2024-02-03
«Chip nel cervello, rischio hacker»
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Il test della Neuralink avvia una rivoluzione. Pierguido Iezzi (Swascan): «Pericoli per privacye cybersicurezza. Ma i neuro impianti potranno potenziare le prestazioni dei soldati».«È come se stessimo assistendo a un passaggio chiave nel cosiddetto Rinascimento digitale, in cui la tecnologia, al pari del recente focus sullo smart working durante la pandemia, sta ridefinendo il modo in cui percepiamo il mondo». Pierguido Iezzi, ceo di Swascan del gruppo Tinexta, spiega alla Verità quale sarà l’impatto del primo microchip in un cervello umano annunciato da Elon Musk.È stato impiantato il primo microchip in un cervello umano. Lo ha annunciato Elon Musk. Cosa cambia nel mondo dopo questa innovazione tecnologica? «Sono diversi i cambiamenti a cui andremo incontro e molteplici le sfide da affrontare. In primo luogo, la privacy: i Brain-Computer Interface (BCI) acquisiscono dati direttamente dal cervello. La capacità di interpretare i pensieri solleva interrogativi etici sulla riservatezza individuale e sulla sicurezza dei dati neurali, a rischio di accesso non autorizzato e di possibili manipolazioni. Oggi tutto questo appare fantascienza: al momento siamo solo nelle fasi embrionali, ma non è difficile immaginare, viste le recenti accelerazioni epocali nel campo dell’IA, che questa tecnologia possa subire una forte accelerazione. Essa è già diventata parte integrante di alcune società, come Cina, Spagna e Stati Uniti. In questo contesto, emergono tematiche cruciali legate all'integrità mentale, al neurohacking e al cambiamento delle percezioni cognitive, in uno scenario non lontano dal futuro distopico immaginato in “Strange Days”, un film di quasi trent’anni fa in cui gli individui potevano rivivere esperienze altrui tramite un –per l’epoca – bizzarro dispositivo tecnologico in grado di riprodurre e far percepire memorie di fatti vissuti: rivisto oggi, questo noir postmoderno fa molto riflettere. Un secondo aspetto etico cruciale riguarda il controllo e la manipolazione dei pensieri. Se i segnali cerebrali possono essere letti e interpretati, sorge la questione della libertà di pensiero e del rischio di coercizione attraverso interferenze con il cervello. La convergenza tra biologia e tecnologia può infatti avere implicazioni profonde in ambito di sicurezza. Questa nuova tecnologia fornisce la capacità di interfacciare direttamente il cervello con i sistemi informatici, potenziando notevolmente l’efficienza e la velocità del processo decisionale ma esponendo la mente ad attacchi informatici. Si può arrivare infatti ad immaginare lo sviluppo di sistemi capaci di hackerare il cervello umano per instillare falsi ricordi, carpire informazioni o addirittura assumerne il controllo, aprendo un nuovo fronte ai cyber attacchi. La sfida è bilanciare l'uso benefico di questa tecnologia con la salvaguardia delle libertà individuali.Detto questo, non si tratta solo di stabilire leggi e regolamenti, ma di anticipare e adattarsi in modo proattivo a una realtà che cambia rapidamente. L'impatto sociale e culturale dell'introduzione diffusa dei BCI sarà notevole, con radicali cambiamenti nelle dinamiche sociali, nella comunicazione umana e nelle concezioni culturali. È un invito a esplorare non solo i diritti e i rischi, ma anche il nostro ruolo nel plasmare il futuro di una società che abbraccia la convergenza tra mente umana e intelligenza artificiale».E a livello di cybersicurezza che rischi comporta farsi impiantare un link nel cervello? «Il trasferimento della tecnologia delle interfacce cervello-computer (BCI) dal laboratorio al mondo reale presenta sfide legate alla riservatezza, all'integrità e alla disponibilità di dati e sistemi, violabili da possibili cyberattacchi. Emergono due preoccupazioni specifiche. In primo luogo, le informazioni private di un individuo potrebbero essere ottenute senza consenso: esperimenti teorici hanno dimostrato la possibilità di estrarre codici PIN specifici dai segnali EEG registrati, indicando che la privacy potrebbe essere più vulnerabile rispetto alla sicurezza in applicazioni basate su BCI. Inoltre sono già stati simulati