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Bombe a grappolo sulla base medica. Si vive con lo sguardo sempre all’insù

Bombe a grappolo sulla base medica. Si vive con lo sguardo sempre all’insù
Foto Niccolò Celesti
Anche se proibiti dalle convenzioni internazionali, i micidiali ordigni sono usati massicciamente dai russi. Circa il 25% di essi resta inesploso nei campi, pronto a uccidere i malcapitati che ci passeranno sopra.

Niccolò Celesti dal fronte di Kherson

Sono le 7 di sera quando una telefonata sul cellulare di Vova, il comandate dell’unità, lo informa che un soldato è morto e altri cinque sono rimasti feriti in un attacco con una bomba a grappolo in una base medica vicino a dove viviamo, un edificio dove si raggruppano principalmente medici e dove si stavano aggiustando dei mezzi blindati.

Siamo tornati sul posto per verificare questa notizia, quando scendiamo dalla jeep ci fanno sapere che possiamo stare solo cinque minuti, i russi una volta individuato un punto possono bombardarlo per giorni finché non lo radono al suolo, i soldati rimanenti sono tesi, parlano tra di loro con tono concitato, sanno che potrà accadere di nuovo, ma per il momento è tropo difficile trovare un’altra base per i medici.

Ne troviamo alcuni vicino al punto dell’impatto, alcuni parlano alcuni sono con il naso all’insù a guardare il cielo per individuare altri droni appena sentono un rumore sospetto, e pronti a dare l’allarme.

A terra rimangono ancora le scarpe, le ciabatte intrise di sangue, una delle barelle utilizzate per l’evacuazione anch’essa intrisa di sangue, gli attrezzi con i quali stavano saldando delle piastre al mezzo da riparare.

Eravamo stati qui 2-3 ore prima quel fatidico giorno, uno di loro mi aveva curato una ferita alle dita che mi ero provocato proprio con quel mezzo, tirando giù un finestrino blindato, quel soldato dal sorriso gentile mi aveva mostrato alcuni parti tecniche mentre lavorava con la saldatrice.

Aveva circa 55 anni, la faccia tonda così come il fisico in leggero sovrappeso, non combatteva per via dell’età e della sua mansione, come molti altri soldati non operativi svolgeva compiti di appoggio, fondamentali per supportare le prime linee.

Mi raccontano come fosse una persona dal buon umore che mette allegria in un gruppo dove gli uomini che tornano dal fronte per il turno di riposo hanno bisogno anche di persone gioiose e scherzose. «Faceva bene al gruppo, all’ambiente».

Eppure quella piccola bomba rilasciata da un drone sopra la sua testa mentre stava mostrando qualcosa agli altri che in quel momento erano con lui nel piazzale antistante il loro edificio gli ha portato via le gambe e poco dopo la vita.

Sono giorni ormai che documentiamo l’uso indiscriminato delle bombe a grappolo, nelle ultime 48 ore anche noi nella casa che condividiamo con l’unita che stiamo seguendo passiamo sempre meno tempo fuori all’ombra dell’albero sotto il quale si era formato un salottino composto da un tavolo tondo e cinque sedie di plastica.

Le bombe a grappolo scoppiano in continuazione intorno, e la corsa verso il bunker è diventata sempre più frequente, Karolina, la nostra interprete passa il suo tempo fuori vicino a una finestra che è stata modificata per poter saltare giù nella cantina della casa il più velocemente possibile. Svegliandoci ieri mattina abbiamo trovato alcuni dei pezzettini di ferro che nella notte erano caduti sopra la base.

Abbiamo visto, filmato e addirittura portato via da un campo uno degli involucri che contengono i grappoli e che si trovano qua e là conficcati un po’ dappertutto intorno alle trincee ma anche in città a Mykolaiv dove gli attacchi continuano giornalmente sulle aree civili.

L’ultima verifica la facciamo prima di sera, a circa 7 chilometri da dove alloggiamo c’è un villaggio, una zona residenziale fuori dalla città di Mykolaiv: uno di questi ordigni ha fermato la sua corsa sopra le case grazie al paracadute che serve proprio per sganciare i grappoli a caduta sopra un punto specifico come un centro abitato in questo caso. Le bombe a grappolo hanno dato fuoco a una vasta area ma per fortuna con un errore di una cinquantina di metri e così solo una stalla è stata colpita nella zona e l’involucro si è conficcato a pochi metri.

Spesso molte delle bombe a grappolo che cadono non deflagrano e rimangono sul terreno pronte a esplodere in qualsiasi momento, così anche solo per avvicinarsi bisogna stare attentissimi a dove si mettono i piedi e appena ricrescere la vegetazione sarà solo una questione di fortuna per molti non incappare in uno di questi ordigni, alcuni dei quali progettati per esplodere anche dopo, come le mine. Le aziende produttrici di questi ordigni dichiarano che la percentuale delle bombe inesplose che rimangono a terra è il 3,7%, in realtà altri studi sul campo e anche le testimonianze che stiamo raccogliendo parlano di percentuali molto più alte, del 25-30%.

Negli svariati viaggi sulla prima linea che abbiamo effettuato in questi giorni abbiamo potuto verificare come l’uso delle bombe a grappolo sia fatto in maniera massiccia dall’armata russa per cercare di neutralizzare i soldati nelle trincee più avanzate, per avere maggiori probabilità che una di queste centinaia di «bombette» (in gergo vengono chiamate bomblets) riescano a far centro in una delle poche vie di entrata delle trincee.

Il comandante Vova che ci sta accompagnando nei campi di grano che delineano la linea alle fronte ci racconta i vari episodi che lo hanno visto coinvolto in bombardamenti di questo genere: «Non so da dove ne prendano cosi tante», ci dice, «ma ci sono stati giorni che sembrava piovesse, al fronte non siamo mai a più di un metro e mezzo dalla trincea per buttarci dentro appena sentiamo l’esplosione in volo dell’involucro».


Le immagini dal fronte di Kherson

Foto Niccolò Celesti

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