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2025-05-10
Sulla Piazza Rossa sfila l’asse Mosca-Pechino
Vladimir Putin (Ansa)
Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.
Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente.
Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».
La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).
Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto.
Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano».
I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese
La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro.
Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
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Xi Jinping e Vladimir Putin fianco a fianco durante la parata del Giorno della vittoria. Lo zar: «Tutto il Paese sostiene l’offensiva in Ucraina». Oggi vertice dei «volenterosi» a Kiev, Giorgia Meloni partecipa da remoto. Sul tavolo una proposta di Usa e Ue per una tregua di 30 giorni.In Asia, i jet Dassault abbattuti dal Pakistan con radar e aerei del Dragone. Parigi umiliata. Lo speciale contiene due articoli Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente. Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto. Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-mosca-pechino-putin-xi-2671925760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-caccia-rifilati-da-macron-allindia-fatti-a-pezzi-dalla-tecnologia-cinese" data-post-id="2671925760" data-published-at="1746828562" data-use-pagination="False"> I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro. Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
Giorgia Meloni insieme alla premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Malgrado i propositi di compiere scelte che «invieranno un segnale chiaro sulla nostra volontà di agire, di cooperare e di difendere i principi che sono alla base della stabilità globale», enunciati dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, tra i protagonisti del summit non c’è unità di intenti e di interessi nell’elaborare risposte di fronte alle urgenti sfide globali. In un clima di forti tensioni, sia internazionali sia locali, dopo gli scontri scoppiati domenica a Ginevra fra manifestanti anti G7 e polizia, le questioni aperte sono tante, non solo belliche.
«Gli squilibri globali sono un tema centrale di questo vertice», ha dichiarato Von der Leyen. Con un riferimento esplicito a Pechino: «Se guardiamo al 2025, questo anno verrà ricordato come quello in cui, per la prima volta in assoluto, tutti gli Stati membri hanno registrato un deficit commerciale con la Cina». Per la Ue si parla di 360 miliardi di euro. «Naturalmente questo non è sostenibile», ha commentato la presidente, ribadendo la strategia Ue del derisking che si concentra sulla mitigazione dei rischi e sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, allo scopo di ridurre l’esposizione verso un singolo mercato.
Nella località termale dell’Alta Savoia, incastonata tra le montagne da un lato e il lago di Ginevra e il confine svizzero dall’altro, fino al 17 giugno Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito discuteranno assieme all’Unione europea di Medio Oriente, di Ucraina, di squilibri economici globali, di dazi, di partenariati e solidarietà internazionali ma anche di intelligenza artificiale. La presidenza francese ha inoltre invitato i leader di diversi Paesi quali India, Brasile, Egitto Qatar e Emirati Arabi Uniti a partecipare ad alcune sessioni di lavoro.
Tra imponenti misure di sicurezza, il vertice ha preso il via nella serata di lunedì, dopo l’arrivo all’Evian Resort (che comprende l’hotel a 5 stelle Le Royal, dove alloggeranno i leader e le loro delegazioni) dei big internazionali che hanno preso parte a una cena di lavoro dal tema: «Affrontare insieme le grandi sfide internazionali». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato l’ultimo ad arrivare a Ginevra, poco dopo la premier Giorgia Meloni accompagnata dalla figlia Ginevra. Alla bimba, il presidente della Confederazione svizzera, Guy Parmelin, ha regalato una confezione da 80 matite Caran d’Ache. Dall’aeroporto tutti i leader hanno proseguito il viaggio in elicottero, verso la vicina città francese.
L’ospite più atteso era ovviamente il neo ottantenne Donald Trump. Prima di atterrare in Svizzera lunedì pomeriggio con l’Air Force One, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, aveva lanciato sul suo social Truth l’ennesima provocazione. «Purtroppo, se importi persone dai Paesi del Terzo mondo, diventi rapidamente un Paese del Terzo mondo; e non c’è nulla che tu possa fare al riguardo», ha scritto il presidente.
Il primo incontro l’ha avuto con Emmanuel Macron, che aveva dichiarato di volere «una discussione rispettosa ma ferma» con l’inquilino della Casa Bianca, il quale, prima del vertice, aveva minacciato di imporre dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la tassa sui servizi digitali. Al termine del bilaterale, Trump ha annunciato che, ora che la situazione in Medio Oriente si è calmata, si concentrerà «sulla guerra in Ucraina».
Prima del vertice, a Roma si è svolto il bilaterale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier giapponese Sanae Takaichi. Sostenere gli investimenti reciproci, aprire i rispettivi mercati, far crescere l’interscambio è l’obiettivo che si danno i due Paesi. Tra le nuove iniziative annunciate, un dialogo bilaterale strutturato per costruire sinergie tra il piano Mattei italiano e la Tokyo International Conference on African Developoment (Ticad), che promuove le relazioni con i governi in Africa.
Così pure una collaborazione sull’Artico,«che è uno chiaramente dei quadranti strategici del presente e del futuro», ha sottolineato Meloni; la cooperazione spaziale e altre sinergie. Per il 2027 è prevista una nuova riunione dell’Italy Japan Business Group. Takaichi si è augurata che il progetto del ponte sullo stretto di Messina «possa realizzarsi al più presto», facendo leva «su know-how ed esperienze del Giappone».
