True
2022-03-23
In Aula Draghi più falco di Zelensky che glissa sulle armi e la no fly zone
Ansa
Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba».
«Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile».
«Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa».
Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza».
Gazzarra per il forfait di Petrocelli
È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti.
Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s».
I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
Continua a leggereRiduci
Il presidente chiede solo embarghi e il sequestro dello yacht dello zar. Il paragone con Genova, però, stizzisce il sindaco: «Noi già bombardati». I toni bellicisti li usa il premier: «Cremlino arrogante, giusti gli aiuti militari».Il grillino Vito Petrocelli molla il governo: «Vuole il conflitto». Per Giuseppe Conte è fuori, i partiti: «Si dimetta». Ma lui rimane in commissione Esteri. Gaffe delle piddine sul nastro rosso per le ucraine.Lo speciale contiene due articoli. Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba». «Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile». «Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa». Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aula-draghi-zelensky-discorso-2657019552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gazzarra-per-il-forfait-di-petrocelli" data-post-id="2657019552" data-published-at="1647991484" data-use-pagination="False"> Gazzarra per il forfait di Petrocelli È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti. Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s». I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
Agra, Utar Pradesh, India, 1999 ©Steve McCurry
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro, un ritratto di Giacomo Casanova (IStock)
Giacomo Casanova era un palato libero, poteva frequentare indifferentemente le osterie popolari come le cucine nobiliari, andare al mercato o a pesca. Per lui il piacere della gola godeva di pari apprezzamento come altri per i quali è passato alla storia. Una conferma tra le pagine del suo diario, Histoire de ma vie, scritto nel rifugio boemo del Castello di Dux dove gli aveva donato ospitalità l’amico conte di Waldstein. «Amai i piatti dai sapori forti, come il pasticcio di maccheroni, il vischioso merluzzo, la cacciagione il cui aroma spesso confina con sentori fetidi, così come i formaggi, la cui perfezione si rivela quando i piccoli esseri che li abitano cominciano a diventare visibili», forse un cenno al caciomarcetto abruzzese che leggenda vuole come, deposto nella madia la sera, lo si trovasse parcheggiato altrove il giorno dopo.
Il diario goloso di Giacomo Casanova è una antologia di saperi e sapori narrata con abile penna e occhio curioso. Non ancora ventenne, incontra a Chioggia un amico di studi veneziani che lo invita ad un picnic di accademici maccheronici durante il quale, abbinato ai piatti, ciascun membro avrebbe recitato un brano di sua composizione. «Accettai e, dopo aver letto dieci stanze composte per l’occasione, fui nominato membro per acclamazione». Ma questo è solo l’inizio. «Fui ancor più brillante a tavola e mangiai tanti maccheroni che mi giudicarono degno di essere proclamato principe». Uno pensa: basta e avanza. E invece no. «Presi il mestolo forato e cominciai a riempire i piatti, spargendo sopra ognuno burro e formaggio» in dosi talmente generose che «i maccheroni nuotavano nel burro che arrivava agli orli del piatto».
I maccheroni veneziani del tempo nulla avevano a che fare con quelli preparati all’ombra del Vesuvio. In realtà erano degli gnocchi impastati con farina di grano o pane raffermo, sorta di dischetti conditi con burro e formaggio e passati al forno. Le ostriche coltivate in Laguna godevano di larga e meritata fama, tanto che Ludovico Manin, l’ultimo doge Serenissimo, aveva riservato loro un’area dedicata, le valli dell’Arsenale. Casanova ne fece presto tesoro, ad esempio con una giovane monaca a Murano. Era il tempo in cui, nelle famiglie nobili, molte giovani venivano spedite nei monasteri indipendentemente dalla loro possibile vocazione per una questione di salvaguardia dei relativi rami ereditari. Il rituale ostricante con un protocollo di valorizzazione multisensoriale: «Ci divertimmo a mangiare ostriche passandocele quando le avevamo già in bocca. Lei mi offriva sulla lingua la sua, mentre io le mettevo in bocca la mia». Uno scambio di amorosi sensi ad alto tasso ormonale.
