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2023-11-27
Pronto? Parla la truffa
«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati».
Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali.
Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.
Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero».
I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.
Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.
Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker.
Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.
L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti
«Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto».
Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine».
La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture»
«Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro?
«Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente.
«Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti.
Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
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Il prossimo passaggio al mercato libero dell’energia ha scatenato la corsa al cliente. Nell’ultimo anno sono stati presi di mira 4 milioni di italiani, soprattutto anziani. Con danni per 1,2 miliardi.Leonardo Papagni (Assocall): «A rimetterci sono anche i call center onesti.Consumerismo denuncia: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture».Lo speciale contiene tre articoli.«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati». Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali. Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero». I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker. Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-allarme-di-assocall-a-rimetterci-sono-anche-i-call-center-onesti" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti «Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto». Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-denuncia-di-consumerismo-dipendenti-infedeli-rivendono-i-dati-delle-nostre-forniture" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture» «Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro? «Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente. «Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti. Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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