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2018-08-05
Cassazione choc: se fa domanda di asilo il clandestino ferma l’espulsione
Ansa
Craxi Kecious, 31 anni, nigeriano, verso le 5 di mattina si trovava nei sotterranei della metropolitana di Milano, per la precisazione nella stazione di Porta Garibaldi. Si è avventato su una ragazza di 25 anni che aveva appena staccato dal lavoro. L'ha bloccata, le si è avvicinato al volto tanto da farle sentire il suo fiato caldo, e le ha sibilato: «Ciao bella, ti voglio scopare». Poi si è avventato su di lei. Nelle immagini del video di sorveglianza si vede Craxi aggirarsi tranquillo per i corridoi vuoti. È atletico, indossa una canottiera bianca e dei jeans, si muove come se fosse il padrone della scena. Quando avvista la ragazza, comincia a seguirla, poi scatta e tenta di ghermirla sulle scale. Quella donna era roba sua, doveva esserlo. Del resto, non era nemmeno la prima volta che questo signore dava libero sfogo ai suoi istinti. Lo aveva già fatto nel 2017, sul treno Milano-Lecco. Ne aveva ricavato una denuncia, ma era rimasto in libertà.
Leggendo questa storia, una persona normale si domanda: ma per quale motivo Craxi Kecious era ancora in Italia? Era arrivato inel nostro Paese nel 2007, da clandestino. Non ha mai avuto il permesso di soggiorno eppure, guarda un po', ha potuto bivaccare nel nostro Paese per oltre dieci anni. Come mai non è stato cacciato prima? Beh, un motivo c'è. Craxi Kecious aveva fatto richiesta d'asilo, gliel'hanno rifiutata, ma ha presentato ricorso. Dunque ha ottenuto la possibilità di restare sul territorio italiano fino alla conclusione del procedimento. Sembra assurdo, ma è così. Finché l'iter della richiesta d'asilo non è completo, l'immigrato - anche se irregolare - non può essere allontanato dal Paese.
E ancora non basta, perché alla fine di luglio è arrivata una ordinanza della Corte di cassazione che rende decisamente più complicato cacciare i clandestini. Il documento, a parte qualche articolo diffuso sul Web, non ha avuto grande pubblicità, ma il suo contenuto è decisamente rilevante. La corte si è occupata del caso di una donna cubana priva del permesso di soggiorno, dunque irregolare. La signora aveva presentato richiesta di protezione umanitaria, ma non l'hanno accontentata. Quindi ha ricevuto un provvedimento di espulsione da parte della Prefettura. L'allontanamento era stato poi confermato dal giudice di pace. Ma la Cassazione ha ribaltato la decisione, annullando l'espulsione. Motivo? Semplice, la cubana, aveva presentato anche richiesta di asilo politico. Fino a che l'apposita commissione per l'asilo non si sarà pronunciata sul suo caso, dunque, la signora avrà diritto di restare in Italia.
Rispetto a qualche mese fa, però, c'è una novità: la signora cubana ha presentato richiesta di asilo dopo aver ricevuto il provvedimento di espulsione. La Cassazione, tramite l'ordinanza, ha stabilito che «il richiedente asilo ha diritto a rimanere nel territorio dello Stato in pendenza di esame di tale sua domanda» anche se «la stessa sia stata presentata dopo l'emissione di provvedimento di espulsione, ferma restando la possibilità, in concorso con gli altri presupposti, di disporre il suo trattenimento».
Tradotto, significa che se un immigrato clandestino riceve dalla Prefettura un provvedimento di espulsione, può presentare richiesta di asilo e ottenere la possibilità di restare qui. Per il prefetto andrebbe cacciato, ma visto che ha fatto domanda di asilo, gli si concede altro tempo per il soggiorno. Al massimo, lo straniero può essere trattenuto in un Cpr, cioè un Centro di permanenza per il rimpatrio. Allo stato attuale, di questi centri in Italia ce ne sono soltanto cinque, e possono ospitare circa 500 persone per un limitato periodo di tempo. Non sono prigioni, anzi la legge specifica che il trattenimento è «totalmente estraneo a qualsivoglia carattere punitivo».
