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2021-05-20
Avviso ai compagni tifosi dei razzi: lo statuto di Hamas invoca la Shoah
Michela Murgia (Ansa)
Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».
La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa».
Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti».
Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».
Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.
Israele punta a disarmare il nemico
Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano.
Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano.
L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia».
Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme».
Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza).
In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
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Dalle sardine alla Michela Murgia fino alla Laura Boldrini, gli appelli in favore dei terroristi non si contano. E pure Enrica Letta si è allineato, dopo le critiche di Massimo D'Alema. Peccato che i progenitori dell'Isis vogliano sterminare «tutti gli ebrei».Benjamin Netanyahu incontra 70 diplomatici e non esclude la tregua ma solo dopo aver raggiunto «gli obiettivi». Joe Biden chiede la «de-escalation». Le guardie iraniane appoggiano Gaza.Lo speciale contiene due articoli.Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa». Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti». Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/avviso-ai-compagni-tifosi-dei-razzi-lo-statuto-di-hamas-invoca-la-shoah-2653042429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-punta-a-disarmare-il-nemico" data-post-id="2653042429" data-published-at="1621461465" data-use-pagination="False"> Israele punta a disarmare il nemico Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano. Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano. L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia». Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme». Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza). In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.