2022-05-04
Banche & Cloud. Le italiane corrono per recuperare terreno e saltare sulla «nuvola»

Banche & Cloud. Le italiane corrono per recuperare terreno e saltare sulla «nuvola»
La situazione delle banche in Italia
La mattina del 15 aprile in mezza Italia per mezz’ora è scoppiato il panico: nel pieno degli acquisti prima del lungo fine settimana pasquale alle casse dei supermercati, nei negozi più piccoli e nelle farmaci, i pos hanno iniziato a non funzionare né con i bancomat né con le carte di credito dei circuiti internazionali.
Si è trattato di un problema temporaneo «a monte» della complessa catena dei pagamenti elettronici che, notte e giorno, permette gli scambi finanziari in tutto il mondo: a subire un inconveniente tecnico è stata Ibm (che ospita Nexi in uno dei suoi data center a Per, e a cui è esternalizzata la gestione delle postazioni di lavoro), fornitrice di Nexi-Sia, il principale gestore dei pagamenti elettronici in Italia cui si appoggiano molte banche e le Poste. Il blackout del 15 aprile è stato risolto velocemente ma riapre il dibattito sulle architetture tecnologiche del sistema dei pagamenti nonché dell’intero sistema bancario dopo anni di narrazione sugli investimenti nella trasformazione digitale. Fondamentale, oltre ai servizi IT, è il cloud, che offre un risparmio in termini di costi associato a una maggiore efficienza oltre a garantire un paracadute in caso d’emergenza. Come si muovono le banche italiane sulla «nuvola»?
A livello mondiale il panorama bancario ha già una fisionomia chiara quando si parla di alleanze con i giganti del cloud. Goldman Sachs e Hsbc, ad esempio, hanno scelto Amazon Web Services (Aws); Deutsche Bank e PayPal sono su Google; Bank of America e Bnp Paribas invece si affidano alla «tradizione» di Ibm; infine, Ubs e Morgan Stanley volano sulla nuvola di Microsoft. Ben diversa invece, e lontana dalle best practices internazionali, la situazione italiana. Anche se qualcosa finalmente si muove. Intesa Sanpaolo ha sviluppato un’alleanza con Tim e Google con il memorandum of understanding sottoscritto il 21 maggio 2020. In base agli accordi l’istituto farà migrare una parte rilevante dei propri sistemi su Google Cloud. Google sta inoltre terminando due Google Cloud Region a Torino e Milan, su cui Intesa costruirà i propri servizi digitali. Le Google Cloud Region saranno costruite all’interno dei Data Center di Tim, che verranno utilizzate anche per il Psn (il Polo Strategico Nazionale, che è la nuova infrastruttura informatica a servizio della pubblica amministrazione).
Da più parti emerge però qualche difficoltà nella migrazione al cloud di Intesa, in particolare delle funzioni critiche, e la banca guidata da Carlo Messina si starebbe guardando intorno per possibili alternative, pur rimanendo focalizzata su un’operazione che vede investimenti infrastrutturali di Big G a Settimo Torinese. In Unicredit l’amministratore delegato Andrea Orcel punta tutto sulla tecnologia, con il cloud al centro. Orcel ha annunciato nei mesi scorsi che il gruppo investirà sul digitale 2,8 miliardi prevedendo anche l’inserimento di 2.100 persone. A breve dovrebbe essere lanciata una gara per il cloud, in cui la formazione delle attuali risorse della banca sarà centrale e che vedrà in prima linea i soliti grandi: Aws, Google e Microsoft. Banca d’Italia preferirebbe vedere gli istituti sistemici utilizzare vendor diversi, così da evitare possibili rischi di concentrazione, ma un altro punto dirimente sarà la presenza di infrastrutture cloud in Italia - l’unica al momento è Aws mentre le altre sono in arrivo- e negli altri Paesi di interesse per Unicredit, in particolare in Germania ed Europa Orientale. Si muove poi Banco Bpm, che ha incrementato del 40% le risorse annue destinate al digitale nel piano industriale 2020-2023, con un focus su cloud, data analytics e intelligenza artificiale. Secondo quanto risulta a Verità & Affari, una gara per il cloud sarebbe in corso di assegnazione, con l’amministratore delegato Giuseppe Castagna che però a breve dovrà decidere se accelerare la trasformazione digitale o rimanere fermo in attesa di eventuali sviluppi sul fronte del risiko bancario (considerando le ultime mosse del Crédit Agricole).