sperimentalmente diversi tipi di cyberattacchi, come il neuronal flooding, il neuronal scanning e il neuronal jamming, capaci di influenzare o addirittura inibire l’attività neuronale attraverso la BCI. In secondo luogo, il comportamento dell'utente potrebbe essere alterato agendo sull'attività cerebrale: con lo sviluppo di BCIs wireless in reti di prossima generazione come 6G, potrebbe esserci la possibilità di ricevere segnali non autorizzati capaci di influenzare il comportamento individuale o sociale».Sembra che migliaia di persone si fossero già messe in lista d'attesa per fare da cavie a Neuralink, l'azienda di neurotecnologie di Musk. Nonostante migliaia di animali fossero rimasti uccisi durante le sperimentazioni «Gli sforzi di Neuralink provocano polemiche per motivi che vanno oltre la persona di Musk, capace già di per sé di polarizzare l’attenzione. I test sugli animali, con oltre 1.500 decessi nei laboratori in sei anni di sperimentazione, hanno portato accuse di crudeltà. Molto clamore ha riguardato in particolare un test di sette anni fa che ha comportato "gravi difetti neurologici" per una scimmia: la colla fuoriuscita dall'impianto ha infiammato parti del suo cervello. Anche per questo motivo, per Neuralink non è stato facile ottenere l'approvazione della FDA, soprattutto per l'incertezza sugli effetti a lungo termine degli impianti cerebrali. In particolare, c'era e c'è ancora ambiguità riguardo al rischio di danni cerebrali permanenti causati dall'esposizione prolungata all'impianto e alla sua batteria. C'erano anche preoccupazioni che l'impianto potesse essere difficile da rimuovere, che i fili potessero spostarsi in diverse aree del cervello e che i chip potessero surriscaldarsi. Li Xiaojian, ricercatore presso l'Accademia cinese delle scienze, ha dichiarato che quando un elettrodo funziona male, rimuoverlo dal tessuto cerebrale è simile a inserire un ago nel burro e cercare di estrarlo. L'impianto N1 utilizza 1024 elettrodi. Se uno di questi elettrodi dovesse funzionare male, la rimozione o la sostituzione costituirebbe una manovra con un rischio significativo di danneggiare la corteccia cerebrale. Nonostante questo, sembra che l’aura di Musk sia stata sufficiente ad attirare “cavie”».In un futuro non troppo lontano potremmo muovere il mouse o la tastiera tramite il pensiero. Ma magari in futuro potremmo anche controllare armi o droni«Si sta già lavorando in questo campo. Anzi è stato da tempo ipotizzato. Oltre all’attivazione remota di strumenti offensivi, i BCI potranno essere usati anche per aumentare la tolleranza al dolore o l’aggressività dei soldati, entrando nel campo della wetwar. L’ibridazione diretta tra uomo e macchina, con lo sviluppo di cervelli biomeccanci, ci proietta in una nuova era in cui materia biologica e artificiale si fonderanno in individui potenziati, una specie di supersoldati capaci di attività fisiche e mentali letali per l’avversario. Le tecnologie arriveranno a modificare gli embrioni umani, creando donne e uomini geneticamente potenziati, con muscoli più forti, udito migliore e vista più acuta. Assisteremo a una corsa agli armamenti neurali, ad una militarizzazione sempre più spinta delle neurotecnologie. Del resto, sebbene alcune innovazioni e progressi tecnologici derivino da obiettivi più elevati - come la ricerca scientifica, il conseguimento di profitti commerciali o il miglioramento della qualità della vita individuale - il principale motore del rapido progresso tecnologico risiede nel massimo mantenimento delle capacità militari. L'escalation dei conflitti tecnologici tra nazioni accelera ulteriormente questo processo, con ogni nuova invenzione che segna un progresso significativo nell'arte della guerra. L'iperguerra, termine coniato da John R. Allen e Amir Husain, è un conflitto caratterizzato dal controllo algoritmico o dall'intelligenza artificiale, con decisioni umane ridotte al minimo. Nonostante le numerose preoccupazioni, incertezze e rischi associati, l'iperguerra è già iniziata, sebbene non ne siamo ancora pienamente consapevoli. Con l'ulteriore coinvolgimento dell'IA, le regole del campo di battaglia vengono riscritte da una mano incerta. Quelli in corso potrebbero essere gli