Shehbaz Sharif (Ansa)
Il primo ministro Shehbaz Sharif: «Islamabad è a disposizione per risolvere le ostilità».
Il Pakistan nei prossimi giorni potrebbe diventare il terreno di confronto fra Iran e Stati Uniti, dove aprire un tavolo di trattative dopo 27 giorni di guerra. La nazione asiatica fa anche parte del gruppo di stati come Cina, Malesia e India che stanno cercando di trovare una soluzione per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz.
Islamabad vanta un rapporto molto forte con l’amministrazione di Donald Trump, grazie soprattutto al brigadier generale Asim Munir, comandante in capo delle forze armate del paese asiatico. Munir è particolarmente vicino ai vertici militari del Pentagono e anche allo staff del tycoon americano. Negli ultimi mesi il generale pachistano ha incontrato più volte inviati di Washington e a giugno 2025 è stato il primo capo militare del Pakistan ad essere ricevuto alla Casa Bianca, non in veste di leader politico. In questo colloquio Trump aveva pubblicamente lodato la profonda conoscenza di Munir della realtà iraniana ed i due si sarebbero sentiti telefonicamente anche la settimana scorsa. Dopo questo incontro il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dimostrando concretamente come il Pakistan possa fare da tramite fra i due.
Islamabad infatti continua ad avere rapporti stabili anche con Teheran, nonostante una presa di posizione particolarmente dura dopo l’attacco contro l’Arabia Saudita, nazione con cui il Pakistan ha siglato un accordo di mutua difesa, anche nucleare. Nel 2024 si erano verificati una serie di attacchi lungo il confine fra Iran e Pakistan, ma quella volta era stata la Cina a mediare una tregua. Un ruolo crescente quello pachistano, come sottolinea Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri. «Se le parti lo desiderano, Islamabad è disposta ad ospitare dei colloqui significativi e conclusivi tra Stati Uniti e Iran, per una soluzione globale che ponga fine alla guerra in Medio Oriente. Siamo una grande nazione, rispettata da tutti e accogliamo con grande favore gli sforzi per perseguire il dialogo con l’obiettivo di porre fine allo scontro e per la stabilità di tutta la regione».
Alcuni media turchi hanno riportato la notizia che una delegazione statunitense dovrebbe arrivare in Pakistan entro due o tre giorni per aprire colloqui con l’Iran, una sorta di sherpa da entrambe le parti per capire se ci sia spazio di manovra. «Non ho nessun commento sul possibile arrivo di inviati da Washington in questi giorni, ma posso dire che la diplomazia ed i negoziati spesso richiedono che certe questioni vengano affrontate con estrema discrezione e per questo motivo invito i media ad evitare ogni tipo di speculazione che potrebbe danneggiare il percorso che stiamo faticosamente avviando. Il Pakistan è in prima linea per far terminare la guerra, possiamo e vogliamo essere un ponte e lo facciamo perché il Medio Oriente possa trovare finalmente una pace definitiva».
Per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto. Ti avrebbe già informato il Pakistan di ritenere inaccettabile il piano in 15 punti proposto dal presidente statunitense, ma la diplomazia pachistana continua a lavorare. Il suo ruolo da mediatore sarebbe visto molto negativamente dallo storico nemico indiano.
Nonostante la soluzione del conflitto avvantaggerebbe anche Nuova Delhi, garantendole la sicurezza dei rifornimenti energetici, il successo di Islamabad farebbe naufragare la strategia di isolamento del rivale che il Primo ministro indiano Narendra Modi persegue da tempo. L’India ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti ad inizio febbraio che alleggerisce i dazi sui prodotti indiani, ma se il Premier Shehbaz Sharif riuscirà a farsi garante del cessate il fuoco, il peso pachistano crescerà enormemente, sia a livello regionale che globale.
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Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Ansa)
Dopo essersi detto già in mattinata a disposizione, il senatore lascia la guida del gruppo azzurro a Palazzo Madama. Alle 16.30 la riunione per il successore: in pole Stefania Craxi, nome gradito anche da Marina Berlusconi.
Maurizio Gasparri si avvia a lasciare la guida del gruppo di Forza Italia al Senato al termine di una giornata segnata da un’accelerazione politica maturata già nelle prime ore del mattino. Lo stesso Gasparri, infatti, aveva fatto capire di essere a disposizione e di non voler aprire un braccio di ferro interno, mentre nel partito prendeva corpo la richiesta di un cambio alla guida dei senatori azzurri dopo la disfatta al referendum sulla giustizia.
Alle 16.30 è stata convocata la riunione del gruppo di Forza Italia a Palazzo Madama con all’ordine del giorno proprio le dimissioni dell’attuale capogruppo e l’individuazione del successore. La scelta, salvo sorprese, dovrebbe cadere su Stefania Craxi, presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato, indicata da ore come il nome più accreditato per raccogliere il testimone.
A spingere verso il cambio è stata anche una lettera firmata, secondo quanto si apprende da fonti parlamentari azzurre, da 14 senatori sui 20 complessivi del gruppo. Tra i firmatari figurano anche i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati. Nel documento, in sintesi, si sottolinea come, per preservare l’unità del partito, sia opportuno sostituire il capogruppo a Palazzo Madama.
Secondo quanto emerso nelle stesse ore, a Gasparri sarebbero state concesse 48 ore per gestire l’uscita. Il diretto interessato, interpellato sulla vicenda, ha mantenuto un profilo prudente e non ha voluto alimentare polemiche: “Non ho nulla da dichiarare”, si è limitato a dire.