Come ha ben descritto Vincenzo Corrado nel suo Il cuoco galante, uscito nel 1773, al tempo le ostriche si potevano gustare in vari modi. Crude appena pescate. Cotte alla brace, con pangrattato, sale, pepe e succo di limone così come infarinate e fritte, ma per Casanova vi erano solo quelle crude, gustate in purezza, accompagnate esclusivamente «da quella salsa che le accompagna succhiata dalla bocca del proprio amore» e ricambiata di conseguenza. Nei suoi saliscendi di una vita avventurosa senza pari, Casanova dovette anche affrontare oltre un anno di prigionia ai Piombi. Assieme ai maccheroni, il piatto che era sempre presente nella sua dieta quotidiana era la minestra di riso. Riso che, nella tradizione veneziana, riveste un ruolo importante nel contesto socioeconomico del tempo.
La sua coltivazione iniziò sul finire del Quattrocento, nelle vicine terre degli Estensi. Il Consiglio dei Dieci vide l’opportunità di implementare questa produzione così da integrare quanto già si faceva con la coltivazione dei legumi al fine di dare un miglior benessere alimentare a una popolazione che aveva difficoltà a nutrirsi di carne e pesce e, quindi, di proteine, al di fuori dei centri urbani. Tanto che, nel 1533, lo stesso Consiglio dei Dieci emise una legge per cui non vi sarebbe stata alcuna tassa per chi si dedicava a questa nuova coltivazione. Oltre ai classici risi e bisi, altri piatti storici giunti a noi di quell’epoca, e che Casanova amava condividere con i suoi compagni di avventure, sono la castradina così come la fongadina.
La prima è di origine dalmata, giunta dall’altro versante Adriatico con l’epidemia di peste del 1630. Un cosciotto di montone, salato, essiccato e affumicato, consumato in zuppa con verze e cipolle. Immancabile con la Festa della Madonna della salute il 21 novembre. L’altro, la fongadina, è composto da frattaglie di agnello e capretto di cui storica ambasciata al giorno d’oggi si trova «Da Procida», nella trevigiana San Biagio di Callalta. Non stupitevi se, a uno dei tavoli, trovate assorto a gustarsela un certo Arrigo Cipriani. Ma torniamo a bomba, cioè al lover gourmet Casanova.
Dopo le ostriche non poteva mancare il tartufo, nero come si trovava lungo tutta la dorsale appenninica. Il primo incontro quando, diciottenne, diretto a Roma lungo la via Flaminia con l’amico frate francescano Stefano da Belluno, si ferma per una sosta in terra umbra. «Cenammo a Somma, dove la padrona dell’albergo, donna di rara bellezza, ci preparò dell’ottimo cibo che innaffiammo con del vino di Cipro che le davano i suoi corrieri veneziani in cambio degli eccellenti tartufi che lei donava loro … partii lasciando un pezzo del mio cuore a quell’ottima donna». Anche qui ci soccorre il ricettario di Vincenzo Corrado con una variante curiosa, il purè di tartufi. Pestati assieme a pane fritto, con aglio e aromi, sciogliendo il tutto in un brodo di pesce. Chissà mai se anche Casanova lo esibì, assieme al suo talento coinvolgente, nelle cene che via via organizzò, abbinato a pregiati vini conseguenti, nelle varie città europee dove passò lunghe tappe della sua vita errabonda.
Un capitolo a parte merita lo storione, «amato e ricercato anche per la grandezza rara per un pesce d’acqua dolce», oltre che la squisitezza delle sue carni e anche per quel prezioso tesoretto rappresentato dalle uova di caviale. A quel tempo lo storione risaliva per lunghi tratti i maggiori corsi d’acqua della terraferma veneziana, tanto che molte famiglie patrizie, accanto al parco delle loro ville palladiane, avevano delle ampie peschiere dove gli storioni venivano coccolati prima del sacrificio finale. Era il protagonista di pranzi che rivelavano lo status dei proprietari. Per cuocerlo un apposito contenitore di ampie dimensioni dal quale veniva poi estratto, mostrato nella sua bellezza e infine tagliato a fette con adeguata salsa di contorno.