Quanto alle altre: Banca Mediolanum ha scelto Oracle per il cloud, tra le banche native digitali la Illimity di Corrado Passera ha puntato su Microsoft, mentre la Banca Progetto di Paolo Fiorentino ha affidato la gestione dell’infrastruttura cloud ad Amazon Web Services Movimenti in corso sono, infine, anche nel settore dei pagamenti digitali, con al centro proprio Nexi, il gruppo di pagamenti digitali guidato da Paolo Bertoluzzo, impegnato in un piano di forte espansione. Dopo essersi affidato a Reti e Reply - tra i principali player italiani nel settore dell’It Consulting, per l’implementazione della strategia cloud - Nexi ha recentemente avviato una gara per i servizi cloud che vede in dirittura d’arrivo Aws e Microsoft. Su quest’ultima però sembrano ultimamente addensarsi le nuvole dell’Antitrust, un incubo che per l’azienda guidata Silvia Candiani in Italia sembrava relegato al passato (nel 2004 l’allora Commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti inflisse la più alta multa mai comminata prima a livello europeo: 497,2 milioni di euro). L’Antitrust Ue in seguito alla denuncia di alcuni cloud provider europei (tra cui l’italiana Aruba) starebbe infatti indagando su Microsoft per le pratiche anticoncorrenziali che avrebbe utilizzato per spingere i suoi servizi cloud. «Secondo fonti di mercato, Microsoft starebbe utilizzando la sua posizione molto forte nell’ambiente aziendale per portare le persone sul Microsoft Cloud», ha detto Maurits Dolmans, partner dello studio legale Cleary Gottlieb, riferendosi alle licenze software per Windows e Office. Un tema internazionale che rischia di finire presto sul tavolo di Orcel e Bertoluzzo e di influenzarne le scelte.
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Carlo Calenda, segretario di Azione, presenta il suo libro presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Ansa)
Caro Calenda, le scrivo questa cartolina perché la vedo dappertutto e non potevo accettare che non fosse anche qui. Da sempre prezzemolino acido della politica, negli ultimi tempi ha accentuato ancor di più il suo frenetico attivismo: stasera, per dire, è in scena a Napoli (con Gentiloni), domani a Bologna (con Prodi), mercoledì a Genova (con Silvia Salis). Quasi una campagna elettorale anticipata, seppur mascherata dietro la presentazione del libro. Che s’intitola: Difendere la libertà, ma si traduce: Difendere il seggio. Far politica, si sa, è un impegno molto duro. Ma è pur sempre meglio che lavorare.
La sua carriera politica è da sempre un’ascesa continua sulla scala degli insuccessi. Ha fondato Italia Futura con Montezemolo, ed è fallita. È entrato in Scelta Civica, ed è fallita pure quella. È entrato nel Pd proclamando: «Non serve un nuovo partito», poi se ne è uscito fondando un nuovo partito. Si è candidato come sindaco di Roma e ha perso. Si è alleato con Renzi e ci ha litigato. Si è alleato con Emma Bonino e ci ha litigato. Ha preso a bordo di Azione Mariastella Gelmini e Mara Carfagna e poi loro se ne sono andate. Memorabile la sua intervista del 14 settembre 2024: Gelmini non esce dal partito. Poche ore dopo l’annuncio che Gelmini era uscita dal partito. Si sa, quando uno capisce la politica, non sbaglia mai.
