- Veleni e frecciate dirette a Elly Schlein nell’evento coi fedelissimi del governatore dem. Che rilancia il campo largo al Terzo Polo.
- Stefano Patuanelli rompe l’ultimo tabù dei 5s: «Torni il finanziamento pubblico alla politica». Giuseppe Conte lo smentisce e l’ex ministro fa peggio: «Questa classe dirigente non è pronta».
Lo speciale contiene due articoli.
Il Grande Vecchio Romano Prodi acclamato come un papa. La nuova corrente che si spaccia per semplice ritrovo di «amici». Ex ministri, deputati, sindaci, consiglieri regionali e comunali pronti a sudare due giorni in un centro congressi pur di stringersi intorno al loro leader. Sullo sfondo, neppure tanto nascosto, l’obiettivo di logorare il segretario Schlein. Cesena ospita l’assemblea «Energia popolare», organizzata da Stefano Bonaccini e dalla sua area riformista, ed è subito parodia della vecchia Democrazia cristiana. Tutti avanti insieme per la riscossa contro «le destre», ma in una palude di distinguo e vecchie ruggini. Con Bonaccini che rilancia il campo largo, anzi larghissimo, con M5s, Terzo Polo e Verdi-Sinistra, ma fa sapere ai futuri alleati: «Senza di noi non andreste da nessuna parte».
In una marea di buonismi e promesse di reciproca collaborazione, la verità scappa detta all’avvocato Matteo Biffoni, ex deputato e oggi sindaco di Prato: «Cara segretaria è vero, forse non ti abbiamo vista arrivare… adesso però aspettiamo di vedere gli elettori». La corrente Bonaccini, pardon, area Bonaccini, si aspettava che l’effetto donna «più o meno chic più o meno nuova» portasse almeno una bella risalita nei sondaggi, invece si fatica sempre a tenere quota 20%. Il presidente dell’Emilia Romagna, però, indossa i guanti di velluto. Ci tiene a dire che «Energia popolare» non è una corrente, ma intanto in una platea di amministratori locali schiera Piero Fassino, Piero De Luca, Gianni Cuperlo, Pina Picierno, Stefania Pezzopane, Virginio Merola, Lorenzo Guerini, Graziano Delrio, Simona Malpezzi, Emanuele Fiano e Simone Uggetti, l’ex sindaco di Lodi uscito pulito da una brutta inchiesta per corruzione. Ma soprattutto, ieri a mezzogiorno, alla Fiera di Cesena arriva Prodi, che aveva appoggiato Schlein e ora forse chissà.
L’ex premier lamenta che nel Pd si sia smesso di «riflettere sull’idea che vogliamo costruire» e punta il dito sulla navigazione a giorno. «Riconosciamo prima di tutto gli errori compiuti», chiede Prodi, «quando, spinto dalle circostanze, il Pd ha inseguito gli obiettivi di breve periodo: le legge elettorale, la riforma della Rai, il finanziamento pubblico ai partiti, alcune riforme istituzionali». Prodi spiega che prima di «allargare» bisogna avere delle idee nuove e proprie. E sembra quasi una critica alla Schlein, che da quando ha vinto le primarie è sembrata schiava dei suoi clichè.
Allargamento è la parola magica anche per il padrone di casa, che ringrazia Prodi come un nuovo nume e lancia l’esca a destra, al centro e a sinistra, pur di vincere: «Noi da soli non bastiamo. Agli amici di Stelle e Terzo Polo, per non dire di Verdi e Sinistra, dico che sappiamo benissimo che non possiamo imporre strategie solo perché siamo più grandi, ma sappiano anche loro che se vogliamo battere la destra, senza di noi non andreste (sic) da nessuna parte». Una considerazione non proprio amichevole, nei confronti dei futuri compagni di strada.
Bonaccini sta bene attento a non dissotterrare l’ascia di guerra contro il segretario che lo ha battuto solo grazie alle discusse primarie allargate ai non iscritti. Ripete più volte concetti come «guai a dividerci tra noi». Afferma esplicitamente che «noi non vogliamo indebolire la segretaria» e «questa non è una corrente». Anche Graziano Delrio, ex prodiano ed ex renziano, assicura che «siamo tutti attaccati alla stessa corda e non si taglia la corda al capo cordata, ma spesso da sotto vedi se il capo cordata sta prendendo la via sbagliata». Chissà se Elly Schlein ha gradito la metafora, esposta con garbo ma abbastanza cruda nella sostanza. L’ex ministro Guerini è più diretto. Dopo essersi lamentato degli attacchi della segreteria a Matteo Renzi e ai renziani, fa notare che si rischia di «far cadere tutto l’albero tagliando le radici». Quello che non piace a chi sale sul palco di «Energia popolare» è un partito che parli solo di diritti Lgbt, di salario minimo ed emergenza climatica. L’ex sindaco di Bologna Merola contesta la linea politica: «Ora bisogna aprire una discussione vera e convocare un’assemblea programmatica. Lì porteremo le nostre proposte e poi quel programma va approvato dagli iscritti, gli iscritti devono votare. Non vorrei che proprio il popolo degli iscritti diventasse una sorta di bad company». E già, il popolo degli scritti. Anche a Cesena si capisce che la ferita dell’elezione del segretario non è sanata e che c’è tutto un partito dei circoli e dei notabili locali che sospetta di esser stato «scippato» dalle primarie aperte.
Schlein a Cesena si accontenta del fatto che Bonaccini non le abbia dichiarato guerra, ma chissà se la presenza di Prodi, l’uomo-Pantheon, l’ha fatta riflettere sui rischi che corre. Nel Pd, sono in tanti a pensarla come il sindaco di Prato e a dire che i risultati non stanno arrivando. Ieri, il segretario del Pd si è comunque buttato a pesce sulla mezza apertura di Giorgia Meloni, che sul salario minimo si è detta «laica», e si è dichiarata disponibile «anche a un incontro domattina con lei e il governo». Ma intanto la riunione del correntone di Bonaccini è una campana che suona e le chiede risultati. Almeno uno.
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