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2022-03-30
Armi, da Draghi ultimatum a Conte: «O si rispettano gli impegni o a casa»
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».
I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.
Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».
Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».
Il superflop del candidato Giuseppi
Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì».
La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi.
Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%.
Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti».
Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
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Il governo non intende mettere in discussione la decisione sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Imprevedibili gli sviluppi della rottura. E il premier, infuriato per il voltafaccia grillino, va da Sergio Mattarella.Il leader del M5s esce con il ciuffo ammaccato dalla ripetizione del voto tra gli iscritti. Era l’unico in corsa, ha raccolto il 94% dei favori, ma meno partecipanti e preferenze.Lo speciale contiene due articoli.La crisi di governo diventa una prospettiva concreta dopo l’incontro di ieri tra il premier Mario Draghi e il leader del M5s, Giuseppe Conte. Al termine di un’ora e mezza di colloquio, Draghi è talmente infuriato per il voltafaccia di Conte sull’aumento delle spese militari al 2% che decide di recarsi dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, per riferire del contenuto del colloquio con Giuseppi. Inevitabile per il premier informare il presidente della Repubblica che la principale forza di maggioranza in parlamento, il M5s, ha confermato il cambio di rotta e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Facile immaginare la preoccupazione di Mattarella per la instabilità della maggioranza in una fase così delicata. L’irritazione di Draghi per la tigna con la quale Conte sta mantenendo la posizione propagandistica del «no» all’aumento al 2% delle spese militari, dopo che appena due settimane fa il M5s aveva votato a favore dell’ordine del giorno che prevedeva l’aumento stesso, è inevitabile. A quanto filtra da Palazzo Chigi, Draghi avrebbe fatto presente a Conte che «il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil. Non possono essere messi in discussione gli impegni assunti, in un momento così delicato alle porte dell’Europa. Se ciò avvenisse», avrebbe aggiunto Draghi, «verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza». Parole dure come pietre, che segnalano che la pazienza del presidente del Consiglio è finita. «I piani concordati», avrebbe sottolineato Draghi a Conte, «e seguiti dai vari governi che si sono succeduti, prevedono entro il 2024 un continuo progressivo aumento degli investimenti. Il bilancio della difesa nel 2018 era sostanzialmente uguale al 2008. Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, nel 2021 24,6 miliardi con un aumento del 17 per cento: questi sono i dati del ministero della Difesa nei governi Conte. Tra il 2021 e il 2022 il bilancio della Difesa sale invece a 26 miliardi: un aumento del 5,6 per cento».I dati spiattellati in faccia a Conte da parte di Draghi sono un altro indice del fatto che la temperatura tra il premier e il suo predecessore è incandescente. Gli sviluppi di questa clamorosa rottura sono imprevedibili: Conte potrebbe approfittarne per sfilarsi dalla maggioranza, o farsi sbattere all’opposizione, lucrando poi elettoralmente sulla crisi, urlando ai suoi elettori di aver tenuto fermo il punto del «no» all’aumento delle spese militari senza badare alle poltrone ministeriali (che tra l’altro sono occupare per lo più da esponenti del M5s non a lui fedeli). Un’altra ipotesi che circola è quella di una spaccatura definitiva del M5s, con Luigi Di Maio che resta in maggioranza con i parlamentari a lui vicini. Da non escludere che Conte, di fronte alla durezza di Draghi, faccia un passo indietro. A Mattarella, Draghi potrebbe aver ventilato la necessità di un rimpasto di governo, per sostituire i ministri pentastellati. Dal Quirinale, si limitano a confermare che Draghi ha informato il presidente della Repubblica sui temi legati alle spese militari e sulle posizioni all’interno della maggioranza riguardo a queste decisioni. La situazione dunque precipita: secondo fonti del Nazareno, il segretario del Pd, Enrico Letta, segue con preoccupazione lo scontro tra il premier Draghi e il leader M5s Conte. Già ieri pomeriggio, mentre Conte tentava di spiegare a Draghi i motivi del voltafaccia dei pentastellati, in Commissione congiunta Esteri e Difesa del Senato, mentre si discuteva del dl Ucraina, era già andata in scena la bagarre più totale.Il governo, infatti, ha accolto l’ordine del giorno presentato da Fratelli d’Italia che riprende esattamente quello approvato alla Camera, con il «sì» del M5s, prima della conversione di Conte sulla via del pacifismo, che prevede l’aumento al 2% delle spese militari entro il 2024. Il partito di Giorgia Meloni non ha chiesto di mettere l’odg in votazione «perché per noi», ha spiegato la senatrice di Fdi Isabella Rauti all’Adnkronos, «l’obiettivo è stato raggiunto». Ma c’è dell’altro: «Il nostro odg», ha spiegato il capogruppo di Fdi al Senato, Luca Ciriani, «che peraltro ricalca sia quello approvato alla Camera che le parole di Draghi, ora che è stato accolto dal governo fa parte integrante del testo, e quindi vedremo cosa farà il M5s in aula sulla inevitabile fiducia, viste le divisioni nella maggioranza». Alla Verità, Ciriani ha sottolineato anche che «non venti anni fa, ma pochi giorni fa, alla Camera, il M5s ha votato a favore di un identico ordine del giorno. Ricordiamo che quando Conte è stato presidente del Consiglio ha rispettato sempre gli impegni con la Nato. È difficile», ha aggiunto Ciriani, «spiegare che quello che valeva allora oggi non vale più».Già domani il dl Ucraina dovrebbe approdare in aula al Senato. Conte, al termine del colloquio con Draghi, ha commentato così la situazione: «In commissione», ha detto Conte, «c’era un ordine del giorno per il 2%, ma non c’è stato il voto, che il M5s chiedeva. Abbiamo discusso di questo con Draghi, e ci sono valutazioni diverse. Io ho rappresentato la posizione del M5s in modo molto franco. Gli italiani adesso hanno altre priorità. Nel Def ragionevolmente non ci sarà scritto qualcosa del genere», ha aggiunto Conte, «ma questo non toglie che è una prospettiva che dobbiamo affrontare. Il problema può essere procrastinato ma dobbiamo affrontarlo dal punto di vista politico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-draghi-ultimatum-conte-2657060544.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-superflop-del-candidato-giuseppi" data-post-id="2657060544" data-published-at="1648589966" data-use-pagination="False"> Il superflop del candidato Giuseppi Non è semplice essere (ri)eletti alla guida del M5s con il 94% dei voti eppure uscire politicamente e numericamente sconfitti dalla consultazione: Giuseppe Conte, però, ci è riuscito, e del resto l’ex premier e il suo guru della comunicazione Rocco Casalino hanno dimostrato in passato di essere capaci di qualunque impresa. La votazione online tra gli iscritti che si è svolta domenica e lunedì scorso, infatti, si è conclusa con la convalida della elezione di Conte alla guida del M5s, con il 94% di «sì». La convalida si è resa necessaria dopo che il Tribunale di Napoli, lo scorso 7 febbraio, ha sospeso in via cautelare le due delibere votate online rispettivamente il 3 e il 6 agosto 2021, che portarono alla modifica dello statuto e alla elezione di Conte a leader dei pentastellati, accogliendo il ricorso di alcuni attivisti. L’8 marzo, inoltre, il Tribunale di Napoli ha rigettato l’istanza avanzata dal Movimento 5 stelle per la revoca dell’ordinanza di sospensione dello Statuto e della nomina di Conte. Giuseppi è andato avanti per la sua strada, riconvocando gli iscritti, e