Arcuri prosciolto: il reato non esiste più
Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
L’ex commissario per l’emergenza Covid esce dal processo sulla maxi commessa di mascherine. A salvarlo è stata la riforma del governo Meloni che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Mandati invece alla Consulta gli atti sul «nuovo» traffico di influenze.

Domenico Arcuri come Silvio Berlusconi. L’ex commissario per l’emergenza Covid esce definitivamente dal processo legato alla maxi commessa da 800 milioni di mascherine, costate 1,2 miliardi di euro, che lo vedeva imputato per abuso d’ufficio perché «il fatto non è più previsto dalla legge come reato», ironia della sorte la stessa formula che suscitò infinite polemiche a sinistra quando il Cavaliere fu prosciolto dopo la riforma del reato di falso in bilancio. Arcuri diventa così un beneficiario eccellente (e probabilmente poco gradito) della cancellazione del reato di abuso d’ufficio voluta dal governo di centrodestra, su impulso degli amministratori locali di tutti gli schieramenti politici.

La sentenza pronunciata ieri dal gup del Tribunale di Roma è comunque una parziale sconfitta per l’ex commissario. I suoi legali, infatti, avevano chiesto per il loro assistito, che ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, un’assoluzione nel merito, «perché il fatto non sussiste». Il gup invece ha sposato la posizione della Procura, che durante la requisitoria aveva chiesto per Arcuri una condanna a 16 mesi. Salvo poi dover cambiare rotta dopo l’approvazione in Parlamento della cancellazione del reato. Resta in piedi il processo per gli altri imputati, una decina, accusati a vario titolo di traffico di influenze illecite, autoriciclaggio, riciclaggio, frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico (per induzione, ovvero ingannando il Cts) Due di loro, l’ex braccio dell’allora commissario, Antonio Fabbrocini e il mediatore Vincenzo Tommasi erano accusati insieme ad Arcuri di abuso d’ufficio, ma anche per loro quell’imputazione è a questo punto decaduta. Ma a vacillare è anche l’accusa di traffico di influenze illecite, sulla quale il gup, accogliendo la richiesta della Procura di Roma, ha sollevato la questione di costituzionalità relativa all’attuale formulazione del reato, contestato tra gli altri all’ex banchiere sammarinese Daniele Guidi, al broker ecuadoriano Jorge Solis e al cittadino cinese residente a Roma nel quartiere Tuscolano, Zhongkai Cai, l’uomo che durante l’affare avrebbe fatto da ponte con Pechino. Per i pm, «l’attuale formulazione dell’articolo 346 bis del codice penale», si sottolinea nella richiesta firmata dal pm Fabrizio Tucci e dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, «non prevede l’incriminazione di quel nucleo minimo di condotte individuate dall’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo e oggetto di specifici obblighi convenzionali di penalizzazione». «Non sono incriminate (e sono state anzi depenalizzate)», prosegue la Procura, «le condotte di chi si faccia promettere o consegnare utilità, anche non economiche, a titolo di remunerazione della influenza esercitata su titolari di pubbliche funzioni per atti illegittimi di loro competenza o atti contrari ai doveri di ufficio, indipendentemente dal fatto che gli atti posti in essere integrino atti costituenti reato, condotte alla cui incriminazione lo Stato si era obbligato con la Convenzione di Strasburgo». «Per tale ragione», concludono, «quest’ufficio dubita della legittimità costituzionale dell’attuale formulazione dell’articolo 346 bis del codice penale, per violazione dell’articolo 117 della Costituzione, in relazione all’articolo 12 della Convenzione di Strasburgo». Ieri il gup ha accolto la richiesta della Procura, inviando gli atti alla Corte Costituzionale e sospendendo i termini del processo, anche per quanto riguarda le altre ipotesi di reato rimaste in piedi. A questo punto ad Arcuri resta solo un ultimo ostacolo da superare, il seguito della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’emergenza Covid, prevista per la prossima settimana. Una seduta, che dopo le rivelazioni della Verità sulla documentazione inviata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi al presidente della commissione, Marco Lisei, si annuncia infuocata. Ieri il senatore di Fratelli d’Italia Gianni Berrino ha denunciato: «L’audizione dell’ex commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, prevista la prossima settimana, è stata in parte compromessa dall’atteggiamento del procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi. L’aver inviato in ritardo e in modo parziale la documentazione richiesta dalla Commissione ormai quasi tre mesi fa limita la funzione cui la Commissione bicamerale d’inchiesta sul Covid è preposta».

Sulla stessa linea la deputata Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fdi in commissione Covid: «Dopo ripetuti solleciti, Lo Voi ha inviato una comunicazione che, oltre ad essere tardiva, è del tutto parziale. Questa approssimazione di Lo Voi complica i lavori di un organo parlamentare».

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