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2021-05-20
Avviso ai compagni tifosi dei razzi: lo statuto di Hamas invoca la Shoah
Michela Murgia (Ansa)
Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».
La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa».
Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti».
Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».
Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.
Israele punta a disarmare il nemico
Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano.
Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano.
L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia».
Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme».
Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza).
In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
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Dalle sardine alla Michela Murgia fino alla Laura Boldrini, gli appelli in favore dei terroristi non si contano. E pure Enrica Letta si è allineato, dopo le critiche di Massimo D'Alema. Peccato che i progenitori dell'Isis vogliano sterminare «tutti gli ebrei».Benjamin Netanyahu incontra 70 diplomatici e non esclude la tregua ma solo dopo aver raggiunto «gli obiettivi». Joe Biden chiede la «de-escalation». Le guardie iraniane appoggiano Gaza.Lo speciale contiene due articoli.Sono tanti, in Italia, gli allegri fiancheggiatori di Hamas. Dal 10 maggio, quando il Movimento di resistenza islamico (questo significa la sigla «Hamas») ha lanciato dalla Striscia di Gaza la prima salva di missili contro Tel Aviv, e ha dato il via al conflitto armato con Israele, dal nostro Paese si è alzato un plauso diffuso. Non per nulla, nelle nostre strade le verdi insegne di Hamas garriscono al vento accanto alle bandiere arcobaleno che tingono le sfilate politically correct dei sostenitori del disegno di legge Zan contro l'omofobia. Ma anche le sardine hanno abboccato all'amo di Hamas, visto che ora provano a riempire qualche piazzetta per protestare contro «l'apartheid» imposto da Israele. Ed è vero che Laura Boldrini, l'ex presidente della Camera che oggi è deputato di Liberi e uguali, premette sui social network che non parteggia per i terroristi islamici, ma poi chiede alla «comunità internazionale» di «imporre al governo di Benjamin Netanyahu di fermarsi», e protesta con il ministero della Difesa perché dal porto di Genova sarebbero partite armi destinate ai nemici di Hamas. Anche la scrittrice Michela Murgia si allinea all'oltranzismo antiebraico dell'organizzazione palestinese: per la scrittrice, infatti, il conflitto con Hamas ha una sola origine, cioè Israele, «un Paese guidato da una destra ultranazionalista, suprematista e razzista».La figura più triste è quella del pacato Enrico Letta, il segretario del Partito democratico, che ha osato partecipare alla manifestazione romana in sostegno al popolo d'Israele. A strapazzarlo a dovere ha subito provveduto Massimo D'Alema, che del resto nell'agosto 2006, da ministro degli Esteri, venne fotografato a Beirut al braccio di uno dei capi dell'organizzazione terroristica. Il suo attacco intimidatorio a Letta ha fatto quasi impallidire i missili: «In questi giorni ho avuto nostalgia di una forza politica significativa di sinistra», ha proclamato D'Alema, «perché di fronte alla tragedia palestinese ho sentito dire solo parole di circostanza. Poi ho visto sul palco della solidarietà a Israele il nostro amico Letta accanto a Matteo Salvini: c'è qualcosa che non funziona, nel modo in cui viene affrontata questa tragedia». Così il povero Letta s'è affrettato a cambiare registro: «La reazione d'Israele», ha balbettato, «va oltre la legittima difesa». Insomma, Hamas sembra avere tanti buoni amici, in Italia. Pochi, in realtà, sembrano consapevoli di che cosa sia realmente. Eppure dal 2003 anche l'Unione europea, che non può dirsi proprio un covo sionista, ha iscritto Hamas nell'elenco delle peggiori centrali terroristiche, come prima di lei avevano fatto Canada, Giappone, Stati Uniti, ma anche l'Egitto e la Giordania. Dalla sua creazione, in effetti, Hamas proclama la distruzione dello Stato d'Israele e mette bombe. Nel