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2022-02-20
Dal catasto ai vaccini, quante mine per Draghi
Mario Draghi (Ansa)
La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo.
Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio».
La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato.
Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene»
Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci».
Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
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La tregua tra il premier e i partiti è fragile: Super Mario esige che si recuperino gli articoli del Milleproroghe bocciati in commissione. L’emendamento sul green pass e la delega fiscale le prossime trappole. Malumori nell’esecutivo: «Noi sempre informati all’ultimo».Enrico Letta tenta l’approccio con Carlo Calenda, che lo gela: «Noi insieme solo senza i 5 stelle».Lo speciale contiene due articoli.La tregua tra Mario Draghi e i partiti che compongono la sua variegata maggioranza di governo è molto più fragile di come tentano di descriverla gli ultras di Nonno Mario sparsi nelle redazioni e in parlamento. Del resto, lo stesso Draghi, a quanto apprende la Verità da fonti di Palazzo Chigi, non ha alcuna intenzione di fare passi indietro: barra al centro, è il suo motto, e lavorare perché le scadenze che il governo ha tracciato sono molto impegnative per tutti. Tanto per cominciare occorre recuperare i provvedimenti sui quali, tre giorni fa, il governo è stato battuto in commissione congiunta Bilancio e Affari costituzionali alla Camera durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, uno in particolare: quello che, con i voti di Pd, M5s, Forza Italia, Iv e gruppo misto ha abrogato l’articolo 21, che assegnava una parte dei fondi delle bonifiche ex Ilva, 575 milioni di euro, ai progetti di decarbonizzazione del siderurgico di Taranto. I soldi restano dunque alle bonifiche per essere spesi dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, ma Draghi non ci sta e chiede che si torni alla indicazione del governo. Intanto, domani (o al massimo martedì) va al voto, in commissione Affari sociali della Camera, un emendamento al decreto sull’obbligo vaccinale presentato dal deputato del Carroccio Claudio Borghi e sottoscritto da tutti i componenti leghisti della commissione che propone che «le disposizioni in materia di impiego delle certificazioni verdi siano abrogate a decorrere dalla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica», quindi il prossimo 31 marzo. Stop all’emergenza, stop al green pass: la logica della proposta di Borghi è stringente, ma il governo è contrario. Incidente parlamentare in vista? Difficile fare previsioni: «Mi sembra», dice Borghi alla Verità, «che Draghi abbia cercato di appropriarsi del tema delle riaperture cercando di depotenziare la nostra proposta. Vedremo come andrà la votazione». Forza Italia non voterà a favore dell’emendamento: «Mai e poi mai», dice alla Verità un deputato di peso del partito di Silvio Berlusconi, «è una stupidaggine: il 15 febbraio è entrato in vigore l’obbligo vaccinale per i cinquantenni e dopo un mese togliamo il green pass?». Ma i rapporti tra Draghi e i partiti di maggioranza come sono? Ci sono rischi per il governo? «No, al momento no», risponde la nostra fonte forzista, «ma lui deve tener conto del Parlamento. Non può ignorarlo, non può far arrivare i testi all’ultimo minuto e sperare che tutto vada liscio». La riflessione del berlusconiano doc è assai significativa, perché la critica a Draghi arriva da un partito che in questo anno di governo è stato sempre graniticamente al fianco di Nonno Mario. In sostanza, strigliata o non strigliata, i problemi tra il governo e i partiti sono in realtà tra il governo e i parlamentari. Alla stragrande maggioranza degli osservatori, infatti, continua a sfuggire un particolare decisivo: come ha dimostrato in maniera cristallina la vicenda della rielezione di Sergio Mattarella, Draghi non solo deve tenersi buoni i partiti, ma soprattutto i gruppi parlamentari, che mai come in questo ultimo scorcio di legislatura rispondono poco ai leader delle rispettive forze politiche e molto al loro umore personale, alle vicende del proprio collegio elettorale, alla prospettiva di una rielezione e ai capicorrente che potrebbero agevolarla. Lo spiega alla Verità con franchezza un ministro di primo piano: «Draghi ha un problema», argomenta la nostra fonte, «si è costruito dei rapporti privilegiati con pezzi di partiti nella vicenda del Quirinale. Nella Lega parla con Giorgetti e trascura Salvini, nel M5s si confronta con Di Maio e snobba Conte. Nel Pd la linea è viva Draghi ma poi non tutti i parlamentari sono disposti a votare e tacere. Questo tipo di impostazione mette molto sotto stress i gruppi, quindi ci vuole polso da parte di chi li dirige. La gestione quotidiana dei singoli provvedimenti è fragile perché lui non ha collaboratori in grado di sminare i problemi che sorgono