Banche & Cloud. Le italiane corrono per recuperare terreno e saltare sulla «nuvola»

La situazione delle banche in Italia
La mattina del 15 aprile in mezza Italia per mezz’ora è scoppiato il panico: nel pieno degli acquisti prima del lungo fine settimana pasquale alle casse dei supermercati, nei negozi più piccoli e nelle farmaci, i pos hanno iniziato a non funzionare né con i bancomat né con le carte di credito dei circuiti internazionali.
Si è trattato di un problema temporaneo «a monte» della complessa catena dei pagamenti elettronici che, notte e giorno, permette gli scambi finanziari in tutto il mondo: a subire un inconveniente tecnico è stata Ibm (che ospita Nexi in uno dei suoi data center a Per, e a cui è esternalizzata la gestione delle postazioni di lavoro), fornitrice di Nexi-Sia, il principale gestore dei pagamenti elettronici in Italia cui si appoggiano molte banche e le Poste. Il blackout del 15 aprile è stato risolto velocemente ma riapre il dibattito sulle architetture tecnologiche del sistema dei pagamenti nonché dell’intero sistema bancario dopo anni di narrazione sugli investimenti nella trasformazione digitale. Fondamentale, oltre ai servizi IT, è il cloud, che offre un risparmio in termini di costi associato a una maggiore efficienza oltre a garantire un paracadute in caso d’emergenza. Come si muovono le banche italiane sulla «nuvola»?
A livello mondiale il panorama bancario ha già una fisionomia chiara quando si parla di alleanze con i giganti del cloud. Goldman Sachs e Hsbc, ad esempio, hanno scelto Amazon Web Services (Aws); Deutsche Bank e PayPal sono su Google; Bank of America e Bnp Paribas invece si affidano alla «tradizione» di Ibm; infine, Ubs e Morgan Stanley volano sulla nuvola di Microsoft. Ben diversa invece, e lontana dalle best practices internazionali, la situazione italiana. Anche se qualcosa finalmente si muove. Intesa Sanpaolo ha sviluppato un’alleanza con Tim e Google con il memorandum of understanding sottoscritto il 21 maggio 2020. In base agli accordi l’istituto farà migrare una parte rilevante dei propri sistemi su Google Cloud. Google sta inoltre terminando due Google Cloud Region a Torino e Milan, su cui Intesa costruirà i propri servizi digitali. Le Google Cloud Region saranno costruite all’interno dei Data Center di Tim, che verranno utilizzate anche per il Psn (il Polo Strategico Nazionale, che è la nuova infrastruttura informatica a servizio della pubblica amministrazione).
Da più parti emerge però qualche difficoltà nella migrazione al cloud di Intesa, in particolare delle funzioni critiche, e la banca guidata da Carlo Messina si starebbe guardando intorno per possibili alternative, pur rimanendo focalizzata su un’operazione che vede investimenti infrastrutturali di Big G a Settimo Torinese. In Unicredit l’amministratore delegato Andrea Orcel punta tutto sulla tecnologia, con il cloud al centro. Orcel ha annunciato nei mesi scorsi che il gruppo investirà sul digitale 2,8 miliardi prevedendo anche l’inserimento di 2.100 persone. A breve dovrebbe essere lanciata una gara per il cloud, in cui la formazione delle attuali risorse della banca sarà centrale e che vedrà in prima linea i soliti grandi: Aws, Google e Microsoft. Banca d’Italia preferirebbe vedere gli istituti sistemici utilizzare vendor diversi, così da evitare possibili rischi di concentrazione, ma un altro punto dirimente sarà la presenza di infrastrutture cloud in Italia - l’unica al momento è Aws mentre le altre sono in arrivo- e negli altri Paesi di interesse per Unicredit, in particolare in Germania ed Europa Orientale. Si muove poi Banco Bpm, che ha incrementato del 40% le risorse annue destinate al digitale nel piano industriale 2020-2023, con un focus su cloud, data analytics e intelligenza artificiale. Secondo quanto risulta a Verità & Affari, una gara per il cloud sarebbe in corso di assegnazione, con l’amministratore delegato Giuseppe Castagna che però a breve dovrà decidere se accelerare la trasformazione digitale o rimanere fermo in attesa di eventuali sviluppi sul fronte del risiko bancario (considerando le ultime mosse del Crédit Agricole).
