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2020-09-10
Basta baby: calcio in mano ai grandi vecchi
Getty images
Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.
Diritti tv, la media company è ancora lontana
Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia.
Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
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Ibra fortissimo a 38 anni, CR7 top mondiale a 35 e poi Dzeko, Kolarov, Vidal e Suarez: gli «over» che fanno la differenza aumentano L'esperto: «La generazione anni '80 è la prima ad aver curato i recuperi e non solo la resistenza allo sforzo, evitando così il logorio»Trattativa in parallelo con i due consorzi, ma delibera della Lega resta molto vagaLo speciale contiene due articoli Attingiamo pure dall'epica classica. Pensiamo a Titone. Umano di bell'aspetto, fece invaghire col suo fascino la dea Aurora, che gli conferì il dono dell'immortalità, scordandosi però un dettaglio: impedirgli di invecchiare. Il risultato fu che il pover'uomo continuò a lungo le sue peregrinazioni mondane senza morire, ma con un sembiante e una forma sempre più decrepiti. Ecco. i calciatori odierni non somigliano affatto a lui. Oggi le redini delle squadre blasonate sono nelle mani (e nei piedi) degli ultratrentenni, capaci di conservare un'aria frizzantina, muscoli guizzanti, risultati sul campo sbalorditivi e aspirazione alla gloria consolidata dai fatti. Di più. A determinare i risultati, sono addirittura i quasi quarantenni come Zlatan Ibrahimovic, capaci di elargire prestazioni atletiche di pari livello coi ventenni, con l'aggiunta dell'esperienza, del nerbo, del condizionamento psicologico positivo sul gruppo. Nella storia del pallone, gli atleti nati nella prima metà degli anni Ottanta sono i primi a mostrare una longevità agonistica del genere. Prima, un giocatore di 30 anni somigliava già a un dopolavorista imbolsito in attesa della pensione. Al massimo poteva aspirare all'ultimo contratto della vita, andando a svernare in qualche società dalla nobiltà decaduta. Oggi invece c'è il Milan, con il già citato Ibrahimovic che, alla soglia dei 40, percepisce 7 milioni di euro netti all'anno, segna 10 gol in 18 presenze nel girone di ritorno della stagione appena trascorsa, sforna 5 assist, stimola la foga competitiva dei ragazzini al suo fianco e destabilizza le trattative di calciomercato. C'è la Juventus, col trentacinquenne Cristiano Ronaldo, il primo ad arrivare ai raduni di allenamento e l'ultimo ad andarsene, e solo dopo aver sperimentato la più avveniristica delle sedute di crioterapia. C'è la Roma, guidata dall'ariete Edin Dzeko, 34 primavere e il mezzo del cammin di nostra vita a due passi, e però una furia sotto porta che neanche Bruce Lee nel pieno del suo furore. Non scordando il recente acquisto dell'Inter: Aleksandar Kolarov, trentacinquenne dai capelli brizzolati, futuro pilastro dei pretoriani di Antonio Conte. Stesso discorso per le trattative aperte: Inter e Juve fanno il filo - con offerte di contratto milionarie - a due «senior» quali Arturo Vidal (33 anni) e Luis Suarez (34 a gennaio). Il segreto di cotanto balzo in avanti c'è. Si chiama recupero. Oggi la preparazione di un atleta non è strutturata solo per consentirgli di sostenere uno sforzo entro un limite di tempo determinato. La scienza medica applicata allo sport prevede il potenziamento delle capacità di riparazione del danno muscolare dettato dalla prova agonistica, con allenamenti e tabelle personalizzati, non soltanto collettivi. Gigi Balestra, allenatore e assistente tecnico del Milan glorioso di Fabio Capello e Carlo Ancelotti, nel commentare la direzione intrapresa è categorico: «Ragionare sul recupero dallo sforzo, e non sulla sostenibilità dello sforzo stesso nel breve periodo, ha generato una rivoluzione copernicana nella preparazione dei calciatori. Recupero significa molte cose. Innanzitutto le tabelle di allenamento, in campo e in palestra, sono strutturate sulle individualità dei singoli atleti, valutati per potenzialità genetiche, capacità di sostenere una prestazione, peculiarità fisiche. Un tempo, gli allenamenti erano uguali per tutti, indipendentemente dalle caratteristiche di ciascuno. La prima differenza nasce da lì», osserva. Poi subentra la scienza dell'alimentazione e dell'integrazione mirata. «Negli anni Ottanta, tutti i giocatori mangiavano lo stesso piatto, generalmente riso in bianco, una bistecca, frutta e caffè. I tre pasti principali erano simili, senza variazioni orarie. Oggi si è scoperto che calibrare il riempimento delle riserve di glicogeno dopo una partita facilita di molto il recupero dallo sforzo, proteggendo persino i muscoli dagli infortuni e garantendo una ricostruzione rapida delle fibre. Per questo si tende a mangiare un piatto di carboidrati dopo un incontro». Senza scordare la componente etica e psicologica. Dice Balestra: «Gente come Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Messi, sono modelli di etica del lavoro. La loro vita mondana non è mai esasperata, l'atteggiamento psicologico è sempre finalizzato a ottenere la massima prestazione. Occorre una concentrazione mentale e una predisposizione al sacrificio fuori dal comune. Per fare un esempio pratico: famosa fu la serata in cui, dopo un match disputato con la maglia del Real Madrid, Cristiano