Casanova era una «carnivoro a 360°». Usava molte metafore ripescate dalla cucina per descrivere le realtà con cui si misurava. A volte incontrava «individui che hanno un po’ dello stoccafisso», così quando lo apprezzavano per una buona citazione, precisava che «era farina del mio sacco». Ma la citazione «stellata» era per il ragù: «Noi affrontiamo la fame per meglio assaporare poi salse come il ragù». Uno comincia a chiedersi con quale ricetta, ma la precisazione non lascia dubbi, riservata al dopocena con la bella di turno. «Ogni donna è un ragù differente dall’altro, anche se molte volte… lo si capisce soltanto dopo». Erotofago? Divoratore della bellezza femminile? Sempre con stile. Come quella volta, a Corfù. Era reduce da una performance che possiamo solo immaginare tanto che chiese alla sua dama di lasciargli una ciocca di capelli come ricordo. Richiesta mirata. Conosceva un confettiere ebreo che ridusse quasi in polvere le ciocche sapientemente tagliuzzate e poi diede loro ulteriore fascino con «una pasta zuccherata di essenze d’ambra, angelica, vaniglie e altri aromi fino a farne tanti piccoli confetti». Cui rese poi degno onore abbinandoli a robusti calici di champagne. Noblescse oblige. C’est dommage.
Continua a leggereRiduci
Come raccontato dal vicedirettore Francesco Borgonovo a Tivù Verità, nuovo scontro nel caso della famiglia nel bosco: l’assistente sociale ha denunciato per violenza privata gli avvocati dei Trevallion. Intanto la garante dell’infanzia Marina Terragni replica duramente ai servizi sociali e parla di segnali di disagio nei bambini.
Nuovo capitolo nello scontro ormai aperto attorno al caso della cosiddetta «famiglia nel bosco». L’assistente sociale che segue la vicenda avrebbe presentato una denuncia per violenza privata contro gli avvocati dei Trevallion, Danila Solinas e Marco Femminella. Una mossa che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i servizi sociali e la famiglia, già al centro di forti tensioni negli ultimi mesi.
L’intera vicenda era partita dalla relazione redatta dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, nella quale venivano segnalate diverse criticità legate alla situazione familiare. Da allora il confronto con Catherine Trevallion, madre dei bambini, si è progressivamente trasformato in un conflitto sempre più duro.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro episodio. Durante la visita a Vasto della garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, l’assistente sociale non si sarebbe presentata all’incontro fissato. La stessa Terragni ha raccontato di aver avuto difficoltà anche a contattarla telefonicamente. Secondo alcune fonti, tuttavia, quella stessa mattina sarebbe stato organizzato un incontro con Nathan Trevallion e con la garante abruzzese per l’infanzia, dal quale la madre sarebbe rimasta esclusa. In quell’occasione si sarebbe parlato dei possibili passi futuri e di un percorso per riavvicinare i bambini. A stretto giro è intervenuto anche l’avvocato incaricato di tutelare i servizi sociali. Il legale ha contestato le dichiarazioni della garante nazionale, sostenendo che l’assistente sociale non avrebbe partecipato all’incontro perché impegnata in attività legate proprio alla gestione della vicenda. Nella stessa nota si ribadisce inoltre che i servizi sociali avrebbero operato correttamente. Sempre secondo questa ricostruzione, il tribunale aveva disposto non solo l’allontanamento della madre dalla struttura protetta di Vasto ma anche il trasferimento dei bambini. Tuttavia, dopo l’uscita della madre dalla comunità, i rapporti tra il personale della struttura e i minori sarebbero tornati sereni, circostanza che avrebbe consentito ai bambini di restare lì. L’assistente sociale avrebbe inoltre inviato una lettera al tribunale dell’Aquila nella quale ribadisce la correttezza del proprio operato. Nella comunicazione si sostiene che, al momento dell’allontanamento della madre dalla struttura, i bambini fossero tranquilli e che le tensioni sarebbero nate dal comportamento della donna.
Una versione che però viene contestata da alcune testimonianze, secondo le quali durante quel momento i bambini avrebbero reagito con forte agitazione e pianto. Nel frattempo è arrivata anche la replica di Marina Terragni, che ha smentito in modo netto le ricostruzioni dei servizi sociali. La garante ha dichiarato di non aver mai sostenuto che i bambini stiano bene, ma soltanto che si trovano in buone condizioni fisiche. Al tempo stesso ha parlato di una «notevole agitazione psicomotoria» e di atteggiamenti di paura e diffidenza verso gli estranei, segnali che indicherebbero un evidente disagio.
Il risultato è uno scontro sempre più duro: da una parte i servizi sociali, dall’altra la famiglia Trevallion con i propri legali e l’attenzione della garante nazionale. Un conflitto istituzionale che, mentre le posizioni si irrigidiscono, rischia di lasciare in secondo piano proprio i protagonisti più fragili di tutta la vicenda: i bambini.
Continua a leggereRiduci
Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
Continua a leggereRiduci