Golfo chiuso? Aerei italiani fermi a Natale
2026-04-13

La mattina del 15 aprile in mezza Italia per mezz’ora è scoppiato il panico: nel pieno degli acquisti prima del lungo fine settimana pasquale alle casse dei supermercati, nei negozi più piccoli e nelle farmaci, i pos hanno iniziato a non funzionare né con i bancomat né con le carte di credito dei circuiti internazionali.
Si è trattato di un problema temporaneo «a monte» della complessa catena dei pagamenti elettronici che, notte e giorno, permette gli scambi finanziari in tutto il mondo: a subire un inconveniente tecnico è stata Ibm (che ospita Nexi in uno dei suoi data center a Per, e a cui è esternalizzata la gestione delle postazioni di lavoro), fornitrice di Nexi-Sia, il principale gestore dei pagamenti elettronici in Italia cui si appoggiano molte banche e le Poste. Il blackout del 15 aprile è stato risolto velocemente ma riapre il dibattito sulle architetture tecnologiche del sistema dei pagamenti nonché dell’intero sistema bancario dopo anni di narrazione sugli investimenti nella trasformazione digitale. Fondamentale, oltre ai servizi IT, è il cloud, che offre un risparmio in termini di costi associato a una maggiore efficienza oltre a garantire un paracadute in caso d’emergenza. Come si muovono le banche italiane sulla «nuvola»?
A livello mondiale il panorama bancario ha già una fisionomia chiara quando si parla di alleanze con i giganti del cloud. Goldman Sachs e Hsbc, ad esempio, hanno scelto Amazon Web Services (Aws); Deutsche Bank e PayPal sono su Google; Bank of America e Bnp Paribas invece si affidano alla «tradizione» di Ibm; infine, Ubs e Morgan Stanley volano sulla nuvola di Microsoft. Ben diversa invece, e lontana dalle best practices internazionali, la situazione italiana. Anche se qualcosa finalmente si muove. Intesa Sanpaolo ha sviluppato un’alleanza con Tim e Google con il memorandum of understanding sottoscritto il 21 maggio 2020. In base agli accordi l’istituto farà migrare una parte rilevante dei propri sistemi su Google Cloud. Google sta inoltre terminando due Google Cloud Region a Torino e Milan, su cui Intesa costruirà i propri servizi digitali. Le Google Cloud Region saranno costruite all’interno dei Data Center di Tim, che verranno utilizzate anche per il Psn (il Polo Strategico Nazionale, che è la nuova infrastruttura informatica a servizio della pubblica amministrazione).
Da più parti emerge però qualche difficoltà nella migrazione al cloud di Intesa, in particolare delle funzioni critiche, e la banca guidata da Carlo Messina si starebbe guardando intorno per possibili alternative, pur rimanendo focalizzata su un’operazione che vede investimenti infrastrutturali di Big G a Settimo Torinese. In Unicredit l’amministratore delegato Andrea Orcel punta tutto sulla tecnologia, con il cloud al centro. Orcel ha annunciato nei mesi scorsi che il gruppo investirà sul digitale 2,8 miliardi prevedendo anche l’inserimento di 2.100 persone. A breve dovrebbe essere lanciata una gara per il cloud, in cui la formazione delle attuali risorse della banca sarà centrale e che vedrà in prima linea i soliti grandi: Aws, Google e Microsoft. Banca d’Italia preferirebbe vedere gli istituti sistemici utilizzare vendor diversi, così da evitare possibili rischi di concentrazione, ma un altro punto dirimente sarà la presenza di infrastrutture cloud in Italia - l’unica al momento è Aws mentre le altre sono in arrivo- e negli altri Paesi di interesse per Unicredit, in particolare in Germania ed Europa Orientale. Si muove poi Banco Bpm, che ha incrementato del 40% le risorse annue destinate al digitale nel piano industriale 2020-2023, con un focus su cloud, data analytics e intelligenza artificiale. Secondo quanto risulta a Verità & Affari, una gara per il cloud sarebbe in corso di assegnazione, con l’amministratore delegato Giuseppe Castagna che però a breve dovrà decidere se accelerare la trasformazione digitale o rimanere fermo in attesa di eventuali sviluppi sul fronte del risiko bancario (considerando le ultime mosse del Crédit Agricole).
