglia venisse riunita domani, il danno sarebbe già stato fatto e quanto accaduto finora sarebbe comunque da considerare una profonda ingiustizia commessa nei riguardi di genitori che non hanno maltrattato i figli ma hanno la sola colpa di essere un po’ strani. Una colpa che il tribunale dell’Aquila li costringe a scontare amaramente.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti