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2023-11-27
Pronto? Parla la truffa
«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati».
Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali.
Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.
Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero».
I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.
Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.
Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker.
Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.
L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti
«Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto».
Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine».
La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture»
«Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro?
«Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente.
«Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti.
Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
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Il prossimo passaggio al mercato libero dell’energia ha scatenato la corsa al cliente. Nell’ultimo anno sono stati presi di mira 4 milioni di italiani, soprattutto anziani. Con danni per 1,2 miliardi.Leonardo Papagni (Assocall): «A rimetterci sono anche i call center onesti.Consumerismo denuncia: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture».Lo speciale contiene tre articoli.«Pronto, lo sa che lei paga l’elettricità più cara? Noi le proponiamo di risparmiare». Segue una mitragliata di dati, percentuali e cifre a cui nemmeno un laureato in ingegneria riuscirebbe a stare dietro, figurarsi il malcapitato che ha accettato la chiamata magari mentre prepara il pranzo o è con un piede fuori casa per andare al lavoro. Ma non c’è scampo; dall’altra parte, l’operatore del call center, giocando sull’effetto sorpresa, lancia l’amo: «È un’offerta unica e irripetibile». E se per caso, l’utente chiede di avere le condizioni scritte nero su bianco, può anche capitare che si senta dare dello sciocco. «Prendere o lasciare, domani è troppo tardi, sa come sono i mercati». Telefonate come questa ne arrivano in continuazione agli utenti e il passaggio al libero mercato dal prossimo anno ha scatenato la corsa dei gestori energetici ad accaparrarsi clienti. Una caccia senza esclusione di colpi che lascia disorientati i consumatori, consapevoli che comunque la liberalizzazione del settore sarà un salto nel buio senza paracadute. Secondo Arera, che monitora l’evoluzione dei mercati di vendita dell’energia e del gas, a giugno le offerte di elettricità sul mercato libero erano circa 2.000 e solo 200 risultavano più convenienti rispetto alle tariffe di maggior tutela. Orientarsi nel ginepraio dei listini è difficile perfino per gli addetti ai lavori, figurarsi per il cittadino comune che quindi si affida al marketing telefonico. Di qui la facilità di rimanere intrappolati nelle truffe. Anche perché i dati personali, invece di rimanere riservati, circolano liberamente. Sul web c’è un vero e proprio commercio di liste di utenti, soprattutto per gas e elettricità. Come può accadere dal momento che sono sotto la tutela di una società pubblica, quale è l’Acquirente Unico? C’è chi sospetta, è il caso dell’associazione Consumerismo, che ci sia qualche «dipendente infedele» che, disponendo delle chiavi d’accesso, faccia incetta di informazioni per poi rivenderle a call center illegali. Le chiamate moleste sono un fenomeno in espansione, come ha denunciato in un commento su La Verità il direttore Maurizio Belpietro. Seguono tutte lo stesso modello. Alcuni ci cascano, per superficialità, buona fede, fragilità (è il caso di tanti anziani soli) e accettano il passaggio ad altro ente energetico per poi ritrovarsi tra le mani una bolletta superiore a quella precedente. E allora comincia la trafila per tornare indietro ma c’è anche chi rinuncia per evitare burocrazia e altri fastidi. Al momento sono 9,5 milioni gli utenti ancora nel tutelato per quanto riguarda la luce e 6,5 milioni quelli relativi al gas.Secondo una ricerca di mUp Research e Norstat, commissionata da facile.it, 4 milioni di italiani hanno subito una truffa o un tentativo di truffa nel corso dell’ultimo anno con un danno stimato di 1,2 miliardi di euro. Il numero delle vittime è cresciuto del 28%, rispetto all’anno precedente. Il finto call center è la strategia più utilizzata (il 53% dei casi contro il 44% di un anno fa). Uno degli aspetti più preoccupanti è il fatto che nella maggior parte dei casi (il 58%) chi viene truffato non denuncia l’accaduto. Il motivo? Il 35% delle volte perché il danno economico era contenuto, nel 25% perché era certo che non avrebbe recuperato quanto perso. C'è poi un 19% che tace perché «si sentiva ingenuo a esserci cascato» e un 10% che «non voleva che i familiari lo scoprissero». I truffatori usano false promesse, proposte di vendita aggressive e minacce fasulle per fare leva su informazioni personali che possono usare per rubare soldi o identità. Tra le scuse più usate per strappare un contratto, c’è il finto aumento del canone. L’utente è contattato a nome di una compagnia telefonica