ultimi conflitti in cui gli esseri umani mantengono il controllo decisionale. La tecnologia dei droni svolge un ruolo critico nella definizione delle capacità militari degli stati moderni, ma in parallelo il tema della velocità e dell’adattabilità è diventato il fulcro e caratteristica principale dei nuovi malware così come lo sfruttamento delle nuove vulnerabilità e zeroday».Trasformare un impulso cerebrale in un'azione cibernetica cosa potrebbe comportare a livello sociale, economico e politico? «Il cervello è il centro di coordinamento delle funzioni vitali e della mente umana: una volta coinvolto nel mondo cyber, è necessario definire nuovi "neurodiritti", che includono il diritto alla libertà cognitiva, alla continuità psicologica, alla privacy e all'integrità mentale, considerati essenziali per proteggere gli individui dagli impatti delle interfacce cervello-computer e di altre neurotecnologie. Il diritto alla privacy mentale dovrebbe proteggere dalle violazioni della riservatezza dovute dall'accesso non voluto alle informazioni neurali, mentre la continuità psicologica mira a preservare l'identità personale e la vita mentale da interferenze esterne non autorizzate. Il diritto all'integrità mentale protegge dalle manipolazioni illecite dell'attività mentale abilitate dalle neurotecnologie, e il diritto alla libertà cognitiva assicura la libertà di scelta e decisione nell'uso di queste tecnologie. A livello pratico, questi neurodiritti sono diventati strumenti di governance tecnologica e dibattito legislativo in vari paesi. Il Cile ha approvato leggi sulla neuroprotezione e sull'integrità mentale, mentre la Spagna ha incluso i neurodiritti nella sua Carta dei diritti digitali. A livello sovranazionale, organizzazioni come l'OCSE e il Consiglio d'Europa stanno affrontando le implicazioni delle neurotecnologie nei diritti umani. Affrontare queste sfide richiede un approccio proattivo, con un dibattito aperto e pubblico che coinvolga scienziati, giuristi e filosofi dell’etica insieme ai cittadini. Inoltre, sono necessarie risposte politiche calibrate per garantire equità, uguaglianza e la massima diffusione delle neurotecnologie, evitando l'accentuazione delle disuguaglianze socioeconomiche. La protezione della fiducia nella condivisione dei dati è essenziale attraverso regole chiare e l'applicazione ponderata dei neurodiritti. La sfida sociale di proteggere la dimensione mentale dell'essere umano richiede pertanto un bilanciamento tra l'innovazione tecnologica e la tutela dei diritti fondamentali».Sono diverse le aziende impegnate in questo campo. Può rappresentare il nostro futuro? «Questa tecnologia, sebbene avanzata, è solo agli inizi. In futuro, ci si aspetta che si sviluppino metodi meno invasivi per catturare l'attività elettrica cerebrale, comprese le applicazioni nell'uso della spettroscopia nell'infrarosso vicino e una migliore comprensione dei segnali EEG. Si prevede anche l'emergere di interfacce cerebro-cervello, consentendo effettivamente l'invio e la ricezione di messaggi telepatici. Questa tecnologia potrebbe persino estendersi al controllo dei corpi altrui. Le implicazioni etiche sono enormi, come il potenziale per decodificare i pensieri più personali di una persona. Tuttavia, la tecnologia offre anche un'enorme potenzialità positiva, dall'uso preciso del controllo di macchine al ripristino della mobilità per chi l'ha persa».Come per ChatGPT ancora una volta l'uomo sembra trovarsi impreparato a questo appuntamento, senza una normativa adeguata.«Il diritto, per sua natura, non è un processo rapido. Sarebbe sciocco puntare il dito sui regolatori. Attualmente, le normative sulla privacy e sull'applicazione di tecnologie neurali come quelle di Neuralink sono in fase di sviluppo e discussione. È probabile che l'introduzione di tali tecnologie solleciterà una revisione delle leggi esistenti per affrontare questioni legate alla protezione dei dati neurali, alla sicurezza e alla libertà di pensiero. Inoltre, la tecnologia di Neuralink potrebbe richiedere una regolamentazione più approfondita per garantire che gli impianti cerebrali siano utilizzati in modo etico e sicuro, evitando abusi o intrusioni nella sfera privata delle persone».