Infatti lei, forte dei suoi fallimenti, continua a impartire lezioni a tutti. E a litigare. Ormai è un format, l’incredibile CalendHulk contro tutti. Salvini? «Un prosciutto». Emiliano? «Una sega». Boccia? «Inetto». Renzi? «Ridicolo». Conte? «Incapace». Ha dato del bugiardo all’economista Jeffrey Sachs, del cafone all’ad di Enel Flavio Cattaneo, del traditore a Roberto Vannacci, si è scontrato con Marco Travaglio, ha attaccato i bilanci del Fatto Quotidiano, ha litigato con l’ex governatore Francesco Storace, con l’ex ambasciatrice Elena Basile e con l’ex Iena Ismaele Lavardera. Ci manca solo l’ultima lite: quella con sé stesso. L’ex intelligente.
In effetti da un po’ non appare lucidissimo. «Impossibile non allearsi con i 5 stelle» disse nel febbraio 2024, dopo le elezioni in Sardegna. Il giorno dopo li definì: «Populisti, trasformisti e incapaci». Strana alleanza. Qualche mese dopo in tv confuse la Sicilia con la Sardegna, ma che ci volete fare? Capita a quelli bravi. Così si è dimenticato anche di quello che diceva da viceministro e ministro («Quello fra Italia e Russia è un rapporto profondo, da molti anni, ora dobbiamo migliorarlo») e ormai vede putiniani dietro ogni cespuglio. È arrivato a dire che gli ucraini hanno fatto bene a far esplodere il gasdotto North Stream, inaugurando così la nuova fase del suo partito, ormai ribattezzato Azione Tritolo. Parola d’ordine: moderatismo e sabotaggi. Per non dimenticare la nuova linea politica, non confidando più sulla sua mente, è stato costretto ad affidarsi al corpo: perciò si è fatto tatuare il simbolo dell’Ucraina. L’hanno presa molto in giro per questo, ma noi la capiamo: meglio mettersi un tridente sul polso, prima che a qualcuno venga voglia di metterglielo altrove.
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Andrea Presti (Instagram)
Parla l’atleta che sta preparando il suo quarto Mister Olympia: «Mangio ogni due-tre ore: circa 6.500 calorie al giorno. La genetica è decisiva. Il doping? Sì, ai miei livelli è praticato. Ma ci sono gare in cui si può evitare».
Andrea Presti prende il telefonino e pubblica su Instagram un video in cui si pesa: 134 chili, decreta la bilancia. «Il Mister Olympia si terrà a settembre», sorride lui, 38 anni di vigore «orgogliosamente camuno» su una struttura di circa 1 metro e ottanta.
Sta aumentando la massa, poi cesellerà i muscoli, perdendo gli 8-10 chili necessari a salire sul palco nelle condizioni ideali. Quando si parla di Mister Olympia con un culturista professionista, è come parlare di Wimbledon con un tennista. Non esiste trofeo più glorioso. Vi accedono i migliori del mondo, una ventina in tutto, usciti vittoriosi da una scrematura di competizioni durissime. Presti vi parteciperà per la quarta volta, primo nostro connazionale a riuscirci dai tempi di Mauro Sarni (che ha all’attivo una partecipazione negli anni Novanta), e primo italiano così tante volte dai tempi del sardo Franco Columbu negli anni Settanta. Per capirci: Columbu era il miglior amico di quell’Arnold Schwarzenegger che il culturismo l’ha praticamente inventato, entrando nell’empireo di Hollywood e della politica. Il Gruppo Presti, suddiviso in sottogruppi dedicati alle consulenze sull’allenamento coi pesi, sull’alimentazione, sugli approfondimenti medici, sul perfezionamento di macchinari avveniristici, comparti presidiati da professionisti di ogni settore, fattura centinaia di migliaia di euro e ruota intorno ad Andrea, plurivittorioso Jannik Sinner del ferro. Raccontato su Instagram e nel bestseller Diventa ciò che sei (Rizzoli), compendio biografico che nel titolo strizza l’occhio un po’ a Nietzsche, un po’ a Spinoza.
