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2021-05-20
Avviso ai compagni tifosi dei razzi: lo statuto di Hamas invoca la Shoah
Michela Murgia (Ansa)
Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».
La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa».
Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti».
Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».
Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.
Israele punta a disarmare il nemico
Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano.
Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano.
L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia».
Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme».
Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza).
In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
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Dalle sardine alla Michela Murgia fino alla Laura Boldrini, gli appelli in favore dei terroristi non si contano. E pure Enrica Letta si è allineato, dopo le critiche di Massimo D'Alema. Peccato che i progenitori dell'Isis vogliano sterminare «tutti gli ebrei».Benjamin Netanyahu incontra 70 diplomatici e non esclude la tregua ma solo dopo aver raggiunto «gli obiettivi». Joe Biden chiede la «de-escalation». Le guardie iraniane appoggiano Gaza.Lo speciale contiene due articoli.Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa». Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti». Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/avviso-ai-compagni-tifosi-dei-razzi-lo-statuto-di-hamas-invoca-la-shoah-2653042429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-punta-a-disarmare-il-nemico" data-post-id="2653042429" data-published-at="1621461465" data-use-pagination="False"> Israele punta a disarmare il nemico Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano. Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano. L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia». Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme». Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza). In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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