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2024-08-26
Armi, cocaina e sermoni. L’ascesa globale dei narcos pentecostali
Ansa
Che le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.
Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali».
Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio.
Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale».
Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.
«La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore»
Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito?
«Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo».
La ‘ndrangheta è coinvolta?
«La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati»,
Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali?
«Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento».
Quanto vale il business della cocaina in Brasile?
«Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
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In Brasile, dove il cristianesimo evangelico si diffonde tra persone a basso reddito in cerca di riscatto, sempre più chiese vengono controllate dai trafficanti di droga E grazie ai confratelli la rete si espande nel mondo, dalla Nigeria alla stessa Italia.L’esperta Maria Zuppello: «Nel Paese di Lula le bande criminali sono più forti che mai e l’export raggiunge nazioni anche molto lontane. Il business della polvere bianca vale miliardi, che poi sono investiti nel calcio o nella politica»Lo speciale contiene due articoliChe le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali». Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio. Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale». Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-cocaina-e-sermoni-lascesa-globale-dei-narcos-pentecostali-2669039674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-religione-da-piu-autorita-ai-boss-il-piu-famoso-e-diventato-un-pastore" data-post-id="2669039674" data-published-at="1724576446" data-use-pagination="False"> «La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore» Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito? «Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo». La ‘ndrangheta è coinvolta? «La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati», Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali? «Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento». Quanto vale il business della cocaina in Brasile? «Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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(IStock)
Follia pura. Nessuna logica economica. Sprezzo della realtà. Menefreghismo totale nei confronti delle conseguenze di queste misure. Poiché gas, benzina e gasolio sono aumentati un secondo dopo l’attacco all’Iran, da parte di Israele e degli Stati Uniti, dovrebbe risultare chiaro ed evidente anche a un cretino che gli aumenti sono stati compiuti da compagnie che hanno speculato: non ne hanno aumentato il prezzo perché lo hanno pagato di più, ma perché hanno rubato soldi ai consumatori vendendo gas, benzina e gasolio che avevano già e che non avevano pagato a prezzi alti perché la Guerra non c’era ancora.
Chiaro? Cosa avrebbe dovuto fare l’Europa? Avviare tempestivamente, cioè il giorno dopo gli aumenti ingiustificati, un’azione del Commissario della concorrenza per impedire intese tra compagnie petrolifere per alzare il prezzo e speculare su famiglie imprese. Avrebbe dovuto poi, una volta riportato il gas al suo valore naturale di mercato, invitare tutti gli Stati membri a stoccare il più possibile in modo da prevenire, nel caso di prolungamento della guerra, l’aumento del prezzo e quindi dell’inflazione. Poiché sono degli imbelli, cioè degli inermi e privi di alcun coraggio, non hanno agito nei tempi giusti facendo le cose giuste, ma nei tempi sbagliati facendo le cose sbagliate.
Essendoci di mezzo il gas, evidentemente non hanno usato il cervello che avrebbe prodotto un ragionamento, un flatus vocis, ma hanno usato quella parte del corpo che produce appunto il gas e non si esprime attraverso la bocca col ragionamento, ma produce esclusivamente un «flatus culi». Lo stoccaggio, cioè l’immagazzinamento, la conservazione e il deposito del gas era stato considerato dalla Ue un buono strumento di prevenzione dell’aumento dei costi e lo aveva esortato fino al 90% delle possibilità. Non si capisce perché ora indichi nell’80% il limite massimo. Ma che cacchio di ragionamento hanno fatto? Per fare i conti leggono la mano dei benzinai? Fanno le carte agli autotrasportatori? Fanno delle sedute spiritiche? No, perché non c’è in natura altra spiegazione, almeno di stampo economico. L’Ansa ci informa che «in una lettera visionata dal Financial Times, il commissario per l’energia Dan Jorgensen ha istruito i ministri dell’energia dell’Ue a non affrettarsi a reintegrare le riserve di gas dei loro Paesi e a usare la “flessibilità” per ridurre la domanda da parte di famiglie e industrie in un momento in cui l’offerta è tesa». Nella missiva la percentuale di stoccaggio consigliata come obiettivo è pari all’80%, il 10% in meno rispetto al target finora indicato. Ma se al posto di Jorgensen avessero messo Dan Peterson, certamente avrebbe fatto cose più ragionevoli.
Quel genio che porta indegnamente il nome di Peterson ha poi esortato a consumare di meno. A parte che le temperature si stanno alzando e quindi il consumo di gas e gasolio diminuiranno automaticamente, ma questo è già un ragionamento eccessivo per le menti gassose. Chi dovrebbe diminuire l’uso di gas? Le imprese? Così produrrebbero di meno e si creerebbe ulteriori disoccupazione? Le famiglie? Caro Dan, le famiglie ci pensano da sole a ridurre l’uso di gas, di benzina e di gasolio, purtroppo. Lei dovrebbe pensare a come non farglielo ridurre, non invitarli a ridurlo, famiglie o imprese che siano. Ma possibile mai che in queste poche esortazioni riportate dal Financial Times non ne abbia azzeccata una. Ma sa che lei non passerebbe neanche l’esame di microeconomia che di solito si affronta il primo anno di università, dove spiegano il formarsi dei prezzi e le regole della concorrenza? In uno studio condotto dai ricercatori del I-Aer si legge che «l’analisi, condotta su 457 piccole e medie imprese italiane, evidenzia un segnale molto chiaro: il 58% delle aziende ha deciso di congelare temporaneamente gli investimenti previsti per il 2026, mentre il 46% sta valutando di rinviare nuove assunzioni per preservare liquidità e margini in uno scenario di forte volatilità energetica». Ma lei in un’impresa, per capire come funziona, c’è mai stato? E come funziona l’economia di una famiglia lo sa o no? Perché delle due l’una: o glielo hanno spiegato e non ci ha capito una mazza, o vive talmente fuori dalla realtà che proprio la ignora. Le due ipotesi non sono incompatibili nello stesso soggetto. E questo è il caso del nostro commissario europeo per l’Energia.