Quanto alle altre: Banca Mediolanum ha scelto Oracle per il cloud, tra le banche native digitali la Illimity di Corrado Passera ha puntato su Microsoft, mentre la Banca Progetto di Paolo Fiorentino ha affidato la gestione dell’infrastruttura cloud ad Amazon Web Services Movimenti in corso sono, infine, anche nel settore dei pagamenti digitali, con al centro proprio Nexi, il gruppo di pagamenti digitali guidato da Paolo Bertoluzzo, impegnato in un piano di forte espansione. Dopo essersi affidato a Reti e Reply - tra i principali player italiani nel settore dell’It Consulting, per l’implementazione della strategia cloud - Nexi ha recentemente avviato una gara per i servizi cloud che vede in dirittura d’arrivo Aws e Microsoft. Su quest’ultima però sembrano ultimamente addensarsi le nuvole dell’Antitrust, un incubo che per l’azienda guidata Silvia Candiani in Italia sembrava relegato al passato (nel 2004 l’allora Commissario Ue alla Concorrenza Mario Monti inflisse la più alta multa mai comminata prima a livello europeo: 497,2 milioni di euro). L’Antitrust Ue in seguito alla denuncia di alcuni cloud provider europei (tra cui l’italiana Aruba) starebbe infatti indagando su Microsoft per le pratiche anticoncorrenziali che avrebbe utilizzato per spingere i suoi servizi cloud. «Secondo fonti di mercato, Microsoft starebbe utilizzando la sua posizione molto forte nell’ambiente aziendale per portare le persone sul Microsoft Cloud», ha detto Maurits Dolmans, partner dello studio legale Cleary Gottlieb, riferendosi alle licenze software per Windows e Office. Un tema internazionale che rischia di finire presto sul tavolo di Orcel e Bertoluzzo e di influenzarne le scelte.
La nuova cortina di ferro digitale: così la Cina sfida gli Usa sul fronte tecnologico
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
Ieri gli specialisti dell’Esercito hanno fatto brillare tre ordigni a Orbetello, Eboli e Livorno. Le operazioni e la storia dei bombardamenti sulle tre località durante la Campagna d'Italia.
Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
- Uno scheletro di Stegosauro è stato recentemente venduto per 44,6 milioni di dollari. Quella che pochi anni fa era un’attività per scavatori occasionali è oggi un mercato che coinvolge fondi di investimento e gallerie d’élite.
- Il paleontologo: «Un tempo la compravendita era selvaggia, ora molti Paesi stanno introducendo regole stringenti. Però negli Usa chi rinviene un reperto nel proprio terreno ne può ancora disporre liberamente».
Lo speciale contiene due articoli
È stata un’asta destinata a passare alla storia, o forse, considerato l’interesse crescente per questo genere di «opere», a segnare solo un precedente destinato ad essere superato. Sono passati due anni da quando Sotheby’s a New York batté, in una seduta animata da offerte al rialzo, la cifra record di 44,6 milioni di dollari, ma se ne parla ancora. Non si trattò di gioielli o quadri ma nientemeno che ossa, anche se preistoriche: fossili di dinosauri. Benvenuti nel Jurassic Cash! Era luglio 2024, quando il miliardario Ken Griffin, fondatore del colosso degli hedge fund Citadel, sborsò quella cifra record per aggiudicarsi Apex, lo scheletro di uno Stegosauro eccezionalmente conservato, rinvenuto in Colorado. Apex polverizzò le stime iniziali (che oscillavano tra i 4 e i 6 milioni) e superò il precedente record di Stan, un Tyrannosaurus Rex venduto nel 2020 per 31,8 milioni di dollari all’Abu Dhabi Natural History Museum.
Un tempo i dinosauri dominavano la Terra grazie alle dimensioni mastodontiche, oggi, a milioni di anni dalla loro estinzione, questi giganti della preistoria sono tornati protagonisti di un ecosistema altrettanto spietato: il mercato globale dei beni di lusso. L’analisi condotta di recente da Bloomberg nel podcast Odd Lots, dal titolo significativo Inside the Booming Market for Dinosaur Fossils, accende i riflettori su un business che ha smesso di essere una nicchia accademica per trasformarsi in una delle asset class più calde, speculative e affascinanti del momento. Si stima che il mercato di dinosauri nel mondo, per gli anni 2024-2025, valga all’incirca 70-80 milioni di euro, di cui quello italiano costituisce una piccola fetta: vale circa 3 milioni. Un mercato trasversale, di cui fanno parte lotti che costano una fortuna.
In ballo ci sono cifre da capogiro che sollevano una domanda: perché le ossa di dinosauro stanno finendo nei salotti dei multimilionari e nei portafogli dei fondi d’investimento invece che nei musei pubblici? Nel caso di Apex l’acquirente ha subito detto che non era sua intenzione collocarlo nell’atrio della propria mega-villa, ma che lo avrebbe prestato a un museo statunitense, come riportato dal Wall Street Journal.
Come spiegato dagli esperti del settore, tra cui Salomon Aaron della prestigiosa galleria londinese David Aaron (specializzata nell’intermediazione di questi reperti biologici), il mercato dei fossili sta vivendo una transizione epocale, strutturandosi sulla falsariga di quello dell’arte contemporanea o delle antichità di pregio.