suo Manifesto istitutivo, datato 18 agosto 1988, si legge che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel Jihad», cioè nella Guerra santa. A scorrere quel documento di 33 anni fa sembra di ascoltare un antefatto ingiallito dei proclami dei tagliagole dell'Isis, lo Stato islamico che dal 2014 al 2017 s'impiantò tra Iraq e Siria, e da lì cominciò a colpire l'Occidente con centinaia di attentati e stragi d'innocenti. Hamas, del resto, è emanazione del movimento fondamentalista dei Fratelli musulmani e il suo primo obiettivo è creare lo Stato palestinese, cacciando gli usurpatori ebrei: «Il nostro scopo», si legge nel Manifesto, «è innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina». Hamas rifiuta ogni possibilità di convivenza: nel Manifesto si legge che «L'ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno tutti». Dal 2007 Hamas ha anche un suo territorio: la Striscia di Gaza, che ha sottratto con un colpo militare al controllo dell'Autorità nazionale palestinese, l'istituzione che «governa» la Palestina. Anche se avversaria di Israele, l'Anp ha una struttura laica. Hamas, invece, è dominata dall'integralismo. Il Corano deve pervadere tutto, e spronare all'odio razzista per gli «usurpatori» ebrei, che (testualmente) «rovinano la vita delle persone, rubano il loro denaro e minacciano il loro onore». Il Manifesto proclama che «si deve combattere il Male», cioè Israele e l'Occidente che lo tutela: «Il Male va vinto e schiacciato, cosicché le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari e sia proclamato lo Stato islamico».Con toni propagandistici intinti nel nazismo, Hamas sostiene che «lo schema sionista non ha limiti», e dopo la Palestina l'odiato ebreo «cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate». Per certificare l'espansionismo sionista, il Manifesto cita perfino i Protocolli degli anziani di Sion, l'infame documento creato ad arte dalla polizia zarista nel 1903 per propagare l'antisemitismo, e poi divenuto strumento dell'Olocausto. Al complotto sionista, secondo Hamas, parteciperebbero «la massoneria, il Rotary club e il Lions club». Ci sarebbe da ridere. In realtà c'è da piangere, se si pensa a quanti, in Italia, stiano impugnando come segno di libertà le bandiere verdi di un'organizzazione che incarna solo terrorismo e razzismo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/avviso-ai-compagni-tifosi-dei-razzi-lo-statuto-di-hamas-invoca-la-shoah-2653042429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-punta-a-disarmare-il-nemico" data-post-id="2653042429" data-published-at="1621461465" data-use-pagination="False"> Israele punta a disarmare il nemico Si avvicina una tregua in Medio Oriente? Secondo fonti citate ieri dal Times of Israel, lo Stato ebraico starebbe valutando la possibilità di un cessate il fuoco, pur mantenendo aperta la prospettiva di un prosieguo delle ostilità. In questo quadro, durante un incontro avvenuto con 70 diplomatici stranieri, Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele sta cercando di «ottenere uno stato di deterrenza contro Hamas per porre fine ai combattimenti», ma non ha escluso l'ipotesi di ricorrere ad «altre opzioni». «Non siamo qui con il cronometro», ha chiosato il premier israeliano. Nel frattempo, mentre i razzi sono continuati a cadere sulle città di Ashdod, Ascalona, Bersabea e Rehovot, il presidente dell'Anp, Abu Mazen, ha accusato Israele di «crimini di guerra» contro Gaza. Tutto questo, mentre le forze di difesa dello Stato ebraico hanno bombardato con cannoni d'artiglieria l'area libanese da cui erano partiti quattro missili contro la parte settentrionale di Israele. I funzionari di sicurezza israeliani, nel dettaglio, si sono detti convinti che Hezbollah non sia coinvolta nella vicenda: si tratterebbe invece di «gruppi palestinesi» presenti in Libano. L'esercito israeliano ha inoltre reso noto che, in almeno tre occasioni, Hamas avrebbe cercato di inviare dei commando all'interno dello Stato ebraico, che è entrato ieri in polemica con le Nazioni Unite. L'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, l'Unrwa, aveva accusato Israele di impedire