Quanto alle altre: Banca Mediolanum ha scelto Oracle per il cloud, tra le banche native digitali la Illimity di Corrado Passera ha puntato su Microsoft, mentre la Banca Progetto di Paolo Fiorentino ha affidato la gestione dell’infrastruttura cloud ad Amazon Web Services Movimenti in corso sono, infine, anche nel settore dei pagamenti digitali, con al centro proprio Nexi, il gruppo di pagamenti digitali guidato da Paolo Bertoluzzo, impegnato in un piano di forte espansione. Dopo essersi affidato a Reti e Reply - tra i principali player italiani nel settore dell’It Consulting, per l’implementazione della strategia cloud - Nexi ha recentemente avviato una gara per i servizi cloud che vede in dirittura d’arrivo Aws e Microsoft. Su quest’ultima però sembrano ultimamente addensarsi le nuvole dell’Antitrust, un incubo che per l’azienda guidata Silvia Candiani in Italia sembrava relegato al passato (nel 2004 l’allora Commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti inflisse la più alta multa mai comminata prima a livello europeo: 497,2 milioni di euro). L’Antitrust Ue in seguito alla denuncia di alcuni cloud provider europei (tra cui l’italiana Aruba) starebbe infatti indagando su Microsoft per le pratiche anticoncorrenziali che avrebbe utilizzato per spingere i suoi servizi cloud. «Secondo fonti di mercato, Microsoft starebbe utilizzando la sua posizione molto forte nell’ambiente aziendale per portare le persone sul Microsoft Cloud», ha detto Maurits Dolmans, partner dello studio legale Cleary Gottlieb, riferendosi alle licenze software per Windows e Office. Un tema internazionale che rischia di finire presto sul tavolo di Orcel e Bertoluzzo e di influenzarne le scelte.
La crisi di Hormuz porta con sé una carenza prospettica di carburante per aerei. Man mano che passano i giorni e lo stretto resta chiuso, si fa sempre più chiaro lo scenario energetico che ci aspetta, se nulla cambia nel frattempo.
Domenica scorsa, a margine della Scuola di formazione della Lega a Roma, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha fatto un riassunto sintetico della situazione italiana rispetto ai carburanti. «Abbiamo le riserve strategiche, dobbiamo capire per quanto tempo possiamo usufruirne. Io penso che per alcuni prodotti non ci saranno problemi. Il gas è il meno impattato, le benzine non sono impattate. Il greggio non è un problema, ma poi bisogna avere le raffinerie per processarlo. Il gasolio c’è, ma bisogna riuscire a competere con altre aree che ne hanno bisogno. Il jet fuel (il carburante per aerei, ndr) è la parte più critica», ha affermato.
«L’Europa deve importare circa il 35% del jet fuel, perché non ha più raffinerie per produrlo. Bisogna capire dove si trova e a che prezzo si trova. Il problema, più che il prezzo riguarda i volumi. Il problema è riuscire nelle prossime settimane, con lo stretto di Hormuz bloccato, a vincere la lotta con l’Asia, che sta chiedendo molto greggio e molti prodotti. Loro hanno anche una raffinazione molto efficace, che in Europa non c’è».
Se il blocco dello Stretto di Hormuz prosegue, dunque, dice Descalzi, l’Europa sarà sempre più in competizione con l’Asia per ottenere non tanto il greggio, quanto i prodotti raffinati e in particolare il carburante per gli aerei. Abbiamo provato a fare qualche calcolo per capire di quali volumi stiamo parlando e di quali sono gli scenari possibili.
Dai dati disponibili relativi al 2025, tratti da Joint Organizations Data Initiative (Jodi), sappiamo che l’Italia produce con le proprie raffinerie circa 20,7 milioni di barili di jet fuel all’anno e ne importa dall’estero circa 20,5. La domanda nazionale è di poco superiore ai 40 milioni di barili. Dunque, grosso modo il nostro Paese trasforma il greggio in carburante per aerei per circa la metà del proprio fabbisogno, mentre una quota minimale è destinata all’esportazione. L’altra metà del fabbisogno è costituita dalle importazioni. Inoltre, i dati Jodi ci dicono anche che a fine dicembre 2025 il nostro stoccaggio di jet fuel ammontava a 5,5 milioni di barili.
