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2024-08-26
Armi, cocaina e sermoni. L’ascesa globale dei narcos pentecostali
Ansa
Che le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.
Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali».
Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio.
Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale».
Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.
«La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore»
Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito?
«Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo».
La ‘ndrangheta è coinvolta?
«La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati»,
Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali?
«Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento».
Quanto vale il business della cocaina in Brasile?
«Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
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In Brasile, dove il cristianesimo evangelico si diffonde tra persone a basso reddito in cerca di riscatto, sempre più chiese vengono controllate dai trafficanti di droga E grazie ai confratelli la rete si espande nel mondo, dalla Nigeria alla stessa Italia.L’esperta Maria Zuppello: «Nel Paese di Lula le bande criminali sono più forti che mai e l’export raggiunge nazioni anche molto lontane. Il business della polvere bianca vale miliardi, che poi sono investiti nel calcio o nella politica»Lo speciale contiene due articoliChe le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali». Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio. Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale». Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-cocaina-e-sermoni-lascesa-globale-dei-narcos-pentecostali-2669039674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-religione-da-piu-autorita-ai-boss-il-piu-famoso-e-diventato-un-pastore" data-post-id="2669039674" data-published-at="1724576446" data-use-pagination="False"> «La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore» Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito? «Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo». La ‘ndrangheta è coinvolta? «La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati», Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali? «Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento». Quanto vale il business della cocaina in Brasile? «Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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