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2024-08-26
Armi, cocaina e sermoni. L’ascesa globale dei narcos pentecostali
Ansa
Che le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.
Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali».
Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio.
Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale».
Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.
«La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore»
Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito?
«Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo».
La ‘ndrangheta è coinvolta?
«La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati»,
Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali?
«Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento».
Quanto vale il business della cocaina in Brasile?
«Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
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In Brasile, dove il cristianesimo evangelico si diffonde tra persone a basso reddito in cerca di riscatto, sempre più chiese vengono controllate dai trafficanti di droga E grazie ai confratelli la rete si espande nel mondo, dalla Nigeria alla stessa Italia.L’esperta Maria Zuppello: «Nel Paese di Lula le bande criminali sono più forti che mai e l’export raggiunge nazioni anche molto lontane. Il business della polvere bianca vale miliardi, che poi sono investiti nel calcio o nella politica»Lo speciale contiene due articoliChe le religioni vengano sfruttate fin dall’antichità per alimentare guerre e massacri non è certo una novità, così come non lo è l’uso che ne fanno i terroristi islamici, che usano sapientemente i loro testi sacri (peraltro pieni di messaggi di morte) per promuovere e giustificare le loro azioni. Vedi lo Stato Islamico e Hamas, solo per citare due esempi. Anche la criminalità organizzata usa simboli religiosi: ad esempio, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta, che durante le cerimonie di affiliazione dei nuovi adepti bruciano immagini sacre per ammantare il tutto di una supposta spiritualità. Stesse dinamiche avvengono nelle altre organizzazioni criminali, come quelle nigeriane, che mettono insieme religione, superstizioni e vodoo, al punto di intrappolare gli adepti in un contesto di terrore dal quale è praticamente impossibile uscire. Un fenomeno poco conosciuto è quello dei narco-evangelisti, che, emersi dalle Americhe, oggi sono presenti in Europa, Filippine, Nigeria e Sudafrica.Gli odierni narco-evangelisti condividono un filone di cristianesimo sempre più popolare: il pentecostalismo. È la religione in più rapida crescita al mondo, con circa 650 milioni di seguaci. Ramo del protestantesimo evangelico, negli ultimi decenni il pentecostalismo è diventato la fede dei poveri del mondo. In gran parte, ciò è dovuto alla sua particolare attenzione al ruolo dello Spirito Santo nella salute e nella ricchezza, ma c’è anche il notevole fascino della profonda autenticità della fede, radicata nelle culture locali. Gran parte di ciò è dovuto al fatto che ci sono poche strutture di autorità e supervisione pastorale. Non solo non c’è un papa pentecostale, ma tutto ciò di cui hai veramente bisogno per essere un predicatore sono dei seguaci. Andrew Chesnut, professore di studi religiosi alla Virginia Commonwealth University e uno dei primi a raccontare le sabbie mobili della religione in Brasile (dove il cattolicesimo era quasi monolitico solo 40 anni fa), afferma: «Tutto inizia in Brasile e oggi ha la più grande popolazione pentecostale del pianeta, e il narco-evangelicalismo è in realtà narco-pentecostalismo, visto che circa il 70% di tutti i protestanti in America Latina sono specificamente pentecostali». Quando il pentecostalismo emerse in Brasile verso la fine degli anni Settanta, l’idea che le chiese potessero essere infiltrate da reti di narcotrafficanti era inimmaginabile. Tuttavia, con il passare del tempo, tale scenario è diventato una conseguenza della dottrina più persuasiva del pentecostalismo: la teologia della prosperità, comunemente chiamata il vangelo della salute e della ricchezza. La teologia della prosperità in Brasile, che si affianca al calcio come mezzo per le aspirazioni dei lavoratori a basso