già si annunciano nuovi ricorsi. Al di là della querelle legale, in ogni caso, veniamo ai numeri: alla votazione del 6 agosto 2021, avevano partecipato al voto 67.064 iscritti, mentre l’altro ieri i votanti sono stati 59.047. Anche le preferenze espresse a favore della leadership di Conte si sono ridotte: l’altro ieri sono state 55.618, a fronte di 62.242 nella precedente occasione. Conte, infine, ha ottenuto un numero di voti inferiore al 50% del totale degli aventi diritto, che sono 130.570. Dunque, è fallito miseramente il tentativo di alzare l’attenzione degli iscritti utilizzando in maniera propagandistica il «no» all’aumento delle spese militari al 2%. Un Conte dimezzato quello che finge compiacimento per il risultato: «C’è molta soddisfazione per questa votazione», commenta Giuseppi, «perché si trattava di ripetere una votazione che c’era già stata. Per quanto riguarda il numero complessivo dei votanti, il record c’è stato con 70.000 votanti per la decisione se partecipare o meno al governo Draghi. L’altro ieri abbiamo raggiunto i quasi 60.000 iscritti», aggiunge, «e per una ripetizione di voto direi che si tratta di un fatto significativo visto che in genere le nostre votazioni oscillano sui 30.000 votanti». Conte in sostanza esce col ciuffo assai ammaccato da questa votazione: aveva detto che non si sarebbe accontentato di un 50,1% dei voti e che in caso di un risultato deludente avrebbe lasciato il partito, e come abbiamo dimostrato numeri alla mano al 50,1% dei consensi rispetto agli iscritti non si è nemmeno avvicinato, ma la coerenza non fa parte del bagaglio politico del duo Conte-Casalino. Intanto, i big del M5s, ai quali è ben chiara la disfatta in termini numerico di Giuseppi, rilasciano dichiarazioni di circostanza: «Con la nuova elezione di Giuseppe Conte come presidente M5s», commenta il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, «il M5s fa un altro passo deciso in avanti. Complimenti anche a Laura Bottici, eletta componente del Comitato di garanzia, e a Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia, eletti componenti del Collegio dei probiviri. Rimaniamo concentrati sulla guerra in Ucraina e i suoi effetti drammatici. L’Italia», aggiunge Di Maio, «lavora costantemente per mettere fine alle ostilità e tutelare gli italiani dalle conseguenze di questa atroce guerra». «L’elezione di Conte», sottolinea il presidente della Camera, Roberto Fico, «è una bella notizia rispetto alle questioni interne del movimento, poi politicamente si può parlare di tutto».
Teatro San Samuele
Il Gazzettino, riportando la notizia, si pone una domanda: «Effetti del politicamente corretto o effetti dell’Intelligenza artificiale? Difficile dirlo… Nell’opera originale si vede un uomo, alla destra dell’imponente edificio, affiancato da un “moretto” che gli offre qualcosa, forse del cibo, posto sopra un vassoio. Questi servitori africani andavano particolarmente di moda nelle dimore nobiliari settecentesche e, di conseguenza, figuravano anche nelle rappresentazioni artistiche. Nel filmato però qualcosa è cambiato: non c’è più alcun vassoio e soprattutto il gentiluomo ritratto viene affiancato da un ragazzino non più di colore ma di carnagione bianca… Questo ragazzino “sbiancato” non è più neanche in posizione da servitore». Insomma, un vero e proprio rifacimento del dipinto, almeno in questa parte.
Ma il dipinto del Bellotto non doveva servire, nel filmato su Casanova, a ricostruire l’ambientazione storica nella quale visse il libertino lagunare? Oppure chi ha fatto questo filmato pensava di fare come quegli chef stellati che fanno le rivisitazioni dei piatti arrivando fino a proporti una bistecca chianina con un uovo sopra? Vorremmo far osservare che non si tratta esattamente della stessa cosa perché lo chef, anche un po’ a cacchio, può fare quello che vuole e se poi trova uno di tal cattivo gusto da mangiare una bistecca chinina con un uovo fritto sopra sono problemi legati al gusto e all’intestino di chi la mangia.
