- Il governo non intende mettere in discussione la decisione sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Imprevedibili gli sviluppi della rottura. E il premier, infuriato per il voltafaccia grillino, va da Sergio Mattarella.
- Il leader del M5s esce con il ciuffo ammaccato dalla ripetizione del voto tra gli iscritti. Era l’unico in corsa, ha raccolto il 94% dei favori, ma meno partecipanti e preferenze.
Lo speciale contiene due articoli.
La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».
I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.
Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».
Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».
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