Perché si diventa bodybuilder professionista?
«Ho iniziato col judo. Ma ho scelto di diventare un culturista per motivi prevalentemente estetici: desideravo quel tipo di fisicità erculea».
Direbbero i maliziosi: ha privilegiato l’estetica anziché misurarsi in una prestazione fisica.
«Chi sostiene che la gara di bodybuilding non contempli una prestazione, dovrebbe sottoporsi a una sessione di pose: non resisterebbe un minuto. Oltre ad assistere a un tipico allenamento di un culturista in palestra. Sa chi lo certifica meglio di tutti?».
Dica.
«Tanti miei amici calciatori di Serie A, cestisti, pugili e combattenti: sono i primi a riconoscere l’importanza dell’alimentazione e dell’allenamento coi pesi in ciò che fanno. Il bodybuilding è sia il mezzo per massimizzare le prestazioni di qualunque disciplina, sia uno sport a sé stante».
Ci arriveremo. Intanto: che cosa ha mangiato oggi?
«Dunque, stamattina una spremuta d’arancia, cereali, molti albumi d’uovo. Poi, dopo due-tre ore, riso e pollo, poi pasta e carne, poi dovrei mangiare cous cous e pesce, dopodiché…».
Ma quanti pasti fa al giorno?
«Sei pasti. Mangio ogni due, tre ore. Tra le fonti proteiche, siamo a 2, 2 grammi e mezzo al giorno per chilo corporeo. Durante la fase di massa, cioè il periodo in cui sono lontano dalle gare e costruisco il mio fisico, ingerisco circa 6.500 calorie giornaliere. Ho provato ad arrivare a 7.000, ma era troppo. Mi concedo frutti di mare, non lesino sui carboidrati perché il metabolismo me lo consente, la pizza ogni tanto. Quando si avvicina una gara, riduco le calorie, cambio i nutrienti».
Si dice che la dieta stretta sia il momento in cui i bodybuilder diventano nervosi.
«No, anzi, mangiare meno mi rende più brillante. I tempi in cui un culturista a ridosso di una gara ingeriva solo carne e acqua sono mitici, i nuovi approcci comportano sacrifici, ma sono gestibili, se il metabolismo lo consente. Forse chi lamenta le eccessive privazioni, cerca scuse per concedersi qualche sgarro (ride, ndr)».
Se non si mangia nel modo giusto, l’allenamento ne risente. Come si allena?
«Nei periodi di massa, mi alleno per tre giorni consecutivi seguiti da un giorno di riposo. Sessioni quotidiane di due ore e mezza, suddivise per gruppi muscolari e finalizzate su densità e sviluppo di ogni muscolo. Vicino a una gara, la musica cambia».
Come cambia?
«Aumenta la frequenza: mi alleno due volte al giorno, sei giorni su sette, ai pesi alterno sessioni di attività cardiovascolare».
Quei muscoli lì sono solo scena per imbastire uno show?
«Giudicate voi: nello stacco da terra utilizzo un bilanciere da 340 kg. Nello squat, eseguo dieci ripetizioni in accosciata completa con 240 kg. Su panca, distendo sopra di me diverse volte due manubri da 80 kg l’uno».
Direi che è molto forte.
«Sì, ma se fossi forte quanto sono grosso, probabilmente il Mister Olympia potrei pure vincerlo (sorride, ndr)».
Da che cosa dipende questo?
«Dalla genetica. Non si scappa. La genetica è il metro per misurare il talento di ogni sportivo, e nel culturismo è un indice manifesto. Penso di avere una genetica sopra la media che mi ha consentito di partecipare al Mister Olympia. Ma i primi tre/cinque atleti classificati a quel livello, sono qualcosa di fisicamente inarrivabile per qualsiasi essere umano».
