Autonomia, flat tax e sì alla Tav. Salvini detta la sua lista della spesa
Ansa
Il segretario, che incassa 2,2 milioni di preferenze, mette all’angolo il governo: «Noi leali ma le cose vanno fatte». Messaggio all’Ue: «Abbiamo mandato per ridiscutere i parametri». Totonomi per il commissario, c’è Giancarlo Giorgetti.

Alla cerchia degli amici più stretti Matteo Salvini confida che il 34,33% non se lo aspettava nemmeno lui: dopo l’attacco giudiziario e mediatico delle ultime settimane, le più ottimistiche stime leghiste per il voto europeo si fermavano al 30%. Domenica, invece, quello che un tempo veniva chiamato il Carroccio s’è trasformato in un carrarmato e ha incassato 9.153.634 voti, ben 3,1 milioni in più rispetto al Partito democratico e 4,6 in più del Movimento 5 stelle.

Basta un solo confronto per cogliere le dimensioni della vittoriosa rivoluzione salviniana: alle politiche del febbraio 2013, dieci mesi prima dell’uscita di Umberto Bossi e del passaggio delle consegne al nuovo capo, quella che ancora si chiamava Lega Nord aveva ottenuto 1.390.000 voti, meno del 4,1% del totale; da allora, gli elettori sono aumentati di quasi sette volte e Salvini è un candidato che, da solo, sfiora i 2,2 milioni di preferenze.

Ieri il leader leghista ha manifestato soddisfazione per la vittoria che gli porta in dote almeno 28 seggi nel nuovo Europarlamento, 23 in più rispetto al 2014: «Con gli alleati dovremmo riuscire a costituire un gruppo di 150-200 eletti», ha preannunciato Salvini. Dato che i partiti riuniti sotto il simbolo dell’Europa dei popoli e delle nazioni (a partire dal Rassemblement national di Marine Le Pen) dovrebbero arrivare a una settantina di seggi, è evidente che la Lega punta ad allearsi alla destra europea dei Conservatori e riformisti, che domenica ha ottenuto una sessantina di deputati (cinque quelli di Fratelli d’Italia), ma anche ai 29 eletti a Strasburgo dal Brexit party di Nigel Farage e anche ai 14 grillini.

Ovviamente, tutti i riflettori adesso sono puntati proprio sul rapporto tra Lega e M5s, e si cerca di capire che riflessi avrà il voto europeo sugli equilibri romani. Ieri Salvini è stato rassicurante: ha confermato «lealtà al governo», sottolineando che nessuno dei due alleati ne possiede «la golden share», cioè il controllo privilegiato, ma «le cose ora vanno fatte». Ha voluto specificare che «nulla è in discussione», negando esplicitamente di puntare a «riequilibri di potere a livello ministeriale». Ha aggiunto che la somma di Lega e M5s «supera il 50% e rappresenta un unicum a livello continentale».

Da leader vittorioso, però, Salvini ha voluto anche tracciare la rotta governativa dei prossimi mesi. E ha preannunciato la riapertura di un negoziato con Bruxelles: «Sappiamo che è in arrivo una lettera della Commissione europea sull’economia italiana», ha ricordato, «ma il voto ha consegnato a me e al governo un mandato forte per ridiscutere i parametri vecchi e superati che hanno portato il nostro Paese a livelli di precarietà senza precedenti».

Salvini ha scelto tre avverbi per indicare come intende portare avanti la «ridiscussione» di quei parametri: «totalmente, pacatamente, costruttivamente». Chissà se sarà possibile, visto che la lettera della Commissione dovrebbe arrivare già il 5 giugno e conterrà l’avvio di una procedura d’infrazione per debito eccessivo. Sull’Italia, come non bastasse, dal gennaio 2021 incombe l’incremento automatico dell’Iva dal 22 al 25,2%.

Alla trattativa da riaprire con Bruxelles si fonde il secondo grande tema che secondo Salvini merita più incisività da parte del governo: «La riduzione della pressione fiscale è un dovere», ha sottolineato il vicepremier leghista, «e per questo ora ci metteremo al lavoro per una manovra che abbia uno choc fiscale positivo, in settimana presenteremo le nostre proposte a Conte e a Di Maio».

Salvini ha riproposto il tema dell’autonomia impositiva delle Regioni, progetto-bandiera leghista. Ma per tornare alla crescita ha rilanciato anche le grandi opere: «Il voto italiano e francese», ha dichiarato, «permetterà all’Europa d’investire ancora più soldi sulla Tav e sulle infrastrutture stradali, portuali e aeroportuali». Il problema è che questo è uno dei punti del programma di governo sul quale gli attriti con l’alleato grillino sono stati più intensi.

Ieri ha cominciato a girare anche l’ipotesi che il prossimo commissario Ue italiano debba spettare alla Lega, e anche questo tema rischia di aprire contrasti nell’alleanza. Certo, per ora si tratta di un ballon d’essai: prima sarà necessario vedere quale sarà la nuova maggioranza nell’Europarlamento, e se i popolari di centrodestra e i socialdemocratici (indeboliti dal voto di domenica) confermeranno l’alleanza, inevitabilmente allargandola ad altri gruppi. Ma intanto ieri, come commissario, ha cominciato a girare il nome di Giancarlo Giorgetti. A lanciare l’idea di trasferire a Bruxelles il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, negli ultimi tempi l’esponente governativo più critico nei confronti dell’alleato grillino, è stato Claudio Borghi, presidente leghista della commissione Bilancio della Camera: «Giorgetti sarebbe sicuramente un buon commissario», ha detto, «ma dipende da quale sarà il dicastero che verrà assegnato all’Italia: bisogna proporre la professionalità più mirata». L’ipotesi Giorgetti è stata condivisa dal ministro leghista della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha citato anche Luca Zaia, governatore del Veneto, e poi lo stesso Borghi.

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