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2022-03-30
Armi, da Draghi ultimatum a Conte: «O si rispettano gli impegni o a casa»
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».
I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.
Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».
Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».
Il superflop del candidato Giuseppi
Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì».
La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi.
Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%.
Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti».
Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
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Il governo non intende mettere in discussione la decisione sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Imprevedibili gli sviluppi della rottura. E il premier, infuriato per il voltafaccia grillino, va da Sergio Mattarella.Il leader del M5s esce con il ciuffo ammaccato dalla ripetizione del voto tra gli iscritti. Era l’unico in corsa, ha raccolto il 94% dei favori, ma meno partecipanti e preferenze.Lo speciale contiene due articoli.La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-draghi-ultimatum-conte-2657060544.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-superflop-del-candidato-giuseppi" data-post-id="2657060544" data-published-at="1648589966" data-use-pagination="False"> Il superflop del candidato Giuseppi Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì». La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi. Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%. Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti». Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
Ansa
Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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