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La consulenza super partes parla chiaro: il profilo genetico è compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio. Un dato che restringe il cerchio, mette sotto pressione la difesa e apre un nuovo capitolo nell’indagine sul delitto Poggi.
La Casina delle Civette nel parco di Villa Torlonia a Roma. Nel riquadro, il principe Giovanni Torlonia (IStock)
Dalle sue finestre vedeva il Duce e la sua famiglia, il principe Giovanni Torlonia. Dal 1925 fu lui ad affittare il casino nobile (la villa padronale della nobile casata) per la cifra simbolica di una lira all’anno al capo del Governo, che ne fece la sua residenza romana. Il proprietario, uomo schivo e riservato ma amante delle arti, della cultura e dell’esoterismo, si era trasferito a poca distanza nel parco della villa, nella «Casina delle Civette». Nata nel 1840 come «capanna svizzera» sui modelli del Trianon e Rambouillet con tanto di stalla, fu trasformata in un capolavoro Art Nouveau dal principe Giovanni a partire dal 1908, su progetto dell’architetto Enrico Gennari. Pensata inizialmente come riproduzione di un villaggio medievale (tipico dell’eclettismo liberty di quegli anni) fu trasformata dal 1916 nella sua veste definitiva di «Casina delle civette». Il nome derivò dal tema ricorrente dell’animale notturno nelle splendide vetrate a piombo disegnate da uno dei maestri del liberty italiano, Duilio Cambellotti. Gli interni e gli arredi riprendevano il tema, includendo molti simboli esoterici. Una torretta nascondeva una minuscola stanza, detta «dei satiri», dove Torlonia amava ritirarsi in meditazione.
Mussolini e Giovanni Torlonia vissero fianco a fianco fino al 1938, alla morte di quest’ultimo all’età di 65 anni. Dopo la sua scomparsa, per la casina delle Civette, luogo magico appoggiato alla via Nomentana, finì la pace. E due anni dopo fu la guerra, con villa Torlonia nel mirino dei bombardieri (il Duce aveva fatto costruire rifugi antiaerei nei sotterranei della casa padronale) fino al 1943, quando l’illustre inquilino la lasciò per sempre. Ma l’arrivo degli Alleati a Roma nel giugno del 1944 non significò la salvezza per la Casina delle Civette, anzi fu il contrario. Villa Torlonia fu occupata dal comando americano, che utilizzò gli spazi verdi del parco come parcheggio e per il transito di mezzi pesanti, anche carri armati, di fatto devastandoli. La Casina di Giovanni Torlonia fu saccheggiata di molti dei preziosi arredi artistici e in seguito abbandonata. Gli americani lasceranno villa Torlonia soltanto nel 1947 ma per il parco e le strutture al suo interno iniziarono trent’anni di abbandono. Per Roma e per i suoi cittadini vedere crollare un capolavoro come la casina liberty generò scandalo e rabbia. Solo nel 1977 il Comune di Roma acquisì il parco e le strutture in esso contenute. Iniziò un lungo iter burocratico che avrebbe dovuto dare nuova vita alle magioni dei Torlonia, mentre la casina andava incontro rapidamente alla rovina. Il 12 maggio 1989 una bimba di 11 anni morì mentre giocava tra le rovine della Serra Moresca, altra struttura Liberty coeva della casina delle Civette all’interno del parco. Due anni più tardi, proprio quando sembrava che i fondi per fare della casina il museo del Liberty fossero sbloccati, la maledizione toccò la residenza di Giovanni Torlonia. Per cause non accertate, il 22 luglio 1991 un incendio, alimentato dalle sterpaglie cresciute per l’incuria, mandò definitivamente in fumo i progetti di restauro.
Ma la civetta seppe trasformarsi in fenice, rinascendo dalle ceneri che l’incendio aveva generato. Dopo 8 miliardi di finanziamenti, sotto la guida della Soprintendenza capitolina per i Beni culturali, iniziò la lunga e complessa opera di restauro, durata dal 1992 al 1997. Per la seconda vita della Casina delle Civette, oggi aperta al pubblico come parte dei Musei di Villa Torlonia.
