Le coop dettavano i bandi al Comune di Gori
Giorgio Gori (Ansa)
L’inchiesta sui numeri gonfiati dagli operatori dell’accoglienza cattolica si allarga al municipio: avviso di garanzia a due figure dell’assessorato orobico ai Servizi sociali: «Concordavano le gare». Le associazioni, con questo sistema, facevano affari.

«Siamo in una situazione da Casamonica, fischia qua». L’economo Giovanni Trezzi aveva intuito il problema e se ne lamentava al telefono, ma la Cooperativa Rinnovamento andava a mille, il business dei migranti faceva ricco padre Antonio Zanotti, oggi agli arresti domiciliari. E nella Bergamasca l’ondata dei disperati sembrava non finire mai, a 35 euro l’uno, con un moltiplicatore esponenziale. «Bravo, carica anche le ristrutturazioni che abbiamo fatturato prima»: don Claudio Visconti sembrava non avere remore nell’aumentare le richieste di rimborso dallo Stato (in quel caso 1.350.000 euro) e spingeva un suo collaboratore a farlo. Parola d’ordine: gonfiare i costi. L’ex responsabile della Caritas di Bergamo, che non sapeva di essere intercettato, qualche mese dopo quella frase sarebbe stato trasferito a Bruxelles a seguire la comunità italiana in Belgio.

Due conversazioni, due protagonisti, due filoni dell’inchiesta della Procura di Bergamo che sta portando alla luce il malaffare legato all’accoglienza diffusa dei profughi fra 2017 e 2018. Anni duri con sbarchi continui mentre il ministro Marco Minniti fingeva atteggiamenti muscolari e l’industria del migrante funzionava a mille. Oggi tutto questo si traduce in tre arresti per truffa aggravata ai danni dello Stato, 38 avvisi di garanzia e 80 persone coinvolte. Capi d’imputazione come associazione a delinquere finalizzata alla truffa, turbativa d’asta, sfruttamento del lavoro (episodi di caporalato), inadempimento di contratti di pubbliche forniture sono schiaffi sul volto della generosità. Anche se ora lo stesso pm Fabrizio Gaverini vorrebbe scremare il numero delle persone implicate perché ritiene che alcune posizioni siano così defilate da non mostrare profili di reato.

Gonfiare le spese, accreditare numeri falsi, modificare i checkout dei migranti dalle associazioni per continuare a percepire il massimo delle quote, aumentare la voce affitti di 50.000 euro. «Tanto non se ne accorge nessuno», come sottolineava Luca Bassis, collaboratore di Diakonia, un una telefonata con don Visconti. Gli arresti e le intercettazioni colpiscono al cuore la buona fede di alcune associazioni cattoliche impegnate nell’accogliere, alloggiare e provare ad integrare una notevole massa di richiedenti asilo. L’inchiesta su don Visconti, 56 anni, è particolarmente spinosa. Secondo la procura colui che per 20 anni è stato il volto della Caritas a Bergamo «controllava le dinamiche dell’accoglienza migratoria e la successiva gestione, riuscendo a condizionare le istituzioni al fine di ottenere vantaggi indebiti». Da qui anche la turbativa d’asta. Nel periodo incriminato i profughi nella Bergamasca erano quasi 3.000 e la Prefettura stava per pubblicare un bando da 106 milioni per i 18 mesi successivi.

Le indagini dei carabinieri sono arrivate fin dentro il municipio, creando notevole imbarazzo al sindaco Giorgio Gori. I carabinieri hanno consegnato due avvisi di garanzia a funzionarie dell’assessorato Servizi sociali: Elena Lazzari e Gabriella Paganelli, sostanzialmente per lo stesso motivo. Come si legge nell’ordinanza: «Si adoperavano affinché la cooperativa Ruah e l’associazione Diakonia potessero aggiudicarsi i bandi pubblici comunali il cui contenuto veniva preventivamente concordato».

Un passaggio importante, che di fatto coglie l’esistenza di una corsia preferenziale nei confronti delle due associazioni diocesane e apre un fronte inesplorato: è molto difficile che le funzionarie decidessero da sole la strategia, senza input dall’alto. Quindi per proprietà transitiva l’indagine punta agli assessorati (a Bergamo si parlava di un assessore indagato ma non ci sono conferme) e alle eventuali responsabilità della politica cittadina. Letteralmente dominata dal Pd, sia per la rappresentanza comunale, sia per l’influenza e il credito pubblico di parlamentari come Maurizio Martina, Antonio Misiani ed Elena Carnevali.

La delicatezza della faccenda è evidenziata dal nervosismo di Gori, che per difendersi dalle critiche della Lega ha rispolverato un vecchio refrain («Salvini pensi ai 49 milioni»), appiglio consunto, dialetticamente inefficace. Il sindaco fu uno dei promotori a Bergamo dell’accoglienza diffusa (profughi accolti anche nei piccoli paesi, alberghi e appartamenti riconvertiti, capannoni adattati) alla base di una certa tensione sociale. Per il secondo giorno il Carroccio ha chiesto alla Prefettura di «sospendere cautelativamente i contratti in essere con le associazioni coinvolte».

Il business è enorme, basta guardare i bilanci della cooperativa Ruah, uno dei più efficienti bracci operativi dell’accoglienza sul territorio. Nel 2013 aveva un fatturato di 2,4 milioni e si occupava semplicemente degli ultimi. Nel 2014 è passata da una settantina di dipendenti a 265. E nel 2017 il suo bilancio è arrivato a 11 milioni, proprio nel periodo incriminato, quando aveva 1.853 ospiti distribuiti in numerose strutture della provincia. Nel 2018 Ruah ha incassato più di 9 milioni. Poi il crollo con i decreti Sicurezza, combattuti ferocemente dal mondo cattolico. L’inchiesta sta rivelando il motivo.

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