man mano». Sull’Ilva, Draghi pretende che ora si torni indietro: «Un modo si troverà», aggiunge il ministro, «ma anche nel giorno della famosa strigliata tutti abbiamo detto al premier che per poter intervenire occorre essere messi al corrente di quello che succede. Non puoi gestire una vicenda nazionale lasciandola nelle mani dei deputati di Taranto. Il ministro per i rapporti col Parlamento D’Incà affronta le emergenze come le cavolate e viceversa, ed è successo il patatrac». Prossimi scogli in vista? «Sulla delega fiscale», prevede la fonte, «la riforma del catasto è una mina pericolosa. Il centrodestra è contrario, occorre che ci metta le mani Salvini, altrimenti si rischia un ko in Parlamento». La riforma in quel testo non doveva esserci, come da accordo raggiunto da tutta la maggioranza, e poi invece è spuntata lo stesso. Una delle «dragate» che i partiti, o meglio i parlamentari, non sono più disposti a digerire. Ecco perché l’approdo in aula del testo, previsto per il 28 febbraio, è stato rinviato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/catasto-vaccini-mine-draghi-2656730789.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="letta-pretoriano-dellex-banchiere-la-sua-strigliata-ha-fatto-bene" data-post-id="2656730789" data-published-at="1645317714" data-use-pagination="False"> Letta pretoriano dell’ex banchiere: «La sua strigliata? Ha fatto bene» Sul fronte delle riaperture, lasciano ben sperare le parole del ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, di Forza Italia: «Abbiamo imparato che andando verso la bella stagione il virus attenua la propria portata», ha detto la Gelmini a Tgcom 24, «e poi abbiamo oltre il 90% delle persone vaccinate. Siamo convinti che senza abbandonare la prudenza, si va verso un alleggerimento delle regole e delle misure. Non vediamo l’ora di tornare alla normalità. Su questo ci auguriamo di poter dare a breve delle buone notizie». Intanto, ieri ha tenuto banco il congresso di Azione, il partito di Carlo Calenda: «Credo che Draghi abbia fatto assolutamente bene e lo invito ad essere molto determinato», ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, a proposito della famigerata «strigliata» di Draghi ai partiti. «Credo», ha aggiunto Letta, «abbia fatto bene il presidente del Consiglio a mettere in chiaro come questa coalizione deve lavorare. Noi vogliamo lavorare secondo le indicazioni che lui ha dato, è l’impegno che ci prendiamo e vorremmo che tutti gli altri facessero lo stesso. Questo è l’elemento fondamentale. Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro paese», ha sottolineato Letta, rivolgendosi a Calenda, «che insieme senza ambiguità vinceremo le politiche del 2023». «A Letta dico che tutto è possibile», ha risposto Calenda, «a condizione che non ci siano i 5 stelle. Con Speranza discutiamo, con M5s e Fratelli d’Italia no. Con i 5 stelle governare è difficilissimo, un governo con loro diventerebbe impraticabile. Se la Lega è quella di governo che accetta il nostro orizzonte europeo», ha aggiunto Calenda, «se diventa quella cosa, i conservatori europeisti e democratici ci si deve dialogare». «Le sfide che abbiamo di fronte», ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti della Lega, «oggi impongono scelte impegnative e un governo che non solo possa, ma che sappia decidere e che sappia lavorare e prendere decisioni con la logica degli investimenti, che non è la logica elettorale, ma la logica dell’interesse generale del Paese che esige cambiamento e riforme. Non sono così stupido dal non aver colto la tensione latente che c’è tra il Parlamento e il governo», ha aggiunto Giorgetti, «ma tutto questo necessita un cambiamento profondo. Secondo me in un’ottica laica, bisogna cercare di interrogarci». Dall’opposizione, trapela quanto ha detto Giorgia Meloni alla direzione nazionale del partito: «I sondaggi ci dicono che con una legge proporzionale Fratelli d’Italia avrebbe molti più parlamentari ma non mi interessa eleggere 10 parlamentari in più e gettare l’Italia nel pantano, perché abbiamo due certezze: con l’attuale legge elettorale senza Fratelli d’Italia non si vince in nessun collegio uninomimale; se imporranno il proporzionale», ha aggiunto la Meloni, «Fratelli d’Italia, secondo i dati che abbiamo oggi, potrebbe affermarsi come primo partito ed essere il perno sul quale costruire un nuovo governo. Con buona pace di chi racconta che saremmo isolati. Al governo vogliamo andare con chi condivide la nostra stessa visione del mondo. Non è a noi che va chiesto se intendiamo ricucire lo strappo con gli alleati. È a loro che va chiesto se e come intendono ricucire lo strappo con gli elettori di centrodestra che alcune scelte hanno comportato. Sul centrodestra serve chiarezza», ha sottolineato ancora la Meloni, «e chiederemo lealtà a chi vuole ricostruire e convinzione nel difendere questa metà campo».
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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