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La farsa delle tende per il caro affitti serve a non parlare del nodo stipendi

La farsa delle tende per il caro affitti serve a non parlare del nodo stipendi
Ansa
  • La protesta degli studenti è cavalcata per invocare espropri e tetti ai prezzi. Misure che colpiscono i privati, ignorando il vero nodo di cui è responsabile chi ha governato finora: il calo del potere di acquisto dei salari.
  • Elly Schlein: «Soppresso il fondo per le locazioni». Falso: il governo non l’ha rifinanziato, come i predecessori. Giuseppe Valditara: «Problemi solo nelle città rosse». Anna Maria Bernini lo zittisce.

Lo speciale contiene due articoli.



Cresce il numero di tende piantate dagli studenti davanti alle sedi delle università e cresce anche il numero di città universitarie in cui la protesta prende piede. Ormai sono una dozzina i centri urbani, piccoli e grandi, nei quali gli studenti fuori sede inscenano l’originale rimostranza contro il costo degli alloggi, lanciata dalla studentessa del Politecnico di Milano, Ilaria Lamera. Con l’allargarsi della mobilitazione c’è da sperare che questa non finisca condita da un piatto di nuove Sardine, che inneschino una deleteria deriva da scontro generazionale. I ragazzi in tenda segnalano infatti un problema reale che però non è quello che loro stessi, molti media e certa politica si sono affrettati ad etichettare «caro affitti».

Parlare di caro affitti significa orientare la discussione puntando l’attenzione sulla casa e sui proprietari, che forse a un certo côté piace raffigurare come cinici arricchiti, impegnati ad accumulare con cupidigia lacere banconote. Una narrazione ispirata a Charles Dickens e puntata sull’enfatizzazione di una ipotetica causa (l’affitto «troppo alto») che provoca un maligno effetto (l’impossibilità o l’estrema difficoltà di avere un’istruzione universitaria).

Peccato che questa descrizione ponga quale causa ciò che in realtà è un effetto. Il problema non è che gli affitti siano alti in assoluto, ma che siano alti rispetto ai livelli di salari e stipendi. Gli affitti delle case nelle città universitarie riflettono condizioni di mercato, il mercato del lavoro no.

È da questa plateale asimmetria che nasce il problema. Il potere di acquisto di salari e stipendi è drammaticamente calato negli ultimi anni. Secondo l’Ocse l’Italia è l’unico Paese europeo in cui i salari annui medi tra il 1991 e il 2020 sono addirittura scesi in termini reali (del 3,5%): in Germania sono aumentati del 33%.

Nel nostro paese, nel 2022, a fronte di una crescita nominale del 2,3% dei salari, la crescita più bassa di tutta l’Unione europea, l’inflazione è stata dell’8,1%. Il tracollo dei redditi reali spiega in buona parte perché oggi molte cose costino «troppo». Abbiamo già parlato, qui, ad esempio, della salita dei prezzi medi delle automobili, che in pochi anni sono aumentati del 45%. Se lo stipendio di mamma e papà, entrambi lavoratori, non basta per mandare il figlio a studiare a Bologna c’è un problema di reddito, non di affitto.

Dunque, il tema è più ampio e non riguarda il caro (affitti) ma il calo (del potere di acquisto). Stretto fra inflazione, pressione fiscale e deflazione salariale indotta dalla rigidità della moneta unica, il potere d’acquisto degli italiani ha subito con il tempo un drammatico regresso.

Di questo conto devono entrare a far parte anche i tagli della spesa pubblica sui servizi come la sanità, i trasporti collettivi, l’istruzione, che sono una forma di reddito per il cittadino, almeno fino a che costano meno del privato. Ad oggi, poi, ci sono 112 contratti collettivi nazionali scaduti ancora da rinnovare, con circa sette milioni di lavoratori interessati.

Non può sfuggire a questa analisi, per quanto rapida, il fatto che non si siano fatti molti investimenti pubblici per via dell’austerità a cui questo paese è sottoposto da trent’anni. Tra il 1995 e il 2019 i conti pubblici italiani hanno sempre mostrato un avanzo primario (differenza tra entrate e uscite pubbliche misurata in percentuale sul Pil), a parte l’eccezione del 2009. Il patto di stabilità e crescita europeo, la cui riforma è in discussione a Bruxelles, è una camicia di forza depressiva per l’economia e regressiva fiscalmente. Quindi se, nonostante la legge 338 del 2000 sull’edilizia residenziale per studenti, Regioni e Comuni non hanno sviluppato seri progetti è anche perché il patto di stabilità interno tra Stato centrale ed enti locali (conseguenza di quello europeo) ha fortemente limitato, quando non impedito, la possibilità di fare investimenti. Adesso il Pnrr mette a disposizione 300 milioni per gli alloggi per studenti: cioè, l’Europa che ci proibiva di fare debiti per edilizia pubblica e per studenti, ora, bontà sua, ce lo permette.

