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2022-03-23
In Aula Draghi più falco di Zelensky che glissa sulle armi e la no fly zone
Ansa
Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba».
«Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile».
«Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa».
Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza».
Gazzarra per il forfait di Petrocelli
È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti.
Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s».
I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
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Il presidente chiede solo embarghi e il sequestro dello yacht dello zar. Il paragone con Genova, però, stizzisce il sindaco: «Noi già bombardati». I toni bellicisti li usa il premier: «Cremlino arrogante, giusti gli aiuti militari».Il grillino Vito Petrocelli molla il governo: «Vuole il conflitto». Per Giuseppe Conte è fuori, i partiti: «Si dimetta». Ma lui rimane in commissione Esteri. Gaffe delle piddine sul nastro rosso per le ucraine.Lo speciale contiene due articoli. Alla fine il discorso bellicoso lo fa Mario Draghi, e quello moderato Volodymyr Zelensky: capovolgendo i pronostici della vigilia, l’intervento di ieri del presidente ucraino al Parlamento italiano in seduta congiunta è all’insegna della moderazione, considerati i precedenti, mentre i toni del nostro premier sono assai battaglieri. Sarà perché poco prima di collegarsi con Montecitorio ha parlato al telefono con papa Francesco, che pochi giorni fa ha definito «uno scandalo terribile» la spesa per le armi, fatto sta che Zelensky, per la prima volta in questo suo tour virtuale di discorsi a vari parlamenti occidentali non chiede più armi, non chiede la no fly zone sull’Ucraina, insomma si trasforma, o tenta di farlo, da «falco» a «colomba». «Caro popolo italiano», esordisce Zelensky, «oggi ho parlato con Sua Santità papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti: “Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono i civili, difendono la propria patria, ognuno la difende”. E io ho risposto che il nostro popolo è diventato l’esercito, quando ha visto che male porta con sé il nemico, quanta devastazione lascia dietro di sé e quanto spargimento di sangue vuole vedere. La guerra continua», aggiunge Zelensky, «i missili russi, l’aviazione, l’artiglieria non smettono di uccidere. Le città ucraine vengono distrutte, alcune sono completamente distrutte, come Mariupol, sulla costa del mare d’Azov, dove c’erano circa mezzo milione di persone come nella vostra città di Genova dove sono stato. A Mariupol non c’è più niente, solo rovine. Immaginate una Genova completamente bruciata dopo tre intere settimane di assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman, per arrivare dove è più sicuro. Questo è stato fatto in Europa per l’ultima volta dai nazisti», sottolinea il leader ucraino, «quando stavano occupando altri Paesi». In realtà, più che immaginare, basta ricordare: Genova ha subito pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Lo ricorda a Zelensky il sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci: «Capisco che lui abbia citato Genova», dice Bucci, «certamente noi non vogliamo immaginare Genova bombardata, da un certo punto di vista possiamo considerare quasi un complimento il fatto che abbia citato noi, e ribadiamo che la nostra città vuole solo la pace. Genova ha già subito bombardamenti, e molti, nella storia», ricorda Bucci, «durante la seconda guerra mondiale è stato terribile e assolutamente non possiamo immaginare che si ripeta qualcosa di simile». «Signori, popolo italiano», prosegue Zelensky, «bisogna fare il possibile per garantire la pace. La guerra è stata organizzata per decine di anni da una sola persona, guadagnando tantissimi soldi sull’esportazione di petrolio e gas, utilizzando questi soldi per la guerra e non solo contro l’Ucraina perché il loro obiettivo è l’Europa: è influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica, distruggere i vostri valori, la democrazia, i diritti dell’uomo, la libertà. L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa: ma la barbarie non deve entrare». Zelensky sottolinea che l’Ucraina «è sempre stato uno dei principali esportatori a livello globale, ma come possiamo seminare sotto l’artiglieria russa? Non sappiamo come avremo i raccolti e se possiamo esportare. Non possiamo esportare il mais, l’olio, il frumento e altri prodotti. Tutti quanti gli oligarchi russi», dice ancora il leader di Kiev, «utilizzano l’Italia come luogo per le loro vacanze: non dovete essere il luogo che accoglie queste persone, dobbiamo bloccare e congelare tutti i loro immobili, i loro conti, i loro yacht da Scheherazade fino ai più piccoli dobbiamo congelare tutti i beni di tutti quanti, di tutti quelli che in Russia hanno la forza di decidere. Dobbiamo usare le sanzioni per la pace, dovete sostenere anche l’embargo contro le navi russe che entrano nei vostri porti e non dovete assolutamente permettere eccezioni per qualsiasi banca russa». Sanzioni e pace: Zelensky non fa cenno a armi e terze guerre mondiali, ma chiede piuttosto di sequestrare lo Scheherazade, il megayacht attualmente ormeggiato nel porto di Marina di Carrara, lungo 140 metri, con due eliporti, cinema e piscina che secondo alcuni apparterrebbe a