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2023-10-02
Comprate e chiuse. Le aziende italiane in mano straniera
Uno stabilimento Marelli Holdings (già Magneti Marelli) controllata da Kkr e recentemente commissariata (Imagoeconomica)
- Negli ultimi 5 anni 1.000 imprese sono passate sotto controllo estero. Di queste, una su due è stata spolpata della propria tecnologia e poi lasciata morire o convertita in semplice filiale.
- Infocamere: «Giusto aprirsi al mercato, ma il territorio va difeso meglio».
- Il caso emblematico di Conbipel.
- Il rischio di nuovi casi come Parmalat, smembrata dopo l'ingresso in Lactalis.
Lo speciale contiene quattro articoli.
C’è chi parla di benefica attrazione del sistema Italia e chi invece di una vera e propria rapina dei gioielli tecnologici. Sono i due lati della medaglia degli investimenti esteri nel nostro Paese sotto forma di ingressi nel capitale azionario di un’azienda con quote di minoranza o di acquisizioni totali di imprese talvolta in difficoltà finanziarie, ma anche in buona salute, con un know how di assoluta eccellenza. Per molte di queste il destino non è il rilancio ma il saccheggio delle tecnologie e poi la chiusura.
Passata la grande abbuffata dei pezzi da novanta del made in Italy, durante le privatizzazioni, l’interesse degli investitori esteri si è orientato sempre più verso le piccole realtà industriali che operano nell’alta tecnologia, in settori iperspecialistici con grande valore aggiunto. Ha fatto rumore, due anni fa, l’intervento del governo di Mario Draghi per bloccare l’acquisizione del 70% di Lpe, azienda produttrice di chip e semiconduttori per apparecchi digitali, da parte della cinese Shenzhen Investment Holdings, applicando i poteri del Golden Power, il meccanismo che scatta quando acquisizioni o decisioni aziendali sono considerate dannose per la sicurezza nazionale o il tessuto sociale.
L’ultimo report di Infocamere, la società per l’innovazione digitale delle Camere di Commercio, indica che nell’arco di cinque anni, dal 2017 al 2022, le imprese industriali italiane con una presenza straniera sono passate da 4.218 a 5.435. Cioè sono mille in più (+22%). Quelle in cui l’azionista estero ha la maggioranza assoluta sono salite del 26% a 4.043, oltre mille più del 2017. Quindi, complessivamente quelle controllate da soci stranieri sono l’1,9% dall’1,4% in soli cinque anni.
Alla tavola del made in Italy, il commensale più vorace è senza dubbio la Germania che ha il controllo di 520 imprese da 408 nel 2017; segue la Svizzera con 481 aziende da 363 mentre il balzo più significativo l’ha fatto la Gran Bretagna passata da 299 a 401 aziende. Il gruppo Victoria, big nei rivestimenti per pavimenti, ha fatto rotta sul distretto emiliano della ceramica e ha portato in porto un serie di acquisizioni quali Ceramiche Serra, Keradom, Asco, Colli e Vallelunga. La Stelrad che produce termosifoni, ha acquisito la friulana Dl Radiators. Sono presenti nei capitali azionari anche imprese di Francia, Lussemburgo, Stati Uniti, Spagna, Austria e Belgio.
Un altro esempio di acquisizione è quella del gruppo svedese Fagerhult che ha rilevato iGuzzini, gruppo marchigiano celebre per le lampade.
C’è però l’altra faccia della medaglia di tali investimenti. Un’analisi dell’Area studi Mediobanca sulle maggiori imprese manifatturiere, nel periodo 2013-2022 fa emergere che quelle a controllo estero coprono il 52% delle realtà con più di 250 addetti operanti in Italia e il 90% delle sole manifatturiere.
Esaminando i dati ci si accorge che circa la metà delle aziende acquisite da gruppi esteri, dopo alcuni anni o diventano una semplice divisione o addirittura entrano in una sorta di «catena di smontaggio» e alla fine vengono chiuse. È evidente che l’interesse di chi acquisisce non è lo sviluppo quanto impossessarsi di tecnologie e quote di mercato.
