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2024-01-30
Biden subisce l’affronto iraniano ma a rinforzare Teheran è stato lui
Joe Biden (Ansa)
Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran.
Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria.
«Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti.
Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare.
Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre.
Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Attacco in Turchia, presi due jihadisti
Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya.
Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche.
L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città.
Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
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Il presidente Usa promette una reazione alla morte di tre soldati, colpiti in Giordania. Il regime nega ogni responsabilità. E la Casa Bianca teme l’escalation. Trump critica il rivale: «Con me non sarebbe successo».Dopo l’attentato alla chiesa italiana di Istanbul, la polizia arresta 47 uomini dell’Isis. I sospettati materiali del blitz sono un tagiko e un ceceno. Lo Stato islamico rivendica.Lo speciale contiene due articoli.Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran. Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria. «Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti. Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare. Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre. Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-iran-giordania-2667123397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-in-turchia-presi-due-jihadisti" data-post-id="2667123397" data-published-at="1706628929" data-use-pagination="False"> Attacco in Turchia, presi due jihadisti Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya. Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche. L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città. Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato bolognese Stefano Cavedagna a margine della sessione plenaria in merito al ricorso fatto al Tar da parte di Fratelli d'Italia per annullare il limite dei 30 all'ora a Bologna.
L’amministratore delegato di Acea Fabrizio Palermo
Acea torna al World Economic Forum di Davos e mette l’acqua al centro del dibattito economico globale. Per il terzo anno consecutivo il gruppo, primo operatore idrico in Italia e secondo in Europa, è presente al forum svizzero con l’amministratore delegato Fabrizio Palermo, impegnato in una serie di incontri e panel dedicati alla resilienza idrica e allo sviluppo delle infrastrutture.
Il momento chiave è la presentazione del report del World Economic Forum realizzato insieme ad Acea e all’Università di Cambridge, intitolato Bridging the €6.5 Trillion Water Infrastructure Gap. Lo studio fotografa la situazione del settore idrico a livello mondiale e lancia un messaggio chiaro: senza nuovi investimenti, il divario infrastrutturale sull’acqua rischia di diventare un freno strutturale alla crescita economica.
Secondo il paper, entro il 2040 sarà necessario colmare un gap globale di 6.500 miliardi di euro negli investimenti per le infrastrutture idriche. Un impegno che, se affrontato in modo coordinato da governi, imprese e finanza, potrebbe generare fino a 8.400 miliardi di euro di Pil aggiuntivo e sostenere oltre 206 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, pari a circa 14 milioni l’anno. «Nell’agenda economica mondiale l’acqua si conferma un tema centrale», ha spiegato Palermo a Davos. «Dobbiamo tornare a investire per migliorare le infrastrutture idriche, con effetti positivi sulla crescita del Pil e sull’occupazione».
Lo studio evidenzia come la spesa globale per l’acqua dovrà raddoppiare entro il 2040 per garantire sistemi di approvvigionamento e servizi igienico-sanitari equi, resilienti e sostenibili. In Europa, in particolare, il fabbisogno di investimenti supera i 1.700 miliardi di euro, con un gap di circa 695 miliardi rispetto ai livelli attuali di spesa, legato soprattutto alla necessità di modernizzare reti obsolete e potenziare gli impianti di trattamento delle acque reflue.
Quattro le direttrici indicate per orientare gli investimenti: accesso equo all’acqua potabile, resilienza delle infrastrutture, circolarità e riuso delle risorse idriche, innovazione tecnologica. Acea punta a rafforzare il proprio ruolo come riferimento della transizione idrica non solo in Italia ma anche a livello europeo. Negli ultimi anni il gruppo ha contribuito al dibattito comunitario sulla gestione dell’acqua, dalla proposta di una «regia unica» per il settore fino ai contributi alla strategia europea per la resilienza idrica. Strategia che ha già trovato una prima applicazione concreta nel Programma per la resilienza idrica della Banca europea per gli investimenti, con oltre 40 miliardi di euro previsti tra il 2025 e il 2027.
