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2019-06-27
Bilancio, l’ordine è «carte coperte con l’Ue»
Ansa
Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana.
Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio).
Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare.
Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio.
Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone.
Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano.
Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. Ecco perché, mentre Roma tiene le carte coperte, a Bruxelles si percepisce un insolito mix di silenzio e prudenza.
Corte dei conti dura sulla flat tax: «Gli choc fiscali sono pericolosi»
La flat tax rimane un pensiero fisso. Secondo Matteo Salvini la tassa piatta peserà sul bilancio dello Stato per 15 miliardi di euro, ma non è ancora chiaro da dove verranno recupereranno questi soldi. Il viceministro all'economia Massimo Garavaglia ha però più volte dichiarato come «le coperture ci sono, le abbiamo individuate», senza specificare quali esse siano. Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit.
E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit.
«Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali».
Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti.
A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo».
Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
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Nel Cdm svuotato di oggi mancherà anche l'assestamento dei conti. Una scelta precisa della maggioranza che non vuole subire per giorni il cannoneggiamento dell'Europa. Giovanni Tria, forte del deficit al 2,1%, svelerà la ricetta anti procedura solo al G20 di domani.Dai giudici contabili un assist per i falchi di Bruxelles: «Così si aumenta il debito».Lo speciale contiene due articoli.Consiglio dei ministri svuotato e semitecnico, quello di ieri: via dal tavolo l'assestamento di bilancio (se ne riparla il 1° luglio, «forse», ha significativamente aggiunto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti: e capiremo tra poco perché), sono rimasti in agenda solo alcuni adempimenti che erano in scadenza il 30 giugno prossimo, e che andavano dunque affrontati questa settimana. Quanto invece alle autostrade, la sortita «alla venezuelana» dei Cinquestelle su un'eventuale revoca delle concessioni sembra più parte del dibattito interno al M5S (anche i governativi filo Luigi Di Maio vogliono far vedere a Alessandro Di Battista che pure loro sono duri e puri) che un reale e praticabile obiettivo politico. Per ciò che riguarda l'autonomia, se ne rioccuperà un vertice politico riconvocato mercoledì prossimo: ai leghisti non sono piaciuti affatto né i sorrisini del sottosegretario grillino Stefano Buffagni, né le obiezioni tecniche (di valenza politica scarsa) contenute nel documento consegnato a Giuseppe Conte dal Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi (volendo, obiezioni tecniche si potevano fare su tutto nei mesi passati, anche sul reddito di cittadinanza caro ai grillini, si fa notare dalle parti del Carroccio). Ma attenzione. La giornata ha comunque riservato una decisione politica non banale e di notevole valenza tattica nel negoziato con l'Ue. Il rinvio dell'assestamento di bilancio non deriva dal fatto che il governo ha bisogno di più tempo: le carte ci sono già, e tutte le componenti della maggioranza (su questo punto) appaiono concordi e convinte, dalla Lega ai grillini, passando per il «terzo partito» tecnico. E il punto decisivo del ragionamento italiano a Bruxelles appare obiettivamente incontestabile: il rapporto deficit/Pil si fermerà al 2,1%, lontanissimo non solo dalla soglia altamente simbolica del 3% (valicata allegramente da tanti, Francia in testa), ma pure da quel 2,5% che era stato pronosticato dalla Commissione. Morale: se in un anno in cui il Pil è debole, nonostante tutto, un Paese riesce a tenere sotto controllo il suo deficit, cos'altro vogliono Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis? Non solo: sempre carte alla mano, l'Italia è in grado di dimostrare che le entrate fiscali stanno andando bene, specie l'Iva, trainata dalla fatturazione elettronica. Se è così (ed è così), si tratta di una maggiore entrata strutturale, destinata a durare. Forti di questi numeri a posto, gli uomini del governo hanno deciso (come in ogni partita di poker che si rispetti) di non calare subito le carte sul tavolo. C'è un negoziato? Si proceda con il negoziato, senza che tutto sia «bruciato» dalle dichiarazioni di partenza. A questo proposito, Tria a Osaka, in occasione del G20 di domani e dopo, porterà la ricetta anti procedura, in tempo per cercare di chiudere la trattativa prima della riunione della Commissione del 2 luglio. Non solo: l'obiettivo politico di Roma è quello di spostare su Bruxelles l'onere psicologico e politico delle decisioni. Detto molto chiaramente: se alla Commissione non andasse bene nemmeno il 2,1%, si tratterebbe di un atto di ostilità politica, di una provocazione nei confronti di un governo sgradito. Insomma, a farsi male sarebbe più la Commissione uscente che l'Italia. Nella maggioranza (ed è un altro punto di solidità della posizione