Basta guardare alle cronache recenti per rendersi conto che è un fenomeno di ampia portata. Emblematica la vicenda della Magneti Marelli, un’eccellenza italiana, passata al fondo americano Kohlberg Kravis Roberts (Kkr), che ha riunito nella Marelli Holdings le attività di Magneti Marelli e della società giapponese di componenti per auto Calsonic Kansei. A marzo scorso la comunicazione di tagli al personale con uscite incentivate di 400 lavoratori e la riduzione della forza lavoro in Italia sotto le 7.000 unità. La società, dopo aver registrato bilanci in passivo dal 2018 al 2021, è stata posta in amministrazione controllata.
Un altro marchio illustre è la Piaggio Aerospace, produttrice di aerei: passata nel 2014 nelle mani del fondo governativo di Abu Dhabi, Mubadala, che ne aveva acquisto il 75%, ha visto fallire le prospettive di rilancio. Nel 2018, con l’uscita degli arabi, zavorrata da un forte indebitamento, è stata commissariata. Dal 2021 ci sono state due gare per la cessione ma nessuna andata a buon fine. Ora si è alla terza procedura con l’obiettivo di concludere l’operazione entro l’anno. Degli originari 18 soggetti che hanno inviato manifestazioni di interesse, 13 sono stati ammessi alla fase di due diligence, tra cordate cinesi ed europee e fondi americani.
Un esempio di un’acquisizione che non ha portato ad alcun rilancio ma ha abbandonato l’impresa al suo destino, è quello che ha visto protagonista il fondo di Monaco di Baviera, Quantum Capital Partner, per l’operazione Gianetti Ruote, storico gruppo di cerchi per auto di Ceriano Laghetto (Monza) controllato dal 2018. Nel 2021, poche ore dopo la decisione del governo di togliere il blocco ai licenziamenti, deciso durante la pandemia, il fondo tedesco invia una mail ai 152 lavoratori comunicando il loro licenziamento immediato. A ottobre dell’anno scorso la Corte d’appello di Milano ha pronunciato la sua sentenza: per i giudici l’azienda ha messo in atto una condotta antisindacale. Per la Fiom Cgil Brianza, «i risultati aziendali non erano tali da giustificare una decisione di questo tipo, che non prevede neppure un tentativo di vendita o lo spostamento dell’attività nell’altro sito del gruppo a Brescia». A febbraio scorso il Tribunale di Monza ha condannato Gianetti Ruote a pagare un risarcimento di 280.000 euro agli ormai suoi ex lavoratori, per non avere rispettato i tempi fissati dalla legge per la procedura di licenziamento.
Nel 2021 il noto brand delle calzature Sergio Rossi, fondato nel 1951, è stato acquisito dai cinesi di Fosum Fashion a cui fanno già capo Lanvin, Wolford e l’italiana Caruso. Tra le priorità del gruppo cinese c’è la sinergia tra i marchi. La presidente della holding cinese Joann Cheng ha detto di puntare a una maggiore espansione del marchio in Asia, che non a caso è l’area di maggior consumo di beni di lusso al mondo. Bisognerà vedere se Sergio Rossi riuscirà a mantenere la sua unicità o se sarà omologato e diventerà uno dei tanti brand della holding senza peculiarità.
Molte acquisizioni sono effettuate da fondi. La finanza però è focalizzata sui risultati di brevissimo termine, ragiona sui risultati delle trimestrali e spesso spinge le aziende a destinare i guadagni in primo luogo alla distribuzione di dividendi o al riacquisto di azioni proprie per arricchire i soci, a dispetto degli investimenti in ricerca e sviluppo o ai miglioramenti di strutture e condizioni lavorative.
