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2021-02-09
Berlino ha rinchiuso la popolazione con un report falso sui dati del Covid
Horst Seehofer (Hayoung Jeon - Pool/Getty Images)
Un milione di morti e sette tedeschi su dieci contagiati dal coronavirus. È questa la drammatica profezia contenuta in un rapporto segreto elaborato per conto del ministero dell'Interno di Berlino, a marzo del 2020, da parte di un gruppo di autorevoli ricercatori e accademici. Balle, almeno stando alle rivelazioni fornite domenica dall'autorevole settimanale Welt am Sonntag, le quali sembrano oggi sconfessare le previsioni nefaste messe nero su bianco al tempo dagli studiosi tedeschi. Quel documento - rimasto rigorosamente top secret - commissionato dal ministro dell'Interno Horst Seehofer e utilizzato successivamente come giustificazione per le dure misure di contenimento in Germania, infatti, sarebbe stato «gonfiato» per volere del suo stesso mandante. Uno scandalo di proporzioni immani, che se confermato getterebbe un'ombra sulla credibilità dell'intero apparato scientifico tedesco e sulla sua indipendenza dalla politica.
Per comprendere la ricostruzione del Welt occorre riavvolgere il nastro fino alla prima metà marzo 2020. Sono i giorni nei quali ancora tiene banco la polemica sull'origine dei primi focolai di coronavirus e l'Italia viene accusata di essere la colonna infame dell'Europa. Ma anche in Germania i casi sono in rapida ascesa, e il governo si trova di fronte a un bivio: confermare l'approccio «soft» basato sulle sole restrizioni di viaggio e sulla quarantena per chi arriva dall'estero, oppure optare per un giro di vite. Nell'esecutivo si fa largo la strada del pugno duro. Scuole e negozi vengono chiusi, la ristorazione bloccata, il distanziamento sociale diventa un dogma, le riunioni private bandite.
Tuttavia, rimane un nodo: convincere l'opinione pubblica. Come dimostreranno le vibranti proteste di piazza nei mesi a venire, i tedeschi non sono un popolo tanto incline a subire limitazioni delle libertà individuali. Proprio in quei concitati giorni, Seehofer incontra il virologo Christian Dorsen e Lothar Wieler, capo dell'Istituto Robert Koch (Rki), l'organizzazione responsabile del controllo e della prevenzione delle malattie infettive in Germania. A seguito di quei colloqui, il ministro si convince che una riapertura troppo veloce - magari già a Pasqua - avrebbe potuto avere conseguenze devastanti.
Parte così un fitto carteggio, messo a disposizione del Welt da un gruppo di avvocati berlinesi. Da un lato i rappresentanti di alcune università tedesche, il numero uno dell'Rki Lothar Wieler, i ricercatori del Leibniz institute for economic research (Rwi), dell'Institut der deutschen wirtschaft (Iw) e della fondazione Stiftung wissenschaft und politik (Swp), e dall'altro Markus Kerber, sottosegretario all'Interno e braccio destro di Seehofer. «Cari professori», esordisce Kerber il 19 marzo spiegando ai suoi interlocutori che il ministero vuole creare una «piattaforma di ricerca ad hoc» con questi istituti, allo scopo di creare un modello per «anticipare e pianificare la situazione» e programmare ulteriori «misure preventive e repressive». Tanto per aumentare il livello di pathos, il sottosegretario paragona la situazione attuale a quella dell'Apollo 13, e a un certo punto chiede addirittura ai partecipanti di fornire i numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica privati perché non è dato sapere «se e per quanto tempo le reti funzioneranno ancora in una maniera affidabile». Un'affermazione molto pesante, se si considera che arriva dal dicastero responsabile della sicurezza nazionale.