italiana) si sottolinea l'ottimo andamento delle aste dei titoli pubblici di una decina di giorni fa: domanda molto superiore all'offerta, e rendimenti in discesa. In altre parole: non solo i mercati non strangolano l'Italia, ma sembrano aver più fiducia in un'eventuale manovra espansiva da parte di Roma che non nelle urla dei commissari francese e lettone. Di più. Lo sforzo di Roma, anche sfruttando l'impasse che si è determinata nell'ultimo Consiglio Ue sul nuovo organigramma europeo (vertice della Commissione, guida del Consiglio, poltronissime Bce), sarebbe quello di creare un unico pacchetto negoziale. Mentre a Bruxelles vorrebbero sfogliare la margherita petalo dopo petalo, e cioè discutere prima della procedura di infrazione (mettendo l'Italia in un angolo in vista della trattativa su commissari e cariche), il nostro governo vorrebbe mettere tutto simultaneamente sul tavolo, facilitando un politicissimo «do ut des». Volete il sì del governo italiano al nuovo assetto di cariche e incarichi? E allora serviranno due cose: per un verso, lo stop alla procedura, e per altro verso un portafoglio di peso per il commissario italiano. Non è un caso se, da qualche giorno, anche i piromani di Bruxelles hanno scelto il silenzio e un profilo più cauto. Si rendono conto che un attacco all'Italia sarebbe tecnicamente poco fondato, sarebbe letto da molti osservatori come una scelta arbitraria (il Wall Street Journal l'ha già fatto pesantemente la scorsa settimana, bacchettando i «mandarini» di Bruxelles), e soprattutto fornirebbe un ulteriore assist a Matteo Salvini per mostrare agli elettori italiani il vero volto di questa Ue. Insomma, benzina per un nuovo successo elettorale leghista. 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Il mistero di come si finanzierà la tassa piatta resta dunque vivo, visto che fino a due settimane fa si parlava di realizzare il progetto facendo ulteriore deficit. E proprio sul fare più deficit che ieri è intervenuta la Corte dei conti, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato, sostenendo che una revisione fiscale sia necessaria ma non facendo deficit. «Mettere mano al riassetto delle tasse e dei tributi può considerarsi una priorità. Tuttavia, resta il problema delle coperture sul breve termine, in mancanza delle quali il corrispondente aumento del debito potrebbe avere ripercussioni gravi, tali da annullare o ridurre molto i benefici della rimodulazione delle aliquote», dichiara Albero Avoli, procuratore generale della Corte dei conti. Secondo la Corte ci sarebbe inoltre un altro rischio legato alla flat tax. E cioè che i vantaggi legati alla riduzione del carico fiscale statale vengano azzerati dal parallelo incremento dell'imposizione locale. «Molti comuni», sottolinea Avoli, «stanno aumentando le aliquote dell'Irpef loro spettanti, altri hanno già aggiornato le imposte per i servizi. Per i cittadini, per le famiglie e le imprese sarebbe una vera e propria beffa il mero spostamento del carico fiscale dallo Stato agli enti locali». Altro aspetto negativo che graverebbe sulla flat tax, per quanto riguarda i fondi da recuperare per poterla realizzare, è l'andamento dell'evasione fiscale e delle misure intraprese da questo governo per cercare di ridurla. Secondo Ermanno Granelli, presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei conti, il gettito recuperato dalla lotta all'evasione «ammonta a 17 miliardi euro in flessione del 7,2% rispetto al 2018». Un andamento che appare «sintomatico del permanere dell'anomalo livello di evasione fiscale, soprattutto dell'Iva e dell'imposizione sul reddito». Esaminando da vicino l'attività di accertamento dell'Agenzia delle entrate si nota infatti come ci sia qualcosa che non va. La rottamazione, per esempio, a fronte di crediti originari per oltre 45 miliardi di euro e domande presentate pari a 37 miliardi, con un incasso aspettato pari a circa 21,8 miliardi di euro, ha ottenuto solo 10,4 miliardi. C'è anche da dire che per la rottamazione ter, così come il saldo e stralcio, le finestre di adesione alla procedura sono state riaperte. In questo modo si spera di poter attrarre molti altri contribuenti che hanno ancora debiti irrisolti con l'Amministrazione fiscale e non hanno presentato le domande nei tempi richiesti. A tutto questo si aggiunge il quadro negativo dipinto dalla Corte dei conti sulla situazione del debito italiano. «Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione di indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere. L'indebitamento ha un costo finanziario gigantesco, in senso di corresponsione di interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo». Parole che potrebbero non fare bene all'Italia, soprattutto in questo preciso momento politico, in cui si sta cercando di mediare con la Commissione europea per evitare la procedura di infrazione. Queste potrebbero infatti essere «usate» dai commissari europei contro l'Italia, per non ritenere sufficiente il documento, che sarà portato la prossima settimana a Strasburgo per evitare la procedura di infrazione, che spiegherà la riduzione del deficit 2019.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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