Poche righe di un bollettino della Sala stampa vaticana di domenica scorsa e il vescovo Joseph Strickland di Tyler, negli Stati Uniti, è stato «sollevato» a 65 anni dal governo pastorale della sua diocesi. Uno dei vescovi più critici del pontificato di Francesco viene così deposto dal suo ruolo, senza però che sia stata data una motivazione precisa, se non quella, emersa da un comunicato del cardinale Daniel Di Nardo, già capo dei vescovi Usa, ossia che le conclusioni della visita apostolica condotta nella diocesi di Tyler e arrivate sul tavolo del Papa hanno stabilito che «la continuazione in carica del vescovo Strickland non era fattibile».
Stando alle voci che si rincorrono di qua e di là dell’Oceano parrebbe che gravi scandali legati ad abusi o malversazioni e buchi finanziari non siano tra i capi di accusa che hanno portato al «sollevamento» del vescovo. E quindi, visto che altro non è stato comunicato, ecco che si è aperta la solita caciara, per dirla alla romana, sul fatto che il vescovo è stato «epurato» perché appunto troppo critico verso Francesco. Il cardinale Gerhard L. Mueller, già prefetto all’ex Sant’Ufficio, nel 2017 bocciato da Francesco appena dopo il termine dei 5 anni di incarico, nel settembre scorso al portale tedesco Kath.net aveva detto che «è terribile ciò che viene fatto al vescovo Strickland, un abuso di ufficio contro il diritto divino dell’episcopato. Se potessi consigliare il vescovo Strickland, non dovrebbe assolutamente dimettersi, perché così loro (le autorità vaticane, ndr) possono lavarsene le mani».
Molto attivo sui social, Strickland il 9 novembre ha effettivamente respinto la richiesta di dimissioni partita da Santa Marta e recapitatagli per mezzo del nunzio negli Stati Uniti, il neocardinale Christophe Pierre, quindi due giorni dopo papa Francesco ha dovuto assumersi la responsabilità di «sollevarlo», per dir così, di suo pugno. Secondo alcune voci la goccia che avrebbe fatto traboccare un vaso già colmo sarebbe stato il recente discorso che monsignor Strickland ha tenuto a Roma il 31 ottobre, a Sinodo appena concluso. Intervenuto al Rome Life Forum del portale conservatore statunitense Lifesitenews, Strickland ha detto che «il Sinodo ha raccolto a Roma dei codardi, coloro che non solo rifiutano di morire per Nostro Signore e per la Sua Chiesa, ma anzi chiedono che le Sue verità eterne siano cambiate». E in un tweet del maggio scorso era arrivato a scrivere, pur ribadendo la legittimità di Francesco, che era per lui giunto «il momento di dire che rifiuto il suo programma volto a minare il Deposito della Fede». Toni francamente duri, forse troppo, peraltro accompagnati da un continuo controcanto alla linea del pontificato in materia di dottrina, morale e liturgia. In quest’ultimo ambito Strickland è uno dei rarissimi vescovi che nell’orbe cattolico ha deciso di non applicare di fatto la Traditionis custodes, il Motu proprio di Francesco che ha cancellato quello di Benedetto XVI, Summorum pontificum (2007), che ridava cittadinanza nella Chiesa alla liturgia secondo il vetus ordo, la cosiddetta messa in latino.
Se l’accusa per il «sollevamento» di Strickland dal suo ufficio è quella di contrapposizione al magistero, o di scarso sentire cum ecclesia, non è dato sapere. Negli Usa il mondo cattolico più conservatore e tradizionalista reagisce a questa decisione al punto che sabato alle 10 sono in programma una processione e un rosario in difesa del vescovo. Si osserva che se a condurre la visita apostolica di giugno nella diocesi di Tyler sono stati mandati non a caso due dei vescovi più liberal degli States, Dennis Sullivan e Gerald Kicanas, era ben difficile attendersi qualcosa di diverso di quanto hanno concluso.
In tutto ciò, che assomiglia molto all’ennesimo episodio di divisione all’interno della Chiesa, episodi che purtroppo in questi 10 anni si sono moltiplicati, occorre osservare che se ogni Papa dovesse «sollevare» i critici, i recenti predecessori di Francesco avrebbero dovuto fare una bella messe. Il Papa del Vaticano II, Giovanni XXIII, ha avuto molti oppositori a certe «novità» conciliari che lui auspicava, come ad esempio il cardinale Giuseppe Siri o il cardinale Alfredo Ottaviani, tanto per citarne un paio, ma risulta che papa Roncalli li ascoltasse con attenzione, sebbene di altra linea. Cosa dire poi di Paolo VI che con l’enciclica sull’amore umano e contro la pillola, Humanae vitae, ha visto sollevarsi la contestazione di intere conferenze episcopali e molti teologi e accademici di università cattoliche? Con pazienza papa Montini ha sempre cercato di tenere unita la barca di Pietro, in anni, eravamo nel 1968, in cui i venti di novità sferzavano la navigazione e, come disse lo stesso Paolo VI, c’era il pericolo che «un pensiero non cattolico» diventasse maggioritario nella Chiesa. E poi Giovanni Paolo II, il Papa della Dominus Iesus, della Veritatis splendor, della Evangelium vitae, tutti documenti che hanno rappresentato uno spartiacque e per cui egli ha subito strisciante contestazione e aperto ostracismo in talune curie (per tacere della contrapposizione subita per l’appoggio dato ai movimenti e con l’istituzione della Prelatura dell’Opus dei). C’era anche un gruppo di vescovi e cardinali, capeggiati dal cardinale Carlo Maria Martini, che si incontravano in quel di San Gallo, in Svizzera, per discutere come affrontare il dopo Wojtyla e cambiare rotta. Quindi, papa Ratzinger, che con il discorso di Ratisbona del 2006 ha sentito sollevarsi i mormorii di vescovi di qua e di là dall’Oceano, oppure col già citato Summorum pontificum o la rimozione della scomunica ai vescovi seguaci di monsignor Marcel Lefebvre nel 2009.
Papa Francesco ha detto più volte di volere una Chiesa «poliedro», che è un solido a più facce. «Il poliedro», ha detto, «simboleggia la confluenza di tutte le diversità che, pur riunendosi in esso, conservano intatta la loro originalità». L’ascolto e la sinodalità, altri tratti caratteristici del pontificato, fanno il resto. Abbiamo già detto che non si sa perché il vescovo Strickland, che pure non è andato per il sottile nelle sue critiche a Francesco, sia stato «sollevato» dall’incarico, l’impressione però è che il poliedro così sia meno poliedrico di quanto si potesse pensare.
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