Nei giorni a seguire, il ministero non solo detta la linea ma segue da vicino il lavoro degli scienziati. È tutto un susseguirsi di mail e conferenze telefoniche tra i ricercatori e lo staff di Seehofer, che a un certo punto avrebbe anche fornito una bozza del documento desiderato. Obiettivo manifesto, diffondere attraverso i media l'idea che il pericolo legato al coronavirus si sarebbe diffuso nel modo più drammatico possibile. Gli scienziati decidono di assecondare il governo: «Molte persone gravemente malate verranno portate in ospedale, per poi essere respinte e morire a casa in agonia». Verso la fine di marzo il documento fa capolino nella stampa tedesca: se il governo non fa nulla andiamo incontro a 1 milione di morti. «La crescente sensazione di impotenza deve essere tenuta sotto controllo dall'impressione di un forte interventismo statale», scrive uno dei ricercatori a giustificare le rigide misure dell'esecutivo.
Non tutti però concordano sui numeri. D'altronde, a quei tempi del virus si sa ben poco. Qualcuno ipotizza una mortalità dello 0,6%, qualcun altro dell'1,2%, vale a dire esattamente il doppio. Ma quando si tratta di presentare i dati, Seehofer opta sempre per lo scenario peggiore. Oggi sappiamo che a metà maggio, finita la seconda ondata, in Germania sarebbero decedute per colpa del Covid poco meno di 8.000 persone. Senza dubbio un dramma. Qualora fosse dimostrata, però, per colpa della connivenza tra governo e scienziati, milioni di cittadini avrebbero subito limitazioni della libertà, intaccato i propri risparmi o, peggio ancora, perso il lavoro.
Il prossimo pacchetto vacanze di Cuba: mojito e vaccino
Il nuovo pacchetto turistico per Cuba potrebbe prevedere: volo, hotel e vaccino anti Covid-19. L'aggressiva operazione di marketing del regime comunista è strategica per lanciare il primo vaccino anti Covid latinoamericano sulla scena mondiale e rifarsi l'immagine (oltre che per lanciare una provocazione al gigante Usa). Dopo un anno di lockdown, il pensiero di sorseggiare un mojito sulla soleggiata spiaggia a L'Avana mentre l'organismo mette a punto gli anticorpi è una prospettiva allettante per i visi pallidi occidentali.
Cuba, va detto, da sempre all'avanguardia in ambito medico-scientifico, ha in sviluppo quattro vaccini: Soberana 1 e 2, Mambisa e Abdala. Il più avanzato è Soberana 2, che è praticamente a livello dell'italiano di Reithera, e che potrebbe entrare in fase III, l'ultima prima della sua approvazione, nel mese di marzo. Cuba produce ed esporta vaccini da 30 anni: 8 degli 11 nel suo programma nazionale sono prodotti sull'isola. La sfida, come riporta il sito di radio Rfi, è a dir poco ambiziosa: riuscire a produrre 100 milioni di dosi di Soberana 2 nel 2021. L'obiettivo infatti, secondo il Finlay Vaccine Institute, che sta sviluppando il prodotto, è di vaccinare entro l'anno, oltre ai turisti, l'intera popolazione cubana - 11 milioni di abitanti, praticamente la Lombardia - e di esportarlo soprattutto nei Paesi poveri dell'America Latina.
Rispetto ai vaccini attualmente autorizzati, quelli cubani sono proteici, contengono cioè un frammento della proteina S (Spike) del virus che, oltre a scatenare la risposta immunitaria, media il primo contatto tra il virus e la cellula. In Soberana 2 si trova la proteina Rbd che è in pratica la chiave che lega il virus alla cellula e dà l'avvio all'infezione.
L'altra particolarità di questo vaccino è che la proteina Rbd è legata alla tossina tetanica. È una strategia che Cuba ha utilizzato con altri vaccini come il QuimiHib (indicato per L'Haemophilus influenzae) perché questa tossina è un potente segnale di allarme per il nostro sistema immunitario e migliora la risposta immunitaria contro il coronavirus Sars-Cov2. Attualmente Soberana 2, che ha iniziato la prima fase nel novembre dello scorso anno, è stato testato, in fase 2B, su 810 volontari. Per la fase 3 sono previste 150.000 dosi da inoculare su 42.600 soggetti non solo di Cuba, ma anche dell'Iran grazie a un accordo con l'Istituto Pasteur di Teheran, dato che la prevalenza di casi di Covid a Cuba è molto più bassa. Non mancano le incognite nel percorso dello sviluppo dei vaccini che potrebbe entrare nel pacchetto turistico caraibico. Non sono ancora noti i dati sull'efficacia e nemmeno il numero delle somministrazioni, che potrebbero essere tre.
