Una cosa comunque è certa: gli inquirenti si convincono sempre più che quella del giovane laureato presso l’Università di Modena non sia un’azione dovuta a follia, ma si tratti di una scelta volontaria e consapevole, a lungo progettata.
Naturalmente, la difesa dell’attentatore punta ad accreditare l’idea che El Koudri sia una persona con gravi problemi mentali. Non a caso l’avvocato si è subito premurato di richiedere una perizia psichiatrica, oltre ad affrettarsi a far sapere che il giovane aveva chiesto una Bibbia e la visita di un prete, allontanando così ogni sospetto di radicalizzazione islamica e avvicinando l’idea che l’attentatore sia quantomeno confuso. La strategia del legale è comprensibile, tuttavia è un dato di fatto che il gesto di El Koudri risponda perfettamente a ciò che gli estremisti islamici usano fare. L’auto trasformata in strumento per uccidere i cristiani e l’uso del coltello per finire chi è rimasto ferito sono proprio i caratteristici strumenti del terrore sollecitati dallo Stato islamico. Del resto, che quanto accaduto sia guardato con favore dai fondamentalisti di Allah lo dimostrano le frasi che in Rete inneggiano a El Koudri. Per alcuni, il giovane marocchino è un uomo coraggioso che combatte «da solo nel cuore del territorio dei crociati», mentre altri parlano di vendetta legittima e auspicano che Allah gli conceda il paradiso, come si confà a un martire.
E la sinistra? Insieme con alcuni esponenti della magistratura procede nella politica dei distinguo, denunciando le presunte strumentalizzazioni invece dei terroristi. Come abbiamo scritto ieri, sono giunte manifestazioni di solidarietà nei confronti del legale del giovane, il quale è stato minacciato in quanto «colpevole» di assistere El Koudri. Certo, nessuno ha diritto di prendersela con un avvocato che fa il proprio mestiere e che, come in ogni democrazia che sia tale, fa del suo meglio per difendere l’accusato. Tuttavia, non si può dimenticare che cosa ha fatto il giovane marocchino e neppure si può ridurre la strage a un problema di integrazione o di carenza dei servizi sociali. Come spiegano gli esperti di terrorismo, a Modena ricorrono tutti i segnali caratteristici dell’attentato terroristico. La rabbia contro il Paese che ti ospita, l’uso dell’autovettura come arma per uccidere, il coltello per finire chi non è rimasto ucciso, la consapevolezza, quasi la ricerca, del martirio. Negare tutto ciò non è un scelta saggia, ma il tentativo di nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Più che una strategia, pare la politica dello struzzo, per rimuovere un pericolo che si è concorso a creare ignorando gli allarmi.