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2024-08-26
Armi, cocaina e sermoni. L’ascesa globale dei narcos pentecostali
Ansa
Che le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.
Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali».
Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio.
Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale».
Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.
«La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore»
Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito?
«Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo».
La ‘ndrangheta è coinvolta?
«La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati»,
Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali?
«Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento».
Quanto vale il business della cocaina in Brasile?
«Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
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In Brasile, dove il cristianesimo evangelico si diffonde tra persone a basso reddito in cerca di riscatto, sempre più chiese vengono controllate dai trafficanti di droga E grazie ai confratelli la rete si espande nel mondo, dalla Nigeria alla stessa Italia.L’esperta Maria Zuppello: «Nel Paese di Lula le bande criminali sono più forti che mai e l’export raggiunge nazioni anche molto lontane. Il business della polvere bianca vale miliardi, che poi sono investiti nel calcio o nella politica»Lo speciale contiene due articoliChe le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali». Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio. Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale». Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-cocaina-e-sermoni-lascesa-globale-dei-narcos-pentecostali-2669039674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-religione-da-piu-autorita-ai-boss-il-piu-famoso-e-diventato-un-pastore" data-post-id="2669039674" data-published-at="1724576446" data-use-pagination="False"> «La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore» Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito? «Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo». La ‘ndrangheta è coinvolta? «La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati», Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali? «Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento». Quanto vale il business della cocaina in Brasile? «Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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