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2019-06-27
Bilancio, l’ordine è «carte coperte con l’Ue»
Ansa
Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana.
Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio).
Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare.
Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio.
Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone.
Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano.
Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. Ecco perché, mentre Roma tiene le carte coperte, a Bruxelles si percepisce un insolito mix di silenzio e prudenza.
Corte dei conti dura sulla flat tax: «Gli choc fiscali sono pericolosi»
La flat tax rimane un pensiero fisso. Secondo Matteo Salvini la tassa piatta peserà sul bilancio dello Stato per 15 miliardi di euro, ma non è ancora chiaro da dove verranno recupereranno questi soldi. Il viceministro all'economia Massimo Garavaglia ha però più volte dichiarato come «le coperture ci sono, le abbiamo individuate», senza specificare quali esse siano. Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit.
E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit.
«Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali».
Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti.
A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo».
Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
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Nel Cdm svuotato di oggi mancherà anche l'assestamento dei conti. Una scelta precisa della maggioranza che non vuole subire per giorni il cannoneggiamento dell'Europa. Giovanni Tria, forte del deficit al 2,1%, svelerà la ricetta anti procedura solo al G20 di domani.Dai giudici contabili un assist per i falchi di Bruxelles: «Così si aumenta il debito».Lo speciale contiene due articoli.Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana. Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio). Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare. Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio. Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone. Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano. Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. 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Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit. E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit. «Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali». Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti. A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo». Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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