Nel caso del celebre dipinto del Bellotto non si tratta di una rivisitazione, ma di un marchiano errore di tipo storico che si fa beffa della storia, ivi rappresentata, e ne propone una deformazione. Anche Andy Warhol proponeva della «rivisitazioni» ma era Andy Warhol. Qui di Andy Warhol non c’è neanche un’unghia del mignolo della mano sinistra. Qui siamo in presenza delle famose furbate fatte non dai furbi ma dal suo contrario, che andrebbero definiti con termini irripetibili. Il furbo, come ci dice il dizionario, è «chi è dotato di un’intelligenza pratica che gli consente di volgere con scaltrezza ogni situazione a proprio vantaggio». Capite bene che qui non è un furbo quello che ha fatto questa cosa, ma qualcuno che vuole falsificare la storia. Se voleva ricostruire l’ambiente del Settecento nel quale era vissuto Giacomo Casanova, cittadino della Repubblica di Venezia e noto come avventuriero, seduttore e libertino dai tratti raffinati, ebbene, nel Settecento quel quadro rappresentava la realtà storica, non inventata dal Bellotto. E nei confronti della realtà storica, quando serve ad ambientare, quindi a far capire l’ambiente e la cultura nella quale è vissuto un personaggio, ebbene, quella storia è una, è indelebile, è quella cosa lì e non un’altra. Se poi uno vuol giocare con le opere del Bellotto lo faccia, ma non ci venga a dire, come ha fatto in un comunicato la Fondazione Cini di fronte alle critiche sollevate degli studiosi del celebre pittore veneto anch’esso vissuto nel Settecento e nato a Venezia, esattamente come il viveur Casanova, che la colpa sia ascrivibile alla scelta della Intelligenza artificiale perché questa è una perculata, anche perché ciò che fa l’Intelligenza artificiale può essere corretto, rivisto, modificato e, in questo caso specifico, riportato al dato storico. Leggete la supercazzola che hanno messo per iscritto questi signori: «L’Intelligenza artificiale viene utilizzata in modo sperimentale accogliendo l’imprevisto come elemento necessario, esaltando la manipolazione dell’immagine come mezzo o, meglio, come stile espressivo… La frammentazione, la distorsione e la ricomposizione digitale diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». E come avrebbe sostenuto il conte Mascetti il tutto avviene «come fosse Antani».
Ma cosa vuol dire che l’Intelligenza artificiale accoglie «l’imprevisto come elemento necessario»? Cioè è necessario deformare l’opera del Bellotto che rappresenta una realtà storica? Ma siamo diventati tutti matti? Necessario, notoriamente, è ciò che viene contrapposto al possibile. Leibniz sosteneva che le verità necessarie non sono negabili perché la negazione è falsa e assurda. Cosa c’è di necessario e assoluto che l’Intelligenza artificiale possa elaborare stravolgendo l’opera di un grandissimo pittore come il Bellotto, detto anche Canaletto?
Questi signori della Fondazione ci dicono inoltre che tutta questa distorsione e ricomposizione digitale «diventano parte di un processo artistico che trasforma il documento». Ma qui il documento è un documento storico che non va trasformato. Tra l’altro, per un periodo della sua vita, la pittura del Bellotto virò verso una forma di verismo descrittivo e, come dovrebbe essere noto anche a questi personaggi che hanno fatto questo disastro, nel verismo la realtà viene riportata quasi come in una fotografia, con la stessa fedeltà. Questo vale per i paesaggi dipinti dal Bellotto, ma vale anche per questo quadro nel quale il «negretto» riporta un’usanza del Settecento. Allora sorge un dubbio: vogliamo usare l’Intelligenza artificiale per coprire il politicamente corretto che ci impone di cancellare il colore del viso del servitore, e anche la postura, perché esso non diventi più il servitore nero ma una sorta di conoscente del signorotto e non un paggio africano come consuetudine del tempo? Siamo arrivati a questo livello di follia? A Venezia, luogo di nascita sia del Casanova che del Bellotto, si è scelto di stravolgere la realtà per non offendere chi? Qualche decerebrato? Qualcuno che non sa nulla sul Settecento? Qualcuno che è ignorante come una capra (di sgarbiana memoria) e che va comunque compiaciuto eliminando il colore del viso di un soggetto di una splendida opera del Canaletto?