Proprio su questi dati abbiamo costruito il nostro scenario. Ipotizziamo che a causa della competizione internazionale l’Italia non riesca più ad importare jet fuel dall’estero. Il nostro Paese dovrebbe in quel caso procedere solo con la propria produzione e con le scorte. Al momento questa ipotesi è remota, anche perché in ogni caso non tutta la quota di import di jet fuel proviene dal Medio Oriente. Ma ipotizziamo che a causa della forte tensione per procurarsi volumi i mercati europei restino all’asciutto perché la Cina, ad esempio, sarebbe disposta a pagare molto di più per ricevere il jet fuel.
Ogni giorno partono dall’Italia un migliaio di voli circa. Ipotizziamo che questi siano tutti a medio raggio, ad esempio Roma-Bruxelles, un viaggio di 1.200 chilometri per i quali sono necessari circa 28 barili di jet fuel.
Con questi dati, ipotizzando di utilizzare dal mese di maggio le sole scorte, si potrebbero effettuare 196.000 voli, ovvero mille voli al giorno per poco meno di sette mesi. Il che vorrebbe dire che a partire da dicembre occorrerebbe procedere a lasciare gli aerei a terra o a selezionare quali voli autorizzare al decollo e quali no.
Naturalmente, si tratta di una conclusione basata su una serie di ipotesi semplici. Non tutti i mille voli giornalieri in partenza dall’Italia hanno quella lunghezza, i consumi reali dipendono dai vettori e dalle condizioni di volo, e soprattutto in ogni caso la produzione nazionale copre la metà dei consumi nazionali. Quindi, in realtà nell’ipotesi di esaurimento delle scorte, che ci auguriamo remota, circolerebbe la metà degli aerei. Sempre se i flussi di greggio in import restano costanti. Se questi potessero aumentare e con essa la produzione nazionale di jet fuel, il problema sarebbe minore, ma è al momento difficile stimare quale aumento della produzione nazionale sia possibile (poco, probabilmente).
Questo scenario di un Natale a terra, sempre isolando la produzione nazionale di jet fuel, è in realtà meno drastico dello scenario di base previsto dalle attuali norme che disciplinano la gestione delle scorte strategiche di combustibili. Queste, secondo le attuali norme, devono essere pari al maggior valore tra 90 giorni di import e due mesi di consumi. Nel primo caso si tratta di 5 milioni di barili, nel secondo caso di 5,9 milioni di barili. Infatti, le scorte attuali sono perfettamente in linea con questi valori e pari a 5,5 milioni di barili. Ciò significa che nel caso base di una totale carenza avremmo due mesi di autonomia aerea, mentre nel caso di mancanza del 100% di import potremmo tirare avanti tre mesi e poco più prima di contingentare i voli.
È molto difficile dire oggi come andrà a finire nello Stretto di Hormuz, tra la tregua, i negoziati e le reciproche minacce tra Stati Uniti e Iran. Ma è utile conoscere quali sono i limiti attuali del nostro sistema energetico.
Storico ambientalista e voce scomoda di Palazzo Marino, contestò fino all’ultimo il greenwashing della giunta di centrosinistra: da San Siro ad Area B, fino alla cura del verde pubblico. Oggi la maggioranza lo celebra, ma negli ultimi anni lo aveva isolato proprio perché troppo critico.
Adesso che Carlo Monguzzi non c’è più, la sinistra milanese lo celebra come un combattente, un ambientalista puro, una coscienza critica della città. Ed è tutto vero. Ma è vero anche il contrario: negli ultimi anni quello stesso centrosinistra che oggi lo incensa lo aveva progressivamente isolato, tollerato, infine quasi espulso dal racconto ufficiale di Milano. Perché Monguzzi, fino all’ultimo, è stato la voce che continuava a rompere la scenografia del green di Palazzo Marino, a contestare il sindaco Sala su San Siro, sul verde pubblico, su Area B e Area C, sulla distanza crescente tra l’ecologia raccontata e quella praticata. E proprio questo, più ancora delle formule di cordoglio, spiega chi fosse davvero.