Ma torniamo alla decisione della Cassazione. Essa rappresenta un precedente piuttosto pesante. Nel senso che potrebbe spingere gli stranieri irregolari che ricevano un provvedimento di espulsione a presentare richiesta di asilo, consentendo loro di restare in Italia fino alla fine dell'iter giudiziario che, come noto, non è affatto breve. I ministri del governo precedente, Marco Minniti e Andrea Orlando, hanno cercato di riformare il percorso della richiesta d'asilo, abolendo un grado di giudizio. In pratica, oggi chi fa richiesta può presentare ricorso in Cassazione, ma non può più fare appello. Significa che i passaggi sono due invece di tre.
Questa riforma, tuttavia, non ha risolto il problema. I ricorsi dei migranti sono ancora tantissimi, e difficili da smaltire. Solo a Milano, nel 2017 sono stati presentati 4.000 ricorsi (dati forniti dal Tribunale a giugno). Inoltre, sempre in giugno, i giudici milanesi si sono rivolti alla Corte europea per chiedere se la riforma voluta da Minniti e Orlando, cancellando la possibilità dell'appello, non violi il diritto comunitario.
Come è facile capire, la situazione è piuttosto complessa, e la recente decisione della Cassazione complica ancora di più lo scenario. A settembre, Matteo Salvini - con il decreto sicurezza - tenterà di mettere ordine e di snellire le pratiche, intervenendo soprattutto sulla protezione umanitaria. I giudici, tuttavia, non gli stanno certo rendendo la vita facile.
I sindaci continuano a far gli struzzi
Visto che non circolavano abbastanza appelli, raccolte firme e inviti alla mobilitazione, ecco fresco fresco un nuovo manifesto contro le politiche del governo in materia di immigrazione.
Si chiama «Inclusione per una società aperta» e l'hanno elaborato - non avendo niente di meglio da fare - i capigruppo regionali del Lazio Alessandro Capriccioli (+Europa Radicali), Marta Bonafoni (Lista civica Zingaretti), Paolo Ciani (Centro solidale), Mauro Buschini (Partito democratico) e Daniele Ognibene (Liberi e uguali). Il pregevole manufatto è rivolto « a tutti gli amministratori locali d'Italia che abbiano a cuore la tematica dell'immigrazione e vogliano rifiutare, con azioni concrete, la narrazione distorta che parla di invasione, sostituzione etnica e difesa dei confini».
In sostanza è un manifesto contro Matteo Salvini. E, come prevedibile, gli illustri esponenti della sinistra italica si sono precipitati a sottoscriverlo. Come informa il comunicato stampa, infatti, «la prima firma è del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ma insieme a lui ci sono 200 amministratori locali in tutta Italia che stanno dicendo: noi vogliamo esserci. Tra loro Beppe Sala, sindaco di Milano, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e numerosi assessori e consiglieri regionali, sindaci, presidenti di municipi e consiglieri comunali e municipali, dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia».
Sono interessanti, queste adesioni. Viene da chiedersi come mai Beppe Sala, primo cittadino milanese, trovi il tempo di firmare appelli anti Salvini, ma non abbia nemmeno un momento per commentare l'aggressione avvenuta nella metropolitana della sua città ai danni di una ragazza di 25 anni. Il sindaco continua a schierarsi a favore dell'accoglienza e delle porte aperte, si strugge per il razzismo dilagante. Ma non fiata se un clandestino aggredisce una giovane donna e tenta di stuprarla. Che dite, forse prima di indignarsi con il governo per le attuali politiche migratorie potrebbe dedicarsi a mettere un pochino di ordine in casa propria, no?
Lo stesso vale per il suo assessore, Pierfrancesco Majorino, sempre in prima linea per manifestare contro la Lega. Si è infervorato, nei giorni scorsi, per la vicenda di Daisy Osakue; si è preoccupato per la signora Jole Maria Celeste Milanesi, magistrato, che a Repubblica ha dichiarato di essere stata inseguita per strada dopo aver fatto l'elemosina a un venditore di rose bengalese. Ma nemmeno un rigo sulla ragazza assalita da un nigeriano.
Identico discorso si potrebbe fare per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nella sua città, giovedì sera, il venditore ambulante senegalese Cissé Elhadji Diebel è stato gambizzato. Gli hanno sparato, ha detto, due giovani «di pelle bianca» a bordo di uno scooter. Subito - per riflesso condizionato - il fronte progressista si è scatenato gridando al razzismo. Va però considerato un fatto, e cioè che la vicenda è avvenuta nel quartiere Vasto. L'anno scorso, nello stesso luogo, ci fu un'altra aggressione ai danni di immigrati senegalesi. Non era razzismo, bensì un attacco criminale: i delinquenti della zona volevano imporre il pizzo ai senegalesi, e lo hanno fatto con la violenza.