In tutto ciò, la sinistra ha buon gioco nell’invocare misure eccezionali, espropri, requisizioni e tetti agli affitti. Una suggestione, quest’ultima, a cui anche qualcuno nel centrodestra sembra non essere alieno: c’è da sperare che l’esperienza dell’inutile price cap sul gas sia servita a capire che non ci potrebbe essere niente di peggio.

La sinistra offre soluzioni punitive della proprietà della casa, non solo per additare un facile bersaglio, ma soprattutto per nascondere il ruolo avuto in dieci degli ultimi dodici anni, in cui ha governato.

La grande sottrazione sta lì: nel jobs act e nell’erosione del potere di acquisto, conseguenza della cieca adesione al modello europeo, che frena la domanda interna, tiene bassi i salari e impone austerità nei conti pubblici.

Il problema degli studenti fuori sede è in realtà un problema di potere d’acquisto di salari e stipendi, e si risolve riequilibrando una bilancia che da troppo tempo è fuori scala.

La bufala del Pd: «Sussidi azzerati»

Crescono insieme alle tende piantate le polemiche tra ministri, sindaci e segretari di partito. Ieri il ministro dell’istruzione, Giuseppe Valditara, ha sottolineato che le proteste studentesche si sono concentrate a Milano, Torino, Roma, Bologna, Firenze, «ovvero, città guidate da giunte di centrosinistra che non hanno attivato politiche a favore dei giovani e degli studenti per offrire loro un panorama abitativo decoroso». Immediata la reazione dei primi cittadini.

Ironico il sindaco di Milano Giuseppe Sala: «Se è una battuta, rispondo con una battuta: magari è così perché gli studenti hanno più voglia di stare nelle città di centrosinistra che non di centrodestra». «Ministro disinformato, dovrebbe sapere che il diritto allo studio è una prerogativa del governo e delle Regioni, che devono realizzare subito studentati pubblici» ha attaccato Matteo Lepore, da Bologna, mentre il collega di Roma, Roberto Gualtieri, si è schierato con i manifestanti: «Quello del caro affitti è un problema enorme, i ragazzi hanno ragione e io li vorrei incontrare. Siamo un Paese con pochi studentati, ma ci sono le risorse del Pnrr e noi vogliamo realizzarne a Roma. C’è un mercato degli affitti drogato, anche perché manca una legge che limiti i cosiddetti Airbnb, legge che io vorrei come c’è in tutte le capitali europee. Nel nostro Piano prevediamo anche una agenzia degli affitti che intermedi tra domanda e offerta dando anche garanzie».

Evita le polemiche il ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, irritata dalla «contrapposizione con le amministrazioni locali, ritenuta controproducente al raggiungimento di una soluzione efficace e il più possibile condivisa» che vuole dare «risposte subito anche se servono più risorse». «Con l’aiuto di tutto il governo per le residenze universitarie abbiamo già messo in legge di bilancio 400 milioni in più rispetto alle risorse ordinarie, che ci permetteranno di creare 14.000 nuovi posti letto. Si tratta di risorse extra rispetto a quelle Pnrr che prevede di realizzare 60.000 posti aggiuntivi, tant’è che il Miur ha già raggiunto il primo target, assegnando agli studenti 7.500 posti letto mentre sta per partire una manifestazione d’interesse per capire gli immobili pubblici su cui possiamo contare per creare gli altri 52.500 posti previsti» ha spiegato il ministro azzurro. E a proposito di risorse, la segretaria del Pd Elly Schlein ha assicurato: «Il Pd continuerà a spingere per convincere il governo a tornare indietro sull’errore madornale che ha fatto cancellando il fondo per gli affitti di 330 milioni di euro». Epperò anche la Schlein fa un errore, perché il governo Meloni non ha «cancellato» il fondo da 330 milioni di «supporto per gli affitti», bensì non lo ha rifinanziato come già accaduto con altri governi. Infatti, il «Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione», come sottolinea Pagella Politica, fu creato dal governo D’Alema e deve essere rifinanziato ogni anno dalla legge di Bilancio, e il ministero delle Infrastrutture deve con un decreto distribure alle regioni le risorse. Dal 2001 a oggi il fondo non ha ricevuto nessun finanziamento, con 5 governi: Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e il primo governo Conte. Il governo Meloni ha fatto la stessa cosa, non ha messo risorse ad un fondo che però continua ad esistere. E ieri anche il responsabile del Mit Matteo Salvini, dopo un incontro con i sindacati, ha parlato di riorganizzazione del dicastero per renderlo più efficiente e all’altezza di sfide delicate e ambiziose come il caro affitti e il tema abitativo nel suo complesso» e ha sottolineato l’intenzione di voler «creare una task force dentro il dicastero, una Direzione ad hoc riservata solo all’edilizia». Tuttavia, quella direzione al Mit esiste già.

Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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Merz l’antieuropeista ostacola Unicredit
Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.

Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.

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«Prima gli italiani»? Per i giudici è reato
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Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».

Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.

E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.

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