
Da qui alla fine del 2028 le rinnovabili ci costeranno 8 miliardi all’anno. Il «ci» è riferito a chi paga le bollette. Infatti, la Commissione Ue ha approvato un piano di aiuti di Stato al sistema delle rinnovabili di 35 miliardi, che sarà finanziato da un nuovo prelievo in bolletta. Una scelta preoccupante ma obbligata per il governo che si trova a dare attuazione pratica al Green new deal e che è costretto ad andare in scia a quanto stabilito nel 2022 dal precedente esecutivo.
Nel dettaglio, il piano sosterrà la costruzione di centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, quella eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, il solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Le centrali immetteranno nel sistema elettrico un totale di 4.590 Mw di capacità prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi. Fin qui le specifiche tecniche del Fer 2, questo il nome del piano autorizzato ieri da Margrethe Vestager e le reazioni politiche: «Il via libera della Commissione è un passo in avanti verso i nostri obiettivi energetici, che arriva dopo un lungo e costruttivo confronto con l’Ue. Questo provvedimento consentirà di abilitare nuove tecnologie fondamentali per la decarbonizzazione», ha dichiarato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, timbrando di fatto un piano che renderà le nostre bollette più salate. Insistendo per di più su un tema discusso negli anni, quello degli oneri in bolletta. Assottigliati ma pur sempre presenti. Vale infatti la pena ricordare che tra il 2010 e il 2020 gli italiani hanno già sborsato per il sostegno alle fonti green la bellezza di 85 miliardi di euro. Uno dei motivi per i quali in Italia l’energia elettrica costa mediamente il 25% in più rispetto agli altri Stati europei sta nel fatto che a partire dal 2016 (prima la cifra era inferiore) nelle bollette sono stati inseriti oltre 11 miliardi di oneri di sistema di incentivazione. Grazie a questa enorme partita di giro, l’Italia è divenuta il settimo Paese al mondo nella classifica sugli investimenti per le rinnovabili. Stando ai diktat e alle scelte dell’Ue dovremmo ritrovarci in piazza a stappare champagne o prosecco: siamo stati i più virtuosi. Nessuno però si era preso la briga di spiegare agli italiani che arrivare primi in questa gara significava anche vincere lo scettro costituito dal binomio ambiente-povertà. Così con l’avvio della guerra in Ucraina, mentre il mondo soffriva la crisi strutturale dell’energia, i colli di bottiglia della logistica e l’insistenza Ue nel bannare gas e nucleare, le aziende tricolore si trovavano doppiamente penalizzate. Per anni hanno contribuito a tenere in piedi il mercato delle rinnovabili attraverso gli oneri di sistema, salvo poi assistere dal 2022 al boom dei prezzi. Senza dimenticare che mentre spargevamo soldi per i pannelli solari o l’eolico, abbiamo progressivamente rinunciato alla nostra sovranità energetica. Colpa del Pd, dei grillini soprattutto. Abbiamo chiuso i rigassificatori. Abbiamo perso terreno in Libia e in Egitto. Con il Piano Mattei le cose stanno cambiando e la situazione non è grave quanto quella di due anni fa, ma il Fer 2 ci porta di nuovo a toccare con mano la realtà del green. È chiaro che l’energia rinnovabile o è sussidiata o è carissima. Quindi ora che i prezzi scendono torna a essere sussidiata. La Francia, che sa proteggere le proprie aziende, è quella che ha investito meno in rinnovabili e ha mantenuto l’impianto nucleare, anche grazie alle ex colonie. All’opposto, nei prossimi anni a parità di settore le nostre imprese che esportano saranno svantaggiate rispetto alle concorrenti: avranno la loro quota parte di rinnovabili da sostenere. È chiaro, nessuno chiede di abbandonare il green, ma forse era il caso di cominciare a stanziare fondi per sviluppare il nucleare. Un investimento che sul medio e lungo termine sarà in grado di ripagarsi da solo. I costi della bolletta derivanti dall’atomo sono più bassi e, inoltre, si tratta di un flusso di elettricità stabile e costante a differenza di quello delle rinnovabili che continua ad avere un neo di fondo: lo stoccaggio. Investire così tanti soldi sulle rinnovabili non ci garantisce in alcun modo la tenuta del sistema durante i picchi.
Sono scelte complesse, ma il Paese non può permettersi di sbagliare anche perché siamo sempre sul filo del rasoio della sostenibilità energetica. Per capirlo vale la pena ripescare il rapporto di adeguatezza relativo al 2023 reso noto a primavera da Terna. A pagina 22 si spiega in termini semplici che cosa sia il margine di adeguatezza. Si tratta del valore matematico tra la somma della capacità di generazione elettrica disponibile, il livello di importazione dalle aree contigue (non solo Francia) e il fabbisogno aumentato della necessaria riserva terziaria. Il picco storico negativo è stato toccato a luglio del 2022, quando il valore ha raggiunto lo zero. O meglio gli zero gigawatt. Nel 2023 si è risaliti a 2,3 gigawatt. Pochissimo. Miglioramento dovuto al calo di consumi. La richiesta di energia sulla rete è diminuita del 2,8% rispetto al 2022 e addirittura del 4,3 rispetto al 2021.
Andare sotto lo zero significa spegnere le macchine e programmare i blackout. Vedremo come andrà quest’anno. Di certo al momento c’è che per le bollette pagheremo di più.