Sempre a Vasto, nell'agosto 2017, i cittadini denunciarono una sorta di rivolta degli immigrati contro un gruppo di militari impegnati nell'operazione Strade sicure. I soldati stavano effettuando un controllo di routine e sono stati circondati da varie decine di stranieri che non avevano gradito l'intrusione. Ieri, invece, un tunisino e un marocchino (pregiudicati, uno con decreto di espulsione) sono stati arrestati dopo aver rapinato due turisti francesi. La rapina è avvenuta a circa cento metri da dove è stato ferito l'ambulante senegalese.
Insomma, stiamo parlando di una delle zone più disagiate di Napoli. Non per nulla, il questure partenopeo, Antonio De Iesu, è molto cauto quando parla del caso del senegalese gambizzato. Spiega che i suoi uomini stanno indagando a 360 gradi e che nessuna pista si può escludere, nemmeno quella razziale. Tuttavia, precisa che il quartiere di Vasto presenta vari intrecci criminali. Insomma, non ci sono offese a sfondo razziale o altri elementi che facciano pensare a un assalto xenofobo piuttosto che a un'intimidazione della criminalità organizzata.
Nel frattempo, la comunità senegalese - a ragione - protesta; lo stesso fanno gli italiani che vivono in quell'area. Viene da chiedersi: perché De Magistris, invece di firmare appelli, non si occupa a fondo di Vasto e della criminalità che lo affligge? Sempre ieri, a Napoli, sulla Circumvesuviana, un migrante senza fissa dimora è stato sorpreso a scattare foto ai bambini a bordo del treno. Sul telefono gli hanno trovato numerose foto di piccoli. Niente appelli per cose di questo tipo? Certo che no. Gridare al razzismo garantisce una facile pubblicità. Ed è questo che interessa, più di tutto, agli amministratori locali di sinistra.
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Secondo la Corte gli irregolari possono bloccare i provvedimenti di rimpatrio chiedendo di essere riconosciuti come profughi.I sindaci continuano a far gli struzzi. Beppe Sala e Luigi De Magistris firmano il manifesto degli amministratori locali di sinistra contro le politiche migratorie del governo. Gridano alla xenofobia, ma fanno finta di non vedere i crimini commessi in casa loro.Lo speciale contiene due articoliCraxi Kecious, 31 anni, nigeriano, verso le 5 di mattina si trovava nei sotterranei della metropolitana di Milano, per la precisazione nella stazione di Porta Garibaldi. Si è avventato su una ragazza di 25 anni che aveva appena staccato dal lavoro. L'ha bloccata, le si è avvicinato al volto tanto da farle sentire il suo fiato caldo, e le ha sibilato: «Ciao bella, ti voglio scopare». Poi si è avventato su di lei. Nelle immagini del video di sorveglianza si vede Craxi aggirarsi tranquillo per i corridoi vuoti. È atletico, indossa una canottiera bianca e dei jeans, si muove come se fosse il padrone della scena. Quando avvista la ragazza, comincia a seguirla, poi scatta e tenta di ghermirla sulle scale. Quella donna era roba sua, doveva esserlo. Del resto, non era nemmeno la prima volta che questo signore dava libero sfogo ai suoi istinti. Lo aveva già fatto nel 2017, sul treno Milano-Lecco. Ne aveva ricavato una denuncia, ma era rimasto in libertà. Leggendo questa storia, una persona normale si domanda: ma per quale motivo Craxi Kecious era ancora in Italia? Era arrivato inel nostro Paese nel 2007, da clandestino. Non ha mai avuto il permesso di soggiorno eppure, guarda un po', ha potuto bivaccare nel nostro Paese per oltre dieci anni. Come mai non è stato cacciato prima? Beh, un motivo c'è. Craxi Kecious aveva fatto richiesta d'asilo, gliel'hanno rifiutata, ma ha presentato ricorso. Dunque ha ottenuto la possibilità di restare sul territorio italiano fino alla conclusione del procedimento. Sembra assurdo, ma è così. Finché l'iter della richiesta d'asilo non è completo, l'immigrato - anche se irregolare - non può essere allontanato dal Paese. E ancora non basta, perché alla fine di luglio è arrivata una ordinanza della Corte di cassazione che rende decisamente più complicato cacciare i clandestini. Il documento, a parte qualche articolo diffuso sul Web, non ha avuto grande pubblicità, ma il suo contenuto è decisamente rilevante. La corte si è occupata del caso di una donna cubana priva del permesso di