Infocamere: «Giusto aprirsi al mercato, ma il territorio va difeso meglio»
«Per un tessuto produttivo che voglia svilupparsi in chiave globale, l’apertura alle partecipazioni estere è inevitabile». Il presidente di Infocamere, Lorenzo Tagliavanti, guarda alle opportunità delle acquisizioni. «Il nostro Paese ha un grado di integrazione multinazionale inferiore rispetto ai suoi principali partner europei e, nonostante questo, il settore manifatturiero italiano è riuscito a mantenere la leadership in molti mercati mondiali grazie a qualità, innovazione e nuove strategie di collaborazione». Poi sottolinea che «i dati sull’aumento delle partecipazioni estere all’interno delle aziende manifatturiere italiane dimostrano chiaramente l’attrattiva crescente dell’Italia come destinazione per gli investimenti stranieri». Per Tagliavanti «questa fiducia non solo promuove lo sviluppo economico, ma contribuisce anche a una maggiore diversificazione e competitività dell'industria manifatturiera italiana a livello globale». Riconosce anche che lo scenario contiene delle ombre. «Come ogni fenomeno economico va seguito da vicino perché alle opportunità si affiancano sempre rischi, basti pensare ai risvolti sulla proprietà industriale, sulla tenuta dell’occupazione e sugli equilibri dei territori. Soprattutto quando le acquisizioni estere comportano una perdita di controllo delle aziende da parte degli attori locali, è importante garantire che il processo avvenga in modo trasparente, con garanzie di reciprocità e che si tutelino gli interessi nazionali».
Marchi storici. L’odissea di Conbipel dagli Usa al Canada
La vicenda di Conbipel è un caso, tra i più noti, di ripetuti passaggi in mani straniere che non hanno portato al rilancio del marchio prestigioso. Nel 2007 è diventata di proprietà di uno dei più importanti fondi di investimento Usa, la Oaktree Capital Management di Los Angeles. Dopo un periodo di crisi con conseguente robusta ristrutturazione e il tentativo, fallito, di cedere nel 2016 il controllo dell’azienda, Conbipel, nel 2019, ha cambiato di nuovo proprietà con l’acquisizione del 62% di Oaktree dal fondo canadese Brookfield Asset Management. L’operazione è servita per creare uno dei maggiori fondi mondiali di investimenti alternativi. La nuova proprietà annunciava l’intenzione di rilanciare il marchio Conbipel con un piano quinquennale ma nel marzo 2020 la società è costretta a presentare al tribunale di Asti domanda di concordato in bianco. Il tribunale ha nominato un commissario giudiziale per trovare nuovi investitori. A ottobre 2020, dopo che era svanito l’interesse per l’acquisto da parte di una società turca (la Cagla Tekstil), Conbipel, che contava allora in Piemonte 433 dipendenti, è posta in amministrazione straordinaria. Per salvare i posti dei 167 punti vendita in Italia è dovuto intervenire il ministero dello Sviluppo economico. È stata creata una Newco finanziata con 7,8 milioni di euro, di cui 3,8 milioni dal Fondo salva imprese del Mise, gestito da Invitalia, e 4 milioni da Eapparels che fa parte di un gruppo di società con a capo la Grow Capital Global Holdings, operatore di private equity di Singapore. L’operazione è stata possibile in quanto l’impresa, nata nel 1958, è stata riconosciuta dal ministero come marchio d’interesse storico nel settore del tessile.
Il Fondo salva imprese è intervenuto pure nel salvataggio della Conceria del Chienti, Macerata, tra le più antiche d’Italia. L’azienda era passata da un periodo di crisi iniziato 10 anni fa con la richiesta di concordato, seguita nel 2014 dall’ingresso nel capitale di Jihua group, società cinese controllata dal gruppo statale XingXing Cathay international group, con quotazione alla borsa di Shanghai. A fine 2018, però, i nuovi vertici di Jihua group hanno comunicato di voler cessare tutte le loro attività fuori dalla Cina e da qui la liquidazione e la ricerca di nuovi soci.
Il rischio di nuove Parmalat per sfruttare l’«italian sounding»
Il settore agroalimentare è quello che più soffre di acquisizioni straniere. È recente il tentativo della cinese di Syngenta di appropriarsi di Verisem, un’azienda romagnola depositaria di un pezzo del patrimonio genetico nazionale di biodiversità fatto di sementi conservate da generazioni di agricoltori ma che si è scontrato con il muro della Golden Power alzato dal governo Draghi. Il dossier però non è ancora chiuso e si sta combattendo a colpi di ricorsi, finora respinti.
Syngenta però è riuscita a impadronirsi, a fine 2020, di Valagro, un gruppo con sede ad Atessa, leader del mercato dei biostimolanti e delle specialità nutrizionali, con un fatturato di circa 175 milioni di dollari nel 2019. Forte di 40 anni di esperienza, con 8 stabilimenti in tutto il mondo e oltre 700 dipendenti, l’azienda ha una significativa presenza in Europa e Nord America e un’impronta crescente in Asia, inclusa la Cina, e America Latina. Per l’Italia è stata una grande perdita.