Nello stile tipico del castrismo, il direttore dell'istituto Finlay, Vicente Vérez, su la Las Noticias, ha dichiarato, senza dare un numero, che il Soberana 02 «è sicuro e ha dimostrato un elevato potere di immunizzazione. Induce una memoria immunitaria di lunga durata che, oltre a produrre anticorpi, fa in modo che questi siano durevoli», aggiungendo «non siamo una multinazionale che considera una priorità il profitto finanziario, il nostro obbiettivo è creare salute». Attualmente, i viaggiatori internazionali che arrivano a Cuba devono sottoporsi al tampone molecolare per il Covid-19 in aeroporto e sono obbligati a rispettare un periodo di quarantena in attesa dei risultati del test in un centro di isolamento, mentre gli stranieri e i cubani non residenti devono stare in strutture alberghiere a loro spese. Dovranno passare ancora dei mesi per vaccinarsi ai caraibi e immunizzarsi all'ombra delle palme vista oceano, ma il messaggio è chiaro: anche Cuba entra nel business dei vaccini. L'Unione europea è avvisata: dopo l'esperienza del brutto anatroccolo russo Sputnik V, ora riabilitato, dovrà essere cauta con il cubano Soberana 2.
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Il settimanale del Welt inchioda il governo. Fece pressioni sugli scienziati per creare il terrore: «Dite 1 milione di morti».Il regime cubano testerà in fase tre il Soberana 2, facendosi aiutare anche dall'Iran. E lancia la promozione: «Immunizziamo i turisti»Lo speciale contiene due articoli.Un milione di morti e sette tedeschi su dieci contagiati dal coronavirus. È questa la drammatica profezia contenuta in un rapporto segreto elaborato per conto del ministero dell'Interno di Berlino, a marzo del 2020, da parte di un gruppo di autorevoli ricercatori e accademici. Balle, almeno stando alle rivelazioni fornite domenica dall'autorevole settimanale Welt am Sonntag, le quali sembrano oggi sconfessare le previsioni nefaste messe nero su bianco al tempo dagli studiosi tedeschi. Quel documento - rimasto rigorosamente top secret - commissionato dal ministro dell'Interno Horst Seehofer e utilizzato successivamente come giustificazione per le dure misure di contenimento in Germania, infatti, sarebbe stato «gonfiato» per volere del suo stesso mandante. Uno scandalo di proporzioni immani, che se confermato getterebbe un'ombra sulla credibilità dell'intero apparato scientifico tedesco e sulla sua indipendenza dalla politica. Per comprendere la ricostruzione del Welt occorre riavvolgere il nastro fino alla prima metà marzo 2020. Sono i giorni nei quali ancora tiene banco la polemica sull'origine dei primi focolai di coronavirus e l'Italia viene accusata di essere la colonna infame dell'Europa. Ma anche in Germania i casi sono in rapida ascesa, e il governo si trova di fronte a un bivio: confermare l'approccio «soft» basato sulle sole restrizioni di viaggio e sulla quarantena per chi arriva dall'estero, oppure optare per un giro di vite. Nell'esecutivo si fa largo la strada del pugno duro. Scuole e negozi vengono chiusi, la ristorazione bloccata, il distanziamento sociale diventa un dogma, le riunioni private bandite. Tuttavia, rimane un nodo: convincere l'opinione pubblica. Come dimostreranno le vibranti proteste di piazza nei mesi a venire, i tedeschi non sono un popolo tanto incline a subire limitazioni delle libertà individuali. Proprio in quei concitati giorni, Seehofer incontra il virologo Christian Dorsen e Lothar Wieler, capo dell'Istituto Robert Koch (Rki), l'organizzazione responsabile del controllo e della prevenzione delle malattie infettive in Germania. A seguito di quei