soggiorno, dunque irregolare. La signora aveva presentato richiesta di protezione umanitaria, ma non l'hanno accontentata. Quindi ha ricevuto un provvedimento di espulsione da parte della Prefettura. L'allontanamento era stato poi confermato dal giudice di pace. Ma la Cassazione ha ribaltato la decisione, annullando l'espulsione. Motivo? Semplice, la cubana, aveva presentato anche richiesta di asilo politico. Fino a che l'apposita commissione per l'asilo non si sarà pronunciata sul suo caso, dunque, la signora avrà diritto di restare in Italia. Rispetto a qualche mese fa, però, c'è una novità: la signora cubana ha presentato richiesta di asilo dopo aver ricevuto il provvedimento di espulsione. La Cassazione, tramite l'ordinanza, ha stabilito che «il richiedente asilo ha diritto a rimanere nel territorio dello Stato in pendenza di esame di tale sua domanda» anche se «la stessa sia stata presentata dopo l'emissione di provvedimento di espulsione, ferma restando la possibilità, in concorso con gli altri presupposti, di disporre il suo trattenimento». Tradotto, significa che se un immigrato clandestino riceve dalla Prefettura un provvedimento di espulsione, può presentare richiesta di asilo e ottenere la possibilità di restare qui. Per il prefetto andrebbe cacciato, ma visto che ha fatto domanda di asilo, gli si concede altro tempo per il soggiorno. Al massimo, lo straniero può essere trattenuto in un Cpr, cioè un Centro di permanenza per il rimpatrio. Allo stato attuale, di questi centri in Italia ce ne sono soltanto cinque, e possono ospitare circa 500 persone per un limitato periodo di tempo. Non sono prigioni, anzi la legge specifica che il trattenimento è «totalmente estraneo a qualsivoglia carattere punitivo». Ma torniamo alla decisione della Cassazione. Essa rappresenta un precedente piuttosto pesante. Nel senso che potrebbe spingere gli stranieri irregolari che ricevano un provvedimento di espulsione a presentare richiesta di asilo, consentendo loro di restare in Italia fino alla fine dell'iter giudiziario che, come noto, non è affatto breve. I ministri del governo precedente, Marco Minniti e Andrea Orlando, hanno cercato di riformare il percorso della richiesta d'asilo, abolendo un grado di giudizio. In pratica, oggi chi fa richiesta può presentare ricorso in Cassazione, ma non può più fare appello. Significa che i passaggi sono due invece di tre. Questa riforma, tuttavia, non ha risolto il problema. I ricorsi dei migranti sono ancora tantissimi, e difficili da smaltire. Solo a Milano, nel 2017 sono stati presentati 4.000 ricorsi (dati forniti dal Tribunale a giugno). Inoltre, sempre in giugno, i giudici milanesi si sono rivolti alla Corte europea per chiedere se la riforma voluta da Minniti e Orlando, cancellando la possibilità dell'appello, non violi il diritto comunitario. Come è facile capire, la situazione è piuttosto complessa, e la recente decisione della Cassazione complica ancora di più lo scenario. A settembre, Matteo Salvini - con il decreto sicurezza - tenterà di mettere ordine e di snellire le pratiche, intervenendo soprattutto sulla protezione umanitaria. I giudici, tuttavia, non gli stanno certo rendendo la vita facile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cassazione-choc-se-fa-domanda-di-asilo-il-clandestino-ferma-lespulsione-2592723375.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-sindaci-continuano-a-far-gli-struzzi" data-post-id="2592723375" data-published-at="1773482138" data-use-pagination="False"> I sindaci continuano a far gli struzzi Visto che non circolavano abbastanza appelli, raccolte firme e inviti alla mobilitazione, ecco fresco fresco un nuovo manifesto contro le politiche del governo in materia di immigrazione. Si chiama «Inclusione per una società aperta» e l'hanno elaborato - non avendo niente di meglio da fare - i capigruppo regionali del Lazio Alessandro Capriccioli (+Europa Radicali), Marta Bonafoni (Lista civica Zingaretti), Paolo Ciani (Centro solidale), Mauro Buschini (Partito democratico) e Daniele Ognibene (Liberi e uguali). Il pregevole manufatto è rivolto « a tutti gli amministratori locali d'Italia che abbiano a cuore la tematica dell'immigrazione e vogliano rifiutare, con azioni concrete, la narrazione