La storia culturale rappresenta uno dei filoni più importanti della ricerca storica inquanto pone una particolare attenzione alle pratiche, alla cultura materiale e alle usanze dei popoli (è quella che i tedeschi chiamano Kulturgeschichte). Cambiando il colore del viso di questo soggetto africano si è tolto dal quadro un elemento fondamentale per la ricostruzione dell’ambiente storico in cui visse Casanova. Bella operazione, complimenti vivissimi.
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Leonardo Maria Del Vecchio (Ansa)
Di più si capirà nelle prossime settimane. Nella cronaca pubblicata da Repubblica, che ha dato la notizia, viene sottolineato non solo il presunto allontanamento dal luogo dell’incidente ma anche l’omissione di soccorso. Una circostanza, quest’ultima, che viene smentita dal racconto dell’intervento dei sanitari del 118 e della presa in carico della persona ferita, arrivata al pronto soccorso in codice verde, senza che venga chiarito in quale momento la persona coinvolta avrebbe lasciato la scena, rendendo la sequenza dei fatti ancora poco chiara.
L’incidente, sul quale al momento l’imprenditore non ha rilasciato dichiarazioni, si è verificato intorno alle 12.49 del 16 novembre. La Ferrari intestata a Del Vecchio junior stava percorrendo la tangenziale in direzione Sud, in un tratto caratterizzato da traffico intenso. Durante una manovra di sorpasso, il veicolo avrebbe urtato il posteriore di una Bmw 530, innescando una carambola che ha portato entrambe le vetture a colpire più volte il guardrail prima di arrestarsi sulla corsia di emergenza. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118. La conducente della Bmw, una donna di 58 anni, è stata trasportata in ospedale in codice verde, con lesioni giudicate lievi. I soccorritori hanno riferito che a bordo dell’autovettura si trovavano due uomini, entrambi in condizioni tali da non richiedere il ricovero.
Quando, circa mezz’ora dopo l’impatto, è arrivata una pattuglia della Polizia stradale, alla guida della Ferrari è stato identificato un uomo di 53 anni, Daniele O., già dipendente del gruppo Luxottica con incarichi di asset protection e attività legate alla sicurezza. L’uomo non risultava intestatario del veicolo e, secondo quanto verbalizzato dagli agenti, ha mostrato inizialmente difficoltà nel mettere in moto l’auto e nel trovare la documentazione di bordo, premendo il pulsante di accensione senza riuscire ad avviare il motore e azionando, invece, i tergicristalli.
Agli agenti della Polstrada Daniele O. ha dichiarato di essere stato lui alla guida della macchina al momento dell’incidente. Ha riferito di conoscere Del Vecchio junior e di trovarsi con lui per motivi personali. In un primo momento, ha spiegato che l’altro uomo presente si sarebbe allontanato dal luogo del sinistro per problemi familiari. La versione fornita è stata, tuttavia, messa in discussione dagli accertamenti successivi. Le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti lungo il tracciato e i rilievi effettuati dagli investigatori avrebbero documentato che Daniele O. sarebbe arrivato sul posto solo alcuni minuti dopo l’incidente, parcheggiando la propria auto a circa cento metri di distanza. Le stesse immagini mostrerebbero una fase successiva in cui le persone inizialmente presenti a bordo del veicolo scendono e si allontanano, lasciando l’ex addetto alla sicurezza alla guida dell’auto di lusso.
In base a questi elementi, gli investigatori ipotizzano i reati di sostituzione di persona in concorso e quello di omissione di soccorso, contestando l’allontanamento dal luogo dell’incidente prima dell’identificazione da parte delle forze dell’ordine ma, comunque, non prima dell’arrivo dell’ambulanza sul luogo del sinistro. Tanto è vero che un infermiere avrebbe dichiarato di aver visto un uomo con barba e capelli lunghi all’interno del veicolo e sarebbe stato proprio lui a indirizzare i soccorritori verso la donna ferita.
