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2024-01-30
Biden subisce l’affronto iraniano ma a rinforzare Teheran è stato lui
Joe Biden (Ansa)
Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran.
Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria.
«Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti.
Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare.
Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre.
Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Attacco in Turchia, presi due jihadisti
Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya.
Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche.
L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole.
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città.
Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
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Il presidente Usa promette una reazione alla morte di tre soldati, colpiti in Giordania. Il regime nega ogni responsabilità. E la Casa Bianca teme l’escalation. Trump critica il rivale: «Con me non sarebbe successo».Dopo l’attentato alla chiesa italiana di Istanbul, la polizia arresta 47 uomini dell’Isis. I sospettati materiali del blitz sono un tagiko e un ceceno. Lo Stato islamico rivendica.Lo speciale contiene due articoli.Si aggrava la crisi in Medio Oriente. Domenica, tre soldati statunitensi sono rimasti uccisi in un attacco di droni, condotto contro una base Usa in Giordania, nei pressi del confine siriano. «Risponderemo», ha dichiarato Joe Biden, per poi puntare il dito contro «gruppi militanti radicali sostenuti dall’Iran, che operano in Siria e Iraq». Secondo il Wall Street Journal, le forze americane non sono riuscite a sventare l’attacco, perché esso sarebbe avvenuto mentre un loro drone era in fase di rientro, creando così confusione. In particolare, l’attacco è stato rivendicato dalla cosiddetta Resistenza islamica in Iraq: una rete di gruppi paramilitari spalleggiata da quel regime khomeinista che ha tuttavia negato di essere coinvolto in quanto accaduto l’altro ieri. «L’Iran non ha alcun legame e non ha nulla a che fare con l’attacco alla base americana», ha dichiarato Teheran. Un funzionario della Difesa americana ha detto al Wall Street Journal che non vi sarebbero prove di un coinvolgimento iraniano, mentre la Casa Bianca ha subito cercato di allentare la tensione con gli ayatollah. «Non stiamo cercando una guerra con l’Iran. Non intendiamo intensificare il conflitto nella regione», ha detto il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. Nel pomeriggio italiano di ieri, la Cnn ha riferito che la risposta degli Stati Uniti all’attacco era «ancora in fase di definizione». Secondo la testata, la Casa Bianca punterebbe a una ritorsione più forte delle precedenti, ma temerebbe al contempo una guerra con l’Iran. Sempre ieri, l’agenzia di stampa turca Anadolu ha riportato che un razzo è caduto nei pressi della base americana di Shaddadi in Siria. «Questo sfrontato attacco agli Stati Uniti è l’ennesima conseguenza orribile e tragica della debolezza e dell’arrendevolezza di Biden», ha tuonato Donald Trump. «Tre anni fa, l’Iran era debole, al verde e totalmente sotto controllo. Grazie alla mia politica di massima pressione, il regime è riuscito a malapena a racimolare due dollari per finanziare i suoi mandatari terroristici», ha proseguito. «Poi è arrivato Biden e ha dato all’Iran miliardi di dollari, che il regime ha utilizzato per diffondere spargimenti di sangue e carneficine in tutto il Medio Oriente. Questo attacco non sarebbe mai avvenuto se fossi stato presidente», ha aggiunto Trump. Alcuni esponenti del Gop non si sono limitati a chiedere il ripristino della massima pressione a suon di sanzioni, ma sono sembrati invocare un attacco militare contro l’Iran: è, per esempio, il caso del senatore Lindsey Graham, che ha twittato: «Colpisci l’Iran ora, colpiscilo forte». Parole, che gli hanno tuttavia attirato le critiche dell’ala repubblicana meno propensa a coinvolgimenti militari diretti. Non è comunque un mistero che il potente network regionale dell’Iran si sia rafforzato e imbaldanzito da quando Biden è presidente: Hamas ha attaccato brutalmente Israele il 7 ottobre, gli Huthi infestano violentemente il Mar Rosso da mesi, Hezbollah continua a lanciare razzi e minacce contro lo Stato ebraico. Ricordiamo che, appena insediatosi nel 2021, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha avviato le trattative per cercare di ripristinare il controverso accordo sul nucleare con Teheran. Sempre nel 2021, Biden ha tolto gli Huthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, mentre a febbraio dell’anno successivo ha sospeso alcune sanzioni iraniane, per consentire progetti di cooperazione nucleare. Non solo. A settembre scorso, il presidente americano raggiunse con Teheran un accordo per lo scambio di prigionieri, che - dietro la mediazione del Qatar - prevedeva lo sblocco di 6 miliardi di dollari di asset iraniani, precedentemente congelati. Asset che, dopo le critiche piovutegli addosso dai repubblicani (e da qualche democratico) a seguito del 7 ottobre, la Casa Bianca aveva alla fine deciso di ricongelare. Eppure Biden non ha imparato nulla. A metà novembre del 2023, la Casa Bianca ha sbloccato in favore di Teheran 10 miliardi di dollari in pagamenti iracheni per l’acquisto di