Fino a pochi decenni fa, il commercio di ossa di dinosauro era un settore informale, popolato da appassionati, scavatori amatoriali e istituzioni accademiche con budget limitati. Oggi la compravendita è regolata da intermediari finanziari, gallerie d’élite e case d’asta internazionali. Per determinare il valore di un fossile entrano in gioco criteri rigorosi che ricalcano il concetto di «provenienza» nell’arte. Non basta trovare un osso: occorre dimostrare legalmente dove e quando è stato estratto. I venditori moderni forniscono video integrali dello scavo, documentazioni notarili sulla proprietà dei terreni e certificazioni scientifiche.
Un altro fattore cruciale è la completezza e l’integrità dello scheletro. Trovare un dinosauro intatto al 100% è quasi impossibile; per questo, il valore commerciale è strettamente legato alla percentuale di ossa originali rispetto a quelle riprodotte tramite stampanti 3D o resine. Più la «materia prima» è autentica, più il prezzo sale in modo esponenziale.
Dietro l’acquisto di un miliardario c’è una filiera complessa. La figura del «cacciatore di dinosauri» si è professionalizzata. Sapendo che nel mondo c'è una platea di miliardari, dai «tech bro» della Silicon Valley, ai magnati asiatici o ai banchieri di Wall Street disposti a tutto pur di accaparrarsi ed esibire un predatore preistorico nelle proprie sedi, il numero di cercatori privati è esploso.
Le regole del gioco, tuttavia, cambiano radicalmente a seconda della geografia. Negli Stati Uniti, la legge prevede che tutto ciò che viene trovato su un terreno privato appartenga al suo proprietario. Questo ha creato una vera e propria corsa all’oro nel West americano (Montana, Wyoming, Colorado), dove i proprietari di ranch preferiscono vendere i diritti di scavo al miglior offerente privato piuttosto che collaborare gratuitamente con le università. Al contrario, in Paesi come la Mongolia, la Cina o il Brasile, i fossili sono considerati patrimonio nazionale e l’esportazione è severamente vietata. Ciò non toglie che esista un florido e rischioso mercato nero, contro cui le agenzie doganali internazionali combattono costantemente.
Il boom di questo mercato non è privo di feroci polemiche. La comunità scientifica internazionale lancia da anni grida d’allarme rimaste spesso inascoltate. La paleontologia è una scienza comparativa: per comprendere l’evoluzione, il comportamento e l’estinzione di una specie, gli scienziati hanno bisogno di studiare, scansionare e confrontare quanti più esemplari possibile. Quando uno scheletro finisce nella collezione privata di un magnate, l’accesso a quel pezzo di storia della Terra viene precluso alla scienza. Alcuni studi stimano che oltre la metà degli scheletri di T-Rex conosciuti al mondo si trovi oggi in mani private.
Tuttavia, i sostenitori del mercato privato offrono una prospettiva differente. Molti collezionisti privati, come lo stesso Ken Griffin, scelgono di finanziare gli scavi (che richiedono milioni di dollari in logistica e tecnologia) e spesso concedono i pezzi in prestito a lungo termine ai grandi musei pubblici. Inoltre, le gallerie d’arte sostengono che la commercializzazione fornisca capitali che altrimenti lo Stato non investirebbe nella salvaguardia di reperti che, altrimenti si perderebbero. «I fossili che vengono scoperti sono quelli che vengono lentamente portati alla luce a causa dell’erosione e degli agenti atmosferici», spiega Cassandra Hatton, specialista di reperti scientifici e storici di Sotheby’s. «Si può scegliere se affidare lo scavo a un paleontologo professionista oppure perderli per sempre, a voi la scelta».
Dal punto di vista puramente economico, valutare questi beni resta una sfida monumentale. Se nel 1997 il T-Rex Sue venne acquistato dal Field Museum di Chicago per 8,3 milioni di dollari (grazie al supporto di sponsor come McDonald’s e Disney), i balzi in avanti odierni dimostrano che le normali leggi della domanda e dell’offerta non si applicano a questa categoria di acquirenti. Per i multimilionari, possedere un dinosauro è uno stravagante «status symbol» che supera l’acquisto di un jet, di uno yacht o di un quadro di Picasso. Rappresenta il possesso di un tempo remoto, un frammento di eternità. Ma c’è anche un mercato più abbordabile dove piccoli oggetti da collezione si possono acquistare per poche decine di euro su Ebay. I dinosauri, dopotutto, non sono mai stati così vivi.