La ricostruzione dei fatti e le responsabilità restano affidate agli accertamenti. Saranno gli investigatori a fare piena luce sulla dinamica dell’incidente stradale e sull’eventuale sussistenza di profili di responsabilità. Leonardo Maria Del Vecchio ha manifestato la propria totale disponibilità a collaborare con gli investigatori, al fine di chiarire ogni aspetto della vicenda con la massima trasparenza.
Negli ultimi mesi, Del Vecchio è stato al centro dell’attenzione soprattutto per le operazioni avviate nel settore dell’editoria. L’imprenditore ha fatto un’offerta vincolante, accettata da Editoriale Nazionale, per il gruppo QN, che comprende Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino ed è entrato nel capitale del Giornale con una quota pari al 30%. Nello stesso periodo sono circolate indiscrezioni su un possibile interesse anche per il gruppo Gedi, di cui fa parte la testata la Repubblica; un’ipotesi che non avrebbe avuto seguito, con l’azionista John Elkann orientato a trattare la cessione con il gruppo greco di Theodore Kyriaku.
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Giovanni Franzoni festeggia sul podio dopo la discesa libera maschile della Coppa del Mondo di sci alpino a Kitzbuehel (Ansa)
Un risultato che allo sci azzurro mancava dal 2019, quando toccò a Dominik Paris tagliare il traguardo con il miglior tempo. La vittoria di Franzoni assume dunque un valore simbolico enorme, oltre a far risuonare l’inno di Mameli sul gradino più alto a Kitzbühel dopo sette anni, spalanca allo sciatore bresciano le porte del club ristrettissimo degli italiani che si sono imposti sulla Streif: da Kristian Ghedina nel 1998 a Peter Fill nel 2016; oltre a Paris che vinse anche nel 2013 e nel 2017.
Per Franzoni, si tratta della prima vittoria in discesa e della seconda in carriera in Coppa del Mondo, dopo il successo nel superG di Wengen di pochi giorni fa. La Streif, con i suoi 3.312 metri di adrenalina pura, ha visto il bresciano partire con il pettorale numero due e dominare in lungo e in largo, soprattutto nel tratto finale, dove la sua linea perfetta al Lärchenschuss e la precisione sull’Hausbergkante hanno fatto la differenza. Al traguardo, il crono di 1’52’’31 gli ha permesso di avere la meglio sullo svizzero Marco Odermatt, grande favorito della vigilia, che ha chiuso a soli 7 centesimi. Il podio è stato completato dal francese Maxence Muzaton (+0,39), partito con il pettorale 29 e capace di sorprendere tutti. A fine gara Franzoni non è riuscito a nascondere l’emozione complice anche la dedica speciale nei confronti di Matteo Franzoso, amico e compagno di squadra scomparso lo scorso settembre in Cile in seguito a una caduta in allenamento: «È un sogno, sto tremando dall’emozione. Prima della stradina forse ho fatto qualche sbavatura, ma da lì in poi ho sciato da paura. In partenza avevo in mente Matteo, con cui l’anno scorso condividevo la camera». Nella giornata che resterà nella memoria di tutto lo sci azzurro, oltre al capolavoro firmato da Franzoni, l’Italia ha offerto una prova di squadra eccellente con Florian Schieder che ha chiuso quarto, Dominik Paris settimo e Mattia Casse undicesimo. La classifica di discesa vede ora Odermatt consolidare il comando con 460 punti, seguito dal connazionale Franjo Von Allmen (295). Tra gli azzurri, Franzoni e Paris condividono il terzo posto a 216 punti, mentre Schieder è quinto con 190. Non solo uomini, però. In Repubblica Ceca, a Špindleruv Mlyn, è andato in scena lo slalom gigante femminile, senza le azzurre Federica Brignone e Sofia Goggia, impegnate nella preparazione delle gare veloci. A vincere è stata la svedese Sara Hector davanti alle statunitensi Paula Moltzan e Mikaela Shiffrin. La migliore delle italiane è stata Lara Della Mea che ha chiuso la gara in settima posizione.
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