Un altro verde, Marco Salamon, nel suo ricordo sui social, ha scritto che Carlo aveva subito «torti gravissimi» da parte di colleghi che avrebbero dovuto imparare dal suo rigore. È un giudizio duro, ma coglie il punto. Monguzzi non era soltanto un consigliere storico dei Verdi, un veterano dell’ambientalismo o un uomo di piazza. Era rimasto, nella Milano di Sala, l’ultimo esponente della maggioranza disposto a dire che dietro il lessico della sostenibilità si stava spesso consumando un’altra storia: più cemento, più retorica, più compromessi. E per questo era diventato scomodo soprattutto ai suoi.
Monguzzi è morto a 74 anni dopo una malattia rapidissima. Ingegnere chimico, insegnante di matematica, tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi, ex assessore regionale all’Ambiente, era una figura che sembrava appartenere a un’altra stagione della politica, ma che in realtà era rimasta modernissima proprio per la sua inflessibilità. C’era sempre alle manifestazioni ambientaliste. Sala, salutandolo, ha ricordato che era l’unico in aula a chiamarlo «Beppe» e non «Sindaco».
Quando nel 2021 tornò in Consiglio comunale con Europa Verde, da primo capogruppo, sembrò la consacrazione naturale di una storia politica lunghissima. In realtà fu l’inizio della frattura. Il primo scontro arrivò su piazzale Lavater: Monguzzi denunciò gli alberi «imprigionati» nel calcestre e, pala in mano, provò a «liberarli»; Elena Grandi, assessore al Verde, difese invece la linea del Comune. Da lì il solco si allargò: l’acqua del sindaco nel brick, la cura del verde pubblico, i parchi trascurati, fino alla critica sempre più dura a una giunta che, ai suoi occhi, usava il verde come linguaggio politico ma non come criterio reale di governo.
Su San Siro fu tra i più netti: non vide mai la rigenerazione, ma un’operazione immobiliare raccontata con lessico ecologico. Su Area B e Area C non negava la necessità di limitare traffico e smog, ma accusava il Comune di farne bandiere, con controlli incompleti, deroghe e dati poco trasparenti. Proprio questa coerenza gli valse rispetto anche a destra. La rottura diventò pubblica nell’estate 2025, quando denunciò di essere stato di fatto silenziato dai suoi colleghi di gruppo e parlò di «pochezza morale»: il segno finale di una lunga espulsione simbolica da parte di chi governava in nome di un finto ambientalismo.
Il Carbonara Day, che si celebra il 6 aprile, giorno che quest’anno ha coinciso con la Pasquetta e non ha visto i quotidiani in edicola, ha compiuto 10 anni. Celebrato per la prima volta il 6 aprile del 2016 (vi sveliamo nel boxino di Food Talk come è nato), in un decennio ha seguito e forse guidato questo sentimento di «carbonara pride» e questa «carbonarizzazione» della pasta italiana che ha visto la carbonara diventare oggetto d’amore mangereccio e culto fuori dai confini della capitale, Roma, dove già era tale.
Viviamo infatti in anni che vedono crescere sempre di più la celebrazione quotidiana della carbonara presso le cucine casalinghe e presso quelle dei ristoranti: ogni giorno, in Italia, sono infiniti i locali e i turisti che mangiano la pasta alla carbonara. La carbonara è diventata un canone con cui ogni chef si misura, sia nei termini della tradizione, sia in quelli dell’innovazione, non solo a Roma. Un po’ come Napoleone Bonaparte negli immortali versi del grande poeta Alessandro Manzoni, «dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» cioè in tutta Italia ed Europa fino al Nord Africa e Medio Oriente, la carbonara ha conquistato molto del territorio che ne circonda il luogo di nascita, Roma. Sono tanti, infatti, anche gli italiani e non italiani che la mangiano fuori Stivale, nei ristoranti italiani all’estero o nei ristoranti che pur non essendo italiani «mettono le mani» sulla carbonara. D’altronde, la carbonara piace e piace perché è unica ed è molto buona. Ecco perché da piatto romano, piatto tipico della cucina della capitale d’Italia, Roma, è diventata una grande passione di tanti che romani non sono.