distorta che parla di invasione, sostituzione etnica e difesa dei confini». In sostanza è un manifesto contro Matteo Salvini. E, come prevedibile, gli illustri esponenti della sinistra italica si sono precipitati a sottoscriverlo. Come informa il comunicato stampa, infatti, «la prima firma è del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ma insieme a lui ci sono 200 amministratori locali in tutta Italia che stanno dicendo: noi vogliamo esserci. Tra loro Beppe Sala, sindaco di Milano, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma e numerosi assessori e consiglieri regionali, sindaci, presidenti di municipi e consiglieri comunali e municipali, dalla Sicilia al Friuli Venezia Giulia». Sono interessanti, queste adesioni. Viene da chiedersi come mai Beppe Sala, primo cittadino milanese, trovi il tempo di firmare appelli anti Salvini, ma non abbia nemmeno un momento per commentare l'aggressione avvenuta nella metropolitana della sua città ai danni di una ragazza di 25 anni. Il sindaco continua a schierarsi a favore dell'accoglienza e delle porte aperte, si strugge per il razzismo dilagante. Ma non fiata se un clandestino aggredisce una giovane donna e tenta di stuprarla. Che dite, forse prima di indignarsi con il governo per le attuali politiche migratorie potrebbe dedicarsi a mettere un pochino di ordine in casa propria, no? Lo stesso vale per il suo assessore, Pierfrancesco Majorino, sempre in prima linea per manifestare contro la Lega. Si è infervorato, nei giorni scorsi, per la vicenda di Daisy Osakue; si è preoccupato per la signora Jole Maria Celeste Milanesi, magistrato, che a Repubblica ha dichiarato di essere stata inseguita per strada dopo aver fatto l'elemosina a un venditore di rose bengalese. Ma nemmeno un rigo sulla ragazza assalita da un nigeriano. Identico discorso si potrebbe fare per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Nella sua città, giovedì sera, il venditore ambulante senegalese Cissé Elhadji Diebel è stato gambizzato. Gli hanno sparato, ha detto, due giovani «di pelle bianca» a bordo di uno scooter. Subito - per riflesso condizionato - il fronte progressista si è scatenato gridando al razzismo. Va però considerato un fatto, e cioè che la vicenda è avvenuta nel quartiere Vasto. L'anno scorso, nello stesso luogo, ci fu un'altra aggressione ai danni di immigrati senegalesi. Non era razzismo, bensì un attacco criminale: i delinquenti della zona volevano imporre il pizzo ai senegalesi, e lo hanno fatto con la violenza. Sempre a Vasto, nell'agosto 2017, i cittadini denunciarono una sorta di rivolta degli immigrati contro un gruppo di militari impegnati nell'operazione Strade sicure. I soldati stavano effettuando un controllo di routine e sono stati circondati da varie decine di stranieri che non avevano gradito l'intrusione. Ieri, invece, un tunisino e un marocchino (pregiudicati, uno con decreto di espulsione) sono stati arrestati dopo aver rapinato due turisti francesi. La rapina è avvenuta a circa cento metri da dove è stato ferito l'ambulante senegalese. Insomma, stiamo parlando di una delle zone più disagiate di Napoli. Non per nulla, il questure partenopeo, Antonio De Iesu, è molto cauto quando parla del caso del senegalese gambizzato. Spiega che i suoi uomini stanno indagando a 360 gradi e che nessuna pista si può escludere, nemmeno quella razziale. Tuttavia, precisa che il quartiere di Vasto presenta vari intrecci criminali. Insomma, non ci sono offese a sfondo razziale o altri elementi che facciano pensare a un assalto xenofobo piuttosto che a un'intimidazione della criminalità organizzata. Nel frattempo, la comunità senegalese - a ragione - protesta; lo stesso fanno gli italiani che vivono in quell'area. Viene da chiedersi: perché De Magistris, invece di firmare appelli, non si occupa a fondo di Vasto e della criminalità che lo affligge? Sempre ieri, a Napoli, sulla Circumvesuviana, un migrante senza fissa dimora è stato sorpreso a scattare foto ai bambini a bordo del treno. Sul telefono gli hanno trovato numerose foto di piccoli. Niente appelli per cose di questo tipo? Certo che no. Gridare al razzismo garantisce una facile pubblicità. Ed è questo che interessa, più di tutto, agli amministratori locali di sinistra.