Come si supplisce alle predisposizioni genetiche?
«Con un giusto mix di costanza, dedizione, pianificazione, studio di sé stessi».
In una gara di bodybuilding vince il più grosso?
«Vince chi presenta la miglior commistione di volumi, densità muscolare, qualità, che significa, tra le altre cose, il giusto compromesso nell’abbassare grasso, ottimizzare i liquidi e far risaltare i muscoli».
E ci si unge con l’olio, direbbe la sciura Maria!
«Certo, unti, fritti e impanati! Scherzi a parte, si sceglie un colore per far risaltare la pelle sotto i riflettori, ci si confronta su sette tipi di pose pensate per valorizzare la struttura nei diversi round in cui la giuria valuta ogni atleta. È sia un grande spettacolo, sia un duello rigoroso».
E perché le pose sono tanto faticose?
«Avete presente la classica posa di doppio bicipite? Provate a eseguirla davanti allo specchio, contraendo tutti i muscoli del vostro corpo per diversi minuti senza pause. Poi mi direte».
Il suo fisico non passerà inosservato tra i comuni mortali.
«Un aneddoto spassoso: per un po’ di tempo, alla mattina in palestra, alcune anziane iscritte mi squadravano con aria sospettosa. Un giorno, la più timida, dopo aver controllato chi fossi, si è avvicinata e mi ha detto: “Andrea! Tra poco avrai una gara, fammi controllare gli addominali!”».
Tuttavia si dice che gareggiare come culturista professionista sia impossibile senza un supporto chimico.
«Potrei cavarmela rispondendo che nessuno sport è esente dal doping. Ma sarebbe troppo comodo. Diciamo allora che il bodybuilding non è uno sport olimpico e non prevede controlli. È alla stregua del football americano e del wrestling. Dunque sì, il doping è praticato per massimizzare i risultati».
E se un ragazzino volesse a sua volta gareggiare?
«Gli direi di non farlo. O di farlo nelle competizioni da natural. Ci sono molti modi per divertirsi coi pesi. Ho convinto migliaia di ragazzi a lasciar perdere gli aspetti più estremi».
Lei però ha scelto proprio quella carriera: la più estrema.
«Ne sono consapevole. Pure dei rischi. Come lo è un pilota di Formula 1 quando corre a 300 all’ora, o un pugile quando si batte per il titolo mondiale».
Assiste quotidianamente persone di ogni sesso e età anche grazie ai social.
«Nel corso degli anni, con il mio gruppo, sono orgoglioso di aver aiutato tanti a migliorare il rapporto con sé stessi, magari chi soffriva di disturbi alimentari, o chi cercava di dare una motivazione nuova alla propria vita. Senza retorica».
Quante persone lavorano con lei?
«Tra professionisti di ogni settore contrattualizzati e collaboratori esterni, circa 30, 40 persone».
Non sono poi molti, i bodybuilder professionisti che guadagnano dalla loro attività, già dispendiosa per tutto il cibo ingurgitato.
«Ho iniziato facendo l’istruttore di sala pesi, pagato 7 euro all’ora. Poi il personal trainer a 20/30 euro. Nel frattempo frequentavo i seminari e corsi di settore. Ero iscritto a Scienze motorie, non ho mai finito. Nel 2013, il mio primo mentore, Piero Nocerino (figura leggendaria nel culturismo italiano, ndr) mi pagò viaggio e soggiorno per assistere al Mister Olympia in America. Iniziai a gareggiare. Trofei nazionali prima, europei dopo. Fino a conseguire il tesserino da professionista e cimentarmi nelle massime competizioni, dall’Arnold Classic a quell’Olympia, nel 2021, che avevo tanto sognato».
C’è qualcosa che non sopporta del bodybuilding odierno?
