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2020-09-10
Basta baby: calcio in mano ai grandi vecchi
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Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.
Diritti tv, la media company è ancora lontana
Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia.
Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
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Ibra fortissimo a 38 anni, CR7 top mondiale a 35 e poi Dzeko, Kolarov, Vidal e Suarez: gli «over» che fanno la differenza aumentano L'esperto: «La generazione anni '80 è la prima ad aver curato i recuperi e non solo la resistenza allo sforzo, evitando così il logorio»Trattativa in parallelo con i due consorzi, ma delibera della Lega resta molto vagaLo speciale contiene due articoli Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-baby-calcio-in-mano-ai-grandi-vecchi-2647542525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diritti-tv-la-media-company-e-ancora-lontana" data-post-id="2647542525" data-published-at="1599691132" data-use-pagination="False"> Diritti tv, la media company è ancora lontana Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia. Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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