Il Carbonara Day oltre che una festa è una festa social che si celebra con l’hashtag #CarbonaraDay e #Carbonara che poi è valido sempre. Oggi, solo su Instagram sono circa 2 milioni i contenuti con l’hashtag #Carbonara e in 10 anni il #CarbonaraDay ha raggiunto una platea potenziale di oltre 1,7 miliardi di persone, diventando un appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati. I primi appassionati sono sicuramente gli italiani: è la carbonara la ricetta da 10 e lode per 1 italiano su 2 (48,6% - molto più del 39,1% che indica la pasta al ragù e poi del 25,9% amatriciana, del 22,5% la cacio e pepe, del 18,7% la pasta al pesto). La carbonara è nel cuore di tutti, dai più giovani ai più adulti, uomini e donne, lungo tutta la penisola: una ricetta che piace alla quasi totalità degli italiani (molto per il 62,5% o abbastanza al 30,1%). Lo ha rivelato l’indagine commissionata dai pastai di Unione Italiana Food ad AstraRicerche in occasione del decimo anniversario del Carbonara Day. La ricerca è stata realizzata nel marzo 2026 mediante interviste online che hanno coinvolto 1.004 italiani tra i 18 e i 65 anni. La carbonara è la pasta regina del nostro Belpaese: nella classifica delle tre ricette di pasta più amate, con il 46% delle preferenze supera anche ricette iconiche come Spaghetti e vongole (42,6%) e Pasta al ragù (42,5%). Nettamente distaccate, seguono nella classifica delle ricette preferite l’Amatriciana (29,4%), Pomodoro e basilico (29,3%) e la Pasta al pesto (27,5%). Poi Orecchiette con cime di rapa (23,5%), Cacio e pepe (21%), Penne all’arrabbiata (20), Pasta alla norma (18,3%). Una curiosità: a dispetto della sua origine territoriale, i carbonara lovers più spiccati sono i residenti nel nord ovest (51%) e nel nord est (54%). Tantissimi sono i motivi per cui non si dice mai di no a un piatto di carbonara, ma uno prevale nettissimamente su tutti: la carbonara piace perché è golosa, è buona (63,9%). Ci sono poi molte altre ragioni per cui si apprezza la carbonara (anche se minoritarie rispetto alla bontà della ricetta): prima di tutto perché è un piatto della tradizione 27,2%, dai sapori bilanciati 21,1%, veloce da preparare 18,9%. Poi il fatto di essere un’icona in tutto il mondo (16,1%), con tante varianti, anche se la ricetta è una sola (12,4%), ed un piatto della convivialità (12,9%). Un piatto di carbonara può assumere significati diversi, accompagnare al meglio varie situazioni della quotidianità: ciascuno la ritrova in momenti, in esperienze diverse. In primo luogo, per circa un italiano su tre, rappresenta da un lato il piatto ideale per una tavolata con gli amici (36,3%), ma dall’altro anche il piatto che fa pensare alla famiglia e/o alla tradizione (30,4%). Poi, in un caso su quattro è lo strappo alla regola che ci si concede nel fine settimana (24,7%). Ma è anche una coccola che ci si fa (19,0%), una «ricompensa» dopo una giornata di lavoro (18,8%), un comfort food per tirarsi su di morale (18,4%). E, in ultimo, è il piatto preferito da ordinare quando si mangia fuori (13,9%) o anche una ricetta per rompere il ghiaccio quando si frequenta qualcuno (9,3%). Secondo gli italiani, la carbonara affonda le sue radici nella cucina romana, piatto simbolo della tradizione culinaria della città. Quasi all’unanimità, il 94,3% del campione associa molto o abbastanza la carbonara alla capitale d’Italia e in oltre due casi su tre l’associazione è molto forte (68,4%). La forte associazione a Roma è spiccata presso i residenti al centro (72%), ma è una convinzione diffusa su tutto il territorio nazionale, dal sud (69%) al nord est (67%) fino al nord ovest (66%). E anche la carbonara migliore è quella mangiata a Roma, lo pensano 2 italiani su 3 (66%). L’alternativa? Più che altre città, è quella di casa propria o di qualche parente (6,4%). Piatto iconico, quasi sempre gli italiani lo condividerebbero volentieri con un personaggio famoso espressione della romanità (solo il 7% del campione non lo farebbe). Il commensale preferito è Carlo Verdone, ma gli italiani si siederebbero volentieri a tavola davanti a una carbonara con Sabrina Ferilli o con Francesco Totti.