«Le acquisizioni sono concentrate su settori specifici in base alla nazionalità. I francesi sono focalizzati sul lattiero caseario, gli spagnoli sull’olio. In un Paese quale l’Italia che tende a esaltare la specificità dei prodotti legati a un territorio, i passaggi di proprietà in cui spesso l’azienda acquisita diventa una succursale, rappresentano uno svuotamento di sostanza del made in Italy», commenta il responsabile economico di Coldiretti, Gianluca Lelli. «Abbiamo già assistito a delocalizzazioni di strutture, di uffici e di siti produttivi che si ripercuotono sull’occupazione e sul territorio» afferma Lelli e ricorda il caso Parmalat «smembrata appena entrata in Lactalis, con gli uffici spostati dalle sera alla mattina». E sottolinea che gli acquirenti giocano molto «sull’italian sounding. Il consumatore continua ad acquistare quel prodotto perché pensa che sia riconducibile a uno specifico territorio italiano, in realtà è realizzato altrove. È un finto made in Italy». Lelli ricorda l’intervento di Coldiretti contro Lactalis, nell’ultimo rinnovo di contratto, perché avevano cercato di inserire dei parametri del latte europeo per definire il prezzo del latto italiano. E poi: «Ho visto il prezzo delle nocciole determinato dalla Borsa di Ankara. Noi abbiamo rigettato questi contratti ma spesso l’esito di una controversia dipende dai rapporti di forza dentro una filiera . Una multinazionale non ha interesse a far crescere i territori ma si sposta dove è più vantaggioso economicamente. In alcuni casi i fondi acquirenti sono controllati da fondi sovrani e allora non c’è partita».
Negli ultimi 5 anni 1.000 imprese sono passate sotto controllo estero. Di queste, una su due è stata spolpata della propria tecnologia e poi lasciata morire o convertita in semplice filiale.Infocamere: «Giusto aprirsi al mercato, ma il territorio va difeso meglio».Il caso emblematico di Conbipel.Il rischio di nuovi casi come Parmalat, smembrata dopo l'ingresso in Lactalis.Lo speciale contiene quattro articoli.C’è chi parla di benefica attrazione del sistema Italia e chi invece di una vera e propria rapina dei gioielli tecnologici. Sono i due lati della medaglia degli investimenti esteri nel nostro Paese sotto forma di ingressi nel capitale azionario di un’azienda con quote di minoranza o di acquisizioni totali di imprese talvolta in difficoltà finanziarie, ma anche in buona salute, con un know how di assoluta eccellenza. Per molte di queste il destino non è il rilancio ma il saccheggio delle tecnologie e poi la chiusura.Passata la grande abbuffata dei pezzi da novanta del made in Italy, durante le privatizzazioni, l’interesse degli investitori esteri si è orientato sempre più verso le piccole realtà industriali che operano nell’alta tecnologia, in settori iperspecialistici con grande valore aggiunto. Ha fatto rumore, due anni fa, l’intervento del governo di Mario Draghi per bloccare l’acquisizione del 70% di Lpe, azienda produttrice di chip e semiconduttori per apparecchi digitali, da parte della cinese Shenzhen Investment Holdings, applicando i poteri del Golden Power, il meccanismo che scatta quando acquisizioni o decisioni aziendali sono considerate dannose per la sicurezza nazionale o il tessuto sociale. L’ultimo report di Infocamere, la società per l’innovazione digitale delle Camere di Commercio, indica che nell’arco di cinque anni, dal 2017 al 2022, le imprese industriali italiane con una presenza straniera sono passate da 4.218 a 5.435. Cioè sono mille in più (+22%). Quelle in cui l’azionista estero ha la maggioranza assoluta sono salite del 26% a 4.043, oltre mille più del 2017. Quindi, complessivamente quelle controllate da soci stranieri sono l’1,9% dall’1,4% in soli cinque anni.Alla tavola del made in Italy, il commensale più vorace è senza dubbio la Germania che ha il controllo di 520 imprese da 408 nel 2017; segue la Svizzera con 481 aziende da 363 mentre il balzo più significativo l’ha fatto la Gran Bretagna passata da 299 a 401 aziende. Il gruppo Victoria, big nei rivestimenti per