colloqui, il ministro si convince che una riapertura troppo veloce - magari già a Pasqua - avrebbe potuto avere conseguenze devastanti.Parte così un fitto carteggio, messo a disposizione del Welt da un gruppo di avvocati berlinesi. Da un lato i rappresentanti di alcune università tedesche, il numero uno dell'Rki Lothar Wieler, i ricercatori del Leibniz institute for economic research (Rwi), dell'Institut der deutschen wirtschaft (Iw) e della fondazione Stiftung wissenschaft und politik (Swp), e dall'altro Markus Kerber, sottosegretario all'Interno e braccio destro di Seehofer. «Cari professori», esordisce Kerber il 19 marzo spiegando ai suoi interlocutori che il ministero vuole creare una «piattaforma di ricerca ad hoc» con questi istituti, allo scopo di creare un modello per «anticipare e pianificare la situazione» e programmare ulteriori «misure preventive e repressive». Tanto per aumentare il livello di pathos, il sottosegretario paragona la situazione attuale a quella dell'Apollo 13, e a un certo punto chiede addirittura ai partecipanti di fornire i numeri di telefono e indirizzi di posta elettronica privati perché non è dato sapere «se e per quanto tempo le reti funzioneranno ancora in una maniera affidabile». Un'affermazione molto pesante, se si considera che arriva dal dicastero responsabile della sicurezza nazionale.Nei giorni a seguire, il ministero non solo detta la linea ma segue da vicino il lavoro degli scienziati. È tutto un susseguirsi di mail e conferenze telefoniche tra i ricercatori e lo staff di Seehofer, che a un certo punto avrebbe anche fornito una bozza del documento desiderato. Obiettivo manifesto, diffondere attraverso i media l'idea che il pericolo legato al coronavirus si sarebbe diffuso nel modo più drammatico possibile. Gli scienziati decidono di assecondare il governo: «Molte persone gravemente malate verranno portate in ospedale, per poi essere respinte e morire a casa in agonia». Verso la fine di marzo il documento fa capolino nella stampa tedesca: se il governo non fa nulla andiamo incontro a 1 milione di morti. «La crescente sensazione di impotenza deve essere tenuta sotto controllo dall'impressione di un forte interventismo statale», scrive uno dei ricercatori a giustificare le rigide misure dell'esecutivo. Non tutti però concordano sui numeri. D'altronde, a quei tempi del virus si sa ben poco. Qualcuno ipotizza una mortalità dello 0,6%, qualcun altro dell'1,2%, vale a dire esattamente il doppio. Ma quando si tratta di presentare i dati, Seehofer opta sempre per lo scenario peggiore. Oggi sappiamo che a metà maggio, finita la seconda ondata, in Germania sarebbero decedute per colpa del Covid poco meno di 8.000 persone. Senza dubbio un dramma. Qualora fosse dimostrata, però, per colpa della connivenza tra governo e scienziati, milioni di cittadini avrebbero subito limitazioni della libertà, intaccato i propri risparmi o, peggio ancora, perso il lavoro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/berlino-ha-rinchiuso-la-popolazione-con-un-report-falso-sui-dati-del-covid-2650405745.