Donald Trump (Ansa)
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
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Con uno dei colpi di teatro cui ha abituato l’economia globale, Donald Trump ha deciso di concedere una deroga di 30 giorni alle sanzioni sul petrolio russo rimasto bloccato in mare. In altre parole: per un mese quei carichi possono essere consegnati, venduti e scaricati. La licenza riguarda il greggio caricato su navi entro il 12 marzo e resterà valida fino alla mezzanotte dell’11 aprile (ora di Washington).
Nel tentativo di evitare dietrologie (Trump che corre in soccorso di Putin), il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la presenta come una misura chirurgica: limitata e temporanea. Un balsamo per curare le lacerazione provocate dalla guerra. Della serie, con il petrolio sopra 100 dollari, qualcuno deve pur tirare il freno. E il freno, in questo caso, sono le petroliere russe. La disponibilità delle riserve strategiche non è servito a nulla. Se i governi intaccano il patrimonio d’emergenza, ha ragionato il mercato, vuol dire che la situazione è grave. Così Trump prova con i barili del Cremlino. Secondo l’inviato presidenziale di Mosca, Kirill Dmitriev, la deroga potrebbe sbloccare circa 100 milioni di barili di greggio al giorno. Una cifra enorme ma non risolutiva perché equivale alla produzione mondiale di un giorno. Una toppa. Resta il fatto che le rotte marine traboccano di petrolio in attesa di destinazione: 7,3 milioni di barili stoccati su piattaforme galleggianti e 148,6 milioni su navi in transito, secondo i dati citati da Reuters. E non finisce qui. Sulle piattaforme galleggianti ci sono anche 420.000 tonnellate di gasolio e diesel. Un parcheggio sul mare che sembra un’autostrada. Dentro questa geografia c’è anche la «flotta ombra». Secondo un rapporto del Center for strategic and international studies, Mosca dispone di 435 petroliere impegnate ad aggirare le sanzioni. Trasportano circa 3,7 milioni di barili al giorno, cioè il 65% del commercio marittimo di petrolio russo, generando tra 87 e 100 miliardi di dollari l’anno. Insomma, mentre l’Occidente discute di embargo, il barile di Mosca non ha smesso di navigare camuffandosi con le insegne pirata.
A trarre beneficio immediato dalla decisione americana saranno soprattutto i mercati asiatici. Del resto i grandi clienti di Mosca sono già Cina e India, che non hanno mai mostrato un entusiasmo particolare per le sanzioni occidentali.
Washington, tra l’altro, aveva già concesso una prima deroga il 5 marzo, consentendo proprio all’India di acquistare petrolio russo bloccato in mare.
Il messaggio è chiaro: quando il mercato si surriscalda, l’ideologia va messa da parte. La priorità è il prezzo della benzina.
Naturalmente a Bruxelles la mossa non è stata accolta con applausi. Anzi. Le critiche sono arrivate a raffica.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky , ha parlato di una decisione che frutterà alla Russia circa 10 miliardi di dollari. Sono risorse che alimenteranno la macchina bellica.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha ricordato che la linea del G7 è sempre stata quella della «massima pressione economica» su Mosca. Traduzione: le sanzioni non si toccano.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, si interroga, perfidamente, sulle ragioni che hanno spinto Washington a cambiare atteggiamento.
Il punto però è che i mercati energetici funzionano con parametri molto meno ideologici dei comunicati ufficiali.
Se il petrolio sale troppo, qualcuno aumenta l’offerta. Se l’offerta aumenta, il prezzo scende. È la legge aurea del mercato che resiste persino alla diplomazia europea.
Così mentre Bruxelles discute di coerenza strategica, il Brent sale e le Borse scendono. Il mercato, insomma, fa quello che ha sempre fatto: risponde ai barili, non alle dichiarazioni. C’è poi un piccolo paradosso che a Bruxelles si preferisce non sottolineare troppo. L’Europa chiede di mantenere le sanzioni contro Mosca, ma allo stesso tempo teme il prezzo dell’energia. Un equilibrio delicato: punire il petrolio russo senza far salire troppo le quotazioni mondiali- Una quadratura del cerchio che, finora, non è mai riuscita a nessuno. Trump ha scelto la via più semplice: sbloccare temporaneamente il greggio e raffreddare il mercato. Magari non è elegante dal punto di vista geopolitico, ma funziona dal punto di vista dei prezzi. Nel capitalismo energetico globale, come sanno bene i trader di Chicago e Singapore, alla fine conta soprattutto quello: il prezzo del barile. Il resto - indignazioni, comunicati, vertici straordinari - è solo rumore di fondo.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
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