«Spesso è un agricoltore a segnalare. In Italia trovati esemplari interi»
«I fossili di dinosauro potenzialmente sono presenti in tutto il mondo, ma di solito le ricerche dei paleontologi si concentrano lì dove ci sono già testimonianze di reperti. Quindi si seguono le indicazioni geologiche, per capire quali possono essere gli strati di rocce dove è più probabile rinvenirli. Ma spesso le scoperte avvengono su segnalazione degli agricoltori che lavorando la terra portano in superficie le ossa». Filippo Bertozzo, paleontologo all’Istituto di Scienze naturali di Bruxelles, uno dei più ampi e prestigiosi in Europa, ci guida alla comprensione di questo mondo.
Dove sono stati rinvenuti i maggiori reperti di dinosauro?
«Quelli che si sono preservati quasi intatti sono stati rinvenuti in Cina, Nord America, Argentina, Tanzania, Marocco, Francia, Spagna e Italia».
Dove in Italia?
«Nel nostro Paese sono stati rinvenuti quattro dinosauri. Quello rinvenuto a Pietraroja, nella zona del Benevento, lo Scipionyx samniticus, noto anche come Ciro, è stato il primo dinosauro trovato in Italia, nel 1980, ed è celebre a livello mondiale per l’incredibile stato di conservazione dei suoi tessuti molli e organi interni. La sua fossilizzazione è considerata un unicum paleontologico poiché ha conservato tracce di organi di cui muscoli, fegato, intestino e perfino cartilagini. Questo eccezionale stato di conservazione ha permesso agli scienziati di ricostruire perfino la sua dieta a base di piccoli pesci e carne. Poi c’è quello rinvenuto nel 1994 nel Villaggio del Pescatore a Duino vicino Trieste; era un grande erbivoro dal becco d’anatra vissuto in un ambiente che allora aveva un clima tropicale. Nello stesso sito sono stati trovati altri esemplari a conferma di un vero e proprio branco. A Saltrio, vicino Varese, è stato scoperto il dinosauro più antico mai rinvenuto in Italia che risale al Giurassico inferiore. Si tratta di un predatore lungo fino a 8 metri. Sui monti prenestini nel Lazio è emerso un sauropode erbivoro dal collo lungo vissuto nel Cretaceo. In Italia sono state rinvenute numerose impronte di questi giganteschi animali in quanto nel Mesozoico la penisola era quasi interamente sommersa dal mare e questo ha favorito la formazione di estesi banchi di fango costiero dove i dinosauri hanno lasciato numerose impronte».
Dalle uova di dinosauro si possono prelevare gli embrioni? È realistico quanto narrato nel film Jurassic Park?
«Anche se è conservato intatto l’embrione all’interno delle uova, entrambi fossilizzati, il Dna è andato perso da milioni di anni. Quindi, no non è possibile riprodurre in laboratorio i dinosauri come nel film Jurassic Park».
Chi ama il fossili dove può acquistarli?
«La Fiera dei fossili di Tucson è la più grande al mondo. Lì si trovano esemplari fossili di tutte le dimensioni. Ci sono anche gruppi che restaurano gli scheletri e vendono i calchi».
Il mercato dei fossili è simile a quello dei reperti archeologici?
«Ha regole diverse. Alcuni paleontologi fanno da consulenti per i venditori di fossili. Fino a qualche anno fa il mercato era selvaggio, ora tanti Paesi stanno proteggendo il proprio patrimonio naturalistico e hanno intensificato i controlli. Negli Stati Uniti però chi trova un reperto nel proprio terreno ne può disporre come crede. Ma i reperti che invece vengono rinvenuti nelle aree federali appartengono allo Stato che ha regole rigide per le autorizzazioni agli scavi».
Nonostante la mole di reperti rinvenuti, la causa dell’estinzione di questi giganti resta ancora oggetto di dibattito?
«Sono stati fatti passi in avanti. Ora abbiamo un quadro ampio sulla causa della loro estinzione che quasi sicuramente fu originata dall’impatto di un meteorite nella regione dello Yucatan, in Messico. Ne seguì una apocalisse climatica e geologica con giganteschi tsunami, terrificanti onde oceaniche che coprirono intere regioni e ceneri che avvolsero il pianeta causando un collasso dei vari habitat e un inverno nucleare. Un impatto devastante superiore a centinaia di milioni di volte un’esplosione atomica, che determinò tra gli altri fattori l’estinzione di questi animali. Un piccolo gruppo di dinosauri riuscì a sopravvivere ma fu soggetto nei millenni successivi a un’evoluzione. La disponibilità di cibo si ridusse e determinò l’estinzione degli esemplari più grandi. Gli eredi di quegli animali sono oggi gli uccelli, anche la gallina. Non ci dimentichiamo che c’erano dinosauri con le piume».














