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2021-05-20
Avviso ai compagni tifosi dei razzi: lo statuto di Hamas invoca la Shoah
Michela Murgia (Ansa)
Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».
La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa».
Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti».
Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».
Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.
Israele punta a disarmare il nemico
Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano.
Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano.
L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia».
Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme».
Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza).
In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
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Dalle sardine alla Michela Murgia fino alla Laura Boldrini, gli appelli in favore dei terroristi non si contano. E pure Enrica Letta si è allineato, dopo le critiche di Massimo D'Alema. Peccato che i progenitori dell'Isis vogliano sterminare «tutti gli ebrei».Benjamin Netanyahu incontra 70 diplomatici e non esclude la tregua ma solo dopo aver raggiunto «gli obiettivi». Joe Biden chiede la «de-escalation». Le guardie iraniane appoggiano Gaza.Lo speciale contiene due articoli.Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa». Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti». Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/avviso-ai-compagni-tifosi-dei-razzi-lo-statuto-di-hamas-invoca-la-shoah-2653042429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-punta-a-disarmare-il-nemico" data-post-id="2653042429" data-published-at="1621461465" data-use-pagination="False"> Israele punta a disarmare il nemico Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano. Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano. L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia». Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme». Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza). In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
La staffetta italiana festeggia dopo aver vinto il bronzo nella finale maschile della staffetta 5000 metri delle gare di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
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Helmut Newton. Monica Bellucci, Blumarine, Monaco 1992 © Helmut Newton Foundabon
Tedesco di origine ebree naturalizzato australiano, di Helmut Newton (1920-2004) si è visto, detto e scritto di tutto. Fotografo «imperfetto», di se amava dire che «bisogna essere all’altezza della propria cattiva reputazione» e lui, nel bene e nel male, all’altezza della propria fama lo è sempre stato. Irriverente e trasgressivo, Newton voleva, amava e creava immagini forti, di quelle che lasciano il segno. E forti, altere, provocanti, ambigue, enigmatiche erano le sue donne, le modelle che immortalava nei suoi scatti senza tempo e fuori dal tempo. In bianco e nero soprattutto (pur senza disdegnare il colore, nonostante fosse daltonico...), con quei sapienti giochi di luce e ombre che sono il suo tratto distintivo. Donne di una bellezza inarrivabile, eleganti ed erotiche, che Newton, strizzando l’occhio al voyerismo e al sadomaso, ritraeva strette in corsetti di pelle, tacchi vertiginosi, lingerie provocanti, pose al limite della decenza: per alcuni, nessuno come lui ha saputo esaltare l’universo femminile; per altri, nessuno più di lui ne ha degradato la dignità. Il dibattito è tutt’ora aperto, e prendere una posizione non è poi così semplice. Ma una cosa è certa: nessuno può metterne in discussione la genialità.
Newton, ogni volta, riesce a stupire. E anche il «già visto» diventa novità. Come in questa mostra allestita a Caraglio (CN), negli originali spazi di un setificio seicentesco nato per intrecciare fili di seta e produrre tessuti preziosi, un’esposizione che raccoglie oltre 100 scatti del grande Maestro e che già nel titolo, Intrecci, rivela un rapporto profondo fra le immagini esposte e il luogo che le ospita, una sorta di connessione tra le « trame materiali » della tradizione tessile e quelle concettuali, elementi imprescindibili di tutti i lavori di Helmut Newton. Ricercatissimo da stilisti e riviste (Vogue F, Elle Francia e Queen Magazine solo per citarne alcune…), amato da top model ed attrici (per lui hanno posato, fra le altre, Monica Bellucci e Kate Moss, Carla Bruni ed Eva Herzigova), Newton ha saputo rivoluzionare e ridefinire i canoni della fotografia patinata, che con lui - inarrivabile nel creare immagini accuratamente inscenate - diventa linguaggio teatrale ed evocativo, suscitando spesso scandalo: come nel 1981, quando dopo un servizio fotografico di moda per Vogue Italia e Francia chiese alle modelle di spogliarsi per ritrarle nella stessa posa, ma nude…
La Mostra
Appositamente concepito per il Filatoio di Caraglio e curato da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino ( «L’ex setificio, un bellissimo edificio storico da tempo utilizzato per scopi culturali, è il luogo perfetto per una mostra di Helmut Newton incentrata sulla sua fotografia di moda più tarda… Oltre ad alcune delle fotografie iconiche di Helmut Newton, i visitatori avranno modo di scoprire anche numerosi scatti meno conosciuti e, così, di riscoprire la sua opera più celebre» ha dichiarato il curatore in occasione dell’inaugurazione), il ricco percorso espositivo si snoda attraverso otto sale, regalando al visitatore, già da subito, gli scatti più iconici di Newton, quelli che lo hanno reso uno dei fotografi di moda più famosi e influenti del XX secolo: particolarmente significativo, fra i vari ritratti di celebrità, il suo primo nudo, quello di Charlotte Rampling all’Hôtel Nord-Pinus di Arles nel 1973.
