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2023-08-04
Il Colle riesuma lo stato d’emergenza: «Agire ora, crisi climatica esplosiva»
Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie.
L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar.
I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma.
Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.
È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.
A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.
Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti.
Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica.
I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.
Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.
Inaudito: arrivano i temporali estivi
È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania.
Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo.
Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi.
Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile.
Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
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Il capo dello Stato rientra a gamba tesa e, con cinque omologhi mediterranei, firma un appello per misure urgenti e per «educare» l’opinione pubblica: «Non c’è più tempo per i compromessi politici ed economici».Come spesso accade d’estate, il ciclone Circe spazzerà via la canicola, portando precipitazioni intense in alcune regioni. Allerta arancione in Lombardia e Marche.Lo speciale contiene due articoli.L’appellite è la malattia infantile dell’ecocomunismo. Dopo quello alla stampa degli scienziati, capitanati dal Nobel Giorgio Parisi, e quello degli accademici dei Lincei, che esortano l’Italia ad adottare «un piano energetico e ambientale» perché le sue emissioni di CO2 superano la media globale, ieri è arrivato l’appello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, vergato con la consueta concitazione apocalittica: «Non c’è più tempo da perdere». Motivo per il quale sarà tornato utile riesumare il lessico del Covid, con l’inquietante riferimento allo «stato di emergenza climatica». E meno male che doveva essere un infido complottista, chi temeva che lo scempio delle libertà civili, perpetrato durante la pandemia, potesse fungere da apripista per future soverchierie. L’inquilino del Quirinale, forse riavutosi dalla sorpresa per le «tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme» climatico, ha firmato una nota insieme agli altri capi di Stato dell’area mediterranea, riunti nel gruppo informale di Arraiolos: si tratta del croato Zoran Milanovič, della greca Katerina Sakellaropoulou, del maltese George Vella, del portoghese Marcelo Rebelo de Sousa e della slovena Nataša Pirc Musar. I sei leader europei parlano di una crisi che «ha raggiunto dimensioni esplosive» e rilanciano la surreale tirata del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, sull’«ebollizione globale». Una scelta che cozza con il consueto piglio moderato dell’uomo che abita sul colle più alto di Roma. Con notevole disinvoltura, tra gli effetti dello sconvolgimento planetario, i presidenti includono gli incendi, dei quali ormai si discetta manco fossero il risultato di autocombustione, anziché di atti colposi e dolosi. Fatto sta che Mattarella e i suoi omologhi invitano «a prendere iniziative urgenti ed efficaci»; ad «adottare politiche concrete» per «arrestare e invertire» la catastrofe; e non solo a «sensibilizzare l’opinione pubblica», ma addirittura a «educare» all’etica della responsabilità ambientale.È un’esortazione che aiuta a chiarire il senso dello «stupore» quirinalizio nei confronti dei dissidenti: ormai è tabù avanzare dei dubbi non solo sull’incidenza del contributo umano al riscaldamento globale, ma addirittura sulle soluzioni pratiche al problema. O si ingurgita il Green deal, o sarà una strage. Non serve preoccuparsi della deindustrializzazione, del depauperamento delle classi medie, del pericolo di dipendenze strategiche dagli avversari geopolitici, o del banalissimo dato per cui tre quarti del mondo continueranno a inquinare. Né ci si deve lasciar sedurre dal sospetto che l’autentica minaccia alla «nostra vita quotidiana» e al «nostro stile di vita» provenga, più che da canicola e grandinate, da questo tremendo euromaoismo verde. Il buon cittadino è il cittadino che spegne il cervello. La retorica allarmistica sta così facendo piazza pulita sia del senso profondo dell’impresa scientifica, sia della missione che dovrebbe avere la politica.A tal proposito, lascia di stucco un passaggio del documento, nel quale i capi di Stato tuonano: «Non c’è più tempo per scendere a compromessi per ragioni politiche o economiche». È un modo più elegante per esprimere il concetto che Giuliano Amato ha reso in maniera brutale: non si può attuare una «transizione graduale» e, pur di non «perdere la Terra», bisognerà rassegnarsi a perdere soldi.Non per essere puntigliosi, ma credevamo che i presidenti della Repubblica fossero dei politici. E l’essenza della politica è quella che lo storico britannico Elie Kedourie ha ben descritto: non una «lotta per i principi», bensì la «infinita ricomposizione di pretese in conflitto». La politica è l’arte del