Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo le pressioni seguite alla mancata qualificazione ai Mondiali, Gravina si dimette e fissa le elezioni al 22 giugno. Per la successione circolano i nomi di Abete, Malagò e Marani, con Albertini più defilato. Lascia anche Buffon: «Atto di responsabilità».
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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Federica Anghinolfi (Ansa)
Il sostituto procuratore fa appello dopo il giudizio in primo grado: «Dal Tribunale una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà». Altro che «montatura della destra».
Lo abbiamo scritto più volte e ne siamo ancora particolarmente convinti. Il sistema Bibbiano esisteva eccome, a prescindere dalle sentenze e dalle condanne in tribunale. Esisteva un sistema culturalmente sbagliato, fondato su presupposti ideologici che hanno generato allontanamenti ingiusti di minori dalle loro famiglie. E infatti, guarda un po’, tutti quei minorenni sono in effetti stati restituiti ai loro genitori. Poi certo, lo sappiamo bene: la sentenza di primo grado del processo Angeli e demoni formulata mesi fa dal tribunale di Reggio Emilia non è stata delle più severe, tutt’altro.
La Corte d’Assise presieduta da Sara Iusto era chiamata a decidere la sorte di 14 imputati per cui erano state chieste condanne per complessivi 73 anni di carcere. I reati in ballo erano pesantissimi: frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso. Ma la montagna ha partorito un topolino: solo due le condanne notevoli: Federica Anghinolfi, figura centrale dell’inchiesta che un tempo era al vertice dei servizi sociali della Val d’Enza ha preso due anni, anche se la pm ne aveva chiesti complessivamente quindici. Per il suo braccio destro Francesco Monopoli è arrivata una condanna a un anno e otto mesi di reclusione (anche se ne erano stati richiesti 12): pena sospesa per entrambi. Flaviana Murru, assistente sociale, è stata invece condannata a 8 mesi. Un esito che ha galvanizzato tutti coloro che dall’inizio hanno cercato di smontare l’inchiesta in nome del garantismo. Peccato che quel garantismo lo applicassero soltanto agli imputati e non alle famiglie smembrate dal tribunale dei minori.
Ora a quanti hanno urlato che il caso Bibbiano è stato soltanto una montatura della destra risponde Valentina Salvi, sostituto procuratore di Reggio Emilia che ha presentato appello contro la sentenza di primo grado. Il suo ricorso è un cumulo di oltre 2.400 pagine e di altre 5.000 e passa di allegati, per impugnare 39 capi di imputazione che riguardano le posizioni di dieci imputati. Oltre ai tre già citati professionisti condannati (Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli e Flaviana Murru), le Procura ha ripreso in mano le storie delle madri affidatarie Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, delle assistenti sociali Annalisa Scalabrini e Sara Gibertini, della psicoterapeuta Nadia Bolognini e delle psicologhe Imelda Bonaretti e Federica Alfieri. Come riporta l’agenzia Dire, poi, «la Procura di Reggio chiede tra l’altro che venga riconosciuta l’aggravante della valenza pubblica degli atti nel reato di falso (cosa che non è avvenuta nel primo processo)». Non solo. Il sostituto procuratore contesta una «visione atomistica» delle singole condotte delittuose, cioè sembra sostenere che non sia stato compreso fino in fondo il meccanismo che operava a Bibbiano e dintorni. Secondo Salvi, i giudici di primo grado hanno commesso errori «sconcertanti». Il tribunale, a suo dire, è stato guidato «da una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti». Il sostituto procuratore afferma che «in numerosi passaggi il tribunale, a fronte di un quadro probatorio chiarissimo in termini di responsabilità penale degli imputati, pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni, si avventura in terreni scivolosi e in ricostruzioni del tutto fantasiose dei fatti, tanto da risultare addirittura sorprendenti poiché finisce per rendere conclusioni del tutto soggettive e completamente disancorate rispetto ai dati emersi durante l’istruttoria dibattimentale». Le parole di Salvi sono durissime. Dice di avere provato sconforto di fronte alla sentenza di primo grado, e sostiene che le assoluzioni si siano basate su «circostanze mai avvenute». Poi la procuratrice continua a picchiare duro, commentando allibita i passaggi della sentenza in cui il tribunale «quasi in termini di veggenza, sembra addirittura addentrarsi nell’analisi degli stati d’animo degli imputati, arrivando in alcuni casi addirittura ad immaginare cosa questi ultimi stessero pensando al momento della commissione dei fatti (superando anche le pretese difensive in quanto si tratta di circostanze mai menzionate dagli imputati), fornendo interpretazioni del tutto irrealistiche delle loro volontà, in realtà interamente immaginate, con la finalità di escludere l’elemento soggettivo del reato».