Di foto in foto, si passa alle immagini realizzate per le grandi committenze della moda (dal sodalizio decennale con Yves Saint Laurent alle celebri campagne pubblicitarie pensate per Versace e Anna Molinari) e della pubblicità: straordinarie, in mostra, la selezione di sette fotografie realizzate da Newton per la Lavazza, dove - nell’immagine centrale - una modella seminuda e con gli occhi bendati posa sotto il logo del marchio, dipinto con vernice spray su una parete grigia e spoglia.
Genio assoluto nell’uso della «mood photography», la tecnica che evoca il prodotto pubblicizzato senza mai rivelarlo in maniera esplicita, nei mitici anni ’90 firmò indimenticabili campagne pubblicitarie per lanciare i profumi di Laura Biagiotti e Yves Saint Laurent e le borse del marchio italiano Redwall.
Moda, bellezza, seduzione, ambiguità, arte, trasgressione, ironia, potere, genialità: in questa mostra c’è davvero tutto Newton e tutti i suoi Intrecci biografici, professionali e narrativi.
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Papa Leone XIV (Ansa)
Una partecipazione, quella di Leone XVI, inattesa e che segue l’udienza del 26 gennaio concessa dal pontefice al presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, Bernhard Scholz. Una partecipazione che assomiglia a una risposta senza troppe parole a certi gossip e chiacchiere da social che aleggiano su Comunione e Liberazione dopo i travagli vissuti in seguito alle dimissioni da presidente della Fraternità di don Julian Carron.
Papa Leone XIV sarà al Meeting sabato 22 agosto nel pomeriggio e poi presiederà una messa con i fedeli della diocesi di Rimini. La partecipazione all’evento del pontefice è stata diffusa ieri, insieme a un programma di visite che papa Prevost terrà in Italia nei prossimi mesi. Oltre a partecipare alla quarantasettesima edizioni del Meeting, il Papa sarà a Pompei e Napoli l’8 maggio, quindi il 23 maggio visiterà le Terre dei Fuochi, il 20 giugno andrà a Pavia sulla tomba del santo a lui più caro, Sant’Agostino, quindi il 4 luglio sarà a Lampedusa, sulle orme del predecessore Francesco (che sull’isola fece il suo primo viaggio). Il 6 agosto papa Leone XIV andrà, invece, a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, per incontrare i giovani riuniti per l’ottocentesimo anniversario del Transito di San Francesco.
Un vero e proprio «tour» italiano quello programmato da papa Leone XIV che sempre ieri ha incontrato i preti della diocesi di Roma ricordando loro che «dobbiamo riconoscere che parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, e ciò invita a vigilare anche su una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione». Di fronte a una «crescente erosione della pratica religiosa», ha detto il Papa ai preti romani, non è più possibile applicare una «pastorale ordinaria […] che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei sacramenti», ma è «urgente ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità». Se tra fede e sacramenti c’è una reciprocità essenziale è chiaro che la conclamata crisi di fede svuota dall’interno questo rapporto e riduce il sacramento, quando va bene, a consuetudine sociale.