l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Un'accusa che ha innescato la dura reazione del ministero degli Esteri israeliano. «Durante il trasferimento degli aiuti umanitari a Gaza ieri, attraverso il valico di Kerem Shalom, Hamas ha deliberatamente bombardato il valico», ha dichiarato il ministero, definendo la tesi dell'agenzia Onu «una bugia». Continua nel frattempo a rivelarsi ambigua la posizione della Casa Bianca. In un nuovo colloquio telefonico con Netanyahu, Joe Biden ha dichiarato ieri di attendersi una «significativa de-escalation» in vista di un cessate il fuoco. Lunedì, il presidente americano aveva d'altronde detto per la prima volta di essere favorevole a una tregua, pur evitando di invocare una cessazione immediata delle ostilità. Nel frattempo la politica interna americana continua a dividersi: se il Partito democratico resta spaccato tra un'ala filoisraeliana e una filopalestinese, il movimento Black lives matter dal canto suo ha preso posizione, twittando: «Black lives matter è solidale con i palestinesi. Siamo un movimento impegnato a porre fine al colonialismo dei coloni in tutte le sue forme». Alla Camera, i dem hanno frattanto affossato una proposta dei repubblicani, volta a sanzionare le entità che svolgono attività di finanziamento a favore di Hamas, mentre la deputata Alexandria Ocasio Cortez ha stilato una risoluzione per bloccare la vendita di 735 milioni di dollari di armi a Israele. Più in generale, vari esponenti dell'elefantino (dal senatore Ted Cruz all'ex ambasciatrice all'Onu Nikki Haley) stanno accusando Biden di scarsa risolutezza nel sostegno a Israele. Una scarsa risolutezza dovuta alla balcanizzazione del suo stesso partito e alla problematicità della sua distensione verso un noto sostenitore di Hamas come l'Iran (proprio ieri il comandante delle Guardie della rivoluzione, Hossein Salami, ha dato il proprio endorsement ai razzi di Gaza). In questo quadro, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, si recherà oggi in Israele e nei territori palestinesi per tenere dei colloqui sul conflitto in corso. Tuoni e fulmini sono arrivati nel frattempo da Ankara: Recep Tayyip Erdogan ha infatti respinto le accuse di antisemitismo che gli erano state mosse dal Dipartimento di Stato americano. «Accusare il nostro presidente di antisemitismo è un approccio illogico e falso. Questa è una bugia detta sul nostro presidente», ha dichiarato il portavoce dell'Akp, Omer Celik. Ricordiamo che, negli scorsi giorni, il Sultano aveva avuto parole durissime contro Israele.
Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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Russel Crowe in Norimberga, il film
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.
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Ansa
Si tratta di un cinquantaseienne peruviano, irregolare e con precedenti per violenza sessuale, che si trova già in carcere per un altro reato. Lo straniero, infatti, è stato fermato due giorni dopo, la sera del 30 dicembre per una tentata rapina compiuta ai danni di una connazionale alla fermata Cimiano del metrò, pochi minuti prima di incontrare la diciannovenne la sera del 28 dicembre. Secondo la ricostruzione sull’episodio che lo ha portato in carcere l’uomo avrebbe aggredito violentemente alle spalle una diciannovenne rimasta sola sulla banchina in attesa del metrò, impossessandosi del suo telefono cellulare. Durante la rapina il cinquantaseienne avrebbe aggredito la connazionale, stringendola al collo con un braccio e tenendole la bocca chiusa con l’altra mano per impedirle di chiedere aiuto. Mentre la stava trascinando in un angolo della stazione, la giovane, vedendo l’arrivo di un treno, ha tentato di divincolarsi, riuscendo a riprendersi il telefono e venendo poi soccorsa dai passanti, mentre il peruviano si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. Poco dopo, secondo l’ipotesi degli inquirenti che ne hanno disposto il fermo per l’ipotesi di reato di omicidio, l’uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli e i due si sarebbero poi recati nello stabile di via Paruta, dove poi il giorno dopo è stato rinvenuto il corpo senza vita della ragazza.