pavimenti, ha fatto rotta sul distretto emiliano della ceramica e ha portato in porto un serie di acquisizioni quali Ceramiche Serra, Keradom, Asco, Colli e Vallelunga. La Stelrad che produce termosifoni, ha acquisito la friulana Dl Radiators. Sono presenti nei capitali azionari anche imprese di Francia, Lussemburgo, Stati Uniti, Spagna, Austria e Belgio. Un altro esempio di acquisizione è quella del gruppo svedese Fagerhult che ha rilevato iGuzzini, gruppo marchigiano celebre per le lampade.C’è però l’altra faccia della medaglia di tali investimenti. Un’analisi dell’Area studi Mediobanca sulle maggiori imprese manifatturiere, nel periodo 2013-2022 fa emergere che quelle a controllo estero coprono il 52% delle realtà con più di 250 addetti operanti in Italia e il 90% delle sole manifatturiere.Esaminando i dati ci si accorge che circa la metà delle aziende acquisite da gruppi esteri, dopo alcuni anni o diventano una semplice divisione o addirittura entrano in una sorta di «catena di smontaggio» e alla fine vengono chiuse. È evidente che l’interesse di chi acquisisce non è lo sviluppo quanto impossessarsi di tecnologie e quote di mercato. Basta guardare alle cronache recenti per rendersi conto che è un fenomeno di ampia portata. Emblematica la vicenda della Magneti Marelli, un’eccellenza italiana, passata al fondo americano Kohlberg Kravis Roberts (Kkr), che ha riunito nella Marelli Holdings le attività di Magneti Marelli e della società giapponese di componenti per auto Calsonic Kansei. A marzo scorso la comunicazione di tagli al personale con uscite incentivate di 400 lavoratori e la riduzione della forza lavoro in Italia sotto le 7.000 unità. La società, dopo aver registrato bilanci in passivo dal 2018 al 2021, è stata posta in amministrazione controllata.Un altro marchio illustre è la Piaggio Aerospace, produttrice di aerei: passata nel 2014 nelle mani del fondo governativo di Abu Dhabi, Mubadala, che ne aveva acquisto il 75%, ha visto fallire le prospettive di rilancio. Nel 2018, con l’uscita degli arabi, zavorrata da un forte indebitamento, è stata commissariata. Dal 2021 ci sono state due gare per la cessione ma nessuna andata a buon fine. Ora si è alla terza procedura con l’obiettivo di concludere l’operazione entro l’anno. Degli originari 18 soggetti che hanno inviato manifestazioni di interesse, 13 sono stati ammessi alla fase di due diligence, tra cordate cinesi ed europee e fondi americani. Un esempio di un’acquisizione che non ha portato ad alcun rilancio ma ha abbandonato l’impresa al suo destino, è quello che ha visto protagonista il fondo di Monaco di Baviera, Quantum Capital Partner, per l’operazione Gianetti Ruote, storico gruppo di cerchi per auto di Ceriano Laghetto (Monza) controllato dal 2018. Nel 2021, poche ore dopo la decisione del governo di togliere il blocco ai licenziamenti, deciso durante la pandemia, il fondo tedesco invia una mail ai 152 lavoratori comunicando il loro licenziamento immediato. A ottobre dell’anno scorso la Corte d’appello di Milano ha pronunciato la sua sentenza: per i giudici l’azienda ha messo in atto una condotta antisindacale. Per la Fiom Cgil Brianza, «i risultati aziendali non erano tali da giustificare una decisione di questo tipo, che non prevede neppure un tentativo di vendita o lo spostamento dell’attività nell’altro sito del gruppo a Brescia». A febbraio scorso il Tribunale di Monza ha condannato Gianetti Ruote a pagare un risarcimento di 280.000 euro agli ormai suoi ex lavoratori, per non avere rispettato i tempi fissati dalla legge per la procedura di licenziamento.Nel 2021 il noto brand delle calzature Sergio Rossi, fondato nel 1951, è stato acquisito dai cinesi di Fosum Fashion a cui fanno già capo Lanvin, Wolford e l’italiana Caruso. Tra le priorità del gruppo cinese c’è la sinergia tra i marchi. La presidente della holding cinese Joann Cheng ha detto di puntare a una maggiore espansione del marchio in Asia, che non a caso è l’area di maggior consumo di beni di lusso al mondo. Bisognerà vedere se Sergio Rossi riuscirà a mantenere la sua unicità o se sarà omologato e diventerà uno dei tanti brand della holding senza peculiarità.Molte acquisizioni sono effettuate da fondi. La finanza però è focalizzata sui risultati di brevissimo termine, ragiona sui risultati delle trimestrali e spesso spinge le aziende a destinare i guadagni in primo luogo alla distribuzione di dividendi o al riacquisto di azioni proprie per arricchire i soci, a dispetto degli investimenti in ricerca e sviluppo o ai miglioramenti di strutture e condizioni lavorative.