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2022-02-20
Dal catasto ai vaccini, quante mine per Draghi
Mario Draghi (Ansa)
La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo.
Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio».
La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato.
Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene»
Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci».
Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
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La tregua tra il premier e i partiti è fragile: Super Mario esige che si recuperino gli articoli del Milleproroghe bocciati in commissione. L’emendamento sul green pass e la delega fiscale le prossime trappole. Malumori nell’esecutivo: «Noi sempre informati all’ultimo».Enrico Letta tenta l’approccio con Carlo Calenda, che lo gela: «Noi insieme solo senza i 5 stelle».Lo speciale contiene due articoli.La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo. Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio». La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/catasto-vaccini-mine-draghi-2656730789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-pretoriano-dellex-banchiere-la-sua-strigliata-ha-fatto-bene" data-post-id="2656730789" data-published-at="1645317714" data-use-pagination="False"> Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene» Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci». Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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