Il viaggio in Italia del Papa andrà a toccare diversi punti nodali della vita pubblica e religiosa del Belpaese, e il Papa, ricordiamolo, è anche primate d’Italia. Da Pompei, a Lampedusa, da San Francesco a Sant’Agostino, fino appunto al Meeting di Rimini c’è un filo rosso che probabilmente segna questo tour, il desiderio del pontefice di ridare priorità all’annuncio del Vangelo davanti a una realtà sociale e culturale che appare stanca e ormai priva del nerbo di quei principi che hanno «fatto l’Italia». E gli italiani.
Proprio Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982 citava Sant’Agostino nell’apertura delle sue celebri Confessioni, laddove il santo ricorda che «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». «Siamo fatti per il Signore», chiosava Giovanni Paolo II, «che ha stampato in noi l’orma immortale della sua potenza e del suo amore. Le grandi risorse dell’uomo nascono di qui, sono qui, e solo in Dio trovano la loro salvaguardia». Così papa Wojtyla davanti al popolo del Meeting con parole che probabilmente sono molto vicine al sentire di papa Prevost. Il presidente della Fraternità di CL, Davide Prosperi, ha dichiarato: «Siamo profondamente grati al Santo Padre per aver accolto il nostro invito: la sua partecipazione rappresenta per noi un segno di affetto molto desiderato».
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Ieri abbiamo pubblicato un testo scritto da questa donna che da troppo tempo soffre, e che era estremamente eloquente riguardo alla situazione in cui tutta la famiglia si ritrova. Il problema è che siamo di fronte a un dramma nel dramma. Quel documento - che è vero e importante - nasce come una comunicazione privata tra Catherine e le due donne che hanno la responsabilità dei suoi figli, e cioè Maria Luisa Palladino e Marika Bolognese, rispettivamente tutrice e curatrice dei tre minori. Secondo gli avvocati della famiglia, la tutrice, durante uno degli ultimi incontri, avrebbe sollecitato Catherine a esporre il proprio disagio e i motivi per cui secondo lei si sarebbe incrinato il rapporto con le istituzioni. Ebbene, Catherine ha accolto l’invito e scritto un lungo messaggio Whatsapp. La tutrice, per tutta risposta, ha preso quel messaggio e lo ha allegato alla relazione consegnata al tribunale. Perché lo ha fatto? Beh, per dimostrare la riottosità della madre.
Secondo la tutrice, infatti, quel messaggio è segno di «una totale chiusura al confronto da parte della madre con la scrivente, il cui atteggiamento è divenuto palesemente non dialogante». Catherine viene accusata di avere «mosso gravi addebiti alla scrivente (la tutrice, ndr), accusandola di trascurare il supremo interesse dei minori e di ignorare asseriti episodi di gravità verificatisi presso la struttura ospitante». Insomma, secondo la signora Palladino «si evidenzia un progressivo e allarmante irrigidimento dei minori nei confronti della scrivente che li ha incontrati plurime volte durante l’intero periodo, con cadenza quasi settimanale. Si osserva un mutamento involutivo nelle dinamiche relazionali, se in una prima fase era possibile mantenere un confronto costante, anche sereno e giocoso, nell’ultimo periodo - in coincidenza con il più brusco atteggiamento della madre - i minori tendono a sottrarsi sistematicamente all’interazione anche in forma di gioco».
Quella lettera, conferma alla Verità Tonino Cantelmi, autorevole esperto e consulente dei Trevallion, «è un messaggio che Catherine ha ritenuto di voler mandare alla tutrice e alla curatrice, e che loro hanno invece interpretato come ulteriore dimostrazione di ostilità, depositandolo in tribunale. Ma di fatto», continua Cantelmi, «quel testo esprime tutto il dolore di Catherine, e dal mio punto di vista, certifica perfettamente l’incapacità della tutrice, della curatrice e dell’assistente sociale di vedere il dolore di una madre e anche il dolore dei bambini. È un dolore che rimane invisibile agli occhi di quasi tutti quelli che si occupano dal punto di vista istituzionale di questa vicenda».