Chiaro: per quanto ruvide, queste frasi provengono dalla penna di un sostituto procuratore, cioè dell’accusa che ha deciso di appellare una sentenza chiaramente non gradita. Resta però un punto fermo: su Bibbiano c’è ancora molto da dire, e da elaborare. Ci sono fatti allucinanti che hanno condotto a condanne lievi, ma che non possono lasciare indifferenti, che non si possono liquidare in fretta. Sostenere che a Bibbiano non sia mai successo nulla di grave è profondamente sbagliato. Primo perché i fatti dimostrano il contrario. E secondo perché quella vicenda è purtroppo emblematica delle storture della giustizia minorile, le stesse che emergono nel caso della famiglia nel bosco. Continuare a fingere che non esistano è ipocrita, ed è una ulteriore violenza nei riguardi delle prime vittime di tutto ciò: bambini e bambine
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Imagoeconomica
Il pm non deve più prendere notizia dei reati di propria iniziativa e serve un freno alle misure di custodia cautelare: soltanto così si può mitigare la delusione degli elettori dopo il No al referendum.
Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
Ha perfettamente ragione l’ottima Silvana De Mari nell’affermare, come ha fatto su La Verità del 30 marzo scorso, che ora più mai, proprio a seguito della vittoria del No nel referendum, occorre mettere in primo piano l’esigenza di una vera riforma del «sistema giustizia», finalizzata soprattutto a impedire o, quanto meno, a rendere più difficile, l’attualmente troppo frequente verificarsi di casi di «mala giustizia» quali, in particolare, la privazione, anche per lunghi periodi, della libertà personale a carico di soggetti che, all’esito del giudizio, risultano poi non colpevoli.
Obiettivo, questo, sul quale si dovrebbe particolarmente insistere siccome idoneo, più di ogni altro, a far presa sulla pubblica opinione. Al che può aggiungersi che costituisce «mala giustizia», facilmente percepibile come tale dalla pubblica opinione, anche l’altrettanto frequente e deprecabile fenomeno costituito dall’instaurazione, pur senza adozione di misure privative della libertà personale, di processi di cui, fin dall’origine, dovrebbe capirsi che non siano destinati a concludersi - come poi, in effetti, non si concludono - con una pronuncia di condanna, pur avendo chiesto (come avviene in molte occasioni) l’impiego di ingenti risorse materiali ed umane. Il processo, infatti - come si insegnava un tempo - costituisce di per sé una pena, specie per chi non è abituato a esservi sottoposto, per cui dev’essere instaurato e, soprattutto, portato avanti solo quando possa ritenersi pressoché scontato che si concluda con una condanna.
A tali storture occorrerebbe, dunque, cercare, fin da subito, di porre, per quanto possibile, rimedio sfruttando l’ultimo scorcio della corrente legislatura, in modo da poter presentare, alla scadenza elettorale, dei risultati concreti. E, a tal fine, potrebbero essere sufficienti, almeno per cominciare, solo un paio di semplici modifiche da apportare, con legge ordinaria, al codice di procedura penale.
La prima, e fondamentale, di tali modifiche, dovrebbe avere ad oggetto l’articolo 330, dal quale occorrerebbe espungere la previsione che il pubblico ministero possa prendere notizia dei reati anche di propria iniziativa. Tale previsione era assente nel vecchio codice, rimasto in vigore, con varie modifiche, fino al 1988. In esso la figura del pubblico ministero era concepita, sostanzialmente, come quella di un semplice destinatario delle notizie di reato che potevano pervenirgli, oltre che dagli organi di polizia o da pubblici ufficiali che ne fossero venuti a conoscenza nell’esercizio e a causa delle loro funzioni, anche da qualsiasi privato cittadino. Di tali notizie, nessuna esclusa, egli doveva effettuare il vaglio critico e assumerne, quindi, per così dire, la «gestione», verificandone la fondatezza sotto il profilo tanto giuridico quanto probatorio per quindi decidere, all’esito di tale verifica, se chiedere l’archiviazione, il proscioglimento o il rinvio a giudizio.
