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2025-05-10
Sulla Piazza Rossa sfila l’asse Mosca-Pechino
Vladimir Putin (Ansa)
Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.
Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente.
Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».
La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).
Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto.
Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano».
I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese
La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro.
Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
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Xi Jinping e Vladimir Putin fianco a fianco durante la parata del Giorno della vittoria. Lo zar: «Tutto il Paese sostiene l’offensiva in Ucraina». Oggi vertice dei «volenterosi» a Kiev, Giorgia Meloni partecipa da remoto. Sul tavolo una proposta di Usa e Ue per una tregua di 30 giorni.In Asia, i jet Dassault abbattuti dal Pakistan con radar e aerei del Dragone. Parigi umiliata. Lo speciale contiene due articoli Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente. Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto. Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-mosca-pechino-putin-xi-2671925760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-caccia-rifilati-da-macron-allindia-fatti-a-pezzi-dalla-tecnologia-cinese" data-post-id="2671925760" data-published-at="1746828562" data-use-pagination="False"> I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro. Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.