Il premier nipponico «è una leader pragmatica e concreta, convinta come me che Italia e Giappone siano alleati strategici», ha dichiarato Meloni. «Con Sanae ci siamo incontrate a gennaio a Tokyo e abbiamo fissato insieme degli obiettivi concreti che vogliamo raggiungere e, siccome siamo due donne a capo delle loro nazioni, li abbiamo raggiunti in pochi mesi».
E c’è anche chi preme perché sia finalizzato l’Accordo pandemico dell’Oms adottato un anno fa. In una lettera aperta congiunta, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, e il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva hanno esortato i leader del G7 a finalizzare il trattato sulle pandemie. «L’umanità ha promesso di non affrontare mai più una sfida simile impreparata», ripetendo l’ennesimo allarme: «Un virus lasciato libero di diffondersi in un luogo finirà per raggiungere tutti».
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Ansa
Al momento, viene precisato, non è stato aperto alcun procedimento formale. Il passaggio resta tuttavia politicamente e finanziariamente rilevante, perché si inserisce in un confronto ormai apertissimo tra le due banche, con accuse incrociate sulla correttezza delle informazioni diffuse al mercato.
La tensione era già salita venerdì, quando era emerso che il Consiglio di fabbrica di Commerzbank aveva incaricato il proprio presidente di presentare una denuncia per presunta manipolazione del mercato. Il nodo riguarda la rappresentazione della partecipazione di Unicredit e, in particolare, il peso delle azioni effettivamente detenute rispetto alle posizioni costruite tramite strumenti derivati. Commerzbank sostiene che il mercato possa essere stato indotto in errore sulla reale consistenza della quota in mano alla banca italiana. Unicredit respinge invece ogni contestazione e rivendica la correttezza delle comunicazioni effettuate.
L’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, è tornata a difendere la posizione dell’istituto tedesco, replicando direttamente alle dichiarazioni arrivate da Piazza Gae Aulenti. «Non abbiamo fatto nulla di fuorviante, abbiamo semplicemente presentato i fatti con diligenza», ha affermato la manager, definendo il comunicato di Unicredit «leggermente irritante».
Unicredit, dal canto suo, ha deciso di passare al contrattacco. Dopo giorni di rilievi e insinuazioni provenienti dalla banca tedesca, l’istituto guidato da Andrea Orcel ha coinvolto a sua volta la Bafin, chiedendo di valutare se siano state assunte iniziative idonee a compromettere la regolarità e l’integrità del processo di offerta. La banca italiana si è inoltre riservata di ricorrere a tutti gli strumenti disponibili per tutelare la propria posizione.
Nel merito, Unicredit ribadisce di aver utilizzato i modelli informativi previsti dalla normativa vigente e di aver comunicato correttamente al mercato le informazioni relative all’offerta. La banca sottolinea inoltre che l’obiettivo minimo dell’Ops è già stato raggiunto, con il superamento della soglia del 30% del capitale. È un passaggio non secondario: alla luce della quota detenuta e delle adesioni già raccolte, Unicredit potrebbe esercitare in prospettiva un’influenza significativa su Commerzbank, con effetti potenziali sulla governance e sulle future scelte manageriali dell’istituto tedesco.
Il confronto si gioca anche sulla lettura del comportamento dei fondi istituzionali. Commerzbank ha evidenziato che, tra i soggetti che hanno aderito finora, figurerebbero soprattutto banche d’affari e non grandi investitori istituzionali. I principali fondi, dal canto loro, tendono spesso a decidere nelle ultime fasi delle operazioni, quando il quadro informativo è più completo e quando è chiaro se l’offerente intenda o meno migliorare i termini dell’offerta.
Al momento, il mercato attende anzitutto di capire se Unicredit presenterà un rilancio. In realtà, non emergerebbero segnali concreti in questa direzione e l’ipotesi prevalente resta quella di un mancato aumento dei termini. Una volta sciolto questo nodo, potrebbero arrivare le decisioni definitive dei principali investitori istituzionali.
In tutto questo sono salite ancora leggermente le adesioni all’Ops di Unicredit su Commerzbank, dall’11,86% comunicato venerdì all’11,91% di ieri. Con il 26,77% già in possesso, il gruppo di Piazza Gae Aulenti arriva a detenere in azioni il 38,68% dell’istituto tedesco, secondo quanto emerge dalle comunicazioni obbligatorie sui risultati parziali dell’offerta la cui prima parte si chiude alla mezzanotte di oggi. Continua a rimanere invariata la parte in derivati (che sono solo a regolamento in contanti e quindi non prevedono la consegna di ulteriori azioni) che è al 13,19%. Così come è immutato il 3,22% in strumenti. L’esposizione potenziale è dunque del 55,09%.
Il titolo del secondo gruppo bancario italiano ha fermato ieri la sua corsa a Piazza Affari a 74,57 euro, in aumento dell’1,73%.
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