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2024-01-30
Biden subisce l’affronto iraniano ma a rinforzare Teheran è stato lui
Joe Biden (Ansa)
Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran.
Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria.
«Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti.
Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare.
Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre.
Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Attacco in Turchia, presi due jihadisti
Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya.
Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche.
L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città.
Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
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Il presidente Usa promette una reazione alla morte di tre soldati, colpiti in Giordania. Il regime nega ogni responsabilità. E la Casa Bianca teme l’escalation. Trump critica il rivale: «Con me non sarebbe successo».Dopo l’attentato alla chiesa italiana di Istanbul, la polizia arresta 47 uomini dell’Isis. I sospettati materiali del blitz sono un tagiko e un ceceno. Lo Stato islamico rivendica.Lo speciale contiene due articoli.Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran. Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria. «Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti. Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare. Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre. Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-iran-giordania-2667123397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-in-turchia-presi-due-jihadisti" data-post-id="2667123397" data-published-at="1706628929" data-use-pagination="False"> Attacco in Turchia, presi due jihadisti Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya. Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche. L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città. Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.