«Quella che viene chiamata in gergo “cultura del dissing”. Talvolta i culturisti professionisti in Italia sono troppo inclini a denigrarsi tra loro».
Da qui a vent’anni? Come si immagina? Ci ha pensato?
«In forma, impegnato ad allenarmi e a studiare attività e idee da promuovere nel mio campo. E poi sposato, con molti figli».
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2026-04-27
Progetti arenati e pochi soldi. Nel deserto saudita tramonta l’utopia della città «green»
Mohammed bin Salman (Ansa)
- La guerra nel Golfo potrebbe dare il colpo di grazia alla costruzione di Neom. Ma per la futuristica metropoli senza auto e a zero emissioni i problemi erano iniziati da tempo.
- Era uno dei cardini del piano del principe bin Salman per ridurre la dipendenza del Regno dal petrolio. Però solo un terzo della nuova energia pulita è stato prenotato. Così il maxi impianto previsto sarà ridimensionato.
Lo speciale contiene due articoli
L’Arabia Saudita rivede i piani del suo progetto simbolo. La decisione di cancellare una serie di contratti edilizi legati a Neom segna infatti un passaggio chiave nella trasformazione del maxi investimento da 500 miliardi di dollari, considerato il pilastro della strategia di modernizzazione del regno. Il ridimensionamento arriva in una fase di crescente instabilità regionale. Le tensioni con l’Iran e l’escalation militare nel Golfo hanno aumentato i rischi per le infrastrutture energetiche e per le rotte commerciali, incidendo sulla fiducia degli investitori. In questo contesto, anche i flussi finanziari internazionali mostrano segnali di rallentamento, mentre le aziende globali iniziano a riconsiderare la propria esposizione nell’area.
Le rescissioni riguardano interventi cruciali, tra cui lavori di scavo indispensabili per The Line, il progetto urbano più iconico di Neom: una città lineare lunga 170 chilometri, concepita come due strutture parallele senza traffico automobilistico, immerse nel deserto saudita. Attorno a questa visione ruotano anche altri sviluppi strategici, come Oxagon, hub industriale galleggiante, e Trojena, destinazione turistica di montagna pensata per offrire attività all’aperto durante tutto l’anno, compresi sport invernali. Fin dalla sua presentazione nel 2017 da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, Neom è stato immaginato come il motore della transizione economica saudita, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio e costruire un’economia basata su tecnologia, sostenibilità e attrazione di capitali internazionali. Nelle intenzioni, si tratta di un ecosistema completamente green, alimentato da energie rinnovabili e progettato per azzerare l’impatto ambientale, diventando un modello globale di sviluppo sostenibile.
Tuttavia, la portata del progetto ha sollevato sin dall’inizio interrogativi sulla sostenibilità finanziaria e sulla sua effettiva realizzabilità. Negli ultimi mesi, queste perplessità si sono intensificate. Il regno si trova infatti a sostenere contemporaneamente numerosi investimenti legati al programma Vision 2030, tra cui grandi opere infrastrutturali, espansione del settore turistico e preparativi per eventi globali come Expo 2030 a Riad. Sebbene le entrate petrolifere restino rilevanti, la necessità di distribuirle tra più priorità ha ridotto i margini di manovra. I recenti attacchi a infrastrutture energetiche e le tensioni sulle rotte marittime hanno aumentato l’incertezza.