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Da quando è esploso il conflitto con l’Iran, i titoli di Stato italiani hanno ripreso a muoversi come ai vecchi tempi. Nervosi, suscettibili, pronti a diventare, ancora una volta, l’anello debole dell’eurozona. I rendimenti sono saliti di scatto superando la soglia del 3,9%. Se il picco si consolida il Tesoro dovrà pagare 3,5 miliardi di interessi in più. In un mese, da quando è cominciata la guerra, c’è stata una impennata dei rendimenti del 20,9%. Un indice di paura che non ha eguali fra le grandi economie avanzate, come dimostra la tabella accanto. Lo spread è tornato a farsi notare: 92 punti base. Nulla di drammatico ancora. Ma abbastanza per far drizzare le antenne a chi, negli ultimi anni, si era abituato a considerarlo un rifugio sicuro e ben remunerato. Il punto, però, è che questa volta non è colpa dell’Italia. O almeno non direttamente. Non ci sono manovre sballate, né conti pubblici fuori controllo. Il problema è più sottile e proprio per questo più insidioso: si chiama «carry trade». Un nome elegante per una strategia molto semplice e diffusa.
Funziona così: si prende in prestito denaro a tassi contenuti, e lo si investe in titoli che rendono di più. Come i Btp. Il guadagno è nello spread, nella differenza di rendimento. Finché il mare è calmo, è una macchina da soldi perfetta. Ma appena arriva la tempesta, tutti corrono al salvagente. Esattamente quello che sta succedendo adesso. Spiegano gli strateghi di Natixis che «l’allargamento sembra essere dovuto principalmente alla continua liquidazione delle posizioni di carry trade e all’elevata volatilità, piuttosto che a un deterioramento dei fondamentali». In altre parole, non è l’Italia che va male, sono gli investitori che stanno smontando in fretta e furia le loro scommesse.
Laura Cooper di Nuveen mette il dito nella piaga vera: l’Italia paga la sua maggiore dipendenza energetica. «Il mercato sembra sempre più attento ai rischi derivanti da un’eccessiva concentrazione di posizioni lunghe in Italia, aggravati dalla forte dipendenza del Paese dal petrolio e dal gas». Se il conflitto dovesse durare, il rischio è che crescita e conti pubblici tornino sotto pressione. A quel punto, la narrativa rassicurante degli ultimi anni potrebbe incrinarsi. Intendiamoci: siamo ancora lontani dalle zone rosse. Quattro anni fa lo spread viaggiava sopra i 250 punti. Oggi siamo sotto i 100. Ma i mercati non ragionano per livelli assoluti, bensì per direzione e velocità. E la direzione, in questo momento, non è delle migliori. Anche perché sullo sfondo si muove un altro gigante, molto meno disciplinato dell’Italia e molto meno osservato con sospetto: gli Stati Uniti. Qui i numeri non sono nervosi, sono semplicemente fuori scala. Il debito federale ha superato i 39.000 miliardi di dollari. In otto mesi è aumentato di 2.000 miliardi. Dal 2018 è quasi raddoppiato. E secondo le stime, continuerà a crescere di oltre 2.400 miliardi l’anno, fino a sfondare quota 64.000 miliardi nel 2036.
Il rapporto debito/Pil è al 124%. Un livello che, se appartenesse a un Paese europeo, scatenerebbe editoriali indignati, riunioni straordinarie e probabilmente qualche crisi di governo. Ma siccome si tratta di Washington, tutto scorre. O quasi. Perché ieri il presidente della Fed, Jerome Powell, non ha mancato, ancora una volta, di mettere sotto accusa le scelte di Trump. Lo ha fatto in maniera indiretta citando Paul Volker, mitico capo della Fed negli anni Ottanta che non ebbe paura di sfidare un inquilino della Casa Bianca del calibro di Ronald Reagan stringendo i tassi fino al soffocamento pur di fermare l’inflazione. Allora come oggi a innescarla era stato il petrolio. Perché la verità è che il mercato globale dei titoli di Stato è sempre più interconnesso. E quando il debito americano accelera in modo così vistoso, inevitabilmente influenza anche il resto del mondo. I rendimenti salgono, il costo del denaro cambia, e le strategie diventano improvvisamente molto più rischiose. In questo quadro, l’Italia si ritrova esposta due volte: per la sua struttura economica e per il suo ruolo nei portafogli degli investitori. È un asset che rende di più, e proprio per questo viene comprato e venduto più velocemente. È il solito gioco. Finché funziona, sembra semplice. Quando si inceppa, si scopre quanto fosse fragile. La sensazione, oggi, è che i titoli di Stato siano tornati in guerra. Non solo per effetto delle bombe in Medio Oriente, ma per le tensioni accumulate negli anni. L’Italia, ancora una volta, si ritrova nel posto meno comodo: quello dove i movimenti si vedono prima e si sentono di più.
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