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2022-03-23
In Aula Draghi più falco di Zelensky che glissa sulle armi e la no fly zone
Ansa
Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba».
«Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile».
«Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa».
Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza».
Gazzarra per il forfait di Petrocelli
È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti.
Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s».
I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
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Il presidente chiede solo embarghi e il sequestro dello yacht dello zar. Il paragone con Genova, però, stizzisce il sindaco: «Noi già bombardati». I toni bellicisti li usa il premier: «Cremlino arrogante, giusti gli aiuti militari».Il grillino Vito Petrocelli molla il governo: «Vuole il conflitto». Per Giuseppe Conte è fuori, i partiti: «Si dimetta». Ma lui rimane in commissione Esteri. Gaffe delle piddine sul nastro rosso per le ucraine.Lo speciale contiene due articoli. Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba». «Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile». «Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa». Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aula-draghi-zelensky-discorso-2657019552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gazzarra-per-il-forfait-di-petrocelli" data-post-id="2657019552" data-published-at="1647991484" data-use-pagination="False"> Gazzarra per il forfait di Petrocelli È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti. Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s». I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
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A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
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I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
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