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2023-11-27
Pronto? Parla la truffa
«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati».
Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali.
Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.
Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero».
I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.
Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.
Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker.
Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.
L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti
«Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto».
Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine».
La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture»
«Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro?
«Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente.
«Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti.
Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
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Il prossimo passaggio al mercato libero dell’energia ha scatenato la corsa al cliente. Nell’ultimo anno sono stati presi di mira 4 milioni di italiani, soprattutto anziani. Con danni per 1,2 miliardi.Leonardo Papagni (Assocall): «A rimetterci sono anche i call center onesti.Consumerismo denuncia: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture».Lo speciale contiene tre articoli.«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati». Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali. Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero». I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker. Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-allarme-di-assocall-a-rimetterci-sono-anche-i-call-center-onesti" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti «Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto». Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-denuncia-di-consumerismo-dipendenti-infedeli-rivendono-i-dati-delle-nostre-forniture" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture» «Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro? «Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente. «Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti. Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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