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2022-03-30
Armi, da Draghi ultimatum a Conte: «O si rispettano gli impegni o a casa»
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».
I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.
Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».
Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».
Il superflop del candidato Giuseppi
Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì».
La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi.
Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%.
Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti».
Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
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Il governo non intende mettere in discussione la decisione sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Imprevedibili gli sviluppi della rottura. E il premier, infuriato per il voltafaccia grillino, va da Sergio Mattarella.Il leader del M5s esce con il ciuffo ammaccato dalla ripetizione del voto tra gli iscritti. Era l’unico in corsa, ha raccolto il 94% dei favori, ma meno partecipanti e preferenze.Lo speciale contiene due articoli.La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-draghi-ultimatum-conte-2657060544.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-superflop-del-candidato-giuseppi" data-post-id="2657060544" data-published-at="1648589966" data-use-pagination="False"> Il superflop del candidato Giuseppi Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì». La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi. Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%. Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti». Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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