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Oltre quaranta parlamentari, tra cui i deputati di Forza Italia Paolo Formentini e Antonio Giordano, sostengono l’iniziativa per rafforzare la diplomazia parlamentare sul corridoio India-Middle East-Europe. Trieste indicata come hub europeo, focus su commercio e cooperazione internazionale.
È stato ufficialmente lanciato al Parlamento italiano il gruppo di amicizia dedicato all’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), sotto la guida di Paolo Formentini, vicepresidente della Commissione Affari esteri, e di Antonio Giordano. Oltre quaranta parlamentari hanno già aderito all’iniziativa, volta a rafforzare la diplomazia parlamentare in un progetto considerato strategico per consolidare i rapporti commerciali e politici tra India, Paesi del Golfo ed Europa. L’Italia figura tra i firmatari originari dell’IMEC, presentato ufficialmente al G20 ospitato dall’India nel settembre 2023 sotto la presidenza del Consiglio Giorgia Meloni.
Formentini e Giordano sono sostenitori di lunga data del corridoio IMEC. Sotto la presidenza di Formentini, la Commissione Esteri ha istituito una struttura permanente dedicata all’Indo-Pacifico, che ha prodotto raccomandazioni per l’orientamento della politica italiana nella regione, sottolineando la necessità di legami più stretti con l’India.
«La nascita di questo intergruppo IMEC dimostra l’efficacia della diplomazia parlamentare. È un terreno di incontro e coesione e, con una iniziativa internazionale come IMEC, assume un ruolo di primissimo piano. Da Presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-India non posso che confermare l’importanza di rafforzare i rapporti Roma-Nuova Delhi», ha dichiarato il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea.
Il senatore ha spiegato che il corridoio parte dall’India e attraversa il Golfo fino a entrare nel Mediterraneo attraverso Israele, potenziando le connessioni tra i Paesi coinvolti e favorendo economia, cooperazione scientifica e tecnologica e scambi culturali. Terzi ha richiamato la visione di Shinzo Abe sulla «confluenza dei due mari», oggi ampliata dalle interconnessioni della Global Gateway europea e dal Piano Mattei.
«Come parlamentari italiani sentiamo la responsabilità di sostenere questo percorso attraverso una diplomazia forte e credibile. L’attività del ministro degli Esteri Antonio Tajani, impegnato a Riad sul dossier IMEC e pronto a guidare una missione in India il 10 e 11 dicembre, conferma l’impegno dell’Italia, che intende accompagnare lo sviluppo del progetto con iniziative concrete, tra cui un grande evento a Trieste previsto per la primavera 2026», ha aggiunto Deborah Bergamini, responsabile relazioni internazionali di Forza Italia.
All’iniziativa hanno partecipato ambasciatori di India, Israele, Egitto e Cipro, insieme ai rappresentanti diplomatici di Germania, Francia, Stati Uniti e Giordania. L’ambasciatore cipriota ha confermato che durante la presidenza semestrale del suo Paese sarà dedicata particolare attenzione all’IMEC, considerato strategico per il rapporto con l’India e il Medio Oriente e fondamentale per l’Unione europea.
La presenza trasversale dei parlamentari testimonia un sostegno bipartisan al rapporto Italia-India. Tra i partecipanti anche la senatrice Tiziana Rojc del Partito democratico e il senatore Marco Dreosto della Lega. Trieste, grazie alla sua rete ferroviaria merci che collega dodici Paesi europei, è indicata come principale hub europeo del corridoio.
Il lancio del gruppo parlamentare segue l’incontro tra il presidente Meloni e il primo ministro Modi al G20 in Sudafrica, che ha consolidato il partenariato strategico, rilanciato gli investimenti bilaterali e discusso la cooperazione per la stabilità in Indo-Pacifico e Africa. A breve è prevista una nuova missione economica guidata dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Tajani.
«L’IMEC rappresenta un passaggio strategico per rafforzare il ruolo del Mediterraneo nelle grandi rotte globali, proponendosi come alternativa competitiva alla Belt and Road e alle rotte artiche. Attraverso la rete di connessioni, potrà garantire la centralità economica del nostro mare», hanno dichiarato Formentini e Giordano, auspicando che altri parlamenti possano costituire gruppi analoghi per sostenere il progetto.
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