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aziende-italiane-crisi-stranieri-2665776554.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="infocamere-giusto-aprirsi-al-mercato-ma-il-territorio-va-difeso-meglio" data-post-id="2665776554" data-published-at="1696199677" data-use-pagination="False"> Infocamere: «Giusto aprirsi al mercato, ma il territorio va difeso meglio» «Per un tessuto produttivo che voglia svilupparsi in chiave globale, l’apertura alle partecipazioni estere è inevitabile». Il presidente di Infocamere, Lorenzo Tagliavanti, guarda alle opportunità delle acquisizioni. «Il nostro Paese ha un grado di integrazione multinazionale inferiore rispetto ai suoi principali partner europei e, nonostante questo, il settore manifatturiero italiano è riuscito a mantenere la leadership in molti mercati mondiali grazie a qualità, innovazione e nuove strategie di collaborazione». Poi sottolinea che «i dati sull’aumento delle partecipazioni estere all’interno delle aziende manifatturiere italiane dimostrano chiaramente l’attrattiva crescente dell’Italia come destinazione per gli investimenti stranieri». Per Tagliavanti «questa fiducia non solo promuove lo sviluppo economico, ma contribuisce anche a una maggiore diversificazione e competitività dell'industria manifatturiera italiana a livello globale». Riconosce anche che lo scenario contiene delle ombre. «Come ogni fenomeno economico va seguito da vicino perché alle opportunità si affiancano sempre rischi, basti pensare ai risvolti sulla proprietà industriale, sulla tenuta dell’occupazione e sugli equilibri dei territori. Soprattutto quando le acquisizioni estere comportano una perdita di controllo delle aziende da parte degli attori locali, è importante garantire che il processo avvenga in modo trasparente, con garanzie di reciprocità e che si tutelino gli interessi nazionali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aziende-italiane-crisi-stranieri-2665776554.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="marchi-storici-lodissea-di-conbipel-dagli-usa-al-canada" data-post-id="2665776554" data-published-at="1696199677" data-use-pagination="False"> Marchi storici. L’odissea di Conbipel dagli Usa al Canada La vicenda di Conbipel è un caso, tra i più noti, di ripetuti passaggi in mani straniere che non hanno portato al rilancio del marchio prestigioso. Nel 2007 è diventata di proprietà di uno dei più importanti fondi di investimento Usa, la Oaktree Capital Management di Los Angeles. Dopo un periodo di crisi con conseguente robusta ristrutturazione e il tentativo, fallito, di cedere nel 2016 il controllo dell’azienda, Conbipel, nel 2019, ha cambiato di nuovo proprietà con l’acquisizione del 62% di Oaktree dal fondo canadese Brookfield Asset Management. L’operazione è servita per creare uno dei maggiori fondi mondiali di investimenti alternativi. La nuova proprietà annunciava l’intenzione di rilanciare il marchio Conbipel con un piano quinquennale ma nel marzo 2020 la società è costretta a presentare al tribunale di Asti domanda di concordato in bianco. Il tribunale ha nominato un commissario giudiziale per trovare nuovi investitori. A ottobre 2020, dopo che era svanito l’interesse per l’acquisto da parte di una società turca (la Cagla Tekstil), Conbipel, che contava allora in Piemonte 433 dipendenti, è posta in amministrazione straordinaria. Per salvare i posti dei 167 punti vendita in Italia è dovuto intervenire il ministero dello Sviluppo economico. È stata creata una Newco