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2022-02-20
Dal catasto ai vaccini, quante mine per Draghi
Mario Draghi (Ansa)
La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo.
Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio».
La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato.
Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene»
Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci».
Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
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La tregua tra il premier e i partiti è fragile: Super Mario esige che si recuperino gli articoli del Milleproroghe bocciati in commissione. L’emendamento sul green pass e la delega fiscale le prossime trappole. Malumori nell’esecutivo: «Noi sempre informati all’ultimo».Enrico Letta tenta l’approccio con Carlo Calenda, che lo gela: «Noi insieme solo senza i 5 stelle».Lo speciale contiene due articoli.La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo. Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio». La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/catasto-vaccini-mine-draghi-2656730789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-pretoriano-dellex-banchiere-la-sua-strigliata-ha-fatto-bene" data-post-id="2656730789" data-published-at="1645317714" data-use-pagination="False"> Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene» Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci». Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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