Ronaldo, nonostante fosse tarda sera, anziché andare a casa si sottopose a una seduta di crioterapia per migliorare il recupero dallo sforzo. Le tecnologie consentono un supporto scientifico fino a 20 anni fa neppure ipotizzabile». Le conseguenze sono intuibili. Sul versante economico, le trattative di mercato sono cambiate: pedatori stagionati, e però integri e competitivi, strappano ricchi contratti, determinano le strategie di marketing (la tv svedese Sportbladet, ad esempio, trasmetterà le prime due uscite stagionali del Milan visto l'interesse attorno a Ibra) e fanno sognare i tifosi, stimolano la crescita dei giovani, rallentandone l'esplosione repentina e il conseguente rischio di bruciarsi. Sul piano atletico, proiettano le aspettative di carriera verso orizzonti anagrafici assai dilatati, innescando un precedente epocale nella letteratura sportiva. Sostiene Balestra: «Un progetto atletico pensato per valorizzare l'individualità del singolo giocatore e la sua longevità, genera benefici sulla qualità di gioco complessiva espressa in campo. Siamo nell'era del pressing costante, dei ritmi elevati, del calcio muscolare e nel contempo tecnico. Nelle formazioni schierate, una bilanciata commistione di esperienza trascinante e incoscienza post adolescenziale garantirà partite ad alto tasso di spettacolo». Il futuro è già qui, nell'era dell'eterno presente. Quaranta is the new trenta, direbbe qualcuno. Facile che i fuoriclasse delle grandi squadre conservino un ritratto in soffitta destinato a invecchiare al loro posto. Dorian Gray insegna.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-baby-calcio-in-mano-ai-grandi-vecchi-2647542525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="diritti-tv-la-media-company-e-ancora-lontana" data-post-id="2647542525" data-published-at="1599691132" data-use-pagination="False"> Diritti tv, la media company è ancora lontana Più che un svolta epocale per la storia del calcio, una decisione che potrebbe essere modificata se il lavoro di finalizzazione non fosse ritenuto soddisfacente. A leggere la delibera uscita ieri dalla Lega di Serie A (votata all'unanimità dalle 20 squadre) il via libera alla media company con l'entrata dei fondi di private equity è ancora un miraggio. Del resto basta leggere il testo, che La Verità ha recuperato, per capire che si tratta di una decisione solo «in prospettiva», dove non esistono certezze. Per di più dalla delibera è stato anche stralciato il punto dove al presidente Paolo Dal Pino veniva conferito ogni potere «necessario» incluso quello di «negoziare qualsiasi termine e condizione delle offerte». Di certo c'è che si è deciso di avviare trattative in parallelo con i consorzi Cvc-Advent-Fsi e Bain-Neuberger Bermar per la formazione di una media company. Ma di ufficiale non c'è ancora nulla. Si va avanti punto per punto, ma il risultato di ieri è un sostanziale pareggio tra le parti in campo. Del resto non è stata presa ancora alcuna decisione sulle due offerte pervenute dalla cordata Cvc, Advent e Fsi (da 1,625 miliardi per il 10%) e dal duo Bain-Nb Renaissance (1,35 miliardi sempre per il 10%). Quindi dovranno ancora essere approfondire le proposte. La delibera parla di tempi brevi, ma dal momento che si sta trattando per la cessione di 10 anni di diritti televisivi delle squadre di Serie A appare evidente che le trattative potrebbero andare per le lunghe. Del resto, negli gli ultimi 10 anni si sono alternate in Serie A più di 37 società. E in questo caso si parla di diritti futuri. In sostanza, se l'operazione venisse approvata, determinerebbe la vendita di un bene futuro di cui i venditori non sarebbero interamente proprietari. In sostanza la situazione è ancora fluida. Dal momento che diversi club di Serie A, tra cui in particolare la Lazio di Claudio Lotito, preferirebbero il finanziamento da gruppi come Blackstone o Fortress oppure ancora accettare l'offerta dei cinesi di Wanda Group, in modo da intermediare i diritti. D'altra parte, secondo gli analisti, ci sarebbe il rischio che una media company abbia un impatto anche sul gettito fiscale, dal momento che il mondo del calcio finanzia anche tutto lo sport italiano. Non a caso nei giorni scorsi è emersa anche a livello di governo la possibilità di una golden power per il mondo del pallone. A proporla è stato il capogruppo alla Camera di Fratelli D'Italia Francesco Lollobrigida. In pratica ci sarebbe sul tavolo l'ipotesi che l'esecutivo intervenga come sulle altre aziende strategiche, anche perché il calcio è un asset fondamentale per la nostra economia. Proprio ieri, appena terminata l'assemblea, si è svolto un incontro tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i numeri uno di Fifa e Federcalcio, Gianni Infantino e Gabriele Gravina. Si è parlato di come riaprire gli stadi, ma anche di un'operazione di sistema come quella della media company che potrebbe cambiare per sempre il calcio italiano.
A “La Borsa e la vita” avevamo annunciato il mini rally delle Borse a inizio aprile. Ora i mercati sono sui massimi, così come i debiti, mentre l’inflazione rialza la testa. E se alzano i tassi? Occhio al Giappone, il temporale può partire da lì.
Donald Trump (Ansa)
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.
www.carlopelanda.com
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