Constatare questo fatto mette i brividi. Una mamma sofferente viene invitata a confidarsi e quando lo fa le sue parole sono usate contro di lei come presunta prova della sua inadeguatezza. E non è tutto. Nei confronti di Catherine sembra esserci una particolare insistenza, come se la avessero presa di mira o individuata quale anello debole della catena famigliare. Per settimane sono state fatte trapelare mezze verità e indiscrezioni al fine di metterla in cattiva luce presso l’opinione pubblica. E come se non bastasse, durante i colloqui psicologici è stata sottoposta a un pesantissimo fuoco di fila di domande. Ben 570 quesiti, tanto che a un certo punto la poveretta è crollata.
«Ho molte perplessità su come è stata organizzata la seduta per questi test», dice Cantelmi. «Catherine ha tanto dolore, se avessimo dovuto fare tutto quello che era previsto avremmo finito forse per le 10 di sera. Dettaglieremo le nostre perplessità nelle sedi opportune. Abbiamo dato tutto il supporto possibile alla testista perché le cose venissero fatte bene: abbiamo una certa esperienza e forse potremmo, se accettassero il nostro aiuto, rendere le cose più semplici. Ma se non lo fanno ciascuno di assumerà le sue responsabilità».
Per Cantelmi, a questo punto, di responsabilità da assumersi ce ne sono parecchie. «Dal mio punto di vista - e non solo dal mio - non c’erano gli estremi per una sottrazione, un prelievo così doloroso. C’è stato un errore. Oggi ci rendiamo conto che quanto fatto è più dannoso di ciò che si voleva riparare, ma non ci sono il coraggio, la forza, la capacità autocritica di tornare indietro. Ho assistito con stupore, per esempio, alla difesa d’ufficio di quanto è stato fatto da parte della presidente dell’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo. Sarebbe più produttivo interrogarsi sul perché la maggior parte degli italiani, quando si parla di assistenti sociali, li immagini sottrattori di minori e non benefattori... In questo caso il prelievo si sta dimostrando drammaticamente controproducente. Bisognerebbe allora fare autocritica e tornare indietro.
A quanto pare, però, non c’è alcuna intenzione di riavvolgere il nastro. E nel frattempo va avanti con tempi discutibili la perizia psicologica sui genitori. «Questa perizia», spiega Cantelmi, «è partita in ritardo perché non si trovava un traduttore per fare una mediazione linguistica decente. Questo già la dice lunga. Questo traduttore, tra l’altro, ha degli impegni per cui ha accettato con delle limitazioni, di conseguenza ci sono dei periodi di sospensione. Io sono molto perplesso», continua il professore, «sull’azione della ausiliaria che deve fare i test o ha iniziato a fare i test con i genitori, sulle sue reali competenze e sulle sue reali capacità di mediazione. Inoltre questa perizia, a mio parere, oggi è largamente superata da tutti i dati che abbiamo a disposizione, provenienti anche dal team di neuropsichiatria infantile dell’Asl di Vasto che dichiara senza ombra di dubbio che questi genitori sono dei validi sostegni emotivi per i bambini, costituiscono un punto di riferimento importante. E concludono che occorre riunificare il nucleo familiare».
Il punto centrale di tutta la storia è, manco a dirlo, che i bambini stanno male. «Stanno subendo un trauma dolorosissimo che si rivela superiore ai problemi che erano stati in precedenza segnalati», dice Cantelmi. «Dal mio punto di vista il problema sono i servizi, hanno preso una decisione che si è rivelata, a mio parere, sbagliata e dobbiamo avere il coraggio di tornare indietro. Basta con questa favola secondo cui prima del prelievo dei bambini sarebbe stato tentato di tutto: non è vero, si poteva fare meglio, si poteva fare di più e dobbiamo avere il coraggio di verificare le responsabilità di quello che è successo».
Il messaggio è chiaro: chi continua a tenere i bambini Trevallion separati dai genitori li danneggia, e dovrebbe prendersene la responsabilità. Tuttavia dubitiamo che lo farà.
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