e gli si prospetta un incremento del canone per indurlo a cambiare gestore. Alcuni call center individuano un utente che ha appena chiesto l’attivazione di una linea e gli dicono che è impossibile portare a termine il servizio e quindi non gli resta che cambiare gestore. Un altro caso frequente è quello in cui l’utente segnala un guasto tecnico ma riceve una chiamata da un call center che cerca di dirottarlo ad un’altra compagnia telefonica, spacciata per più affidabile.Oltre alle truffe per le utenze, i malfattori spaziano in altri settori. Una tecnica consolidata è quella in cui si simula un falso incidente. I malviventi prima studiano in maniera approfondita la vittima, individuata tra le persone più vulnerabili perché anziane o sole; riescono, in qualche maniera, a recuperare informazioni personali, quali il numero di cellulare, il nome di un parente, e poi, simulando un finto incidente accaduto al congiunto o più semplicemente la necessità di consegnare un pacco per conto di un nipote, ingannano la vittima, facendosi consegnare anche ingenti somme di denaro e oggetti preziosi. Un caso del genere è accaduto recentemente a Napoli. La Squadra Mobile della Questura di Bari ha arrestato un uomo per truffa aggravata. Aveva fatto credere a un’anziana signora che la figlia si trovasse in pericolo e per salvarla era necessario pagare una cospicua somma di danaro. Per evitare che la donna, colta dal dubbio, potesse chiedere aiuto a un parente, il malvivente ha tenuto occupata la linea telefonica. Mentre l’uomo intratteneva la donna al telefono, un complice si è recato presso l’abitazione e, presentatosi come un conoscente del nipote della donna, si è fatto consegnare 400 euro, oggetti d’oro per 7.000 euro e una carta di credito con i relativi codici di sblocco. Immediatamente dopo, uscito dall’abitazione, dal bancomat ha prelevato mille euro.Gli smartphone sono presi di mira con particolare insistenza perché l’utente spesso è disattento. Le truffe più ricorrenti si basano sull’invio di messaggi di testo o email che appaiono come se provenissero da una fonte attendibile, come un parente, un’azienda o un’istituzione governativa, con richieste di informazioni personali o comunicazioni su consegne di pacchi. I messaggi spesso contengono un link o un numero di telefono che, se cliccato o chiamato, conduce a un sito web o a una chiamata telefonica fraudolenta. Frasi molto usate sono: «Hai vinto un premio! Per riscuoterlo, chiama questo numero», oppure: «Il tuo dispositivo è stato infettato da un virus. Per rimuoverlo, installa questa applicazione», o: «Nonna ho perso il telefono chiama su questo numero». Non solo. «Pronto è la Polizia postale, lei ha commesso un reato». È così che una banda di truffatori telefonava alle vittime spacciandosi per agenti della Polizia postale, facendo credere loro di aver commesso reati online che avrebbero potuto estinguere versando delle somme su una carta Postepay. Le somme richieste andavano fino a oltre 3.000 euro. A una delle vittime era stato contestato un annuncio «pornografico» su una bacheca di incontri, un’altra aveva versato 400 euro dietro la minaccia di essere separata dalla figlia minorenne. Altri malviventi chiamavano le vittime con il numero di istituti di credito veri chiedendo di spostare i soldi dal conto. Finti operatori delle Poste, chiedevano Pin e numero di conto e poi svuotavano i depositi. C’è poi la telefonata da un numero simile a quello della Polizia o dell’ufficio postale vicino che consiglia di spostare tutti i soldi su un Iban fornito di proposito perché, dice il truffatore, il conto corrente è sotto attacco hacker. Arera ha creato il sito Difenditicosi dove si trovano indicazioni su come tutelarsi dal teleselling. Ma non basta se non si interviene sulla fuga dei dati con sanzioni severe.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-allarme-di-assocall-a-rimetterci-sono-anche-i-call-center-onesti" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> L'allarme di Assocall: «A rimetterci sono anche i call center onesti «Il Garante della privacy ha detto che nonostante le 256 multe effettuate da quando è attivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati, per un ammontare complessivo di 123,369 milioni di euro, si contano ugualmente circa 4.000 segnalazioni al mese da parte dei cittadini. Il fenomeno del telemarketing illegale è, molto spesso, il frutto di traffici illeciti di dati energetici, facilitati da una scarsa sicurezza dei sistemi di gestione. Acquisire tutti i dati personali degli utenti è molto facile perché la piattaforma Sii (il Sistema informativo integrato) gestito da Acquirente unico, dove sono contenute le informazioni, compreso numero di telefono, di tutti i contatori, non ha un sistema di protezione adeguato». A parlare è Leonardo Papagni, presidente di Assocall, una delle associazioni di call center che insieme ad altre organizzazioni di settore e a Consumerismo, a luglio scorso ha siglato un esposto poi inviato al Garante Privacy, all’Arera, all’Agcm, all’Agcom e all’Agenzia italiana per il digitale, per denunciare la fuga di dati. «Acquisendo le informazioni sui consumatori, soggetti senza scrupoli