energia elettrica. Inoltre, appena sabato scorso, Doha ha reso noto che «il Qatar e gli Usa si sono impegnati a raggiungere un accordo che consenta a Teheran di accedere ai suoi fondi nelle banche del Qatar». Insomma, l’appeasement iraniano di Biden non solo ha rafforzato il pericoloso network regionale gravitante attorno al regime khomeinista, ma ha anche spinto quest’ultimo sempre più tra le braccia degli avversari dell’Occidente: nel 2021, l’Iran ha siglato un patto di cooperazione venticinquennale con Pechino, mentre l’anno dopo ha firmato un accordo energetico da 40 miliardi di dollari con Mosca. Certo: Teheran ripete da mesi di essere estranea alle attività di Hamas, Huthi ed Hezbollah. È tuttavia difficile da credere, visto il sostegno che storicamente garantisce a queste organizzazioni terroristiche. E il discorso vale ovviamente anche per il recente attacco in Giordania. Al di là di un tema di credibilità internazionale, Biden adesso rischia molto anche per la sua rielezione a novembre. Nel frattempo, secondo media siriani e iraniani, Israele avrebbe condotto ieri un attacco aereo nella parte meridionale di Damasco per cercare di uccidere alcuni esponenti delle Guardie della rivoluzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-iran-giordania-2667123397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attacco-in-turchia-presi-due-jihadisti" data-post-id="2667123397" data-published-at="1706628929" data-use-pagination="False"> Attacco in Turchia, presi due jihadisti Ieri il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha annunciato che la polizia ha arrestato 47 persone (tutte accusate di legami con l’Isis), tra cui due individui, uno tagiko e l’altro ceceno, entrambi in possesso di passaporti russi, sospettati di essere gli autori dell’attacco avvenuto domenica mattina nella chiesa italiana di Santa Maria a Istanbul. «Dopo l’atroce attacco, la nostra polizia di Istanbul ha avviato un’operazione molto rapida e globale. Nel corso della giornata, le nostre forze dell’ordine hanno condotto raid a 30 indirizzi diversi, provocando l’arresto di 47 persone», ha detto Yerlikaya. Dopo la rivendicazione dello Stato islamico, avvenuta domenica sera attraverso l’agenzia Amaq, è accertato che si tratta del primo attacco da parte dell’Isis in Turchia dal Capodanno 2017, quando un terrorista uzbeko identificato in Abdulkadir Masharipov fece irruzione nella discoteca Reyna a Istanbul, causando la morte di 39 persone e 80 feriti. L’uomo venne catturato nel giro di poche ore e dal 7 settembre 2020 sconta l’ergastolo in una delle terribili prigioni turche. L’incursione nella chiesa nel quartiere di Sariyer, nella parte europea di Istanbul, è avvenuta intorno alle 11.40 (ora locale), durante la funzione domenicale a cui partecipavano circa 40 persone. I due uomini incappucciati hanno aperto il fuoco e hanno ucciso un uomo di 52 anni. La dinamica dell’attacco è insolita e sembra più un’esecuzione che un attentato, poiché non ci sono stati altri morti o feriti, nonostante l’uso di armi automatiche. Anche Witold Lesniak, console generale polacco a Istanbul, era nella chiesa durante l’attacco ed è rimasto illeso. Forse i due erano alle prime armi e gli è mancato il coraggio? Può essere, le immagini delle telecamere di sicurezza comunque mostrano i due aggressori con il volto coperto da passamontagna neri e le mani nelle tasche, uno dei quali indossava occhiali da sole. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in visita nella provincia di Eskisehir per un evento del suo partito in vista delle elezioni locali di marzo, ha espresso le condoglianze durante una telefonata con il sacerdote della chiesa italiana e altri funzionari locali. Papa Francesco ha manifestato la sua vicinanza, al termine dell’Angelus domenicale in Piazza San Pietro. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il suo cordoglio e la ferma condanna per l’attacco, sostenendo le autorità turche nella ricerca degli assassini. Il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, ha dichiarato che non permetterà mai a coloro che mirano all’unità e alla pace di attaccare i luoghi di culto nella città. Nel dicembre 2023 le forze di sicurezza turche hanno arrestato 32 individui sospettati di avere legami con lo Stato Islamico, i quali stavano pianificando attacchi a chiese, sinagoghe e all’ambasciata irachena. Secondo le stime delle autorità turche, tra il 2013 e il 2019, circa 3.000 cittadini turchi sono partiti per la Siria e l’Iraq per combattere con l’Isis. Di questi, circa 1.500 sono stati uccisi in combattimento o durante le operazioni di polizia, mentre circa 1.000 sono riusciti a rientrare in Turchia. I rimanenti 500 sono ancora latitanti o si trovano in prigionia in altri Paesi. Nessuno invece sa quanti siano i foreign fighters provenienti da tutto il mondo che prima del crollo dell’entità statuale dell’Isis sono riusciti a rifugiarsi in Turchia, dove vivono sottotraccia, così come non sono state ancora identificate le banche turche che ospitano il tesoro dell’Isis che oggi sarebbe di circa 350 milioni di dollari. Nonostante le misure prese dal governo, la minaccia dell’Isis in Turchia rimane costante, dato che lo Stato islamico continua a fare reclutamento sul suolo turco.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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