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prossimo-pacchetto-vacanze-di-cuba-mojito-e-vaccino" data-post-id="2650405745" data-published-at="1612813310" data-use-pagination="False"> Il prossimo pacchetto vacanze di Cuba: mojito e vaccino Il nuovo pacchetto turistico per Cuba potrebbe prevedere: volo, hotel e vaccino anti Covid-19. L'aggressiva operazione di marketing del regime comunista è strategica per lanciare il primo vaccino anti Covid latinoamericano sulla scena mondiale e rifarsi l'immagine (oltre che per lanciare una provocazione al gigante Usa). Dopo un anno di lockdown, il pensiero di sorseggiare un mojito sulla soleggiata spiaggia a L'Avana mentre l'organismo mette a punto gli anticorpi è una prospettiva allettante per i visi pallidi occidentali. Cuba, va detto, da sempre all'avanguardia in ambito medico-scientifico, ha in sviluppo quattro vaccini: Soberana 1 e 2, Mambisa e Abdala. Il più avanzato è Soberana 2, che è praticamente a livello dell'italiano di Reithera, e che potrebbe entrare in fase III, l'ultima prima della sua approvazione, nel mese di marzo. Cuba produce ed esporta vaccini da 30 anni: 8 degli 11 nel suo programma nazionale sono prodotti sull'isola. La sfida, come riporta il sito di radio Rfi, è a dir poco ambiziosa: riuscire a produrre 100 milioni di dosi di Soberana 2 nel 2021. L'obiettivo infatti, secondo il Finlay Vaccine Institute, che sta sviluppando il prodotto, è di vaccinare entro l'anno, oltre ai turisti, l'intera popolazione cubana - 11 milioni di abitanti, praticamente la Lombardia - e di esportarlo soprattutto nei Paesi poveri dell'America Latina. Rispetto ai vaccini attualmente autorizzati, quelli cubani sono proteici, contengono cioè un frammento della proteina S (Spike) del virus che, oltre a scatenare la risposta immunitaria, media il primo contatto tra il virus e la cellula. In Soberana 2 si trova la proteina Rbd che è in pratica la chiave che lega il virus alla cellula e dà l'avvio all'infezione. L'altra particolarità di questo vaccino è che la proteina Rbd è legata alla tossina tetanica. È una strategia che Cuba ha utilizzato con altri vaccini come il QuimiHib (indicato per L'Haemophilus influenzae) perché questa tossina è un potente segnale di allarme per il nostro sistema immunitario e migliora la risposta immunitaria contro il coronavirus Sars-Cov2. Attualmente Soberana 2, che ha iniziato la prima fase nel novembre dello scorso anno, è stato testato, in fase 2B, su 810 volontari. Per la fase 3 sono previste 150.000 dosi da inoculare su 42.600 soggetti non solo di Cuba, ma anche dell'Iran grazie a un accordo con l'Istituto Pasteur di Teheran, dato che la prevalenza di casi di Covid a Cuba è molto più bassa. Non mancano le incognite nel percorso dello sviluppo dei vaccini che potrebbe entrare nel pacchetto turistico caraibico. Non sono ancora noti i dati sull'efficacia e nemmeno il numero delle somministrazioni, che potrebbero essere tre. Nello stile tipico del castrismo, il direttore dell'istituto Finlay, Vicente Vérez, su la Las Noticias, ha dichiarato, senza dare un numero, che il Soberana 02 «è sicuro e ha dimostrato un elevato potere di immunizzazione. Induce una memoria immunitaria di lunga durata che, oltre a produrre anticorpi, fa in modo che questi siano durevoli», aggiungendo «non siamo una multinazionale che considera una priorità il profitto finanziario, il nostro obbiettivo è creare salute». Attualmente, i viaggiatori internazionali che arrivano a Cuba devono sottoporsi al tampone molecolare per il Covid-19 in aeroporto e sono obbligati a rispettare un periodo di quarantena in attesa dei risultati del test in un centro di isolamento, mentre gli stranieri e i cubani non residenti devono stare in strutture alberghiere a loro spese. Dovranno passare ancora dei mesi per vaccinarsi ai caraibi e immunizzarsi all'ombra delle palme vista oceano, ma il messaggio è chiaro: anche Cuba entra nel business dei vaccini. L'Unione europea è avvisata: dopo l'esperienza del brutto anatroccolo russo Sputnik V, ora riabilitato, dovrà essere cauta con il cubano Soberana 2.
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.