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2019-06-27
Bilancio, l’ordine è «carte coperte con l’Ue»
Ansa
Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana.
Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio).
Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare.
Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio.
Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone.
Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano.
Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. Ecco perché, mentre Roma tiene le carte coperte, a Bruxelles si percepisce un insolito mix di silenzio e prudenza.
Corte dei conti dura sulla flat tax: «Gli choc fiscali sono pericolosi»
La flat tax rimane un pensiero fisso. Secondo Matteo Salvini la tassa piatta peserà sul bilancio dello Stato per 15 miliardi di euro, ma non è ancora chiaro da dove verranno recupereranno questi soldi. Il viceministro all'economia Massimo Garavaglia ha però più volte dichiarato come «le coperture ci sono, le abbiamo individuate», senza specificare quali esse siano. Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit.
E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit.
«Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali».
Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti.
A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo».
Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
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Nel Cdm svuotato di oggi mancherà anche l'assestamento dei conti. Una scelta precisa della maggioranza che non vuole subire per giorni il cannoneggiamento dell'Europa. Giovanni Tria, forte del deficit al 2,1%, svelerà la ricetta anti procedura solo al G20 di domani.Dai giudici contabili un assist per i falchi di Bruxelles: «Così si aumenta il debito».Lo speciale contiene due articoli.Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana. Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio). Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare. Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio. Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone. Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano. Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. 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Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit. E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit. «Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali». Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti. A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo». Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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