Il passaggio di consegne, atteso nel pomeriggio, viene letto dentro un riassetto degli equilibri interni di Forza Italia al Senato. E il nome di Stefania Craxi, che da tempo gode di un profilo riconosciuto nel partito, viene indicato anche come una scelta sostenuta, a quanto pare, da Marina Berlusconi.
La riunione delle 16.30 è dunque destinata a chiudere una giornata di forti tensioni ma anche di ricomposizione, con Forza Italia impegnata a serrare i ranghi e a definire un nuovo assetto della sua rappresentanza a Palazzo Madama.
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Gianluigi Paragone analizza il terremoto politico post-referendario e le dimissioni di Delmastro e Santanchè. Il cuore del problema è la tenuta reale dell’esecutivo. «A chi serve un governo che dura cinque anni se non risolve il caro vita, l’energia e la crisi delle piccole imprese?».
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
La trattativa con l’Iran c’è, però invia marines. E Israele bombarda.
Il solito Donald Trump: cos’ha davvero in mente rispetto alla guerra in Iran? Parla di negoziati, di chiusura delle ostilità, di negoziatori in azione, di un Iran dialogante… Poi però ecco una nuova spia rossa che si accende sui radar della guerra, un nuovo reclutamento con revisione delle regole e anche l’invio di altri soldati. E allora sembra di ritornare alla vigilia dell’attacco a Teheran di fine febbraio quando i negoziati nella neutrale Svizzera suggerivano altri scenari; invece sono arrivate le bombe del mattino, i raid e l’uccisione, tra gli altri, della Guida Suprema Khamenei.
Lo scenario attuale non pare troppo dissimile da allora, visto che nelle ultime ore la Casa Bianca informava di trattative in corso con tanto di primi punti da discutere, intervallate da ultimatum sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Invece - come dicevamo - oltre alla decisione di dispiegare altri duemila soldati paracadutisti della ottantaduesima Divisione («per fornire al presidente Trump ulteriori opzioni militari mentre valuta una iniziativa diplomatica con l’Iran», spiegano al Pentagono), arriva la notizia di nuove regole di reclutamento approvate e diffuse con urgenza, per effetto delle quali la platea dei volontari interessati a indossare l’uniforme si allarga a 42 anni e sana le condanne per possesso e consumo di marijuana. La questione riguarda appunto una «expedited revision dated 20 March 2026» a proposito della «Regular Army and Reserve Components Enlistment Program»: in poche parole una manciata di regole rivedute e corrette al fine di aumentare la forza militare, le quali saranno effettive a partire dal 20 aprile.
A questo punto la domanda è: per fare cosa, visto che circa 4.500 marines sono già in viaggio verso la regione, e il numero totale di truppe di terra aggiuntive inviate nella zona di guerra dall’inizio del conflitto si attesta a quasi 7.000 unità? La risposta pare abbastanza chiara per quanto preoccupante: serve per rendere possibile su larga scala la strategia degli «scarponi sul campo». Se così fosse - e molti analisti non hanno più dubbi in merito - bisognerà rivedere i tempi dell’operazione e i relativi risvolti internazionali in termini di geopolitici ed economico-finanziari. Ovviamente vale anche per l’Europa e il governo italiano.
Le cronache americane ci parlano di un bivio cruciale per Donald Trump: seguire il piano radicale nella testa di Netanyahu oppure trovare la migliore via d’uscita per levarsi dal pantano, dichiarare una vittoria e riscuotere il dividendo alle elezioni di mid-term. I margini di manovra però sono tutt’altro che agevoli: ad oggi il rischio più plausibile è che per qualsiasi passaggio futuro sullo scacchiere mediorientale, gli Usa dovranno fare i conti con il regime iraniano, la cui eliminazione - stando al Pentagono - passa inevitabilmente dalla invasione via terra, quindi dall’invio di centinaia di migliaia di soldati, col rischio di ritrovarsi nella campagna elettorale con le bare avvolte dalla bandiera a stelle e strisce scaricate dagli aerei. E poi l’incremento della spesa da destinare alla Difesa: almeno 200 miliardi di dollari solo per i primi cento giorni. In mezzo ad una crisi energetica devastante che si scarica sulla working class bianca, l’ex (?) elettorato di Donald Trump. E veniamo al dato politico.
Le regole del nuovo reclutamento aprono uno scenario che, al momento, sembra presagire un attacco di terra e quindi un allungamento dei tempi, cioè l’opposto di quel che l’elettorato Maga vorrebbe e soprattutto voleva. Prova ne è che nelle elezioni suppletive che si sono tenute il 10 e il 24 marzo in Florida (un distretto di indubbia fede repubblicana) hanno vinto i due esponenti democratici: addirittura Emily Gregory ha sconfitto il candidato del presidente proprio a Mar-a-Lago, residenza trumpiana per eccellenza.
Oltre alle recenti sconfitte nell’urna, Donald Trump deve fare i conti con sondaggi mai così impietosi da quando si è avventurato nelle guerre, dando così ragione a quella parte del mondo Maga che non si nasconde più e parla apertamente di una presidenza sotto ricatto di Netanyahu.
E allora arriviamo anche ai risvolti che la crescente impopolarità di Donald sta creando nei Paesi guidati da «leader amici», come nel caso della Meloni in Italia (e vedremo Orbán in Ungheria). L’aspetto più contestato è proprio la nuova postura bellica della Casa Bianca, inattesa e soprattutto mal vista. L’idea di un allungamento dei tempi con l’invio di truppe di terra rischia di terremotare ancor più il mercato energetico e allargare la crisi.
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