E proprio nel presupposto che tale fosse la funzione del pubblico ministero fu stabilito, con l’articolo 112 della Costituzione, che egli avesse «l’obbligo di esercitare l’azione penale»; obbligo da intendersi, ovviamente - come messo in luce da tutti i migliori commentatori - non nel senso che a ogni indagine dovesse necessariamente seguire l’esercizio dell’azione penale, ma nel senso che da tale esercizio il pubblico ministero non potesse esimersi, una volta che avesse acquisito elementi tali da rendere plausibile l’ipotesi accusatoria. L’aver consentito al pubblico ministero, con il codice di procedura attualmente vigente, di esercitare, a suo piacimento, una sorta di «caccia ai reati», scegliendone preventivamente il tipo e individuando il terreno più favorevole perché la caccia risulti fruttuosa, ha fatto sì che egli possa fruire di una amplissima sfera di insindacabile discrezionalità. E questa, fatalmente, finisce per assumere anche connotazioni politiche, se non altro nel senso che si traduce in indirizzi di «politica criminale» che, come tali, dovrebbero essere, invece, di competenza esclusiva del potere politico, il quale ne assume, quindi - a differenza del pubblico ministero, che ne va esente - la relativa responsabilità, mentre dovrebbe spettare al pubblico ministero solo la gestione, secondo le norme di legge, di ogni singolo caso portato a sua conoscenza.
A ciò si aggiunga che, per via di un facilmente comprensibile meccanismo psicologico, il pubblico ministero che ritenga di aver scoperto, di sua iniziativa, una notizia di reato, è pressoché irresistibilmente portato a «innamorarsene», per cui non si rassegna facilmente all’idea che essa possa rivelarsi infondata ma si intestardisce a farne riconoscere a tutti i costi il fondamento ed a perseguire, quindi, con ogni mezzo lecito (e, talvolta, anche illecito) l’obiettivo della condanna dell’incolpato; il che si traduce in un grave danno oltre che per quest’ultimo anche per la collettività dei cittadini, a carico della quale ricadono le spese del processo.
Altra semplice modifica dovrebbe, poi, essere quella consistente nello stabilire che l’adozione di misure cautelari, a cominciare dalla custodia in carcere, ora consentita, dall’articolo 273 del codice di procedura penale, alla sola condizione che sussistano a carico di chi sia accusato di un reato «gravi indizi di colpevolezza», sia invece consentita alla diversa e più stringente condizione costituita dalla «probabilità» - da dimostrarsi con adeguata motivazione - che il giudizio si concluda con pronuncia di condanna. Non può certo dirsi che con ciò sarebbe del tutto scongiurato il pericolo che misure cautelari vengano disposte a carico di soggetti che risultino poi non colpevoli, ma appare ragionevole aspettarsi che esso potrebbe essere notevolmente ridotto, sempre che della nuova norma si faccia corretta e rigorosa applicazione.
È probabile che, specialmente avverso la prima delle due proposte, sinistra politica e magistratura associata rinnoverebbero la loro alleanza per sostenere, pur senza fondamento, che lo scopo perseguito sarebbe soltanto quello di impedire al pubblico ministero di mettere il naso nelle stanze del potere. Ma è un rischio che vale la pena di correre, correndosi altrimenti il rischio, ancora maggiore, che il governo, restando inerte, deluda l’aspettativa nutrita, nonostante tutto, da gran parte dell’opinione pubblica, che contro quella che viene fortemente avvertita come «malagiustizia» in danno soprattutto dei comuni cittadini, si adottino iniziative dalle quali ci si possa ragionevolmente attendere, in tempi brevi, (più, forse, di quanto lo si potesse dalla riforma bocciata all’esito del referendum), un qualche tangibile risultato positivo.
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Dopo la delusione di Euro 2000, la Federcalcio tedesca ha lanciato il «Programma talenti» finanziando centri d’eccellenza diffusi dove monitorare i vivai. Lo scouting è centrale. Il mantra del modello scandinavo (in ascesa): fino a 13 anni niente tattica.
Quando Henry Ford invitò per la prima volta i dirigenti della Fiat a visitare la fabbrica di Detroit, Giovanni Agnelli disse ai suoi ingegneri in partenza: «Per favore nessun colpo di genio, copiate e basta».
Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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