Vladimir Putin. Standing ovation d’ordinanza dei parlamentari, poi prende la parola Draghi e i toni verso la Russia e Putin sono quelli del «falco»: «L’arroganza del governo russo», dice il presidente del Consiglio, «si è scontrata con la dignità del popolo ucraino, che è riuscito a frenare le mire espansionistiche di Mosca e a imporre costi altissimi all’esercito invasore. La resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa, e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». Draghi ricorda «l’accoglienza dei rifugiati, oltre 60.000 dall’inizio della guerra, la maggior parte dei quali donne e minori. Perché davanti all’inciviltà l’Italia non intende girarsi dall’altra parte. Le sanzioni che abbiamo concordato insieme ai nostri partner europei e del G7 hanno l’obiettivo di indurre il governo russo a cessare le ostilità e a sedersi con serietà, soprattutto con sincerità, al tavolo dei negoziati. Allo stesso tempo, vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa. Nelle scorse settimane», argomenta Draghi, «è stato sottolineato come il processo di ingresso nell’Unione europea sia lungo, fatto di riforme necessarie a garantire un’integrazione funzionante. Voglio dire al presidente Zelensky che l’Italia è al fianco dell’Ucraina in questo processo. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea». Percorso lungo, sottolinea Draghi, che ricorda la necessità di riforme. «Di fronte ai massacri», sottolinea ancora il premier, «dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aula-draghi-zelensky-discorso-2657019552.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gazzarra-per-il-forfait-di-petrocelli" data-post-id="2657019552" data-published-at="1647991484" data-use-pagination="False"> Gazzarra per il forfait di Petrocelli È stata una risposta un po’ pigra, quella del Parlamento italiano, al discorso in videoconferenza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Non si può parlare di flop, ma i navigatori esperti del Transatlantico, una volta entrati in tribuna, hanno constatato che il colpo d’occhio dell’Aula era illusorio: se è vero che l’emiciclo risultava quasi pieno, è anche vero che si trattava di una seduta comune (come accade, per intenderci, per l’elezione del presidente della Repubblica) e che quindi era stato allestito per accogliere quasi 1.000 persone. Il che significa che al pieno dei banchi si sarebbe dovuto aggiungere quello delle tribune che li sovrastano, che invece sono rimaste vuote, eccezion fatta, ovviamente, per quella riservata ai giornalisti. Al netto delle assenze politiche, dunque, non sono mancati i «furbetti» che, approfittando del fatto che si trattasse di una seduta informale e come tale non inserita nell’ordine del giorno (quindi senza registrazione delle presenze), non si sono fatti vivi all’appuntamento. Il numero totale dei parlamentari mancanti, secondo una stima sommaria, ammonterebbe a circa 350. Tra questi, era stata annunciata ed è stata confermata la defezione degli esponenti di Alternativa, che hanno parlato di «spettacolarizzazione della guerra», mentre i parlamentari del movimento Italexit, fondato da Gianluigi Paragone, hanno motivato la loro assenza con il fatto che, a loro avviso, il leader ucraino «non è un ambasciatore di pace». Chi ha fatto più rumore, però, è stato il presidente della commissione Esteri del Senato, il grillino Vito Petrocelli, da giorni nell’occhio del ciclone per le sue posizioni filo Putin: dopo aver disertato il discorso di Zelensky, nel pomeriggio ha di fatto annunciato il suo passaggio all’opposizione, affermando di non voler più votare la fiducia a un governo «cobelligerante» aggiungendo di non avere però intenzione di abbandonare la poltrona. Una situazione che promette sviluppi, visto che da una parte sta montando il pressing dei partiti di maggioranza per ottenerne le dimissioni e, dall’altra, Petrocelli si è posto alla testa di una fronda interna, reclamando una «discussione nel Movimento». Per il leader, Giuseppe Conte, però, con le sue dischiarazioin già «si pone fuori dal M5s». I capi di partito quali Enrico Letta, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni erano tutti presenti e molte sono state le manifestazioni di solidarietà al presidente e al popolo ucraino: oltre alle due standing ovation tributate a Zelensky all’inizio e alla fine del suo discorso (il conteggio arride però al premier Mario Draghi, che ha parlato dopo di lui e ha incassato dieci applausi), molti parlamentari sono giunti a Montecitorio indossando spille, nastrini o coccarde recanti i colori dell’Ucraina. C’è anche chi ha fatto di più, come Forza Italia, i cui esponenti hanno sistemato la bandiera giallo-blu dell’Ucraina sui loro banchi o come la senatrice altoatesina Julia Unterberger, che si è presentata come bandiera umana, indossando una giacca gialla e una sciarpa blu. Una menzione a parte meritano i parlamentari del Pd, o meglio le parlamentari, arrivate alla Camera con un nastro rosso al braccio che voleva porre l’accento sul dramma degli stupri di guerra, ma che ha rischiato di diventare un boomerang ed è stato frettolosamente messo da parte. A seduta iniziata, infatti, si è sparsa la voce che il nastro scarlatto potesse essere confuso con un similare orpello propagandistico russo e che quindi fosse opportuno eclissarlo.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.