La giovane era nata a Roma ma a 6 anni era stata adottata da una coppia di professionisti di Fondi, in Provincia di Latina. Aveva lasciato la casa della famiglia adottiva il 4 novembre, e aveva avuto l’ultimo contatto con loro il 26 di quel mese. Il 10 dicembre i genitori adottivi avevano denunciato alle forze dell’ordine l’allontanamento volontario della ragazza, che aveva lasciato casa senza soldi e senza vestiti, ma la maggiore età di Aurora aveva impedito qualsiasi ricerca concreta.
Il corpo di Aurora era stato trovato intorno alle 8.30 di lunedì 29 dicembre nel cortile dello stabile di via Paruta dal portiere del condominio, parzialmente svestito. I pantaloni della tuta erano stati usati per coprire le gambe, mentre un giubbotto adagiato come una coperta nascondeva il torace e l’addome completamente nudi. E soprattutto con ecchimosi sul volto e lividi sul collo, che fanno pensare a una colluttazione e a un possibile strangolamento. Forse dopo una violenza sessuale. La ragazza non aveva con sé telefono né documenti (accanto al corpo sono stati rinvenuti solo un pacchetto di sigarette e la biancheria intima della giovane) ed è stata identificata solo dopo che i suoi genitori adottivi l’avevano riconosciuta in una foto segnaletica diffusa dalle forze dell’ordine, tratta dal video di una telecamera di sorveglianza. Le stesse che hanno portato gli inquirenti a ritenere che peruviano sia l’uomo che, poco prima delle 23 del 28 dicembre è entrato nel cancello, aperto anche di notte, del supercondominio ai civici 74-76 della stradina privata non lontana da via Padova insieme ad Aurora, apparentemente senza alcuna costrizione.
Intorno all’una le telecamere riprendono di nuovo l’uomo, che esce da solo dal complesso residenziale. Dove rientra dopo poco tempo, per poi uscirne, definitivamente, alle 3.30, quando una delle telecamere del sistema di videosorveglianza del palazzo registra la sua seconda uscita. L’uomo si sarebbe poi allontanato su via Padova, percorrendola nella direzione che porta a Cascina Gobba. E proprio sugli orari certificati dalle telecamere stanno lavorando gli inquirenti, che cercano una risposta ai numerosi interrogativi.
A partire dal più importante di tutti: cosa hanno fatto e dov’erano Aurora e il suo presunto assassino tra le 23 e le 3.30? La diciannovenne era ancora viva quando l’uomo è uscito la prima volta? La giovane è veramente stata assassinata? Difficile pensare che i due abbiamo passato più di quattro ore nel cortile senza che nessuno vedesse o sentisse nulla. Per questo le indagini dei carabinieri della Compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Pansa, anche se i residenti del palazzo, dopo il ritrovamento del corpo hanno detto di non aver mai visto la ragazza, lavorano per capire se uno dei due avesse in qualche modo la disponibilità di un punto d’appoggio all’interno del grande condominio. Un appartamento o forse una cantina adibita ad abitazione. Altre risposte potrebbero arrivare dai tabulati del cellulare della ragazza, che non è stato ritrovato accanto al corpo, circostanza che, fino alla sua identificazione, ha impedito di ricostruire i contatti di Aurora durante il suo soggiorno a Milano. E soprattutto durante le sue ultime ore di vita.
Il caso ha riacceso il tema politico sulla castrazione chimica. Mara Bizzotto, della Lega rilancia la proposta, chiedendo una risposta «di estrema fermezza» contro i reati sessuali, mentre Forza Italia frena, sollevando dubbi di costituzionalità. «Il nostro ordinamento non ammette pene corporali», avverte il portavoce azzurro Raffaele Nevi.
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