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2020-09-10
Basta baby: calcio in mano ai grandi vecchi
Getty images
Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.
Diritti tv, la media company è ancora lontana
Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia.
Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
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Ibra fortissimo a 38 anni, CR7 top mondiale a 35 e poi Dzeko, Kolarov, Vidal e Suarez: gli «over» che fanno la differenza aumentano L'esperto: «La generazione anni '80 è la prima ad aver curato i recuperi e non solo la resistenza allo sforzo, evitando così il logorio»Trattativa in parallelo con i due consorzi, ma delibera della Lega resta molto vagaLo speciale contiene due articoli Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-baby-calcio-in-mano-ai-grandi-vecchi-2647542525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diritti-tv-la-media-company-e-ancora-lontana" data-post-id="2647542525" data-published-at="1599691132" data-use-pagination="False"> Diritti tv, la media company è ancora lontana Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia. Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
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(Totaleu)
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