finanziata con 7,8 milioni di euro, di cui 3,8 milioni dal Fondo salva imprese del Mise, gestito da Invitalia, e 4 milioni da Eapparels che fa parte di un gruppo di società con a capo la Grow Capital Global Holdings, operatore di private equity di Singapore. L’operazione è stata possibile in quanto l’impresa, nata nel 1958, è stata riconosciuta dal ministero come marchio d’interesse storico nel settore del tessile. Il Fondo salva imprese è intervenuto pure nel salvataggio della Conceria del Chienti, Macerata, tra le più antiche d’Italia. L’azienda era passata da un periodo di crisi iniziato 10 anni fa con la richiesta di concordato, seguita nel 2014 dall’ingresso nel capitale di Jihua group, società cinese controllata dal gruppo statale XingXing Cathay international group, con quotazione alla borsa di Shanghai. A fine 2018, però, i nuovi vertici di Jihua group hanno comunicato di voler cessare tutte le loro attività fuori dalla Cina e da qui la liquidazione e la ricerca di nuovi soci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aziende-italiane-crisi-stranieri-2665776554.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-rischio-di-nuove-parmalat-per-sfruttare-l-italian-sounding" data-post-id="2665776554" data-published-at="1696199677" data-use-pagination="False"> Il rischio di nuove Parmalat per sfruttare l’«italian sounding» Il settore agroalimentare è quello che più soffre di acquisizioni straniere. È recente il tentativo della cinese di Syngenta di appropriarsi di Verisem, un’azienda romagnola depositaria di un pezzo del patrimonio genetico nazionale di biodiversità fatto di sementi conservate da generazioni di agricoltori ma che si è scontrato con il muro della Golden Power alzato dal governo Draghi. Il dossier però non è ancora chiuso e si sta combattendo a colpi di ricorsi, finora respinti. Syngenta però è riuscita a impadronirsi, a fine 2020, di Valagro, un gruppo con sede ad Atessa, leader del mercato dei biostimolanti e delle specialità nutrizionali, con un fatturato di circa 175 milioni di dollari nel 2019. Forte di 40 anni di esperienza, con 8 stabilimenti in tutto il mondo e oltre 700 dipendenti, l’azienda ha una significativa presenza in Europa e Nord America e un’impronta crescente in Asia, inclusa la Cina, e America Latina. Per l’Italia è stata una grande perdita. «Le acquisizioni sono concentrate su settori specifici in base alla nazionalità. I francesi sono focalizzati sul lattiero caseario, gli spagnoli sull’olio. In un Paese quale l’Italia che tende a esaltare la specificità dei prodotti legati a un territorio, i passaggi di proprietà in cui spesso l’azienda acquisita diventa una succursale, rappresentano uno svuotamento di sostanza del made in Italy», commenta il responsabile economico di Coldiretti, Gianluca Lelli. «Abbiamo già assistito a delocalizzazioni di strutture, di uffici e di siti produttivi che si ripercuotono sull’occupazione e sul territorio» afferma Lelli e ricorda il caso Parmalat «smembrata appena entrata in Lactalis, con gli uffici spostati dalle sera alla mattina». E sottolinea che gli acquirenti giocano molto «sull’italian sounding. Il consumatore continua ad acquistare quel prodotto perché pensa che sia riconducibile a uno specifico territorio italiano, in realtà è realizzato altrove. È un finto made in Italy». Lelli ricorda l’intervento di Coldiretti contro Lactalis, nell’ultimo rinnovo di contratto, perché avevano cercato di inserire dei parametri del latte europeo per definire il prezzo del latto italiano. E poi: «Ho visto il prezzo delle nocciole determinato dalla Borsa di Ankara. Noi abbiamo rigettato questi contratti ma spesso l’esito di una controversia dipende dai rapporti di forza dentro una filiera . Una multinazionale non ha interesse a far crescere i territori ma si sposta dove è più vantaggioso economicamente. In alcuni casi i fondi acquirenti sono controllati da fondi sovrani e allora non c’è partita».
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Riduci
Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.