A Davos, infine, è stata istituita anche la Water Industry, una community settoriale dedicata all’acqua che riunisce imprese e stakeholder per definire una strategia comune. A presiederla è lo stesso Palermo, a conferma del ruolo assunto da Acea nel dibattito internazionale su una risorsa sempre più strategica per l’economia e la stabilità globale.
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Il sindaco di Bologna Matteo Lepore (Ansa)
La posta in gioco l’aveva indicata lo stesso Lepore un anno fa. Era il 13 febbraio e il sindaco bolognese era andato a Firenze per incontrare il primo cittadino Sara Funaro, alla presenza degli assessori di entrambe le giunte di centrosinistra. Preso dall’entusiasmo, Lepore si era lanciato in un mezzo proclama: «Sono migliaia i sindaci, anche di centrodestra così come di centrosinistra, che portano avanti le zone 30». E aveva anche battuto cassa perché «il Paese per fortuna è più avanti, ci sono tantissime esperienze positive: si tratta di continuare a lavorare assieme sulla sicurezza stradale che è una priorità, andare più piano significa salvare vite, l’abbiamo dimostrato. Ora si tratta di fare avere i fondi alle città».
Queste «migliaia di sindaci» ansiosi di copiare Lepore, da ieri devono sentirsi un po’ più soli. Il Tar emiliano ha annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità era stato portato a 30 chilometri orari, senza distinguere tra una strada e l’altra. Ovviamente, fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’amministrazione comunale intenderà adottare. Il Comune è caduto, come osserva il Tar, sulla genericità delle motivazioni e ha praticamente confessato nel suo ricorso la volontà di estendere il limite dei 30 orari a quasi tutta la città (oggi siamo al 70%), sostituendosi così al Codice della strada.
Si tratta di una battaglia portata avanti per mesi dai tassisti, che lamentavano un danno economico dovuto ai nuovi limiti di velocità e che secondo loro finiva per limitare, di fatto, il lavoro. E poi si era mobilitato anche il centrodestra bolognese, che aveva bollato come meramente «ideologica» l’estensione generalizzata dei nuovi limiti.
A metà luglio, per la giunta bolognese era arrivato un primo campanello d’allarme. Il Consiglio di Stato aveva annullato la sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, che aveva respinto il ricorso di due tassisti. Lepore aveva impartito lezioni: «Penso che chi fa l’avvocato, e mi riferisco quasi a tutti i consiglieri di centrodestra e parlamentari perché sono avvocati, dovrebbe conoscere meglio cosa significa il pronunciamento del Consiglio di Stato, cioè che si deve pronunciare il Tar». E poi aveva concluso: «Il Consiglio di Stato non ha dato ragione ai ricorrenti, quindi nel merito sarà il Tar a dire se ha hanno ragione o meno». Ieri è arrivato quel giorno e ovviamente le opposizioni esultano.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera, ricorda che il ricorso-killer è stato promosso da Fratelli d’Italia, tramite il proprio europarlamentare Stefano Cavedagna, «anche a supporto di categorie colpite dal provvedimento». Per Bignami, il Tar «conferma l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici», anche se dispiace che «ci siano voluti due anni per accogliere un ricorso che aveva una fondatezza evidente». Il fatto che l’anno scorso sia stato il primo anno di Bologna senza pedoni morti non toglie che la sicurezza possa essere garantita in altri modi, a cominciare dal fatto che su molte strade pericolose bisognerebbe far rispettare i limiti di velocità esistenti e regolare meglio la circolazione. E per questo Bignami conferma l’impegno del suo partito «ad affrontare il tema della sicurezza stradale anche in ambito urbano in piena collaborazione con le istituzioni interessate».
Anche Matteo Salvini accoglie con soddisfazione la sentenza dei giudici amministrativi. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha ricordato che «il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili».
Fischiano le orecchie anche al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che stava pensando di imitare il compagno di partito. Da dieci giorni, nella capitale è stato introdotto il limite dei 30 orari in una serie di strade del centro storico.
Lepore, comunque, non intende mollare: «La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere [...]. La Città 30 andrà avanti».
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