reddito, ha permesso ai pastori e ai loro seguaci di essere coinvolti nel traffico di droga, nel traffico di esseri umani e persino nella prostituzione, pur considerandosi cristiani devoti e risoluti. Anche se andare in giro con un AK-47 in chiesa dopo essere stati in chiesa a pregare è a dir poco contraddittorio. Le chiese giocano spesso un ruolo cruciale nell’assistere le comunità della diaspora nell’adattamento alle loro nuove vite, diventando così terreno fertile per il reclutamento da parte delle reti di criminalità organizzata. Se il Brasile rappresenta un obiettivo primario per il pentecostalismo a livello globale, la Nigeria, con la sua immensa diaspora, è senza dubbio un altro punto rilevante. In Italia, dove sono sorte oltre 500 chiese pentecostali - facendola diventare la più grande comunità cristiana al di fuori del cattolicesimo - il traffico di esseri umani ha permeato le reti pentecostali. Nel 2022, l’Investigative Reporting Project Italy ha rivelato l’esistenza di un gruppo di «madames» che gestisce il traffico di giovani ragazze nigeriane come schiave sessuali, sottraendo i loro guadagni e offrendo loro posti di rilievo (del tutto falsi) nella loro patria in cambio delle loro ingenti donazioni alla Chiesa. Il progetto ha riportato che la corruzione si estende oltre la semplice infiltrazione di elementi malintenzionati. Una vittima ha ascoltato il proprio pastore esortare i fedeli a «onorare i propri debiti» durante un sermone, con una chiara implicazione rivolta a coloro tra il pubblico che vengono costretti alla prostituzione. Nel 2019, la polizia di Johannesburg (Sudafrica) ha chiuso dieci chiese coinvolte nel traffico di droga e di esseri umani. L’anno successivo, è stata arrestata un vescovo donna sospettata di traffico di droga dalla sua chiesa. Bhekimpi Mchunu, presidente del Church Leaders Council of South Africa, ha dichiarato: «L’uso delle chiese per tali attività sta diventando una vera e propria bomba a orologeria sociale». Per tornare al Brasile, lo scorso 10 luglio i media locali hanno riportato che Álvaro Malaquias Santa Rosa, noto boss della gang soprannominato Peixão (Grande Pesce), avrebbe ordinato la chiusura di tre luoghi di culto situati all’interno e nei dintorni delle favelas da lui controllate nel nord di Rio. Da quando Peixão - il cui soprannome deriva dal pesce, in greco ichthys, simbolo di Gesù - ha preso il controllo nel 2016 di cinque favelas che ora vengono chiamate Complexo de Israel, un riferimento alla credenza evangelica che il ritorno degli ebrei in Terra Santa segni l’inizio della seconda venuta di Cristo e dell’Armageddon. Sopra il complesso è stata eretta una stella di David al neon, visibile di notte da chilometri di distanza: un inequivocabile segno della potenza di Peixão e della sua fede. I tetti delle case in mattoni rossi delle favelas sono adornati con bandiere israeliane blu e bianche che segnano il territorio controllato dal gangster. Quando la polizia ha fatto irruzione in uno dei suoi rifugi nel 2021, ha scoperto una piscina decorata con un murale del Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme e la scritta: «Beata la nazione il cui Dio è il Signore». Già in passato, le bande di Peixão sono state accusate di saccheggiare templi afro-brasiliani e di vietare le celebrazioni afro-brasiliane nel Complexo de Israel, dove vivono oltre 100.000 persone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/armi-cocaina-e-sermoni-lascesa-globale-dei-narcos-pentecostali-2669039674.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-religione-da-piu-autorita-ai-boss-il-piu-famoso-e-diventato-un-pastore" data-post-id="2669039674" data-published-at="1724576446" data-use-pagination="False"> «La religione dà più autorità ai boss. Il più famoso è diventato un pastore» Maria Zuppello è una giornalista e saggista esperta di terrorismo e di criminalità internazionale. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni aveva promesso che avrebbe sconfitto i narcotrafficanti, ma questo non è avvenuto. Perché e qual è la situazione oggi? Quali sono i cartelli più forti e che tipo di alleanze hanno costruito? «Non solo i narcotrafficanti non sono stati sconfitti ma addirittura sono più forti che mai. Secondo il rapporto annuale di sicurezza pubblica, pubblicato lo scorso luglio, in 10 anni, dal 2013 al 2023 i sequestri di cocaina nel Paese del samba sono aumentati del 73%, in totale in questo decennio sono state sequestrate 730 tonnellate. Solo nel 2019 sono state confiscate 104,6 tonnellate. Si tratta tuttavia della punta dell’iceberg come dimostrano i sequestri nei porti di destinazione e le stime delle polizie europee. Inoltre il Brasile continua ad essere il il secondo più grande mercato di consumo di cocaina al mondo, secondo solo agli Stati Uniti. Il Paese è diventato “un importante centro logistico per la distribuzione di droga”, come ha confermato anche Renato Sérgio de Lima, presidente del Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, un’organizzazione che riunisce ricercatori, gestori pubblici, poliziotti e operatori del sistema giudiziario per discutere di sicurezza pubblica. Se i principali gruppi criminali rimangono il Primo comando della Capitale (Pcc) e il Comando Vermelho (Cv), nel Paese si sta assistendo alla nascita di nuovi gruppi e nuove alleanze dove le mafie straniere, come quella albanese, serba e la nostra ‘ndrangheta giocano un ruolo importantissimo». La ‘ndrangheta è coinvolta? «La ‘ndrangheta gioca un ruolo essenziale. Il porto di Santos, nello stato di San Paolo, continua ad essere uno snodo importante per il traffico di cocaina verso l’Europa, grazie anche alla presenza sempre più forte della ‘ndrangheta. Erano destinati proprio alla potente mafia calabrese i 500 kg di cocaina scoperti lo scorso 15 luglio in un carico di zucchero in un terminal di container a Cubatão, non lontano dal porto di Santos. “Ci stiamo incamminando verso un narcostato” sostengono vari esponenti delle forze dell’ordine esprimendo tutta la loro preoccupazione per la crescita esponenziale del traffico di droga nel Paese e per l’impunità diffusa dei narcotrafficanti. Lo scorso 27 giugno la Receita Federal, che svolge funzioni a metà tra la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato un’ordinanza valida fino alla fine dell’anno ma passibile di rinnovo, che obbliga il controllo con gli scanner nel porto di Santos per quei container destinati a Libano, Russia, Australia, Indonesia, Hong Kong, Turchia, Georgia, Siria, Israele e Arabia Saudita, a riprova di come la droga che esce dal Brasile stia ormai raggiungendo i mercati più lontani e disparati», Dove sono e come operano le bande narco-pentecostali? «Sono molto presenti soprattutto a Rio de Janeiro dove sono concentrate nel cosiddetto Complexo de Israel un nome dato a favelas come Vigário Geral, Parada de Lucas e altri quartieri. Di fatto la loro caratteristica è quella di usare la religione per cercare di legittimare la loro autorità. Sono soprattutto i vertici del Terzo comando puro (Tcp) ad essersi convertiti al mondo neopentecostale. Il gruppo è una delle principali organizzazioni criminali di Rio dopo il Comando Vermelho. Ha fatto parlare di sé Álvaro Malaquias Santa Rosa, detto anche Peixão, che chiama i suoi uomini l’Esercito del Dio Vivente e che probabilmente è stato anche ordinato pastore di una chiesa neopentecostale. Peixão è noto per utilizzare molti simboli associati a Israele, ha persino imposto bandiere israeliane sul territorio che controlla. Per alcune correnti delle chiese neo-pentecostali, la creazione di Israele rappresenta un segno del ritorno di Gesù Cristo e quindi la conferma delle promesse bibliche dell’Antico Testamento». Quanto vale il business della cocaina in Brasile? «Il business della cocaina in Brasile vale miliardi di dollari, tanto che adesso il principale gruppo criminale del paese, il Primo comando della Capitale (Pcc), sta riciclando i suoi giganteschi proventi anche in squadre di calcio, in agenzie che gestiscono le carriere dei giocatori e persino nelle candidature di politici per le prossime elezioni amministrative del 6 ottobre. I criminali brasiliani usano le criptomonete, investono in borsa e comprano persino fabbriche di etanolo. Alla cocaina si è aggiunto recentemente anche il business delle metanfetamine e del fentanyl in sinergia con i cartelli messicani che hanno cominciato ad infiltrare anche il Brasile».
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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