possono contattare l’utente e siccome non sono tracciabili, la fanno franca. Usano la tecnica del “Cli spoofing” che consente a chi chiama di modificare il numero in modo che il chiamato visualizzi sul proprio dispositivo un numero diverso. Tant’è che risulta inesistente se l’utente tenta di contattarlo», spiega Papagni. «Al sistema dell’Acquirente Unico si accede con semplice nome utente e password senza verifiche ulteriori ed è facile, quindi, impossessarsi, per poi rivenderle sul mercato nero del web, delle anagrafiche degli utenti, che hanno in corso un cambio di fornitore e i relativi dati sulle tariffe attive oltre, ovviamente, ai dati di contatto». Dopo la denuncia delle associazioni, l’Acquirente Unico ha eliminato dal portale i numeri di telefono degli utenti. «Ma è comunque possibile acquisire questo dato con una interrogazione puntuale della singola utenza. Mentre prima si potevano scaricare in modo massivo i dati di tutti i clienti di un gestore, compreso il cellulare, ora per risalire al numero telefonico bisogna procedere per singoli contatori. È un’operazione un po’ laboriosa ma non impossibile per un truffatore. La protezione non è sufficiente, bisogna fare di più» avverte Papagni. Cosa? «Sollecitando le istituzioni affinché impediscano alle chiamate da utenze false di viaggiare sulle reti nazionali. In Inghilterra è stata creata una banca dati di utenti reali. Si può fare anche qui». Poi spiega che il traffico illegale di informazioni personali sul web e la diffusione di call center illegali sta distorcendo il mercato con danni importanti per chi è in regola. «In un anno abbiamo riscontrato il 10% di risposte in meno. Le persone sono stanche di esser bersaglio di offerte truffaldine». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/call-center-energia-truffe-2666362778.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-denuncia-di-consumerismo-dipendenti-infedeli-rivendono-i-dati-delle-nostre-forniture" data-post-id="2666362778" data-published-at="1701086342" data-use-pagination="False"> La denuncia di Consumerismo: «Dipendenti infedeli rivendono i dati delle nostre forniture» «Il passaggio al libero mercato per la fornitura di elettricità e gas ha accelerato la corsa dei gestori ad accaparrarsi i clienti. I consumatori sono bersagliati da telefonate martellanti che propongono contratti super vantaggiosi ma truffaldini e per convincere i potenziali clienti usano ogni astuzia, anche le minacce, se occorre». Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo, è impegnato in una battaglia contro il fenomeno delle telefonate-truffa. Una domanda scontata: come fanno i call center ad avere i numeri e i dati degli utenti? Come sono a conoscenza che è stato stipulato un nuovo contratto, che c’è stato un cambio di fornitore? Come fanno ad avere un quadro chiaro della situazione del cittadino così da andare a colpo sicuro? «Semplice, prelevando tutte le informazioni dalla piattaforma del Sistema Informativo Integrato, il SII, dell’Acquirente Unico. È accessibile a tutti i fornitori energetici ma è evidente che basta qualche dipendente infedele, che fa il doppio gioco, acquisisce i dati e poi li rivende sul mercato nero, sui social o Telegram» spiega Gabriele. Ma i nostri dati dovrebbero averli sono i gestori ai quali li abbiamo consegnati, fidandoci. Invece circolano sulla rete e vengono assegnati al miglior acquirente che li usa a suo piacimento. Nel corso di un anno le segnalazioni di telefonate moleste al Garante per la protezione dei dati personali, sono state più di 100.000 nonostante l’entrata in vigore del Nuovo Registro delle Opposizioni, cioè il sistema a cui si può iscrivere il numero di telefono per non ricevere più chiamate di telemarketing. Ma la questione è più complicata perché anche chi è iscritto da tempo (sono 28 milioni gli iscritti) continua a ricevere chiamate non autorizzate. Ma chi aggira le regole? E come fa? Impossibile dare una risposta, come è emerso da una inchiesta di Mi Manda Raitre che si è occupata del tema. C’è anche chi chiama da uffici pubblici che non esistono. La tecnica più usata è quello dello spoofing, che consente di falsificare l’identità di chi telefona. Tant’è che provando a digitare lo stesso numero risulta inesistente. «Liste di utenti sono in vendita sul web. Chi è interessato, paga un abbonamento o un prezzo spot per ogni pacchetto di posizioni», spiega Gabriele. Gli elenchi valgono oro perché sono possibili contratti. Nei Paesi Bassi l’incubo delle telefonate moleste è finito a luglio 2021 quando è stata approvata una legge che ha istituito un elenco al quale possono iscriversi coloro che acconsentono ad essere chiamati. Possono fornire solo la propria mail e non il numero di telefono. Tornando in Italia, sono previste sanzioni per i call center molesti. Dal 2019 ad oggi sono state comminate multe per 130 milioni; il 53% a operatori telefonici, il 37% a aziende energetiche e il 10% ad altri. Probabilmente non sono così pesanti da disincentivare le azioni o il ritorno come contratti è così alto che il gioco vale la candela.
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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