Bonomi si sveglia: adesso chiede 50 miliardi
Il presidente di Confindustria apre allo «scostamento di bilancio» dopo averlo sempre escluso nei mesi scorsi. Ma la cifra che ipotizza non basterà per alleviare le sofferenze di imprese e cittadini. Ce ne vogliono più di 100. E ormai non c’è più tempo.

Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria, ieri ha tuonato che o si trovano 50 miliardi in fretta o si va tutti a gambe all’aria. Matteo Salvini, durante la campagna elettorale, aveva tuonicchiato che ce ne vogliono trenta e subito o si va verso il disastro. Bene. Non ne bastano né trenta né cinquanta, ma ce vorrebbero molti di più non per risolvere il problema, ma per alleviare la sofferenza di cittadini e imprese, curare le ferite di chi non è già cadavere e non portare il Paese verso una crisi che costerebbe molto di più dei 100 miliardi – almeno – che sarebbero necessari per non farcelo entrare.

Perché è ora di piantarla di dire cifre che, notoriamente, non sono e non saranno – nel caso a oggi improbabile che arrivino – sufficienti. A meno che Bonomi non si riferisca solo ai suoi associati e non a tutti gli italiani, cosa che non penso.

Bisogna avere il coraggio delle cifre. Anche se si ritengono impossibili. Occorre che, una volta tanto, si dica quanto servirebbe davvero, non quanto si pensa che servirebbe. Altrimenti non si va proprio da nessuna parte. È inutile girarci intorno: o si mettono tanti soldi, e presto, o sarà una disfatta. Dal mio piccolo osservatorio, la mia trasmissione Dritto e rovescio, tocco con mano, sia durante il programma sia durante le mie uscite a contatto con famiglie e imprenditori, la gravità della situazione, ogni settimana da ben oltre un anno e ben prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Certo, dopo la guerra le cose sono peggiorate, ma le avvisaglie c’erano prima, eccome se c’erano. Solo per fare un esempio: nell’ultima e nella penultima trasmissione, nell’arco di una mezz’oretta, ho calcolato che una decina di imprenditori mi hanno detto, carte alla mano, che chiuderanno a fine ottobre o che hanno chiuso già a settembre o che – una minoranza – sospenderanno l’attività in attesa che sia passata la bufera. Per la verità questi ultimi lo dicevano con scarsissima speranza che ciò avvenga.

Ora, se da una trasmissione si raccolgono questi dati, è evidente che o tutti quelli con problemi parlano solo lì – inverosimile – o che sono moltissimi quelli che sospenderanno le loro attività e tireranno giù la saracinesca.

Sono tutti in ritardo. Anche il presidente di Confindustria, anche i politici che dicono che bisogna fare di più e presto e che siamo in ritardo: sono in ritardo. L’allarme, soprattutto da parte degli industriali, andava lanciato prima e occorreva anche dire altre cifre. Lo sanno benissimo che questa crisi non richiede un intervento più leggero di quello che è stato fatto per il Covid. Forse non è azzardato affermare che la situazione sia addirittura peggiore di quella che c’era ai tempi del virus che, comunque, non è ancora superata.

Se le cifre necessarie sono molto maggiori rispetto ai trenta miliardi di Salvini e anche ai cinquanta miliardi Bonomi, dove si prendono questi soldi? O in Italia, facendo altro deficit, o in Europa. Se la prima strada è oggettivamente in salita (la tassa sugli extra profitti delle aziende energetiche è stata scritta coi piedi e ha dato risultati insignificanti), la strada dell’Europa sarebbe invece possibile, ma l’Europa non la vuole percorrere.

Rimandano in continuazione la decisione sul price cap, il tetto al prezzo del gas, e straparlano di possibili soluzioni futuribili e insensate. I soldi servono ora. Forse a Strasburgo e a Bruxelles non lo sanno, ma lo sanno tutti i cittadini italiani: che ne ha bisogno e chi ce la fa comunque (pochi).

Nel frattempo la Germania, in barba a tutte le regole europee scritte (vedi il surplus commerciale da anni) e non scritte (il fatto che ci chiamiamo Unione non disunione europea, come è nei fatti), ha messo lì 200 miliardi per un Paese che conta ottanta milioni di persone. Noi siamo sessanta milioni, fate i conti voi e vedrete che siamo ben oltre i cento miliardi.

Allora, per prima cosa occorre dire le cifre vere, dire quanto occorre spendere per evitare chiusure, disoccupazione, cassa integrazione, diminuzione dei consumi e della produzione, aumento del numero dei cittadini che scivolano sotto la soglia della povertà assoluta. In secondo luogo, occorre riversare le tasse che lo Stato ha incassato in più a causa dei rincari energetici per venire incontro al caro bollette. Terzo, occorre decidersi e scrivere bene la norma sulla tassazione degli extra profitti delle imprese energetiche, se la si vuol fare in modo che porti soldi freschi subito. Quarto e ultimo punto, occorre battagliare in Europa perché si svegli e metta in piedi un Energy Recovery Fund. Ma è comunque tardi, tardissimo. Si è superato ogni tempo limite.

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