Gli italiani spiegano il grandissimo successo della carbonara in Italia e nel mondo prima di tutto con la sua ricetta basata su pochi ingredienti facilmente reperibili (pasta, uova, guanciale, pecorino, pepe) con un gusto speciale (45,1%). Ma il suo successo è da ricercare anche in altri elementi: nel tempo di preparazione, che è quello di cottura della pasta, offrendo un risultato saporito, il che la rende perfetta per la vita moderna e come comfort food (28,3%), nella sua natura «povera» che la rende accessibile e facile da replicare, tipica della cucina popolare (27,1%). E poi, la fama e la notorietà della ricetta sono naturalmente favorite dall’aver superato i confini italiani, diventando uno dei piatti più riconosciuti e ordinati nei ristoranti di tutto il mondo (33,6%). Le varianti della ricetta possono essere tante, ma ci sono alcuni errori nella preparazione che gli italiani proprio non accettano. Il più grave è considerato l’aggiunta della panna alla ricetta (34,9%), segue mettere l’uovo troppo presto (33,7%), con il rischio che diventi troppo cotto e perda la consistenza invece cremosamente strapazzata che deve avere, e l’utilizzo dell’aglio o cipolla (31%). Guai a sostituire gli ingredienti «sacri» della ricetta: per il 23,5% fra gli errori più gravi c’è usare la pancetta al posto del guanciale, per il 22,3% il peperoncino o altre spezie al posto del pepe, per il 17,5% un altro formaggio al posto del pecorino. Infine, il 16,6% indica come errore grave il non farla «al dente», cuocerla più a lungo del dovuto.
Abbiamo chiesto al biologo nutrizionista dottor Andrea Luzi di Bologna (http://www.andrealuzinutrizionista.com) qual è l’impatto della carbonara dal punto di vista dietetico. Dal punto di vista nutrizionale, che piatto è la carbonara? Magro, grasso, equilibrato, squilibrato…? «La carbonara, essendo un primo piatto, vede protagonisti i carboidrati contenuti nell’amido della pasta mentre il tuorlo, il pecorino ed il guanciale apportano proteine e grassi, perlopiù saturi. Sicuramente è un piatto sbilanciato dal punto di vista nutrizionale per l’eccesso di calorie, grassi e sale. Non sono favorevole a stravolgere ricette della tradizione per ricercare un compromesso “light”, ma si possono adottare alcuni accorgimenti nella preparazione della carbonara. Cuocere, ad esempio, la pasta al dente per mantenere l’amido più compatto e quindi rallentare l’assorbimento degli zuccheri durante la digestione. Usare uova biologiche garantisce un apporto di nutrienti e grassi qualitativamente migliori rispetto alle uova di allevamento intensivo. Pulire il guanciale dallo strato esterno, molto salato ed evitare di utilizzare il grasso rilasciato durante la cottura del guanciale stesso».
La pasta alla carbonara si può considerare un pasto completo, eventualmente aggiungendo che tipo di contorno? «La carbonara ha tutte le caratteristiche di un piatto completo per la compresenza di carboidrati, proteine e grassi ma si può consigliare di accompagnarla con una porzione abbondante di verdura: fonte di vitamine, minerali e fibre. Le fibre rallentano l’assorbimento intestinale di carboidrati e grassi, facilitando un rilascio graduale dell’energia. Un contorno di verdura contribuisce inoltre ad aumentare, la sazietà, abbassando le calorie del pasto, soprattutto se ci aiuta a rinunciare ad un secondo piatto di pasta. Restando in tema con la tradizione romana si può abbinare un contorno a base di cicoria o carciofi mentre eviterei di consumare contestualmente alla carbonara pane o patate poiché i carboidrati sono già abbondantemente presenti nella pasta».
Quante volte alla settimana si può mangiare una carbonara come primo piatto? «Le raccomandazioni circa la frequenza di consumo di alcuni piatti devono tenere conto delle abitudini alimentari, dello stile di vita, peso ed eventuali patologie, ricordando comunque che non è mai un solo pasto a pregiudicare una dieta, ma è la somma di più errori ripetuti nel tempo. In linea di principio, possiamo ritenere la carbonara difficilmente inquadrabile nel contesto di una dieta equilibrata, ma deve essere considerata un piatto che può trovare il suo posto a tavola in occasioni saltuarie. Ogni dieta sana ed equilibrata deve prevedere, secondo il gusto personale, dei pasti fuori dalle regole ma che rinfrancano palato e spirito».