possibile; se si elimina la liceità del compromesso, essa viene meno. Ed è sostituita dai comandi del più forte, all’uopo spacciati per inderogabili necessità, definite dalla classe degli esperti. Quello che sostengono, certo in buona fede, Mattarella e i suoi colleghi stranieri, è la premessa ideologica per un mutamento radicale del significato della democrazia: se non c’è tempo per il confronto, per gli accordi, per la discussione - la quale, anzi, appare «sorprendente» - allora non c’è spazio per la politica democratica. I capi dello Stato mediterranei evocano l’emergenza. Ma seguendo fino in fondo la loro logica, andiamo persino oltre l’esercizio arbitrario dell’autorità. In fondo, come aveva compreso il giurista tedesco Carl Schmitt, l’atto più eminentemente politico è proprio la decisione sullo «stato d’eccezione»: il «sovrano» è colui che, di fatto, sa riportare l’ordine nel caos, ma è pure la figura che ha la facoltà di sospendere l’ordine legale e imporre la sua volontà. Qui siamo arrivati al mascheramento dei rapporti di potere: lo dice la scienza e l’alternativa è morire. Non sono ammissibili repliche.Dunque, vista la portata delle affermazioni contenute nell’appello sulla crisi climatica, sorge qualche perplessità sull’interpretazione del suo ruolo che dà Mattarella. Non sarà che la felpata «moral suasion» del Colle sta sconfinando nel pressing asfissiante, se non nell’intervento a gamba tesa? Costituzione alla mano, risulta che il presidente della Repubblica svolga funzioni d’indirizzo rispetto all’operato del governo? Sono opportune, tali sortite, mentre si negoziano provvedimenti epocali, tipo la direttiva Ue sulle case? Troppe domande? Troppi dubbi? Be’, noi il cervello non lo spegniamo. Lavora quasi a emissioni zero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colle-stato-emergenza-crisi-climatica-2662732814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="inaudito-arrivano-i-temporali-estivi" data-post-id="2662732814" data-published-at="1691130013" data-use-pagination="False"> Inaudito: arrivano i temporali estivi È di nuovo allerta meteo. Nella giornata di oggi il ciclone Circe spazzerà definitivamente via Caronte dallo stivale italico, con le temperature medie che potrebbero scendere di oltre dieci gradi. Sono previsti rovesci e temporali su buona parte del Nord e anche sul Centro Italia, con rischi concreti di fenomeni violenti, come grandine e colpi di vento. La perturbazione dovrebbe partire già dalla mattina presto nelle regioni settentrionali, per poi interessare, nel corso della giornata, anche il Centro e, in serata, alcune aree del Meridione, in particolare la parte occidentale della Sicilia e la Campania. Cambiano pertanto anche i colori dei bollini emanati dal ministero della Salute per l’emergenza delle ondate di calore: oggi solo una, Campobasso, sarà la città con bollino rosso. Lo stesso dicasi per i bollini arancioni, con la sola Bari segnalata. Altro discorso, invece, per i colori dell’allerta maltempo. Nella giornata di ieri, la Protezione civile ha dichiarato l’allerta arancione nelle Marche e su gran parte della Lombardia, mentre è stata valutata l’allerta gialla su Lazio, Umbria, Abruzzo, alcune aree della Toscana, Marche, parte dell’Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e province autonome di Trento e Bolzano. L’allerta arancione (moderata criticità) interessa soltanto il rischio temporali, non invece il rischio idraulico o quello idrogeologico, che al massimo raggiungono il livello giallo (ordinaria criticità) in alcune aree. Si tratta del massimo dell’allarme per quanto riguarda il rischio temporali, per cui «non è prevista la criticità/allerta rossa perché, in questo caso, tali fenomeni sono associati a condizioni meteo perturbate intense e diffuse che già caratterizzano lo scenario di criticità/allerta idrogeologica rossa. Anche gli effetti e i danni prodotti sono gli stessi». Stanti così le cose, il livello di allerta diramato dalla Protezione civile non dà adito ad allarmismi. Nell’estate che sarebbe la più calda di sempre, assistiamo quindi a un netto calo delle temperature. Un fenomeno di cui si parlerà molto, visto che il meteo - spesso confuso con il clima - è il tema che sta tenendo banco, più della guerra e più della crisi economica. Nei mesi estivi, a onor del vero, assistiamo frequentemente a lunghi periodi di caldo interrotti da bruschi cali termici e temporali, ma non si può negare che quest’anno si siano registrati fenomeni particolarmente inusitati e violenti. Secondo le previsioni dei meteorologi, sussiste il rischio che si verifichino eventi estremi come grandini e colpi di vento, quindi è consigliata prudenza. Ma senza eccessivi allarmismi, almeno stando a quanto diramato dalla Protezione civile. Che sia il clima a essere impazzito oppure i meteorologi, vista la moda di affibbiare nomi di creature mitologiche ai fenomeni atmosferici, speriamo di superare Circe indenni, già curiosi di scoprire quale nuovo mostro ci toccherà affrontare, dopo il traghettatore dell’Ade e la maga che trasformò in maiali i compagni di Ulisse.
L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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