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2024-01-30
Biden subisce l’affronto iraniano ma a rinforzare Teheran è stato lui
Joe Biden (Ansa)
Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran.
Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria.
«Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti.
Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare.
Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre.
Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Attacco in Turchia, presi due jihadisti
Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya.
Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche.
L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città.
Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
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Il presidente Usa promette una reazione alla morte di tre soldati, colpiti in Giordania. Il regime nega ogni responsabilità. E la Casa Bianca teme l’escalation. Trump critica il rivale: «Con me non sarebbe successo».Dopo l’attentato alla chiesa italiana di Istanbul, la polizia arresta 47 uomini dell’Isis. I sospettati materiali del blitz sono un tagiko e un ceceno. Lo Stato islamico rivendica.Lo speciale contiene due articoli.Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran. Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria. «Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti. Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare. Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre. Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-iran-giordania-2667123397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-in-turchia-presi-due-jihadisti" data-post-id="2667123397" data-published-at="1706628929" data-use-pagination="False"> Attacco in Turchia, presi due jihadisti Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya. Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche. L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città. Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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