Il risultato è un clima di cautela che si riflette sia nelle decisioni degli investitori sia nelle strategie operative delle aziende coinvolte. In questo scenario, i grandi progetti ancora in fase iniziale risultano particolarmente vulnerabili. Il rallentamento o la revisione delle opere appare quindi come una scelta strategica più ampia, piuttosto che un intervento limitato. Le autorità saudite non sembrano intenzionate ad abbandonare Neom, ma piuttosto a rimodularne le ambizioni. I segnali più recenti indicano una riduzione degli elementi più visionari di The Line e uno spostamento verso iniziative con ritorni economici più immediati, come infrastrutture logistiche, centri dati e sviluppi turistici più selettivi. L’obiettivo sembra essere quello di privilegiare interventi capaci di produrre risultati concreti in tempi più rapidi, riducendo l’esposizione finanziaria delle componenti più complesse e costose. Una trasformazione di questo tipo non è insolita nei megaprogetti. Nel caso saudita, però, la differenza sta nel valore politico attribuito a Neom, presentato per anni come il manifesto della nuova Arabia Saudita. Resta però un elemento distintivo: Neom non è un progetto qualsiasi, ma un simbolo della nuova identità economica saudita. Il suo successo rappresenterebbe la prova della capacità del regno di diversificare la propria economia, mentre eventuali difficoltà rischiano di alimentare dubbi sulla velocità e sostenibilità di questa transizione. Un ruolo centrale continua a essere attribuito al turismo, considerato uno dei pilastri della Vision 2030. Resort, infrastrutture costiere e città intelligenti sono stati progettati per trasformare l’Arabia Saudita in una destinazione globale.
Tuttavia, il settore turistico è fortemente influenzato dalla percezione di sicurezza. Anche tensioni circoscritte possono incidere sui flussi di visitatori, sui costi assicurativi e sulle operazioni delle compagnie aeree. Anche gli investimenti esteri risentono di questa volatilità. Società internazionali, appaltatori e lavoratori altamente qualificati tendono a diventare più prudenti quando il contesto regionale appare meno prevedibile. Le difficoltà incontrate da Neom evidenziano quindi come il successo di progetti di questa portata non dipenda soltanto da risorse finanziarie e capacità tecnologiche, ma anche dalla stabilità geopolitica. Con l’avvicinarsi di Expo 2030, il tempo a disposizione per dimostrare risultati concreti si riduce. Il cantiere nel deserto resta attivo, ma il cambio di approccio appare evidente: l’enfasi si sposta da una visione illimitata a una gestione più pragmatica delle priorità.
La questione centrale non è più se Neom verrà realizzato, ma in quale forma. Gli aggiustamenti finanziari in corso incidono sull’intera Vision 2030, suggerendo un possibile riequilibrio delle priorità verso iniziative più sostenibili nel breve periodo. In un contesto di entrate petrolifere meno prevedibili, un approccio selettivo agli investimenti potrebbe rivelarsi obbligatorio. Secondo diversi analisti, una strategia più mirata consentirebbe al regno di gestire meglio le risorse disponibili, concentrandosi su settori con ritorni più rapidi. Tra questi emergono anche i grandi eventi sportivi internazionali, come i Giochi asiatici invernali del 2029 e i Mondiali di calcio del 2034, considerati leve per stimolare la crescita economica e rafforzare l’immagine globale del Paese.
Neom si trasforma così in un banco di prova. Non solo per la capacità dell’Arabia Saudita di realizzare un progetto senza precedenti, ma anche per la sua abilità nel muoversi in un contesto internazionale complesso, dove economia, sicurezza e reputazione si intrecciano sempre di più. Il futuro del progetto dipenderà dalla gestione di queste variabili, in un equilibrio ancora tutto da costruire. Ma resta un nodo di fondo: l’idea di un sistema urbano completamente sostenibile, a emissioni zero e autosufficiente nel deserto saudita appare, almeno allo stato attuale, più come una visione teorica che una prospettiva concreta. Più che un modello replicabile nel breve periodo, Neom rischia di restare il simbolo di un’ambizione estrema, sospesa tra innovazione e realtà, tra strategia e utopia.
