Il testo del Def, il documento di economia e finanza, arrivato martedì sera sul tavolo del Consiglio dei ministri contava 133 pagine. Quello definitivo inviato mercoledì notte a Bruxelles (e pubblicato sul sito del Mef ieri mattina) è cresciuto fino a 164 pagine. Chi abbia vagliato l'estensione del testo è palese. Approfittando delle divergenze elettorali tra Lega e 5 stelle, il ministro Giovanni Tria ha messo in bella la sua bozza.
Molti paragrafi sono stati ovviamente confermati, altri sono delle novità certamente negative per i due partiti di maggioranza. Innanzitutto, il tema dell'Iva e delle clausole di salvaguardia. Fino a mercoledì sera Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno negato ogni possibilità di lasciare scattare l'aumento automatico dell'imposta sulle cose. Invece, a pagina 5 del documento, si legge che «la lettura della previsione tendenziale (dei valori dell'economia, ndr) deve tenere conto del fatto che la legislazione vigente, come modificata dalla legge di bilancio 2019, prevede un aumento delle aliquote Iva, nonché un lieve rialzo delle accise sui carburanti a gennaio del 2020. L'aumento delle imposte indirette prevederebbe», si legge ancora, «una minore crescita del Pil in termine reali e un rialzo dell'inflazione rispetto a uno scenario di invarianza fiscale».
L'analisi sugli effetti è lapalissiana, eppure il Mef ha sentito l'esigenza di esplicitarla per giocare la carta che sembra suggerita paro paro da Bruxelles. Nessun accenno al disinnesco delle clausole Iva e stop. Così dal punto di vista politico è uno smacco per i vice premier, i quali dovranno riaccordare la prossima campagna elettorale e barcamenarsi tra la negazione dell'aumento dell'Iva e la possibilità di mettere in pista la flat tax anche per le famiglie. Paragrafo tra l'altro che è stato pesantemente emendato dai tecnici del Mef.
Nel testo definitivo sono spariti, infatti, gli accenni alle due aliquote (15 e 20%) e hanno lasciato il posto a un più generico impegno di perseguire la Flat tax e la tutela dei ceti medi (che fuori dal contesto rappresentano, in realtà, un ossimoro). Ma l'impronta di Tria ha prodotto anche un'altra modifica. Andando a controllare le voci delle uscite e delle spese, ci si imbatte in quella relativa al fondo ristoro dei risparmiatori. Si tratta dei soldi inerenti il decreto per i rimborsi degli sbancati. Invece di indicare 1,5 miliardi come anticipato dallo stesso Tria e promesso dai due vicepremier, si arriva in tre anni soltanto a 825 milioni, di cui 75 per il 2019. Praticamente la capacità dei rimborsi è dimezzata. Un brutta notizia che si aggiunge al pasticcio in corso che ha imposto più volte lo slittamento dell'approvazione del decreto. Tant'è che ora è previsto che il testo finisca dentro il decreto crescita per dare il tempo ai tecnici di sistemare i paragrafi che l'avrebbero reso inefficace. Mancava una parte di copertura per gli acquisti di obbligazioni sul mercato secondari, con il rischio di lasciare fuori metà della platea.
Forse è per questo motivo che Tria ha tagliato la testa al toro e ha dimezzato le risorse! C'è da scommettere che Lega e 5 stelle daranno battaglia sul tema per cercare di portare avanti le promesse avanzate. Con il rischio - a questo punto concreto - che il tempo passi e nessuno degli sbancati incassi i rimborsi prima delle elezioni. Mossa che soprattutto i 5 stelle avrebbero voluto cavalcare in vista delle europee. Anche perché dentro il Def non ci sono particolari elementi per cui brindare. Le stime del Pil sono le medesime annunciate nei giorni scorsi e pure il decreto crescita non dovrebbe portare una crescita (scusate la ripetizione) che vada oltre lo 0,1% del Pil. Poco, tenendo presente che quota 100 non avrà impatti e il reddito di cittadinanza dovrebbe apportare un altro 0,1%.
Nel complesso ciò che è certo è che l'impalcatura del Def piace all'Unione europea e raccoglie i suggerimenti della Commissione. Non a caso, Sergio Mattarella rientrato dalla visita ufficiale in Giordania e che oggi si troverà il testo da firmare, ha lasciato trapelare le solite indiscrezioni. Il Colle avrebbe apprezzato lo sforzo di realismo «di cui il documento è permeato e si ritiene anche che l'aver indicato nello 0,2% l'aumento del Pil per il 2019 possa garantire che Bruxelles non avrà da ridire» sui conti pubblici italiani.
«Questo, insieme alla presenza confermata di Giovanni Tria al ministero dell'Economia, nonostante gli attacchi dei giorni scorsi da parte dei partiti di maggioranza, farebbe superare i prossimi mesi all'Italia senza eccessivi scossoni sul piano della credibilità internazionale», si legge in un'agenzia. La velina è chiara e va dritta al sodo. Il Def piace all'Ue, al Colle e ormai è definitivo.












