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2025-05-10
Sulla Piazza Rossa sfila l’asse Mosca-Pechino
Vladimir Putin (Ansa)
Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.
Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente.
Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».
La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).
Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto.
Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano».
I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese
La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro.
Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
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Xi Jinping e Vladimir Putin fianco a fianco durante la parata del Giorno della vittoria. Lo zar: «Tutto il Paese sostiene l’offensiva in Ucraina». Oggi vertice dei «volenterosi» a Kiev, Giorgia Meloni partecipa da remoto. Sul tavolo una proposta di Usa e Ue per una tregua di 30 giorni.In Asia, i jet Dassault abbattuti dal Pakistan con radar e aerei del Dragone. Parigi umiliata. Lo speciale contiene due articoli Prima l’accoglienza dei leader internazionali al Cremlino, con l’ospite più importante, Xi Jinping, lasciato per ultimo; poi l’ingresso sulle tribune insieme con tutti i capi delle delegazioni straniere arrivate per la celebrazione. Per Vladimir Putin, la parata militare che ha commemorato gli 80 anni dalla vittoria nella «grande guerra patriottica» è stata un successo. Non tanto per la suggestività della cerimonia - difficile da negare anche per i più accesi russofobi - quanto per il messaggio di centralità geopolitica che Mosca è riuscita a proiettare, a dispetto dell’isolamento ancora largamente decantato dai media occidentali. Considerando che Russia, Cina, Brasile e India (Narendra Modi non ha presenziato, ieri, solo per via degli scontri con il Pakistan) contano insieme quasi il 40% della popolazione mondiale.Sulla Piazza Rossa hanno marciato 55 unità cerimoniali, con oltre 11.500 militari, di cui più di 1.500 partecipanti alla guerra in Ucraina, accompagnati dall’orchestra militare. La parata ha visto la partecipazione di contingenti stranieri provenienti da Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Vietnam, Egitto, Cina, Laos, Mongolia e Myanmar, a testimonianza di un sostegno internazionale che Mosca intende enfatizzare. Nel corso della cerimonia, hanno sfilato anche i leggendari carri armati T-34, protagonisti nella vittoria della seconda guerra mondiale. Seguiti, più avanti, dai droni da combattimento utilizzati in Ucraina, in una linea immaginaria che unisce passato e presente. Putin, nel suo discorso, ha reso omaggio alla «generazione che ha schiacciato il nazismo e conquistato la libertà e la pace per tutta l’umanità, a costo di milioni di vite». Il giorno della vittoria, ha detto lo zar, è la «festa più importante per il Paese», e lascia in eredità ai russi «il compito di difendere la Madrepatria, di rimanere uniti e di difendere con fermezza i nostri interessi nazionali, la nostra storia millenaria, la cultura e i valori tradizionali: tutto ciò che ci è caro, che per noi è sacro». «Ricordiamo le lezioni della seconda guerra mondiale e non accetteremo mai la distorsione di quegli eventi o i tentativi di giustificare gli assassini e diffamare i veri vincitori», ha aggiunto. «La Russia è stata e continuerà a essere un ostacolo indistruttibile al nazismo, alla russofobia e all’antisemitismo, e si opporrà alla violenza perpetrata dai sostenitori di queste idee aggressive e distruttive». Un messaggio che si lega all’attuale conflitto: «Tutta la Russia, la nostra società e tutto il popolo sostengono i partecipanti all’operazione militare speciale. Siamo orgogliosi del loro coraggio e del loro spirito, e della loro determinazione d’acciaio che ci ha sempre portato alla vittoria».La commemorazione è stata anche occasione per intensi colloqui diplomatici. Dopo il vertice con Xi di giovedì, ieri è stata la volta del Brasile, con Luiz Inacio Lula da Silva che, successivamente alla parata, è stato ricevuto al Cremlino. Putin ha sottolineato il costante sviluppo delle relazioni bilaterali, mentre il presidente brasiliano ha espresso interesse per collaborazioni in settori come la difesa e lo spazio. Nel frattempo, a Leopoli, i rappresentanti degli Stati Ue hanno formalizzato l’istituzione di un Tribunale speciale per giudicare il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitry Peskov, ha snobbato l’iniziativa, dichiarando che la Russia non reagirà. Congiuntamente, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato per oggi un vertice a Kiev con la coalizione dei volenterosi (Giorgia Meloni parteciperà da remoto).Nonostante il forte messaggio contro l’egemonia statunitense, i canali di dialogo con Washington rimangono aperti. Secondo il Cremlino, Putin e Donald Trump si sono scambiati congratulazioni per l’anniversario attraverso i rispettivi staff. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha dichiarato che «la Russia non può aspettarsi di ottenere territori che non ha ancora conquistato», ribadendo quanto già affermato mercoledì a Monaco. Tuttavia, Vance ha riconosciuto che le richieste di Mosca hanno senso perché la Russia crede di vincere la guerra. Il congelamento del fronte, per chi ha il tempo della propria parte, ha un costo che gli altri devono pagare. «Sapevamo che avrebbero chiesto più di quanto fosse ragionevole dare, è così che spesso funzionano i negoziati», ha aggiunto. Secondo Reuters, Stati Uniti e Unione Europea starebbero preparando una proposta di cessate il fuoco di 30 giorni, con la minaccia di nuove sanzioni a Mosca caso di rifiuto. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha annunciato nuovi colloqui con Washington per riprendere il pieno funzionamento delle rispettive ambasciate. Sul trattato New Start per la riduzione delle armi nucleari, in scadenza il 5 febbraio 2026, Ryabkov ha escluso un’estensione a meno di «modifiche fondamentali» nella politica Usa verso Mosca. Duro botta e risposta, infine, tra l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e il premier slovacco, Robert Fico, unico leader dei 27 ieri in Russia (atteso martedì a Palazzo Chigi). «Tutti coloro che sostengono la libertà, l’indipendenza e tutti i valori europei dovrebbero essere in Ucraina oggi, nel Giorno dell’Europa, e non a Mosca», ha affermato la prima. «Sono a Mosca per rendere omaggio agli oltre 60.000 soldati dell’Armata Rossa che sono morti liberando la Slovacchia», ha replicato il secondo, rammentandole di non avere l’autorità «per criticare il primo ministro di un Paese sovrano». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-mosca-pechino-putin-xi-2671925760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-caccia-rifilati-da-macron-allindia-fatti-a-pezzi-dalla-tecnologia-cinese" data-post-id="2671925760" data-published-at="1746828562" data-use-pagination="False"> I caccia rifilati da Macron all’India fatti a pezzi dalla tecnologia cinese La quarta guerra tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, è scoppiata martedì scorso. Il giorno successivo è cominciato anche uno scontro industriale tra Pakistan, Cina, India e la Francia di Macron che ha subito uno smacco. Mentre crescono gli scambi d’artiglieria lungo il fronte è stato confermato l’abbattimento di quattro velivoli indiani prodotti dalla transalpina Dassault, un evento capitato pochi giorni dopo la conferma di un nuovo ordine di Delhi per altri caccia identici destinati alla Marina. A essere abbattuti sarebbero stati due Rafale (moderni e aggiornati) e altrettanti Mirage 2000-5, gli stessi che Macron ha rifilato all’Ucraina. Non è stato accertato come gli aerei siano stati abbattuti, se da sistemi contraerei Hq-9 o Hq-16 di fabbricazione cinese acquisiti dal Pakistan, oppure se da missili cinesi aria-aria a lungo raggio Pl-15 lanciati dai caccia Jf-10 o Jf-17 pakistani. E neppure si sa se gli abbattimenti siano stati favoriti da piloti a corto d’addestramento o da scarsa manutenzione. A vantaggio dell’India ci sono invece i numeri: ha oltre 2.200 velivoli inclusi 513 caccia, mentre il Pakistan conta su 1.399 aerei dei quali 328 caccia. Di sicuro lo scontro aereo tra jet di fabbricazione cinese e caccia francesi sarà attentamente esaminato dalle forze armate di mezzo mondo alla ricerca di informazioni che potrebbero offrire un vantaggio in futuro. Ma se ad abbattere Mirage e Rafale fossero stati i caccia fatti da Pechino, allora la questione sarebbe grave per la tecnologia francese, evidentemente inferiore, come per quella di molti Stati europei alleati della Nato. Un brutto colpo per la credibilità francese e per le prossime vendite di Parigi. Secondo fonti indiane, invece, si sarebbe trattato di due Mirage, ma anche di un MiG-29 e di un Sukhoi 30 fatti in Russia. Comunque sia andata, l’escalation del conflitto tra India e Pakistan offre al mondo un primo vero confronto tra l’euro-tecnologia e sino-tecnologia, i cui titoli sono già in forte rialzo: da quando è noto l’esito del duello aereo le azioni della Avic Chengdu, azienda che costruisce i J-10 -17, sono salite del 40%. Pechino negli ultimi cinque anni ha fornito l’81% delle armi importate dal Pakistan, almeno secondo i dati dello Stockholm International Peace research institute (Sipri), quindi questi scontri rappresentino l’occasione perfetta per validare l’export militare cinese e per preoccupare l’Ucraina, perché tra Pechino e Mosca esiste un ampio travaso di tecnologie. Il caccia J-10C è l’ultima versione del multiruolo entrato in servizio nella Repubblica popolare all’inizio degli anni 2000. Dotato di sistemi d’arma e avionica migliorati, è classificato di «generazione 4.5» come il Rafale ma pare essere un gradino sotto i jet di quinta generazione come l’F-35. La Cina ha però consegnato il primo lotto del J-10 al Pakistan nel 2022, quindi i piloti hanno avuto il tempo di addestrarsi. L’Aeronautica militare pakistana gestisce anche una flotta più numerosa, quella degli F-16 di fabbricazione americana, ma tali jet hanno una configurazione di 20 anni, obsoleta ma ottima per fare esercitazioni. Se i J-10 e -17 sono più avanzati, i loro radar «vedono» più lontano degli avversari, possono quindi mirare in anticipo e sparare quando i nemici li stanno ancora cercando. Non è noto quali informazioni l’India avesse sul missile Pl-15, ma fonti orientali riferiscono che la gittata sarebbe di 300 km, superiore a quanto finora ritenuto, mentre l’europeo Meteor del Rafale arriva a 210. I social media pakistani esaltano le prestazioni del missile cinese contro l’europeo Meteor prodotto da Mbda, ma anche se non vi è stata alcuna conferma dell’uso di queste armi il Pl-15 rappresenta un grosso problema, poiché da anni le aziende occidentali sono ansiose di conoscerne i dettagli e accertarne le prestazioni. Anche gli Usa osservano con estremo interesse, non fosse altro perché stanno sviluppando lo Aim-260, missile tattico avanzato di Lockheed Martin. E ogni aereo e missile valgono milioni di dollari.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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