L’idrogeno verde costa troppo. E Riad non trova più acquirenti
Il maxi progetto saudita per la produzione di idrogeno verde nella regione di Oxagon, all’interno della futuristica Neom, entra in una fase critica. Nonostante l’avanzamento dei lavori, emergono segnali di difficoltà che potrebbero portare a un ridimensionamento dell’iniziativa, considerata finora uno dei pilastri della strategia energetica del Regno. L’idrogeno verde è un combustibile prodotto senza emissioni di CO2, ottenuto separando l’acqua nei suoi componenti – idrogeno e ossigeno – attraverso un processo chiamato elettrolisi. L’energia usata per questo processo proviene da fonti rinnovabili come sole, vento o idroelettrico. A far scattare l’allarme sono le indiscrezioni riportate da Bloomberg, secondo cui il sito sarebbe in affanno a causa della mancanza di acquirenti certi per il combustibile verde.
Eppure, sul piano industriale, i progressi sono evidenti. La Neom Green Hydrogen Company (Nghc), joint venture tra Acwa Power, Air Products e Neom, ha annunciato il completamento dell’80% della costruzione. Il traguardo riguarda tutte le componenti chiave: dall’impianto di produzione di idrogeno verde ai parchi eolici e fotovoltaici, fino alla rete di trasmissione. Sul sito di Oxagon sono già installati turbine eoliche, elettrolizzatori, serbatoi di stoccaggio, cold box e condotte.
L’infrastruttura si estende su oltre 300 chilometri quadrati e sarà alimentata da 4 gigawatt di energia rinnovabile. I siti di generazione dovrebbero essere completati entro metà 2026, mentre la prima produzione di ammoniaca verde è prevista nel 2027. Tuttavia, è sul fronte della domanda che si concentrano le principali criticità. Secondo fonti vicine al dossier, la richiesta internazionale di idrogeno verde si sta rivelando molto più debole del previsto. Due fonti anonime citate da Bloomberg parlano di una «crisi profonda e silenziosa», che starebbe spingendo i promotori a valutare un rallentamento o una revisione del progetto. In origine, l’impianto era stato concepito per esportare l’intera produzione. Oggi però solo un terzo dell’idrogeno previsto ha trovato uno sbocco commerciale. L’unico accordo formalizzato è quello con TotalEnergies, che prevede la fornitura di 70.000 tonnellate annue tra il 2030 e il 2045. Il progetto Oxagon rappresentava uno dei simboli della Vision 2030, il piano lanciato da Mohammed bin Salman per ridurre la dipendenza dal petrolio. Ma proprio l’assenza di clienti sta ora costringendo i promotori a rivedere la strategia, orientandosi verso uno sviluppo modulare, da attivare progressivamente solo dopo la firma di nuovi contratti di fornitura. Un cambio di rotta significativo, soprattutto alla luce degli obiettivi iniziali: produrre fino a 600 tonnellate al giorno di idrogeno verde entro il 2027, grazie a un sistema di elettrolizzatori alimentati da energie rinnovabili. Anche i costi hanno subito un’impennata. Il budget è passato dai 5 miliardi iniziali agli attuali 8,4 miliardi. Air Products, principale partner industriale, ha ribadito che i lavori procedono secondo i piani, ma ha anche confermato il rinvio degli investimenti previsti in Europa. «Nel breve termine ci concentriamo sulla costruzione e sulla vendita di ammoniaca verde dall’Arabia Saudita, in attesa che i regolamenti sull’idrogeno si stabilizzino», ha dichiarato l’azienda. Secondo Bloomberg, le difficoltà di Neom riflettono un problema più ampio che riguarda l’intero settore: il costo ancora elevato dell’idrogeno verde e la mancanza di mercati maturi per i prodotti derivati, come i carburanti sintetici.
Riad non sembra intenzionata a rinunciare al progetto. L’idrogeno verde resta infatti un elemento centrale della strategia saudita per mantenere un ruolo di primo piano nel mercato energetico globale anche dopo la transizione ecologica. Tuttavia, la sfida ora è trasformare un’ambizione industriale senza precedenti in un modello economicamente sostenibile ma la missione appare molto difficile.
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